SARA , LA MADRE DEL POPOLO DI DIO – Elena Bosetti

SARA, LA MADRE DEL POPOLO DI DIO

 
 

 

Di Elena Bosetti

C i lasciamo introdurre da un bel testo della Lettera agli Ebrei che presenta Abramo e Sara come il padre e la madre che ci hanno preceduto nella fede: «Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova  lungo la spiaggia del mare. Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra» (Eb 11, 8-13).

Abramo e Sara sono la prima coppia che la Scrittura racconta in forma particolareggiata, dopo quella di  damo ed Eva. Nei capitoli che seguono la cacciata dei due progenitori dall’Eden troviamo  elenchi di genealogie, ma non storie di coppie. Della moglie di Noè non sappiamo neppure il nome.

Abramo e Sara segnano un nuovo inizio. Siamo al primo tornante della storia di salvezza! È la coppia che Dio sceglie e benedice, è la coppia che inizia il ritorno, il movimento di conversione al Signore che si esprime nella totale obbedienza alla sua parola e nella fiducia incondizionata.

Questo inizio è registrato in maniera eminente al capitolo 12 della Genesi con la chiamata di Abramo. Ma è già anticipato in Genesi 11, 27-32, nella sfida tra la morte e la vita che accompagna la prima uscita di Abramo dalla sua terra, la migrazione da Ur dei Caldei a Carran.

Una carovana segnata dalla morte

Il testo presenta la famiglia di Terach e la sua decisione di emigrare: «Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot. Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch’era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarai era sterile e non aveva figli.

Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan.  Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono» (Gn 11, 27-32).

Abramo e Sara sono dunque già inseparabili Quando da Ur dei Caldei parte una carovana di gente segnata dalla morte. Capo della carovana è il padre Terach. Doveva essere vicino ai cent’anni (secondo Gn 11, 26 era diventato padre a settant’anni!) ma più che l’età doveva pesargli il dolore per la morte del figlio Aran, avvenuta misteriosamente alla sua presenza. Le ragioni della migrazione sono taciute. Invece si sottolinea che a partire con il vecchio Terach sono i congiunti segnati dall’esperienza di morte.

C’è Lot, il nipote che gli ricorda il figlio morto, e c’è Abram il cui futuro sa già di morte poiché sua moglie Sarai “è sterile e senza figli” (si noti la ripetizione del concetto, con valore rafforzativo). Tra i componenti della carovana non risulta invece il figlio Nacor e sua moglie Milca, una coppia feconda, l’unica umanamente parlando che ha il futuro aperto alla vita. Con il vecchio Terach partono soltanto i segnati dalla morte. Una sfida alla vita. Di fatto quella carovana di gente segnata dalla morte andava aprendo un futuro di salvezza per l’intera umanità.

Il fascino di Sara

Di Sara è proverbiale la stupenda bellezza. Si racconta che ci fu una carestia in terra di Canaan dove Abramo soggiornava con le sue greggi e perciò il patriarca decise di scendere in Egitto. Strada facendo, si rivolge alla moglie e le fa questo ragionamento: «Vedi, tu sei una donna di aspetto avvenente. Quando arriveremo in Egitto, gli Egiziani se ne accorgeranno subito e, sapendoti mia moglie, finiranno per uccidermi pur di averti! Facciamo così: non dire che tu sei mia moglie, presentati come mia sorella… » (cf. Gn 12, 11-13).

Abramo gioca sul doppio senso che la parola “sorella” poteva avere per gli egiziani: oltre il senso di sorella anche  quello di “sposa” (vedi il Cantico dei Cantici e le canzoni di amore egiziane). Sta il fatto che Abramo viene “trattato bene per riguardo di lei”. Emerge così un primo contrasto tra la figura di Sara e quella di Eva: mentre Eva fu causa di male per Adamo, Sara fu causa di bene per Abramo! Oltrettutto ci si potrebbe interrogare su questa irresistibile bellezza di Sara. Quale fascino poteva esercitare una bellezza di 65 o addirittura 90 anni? (la storia di Genesi 12 si ripete in Gn 20 quando Sara, stando ai dati della Bibbia, doveva avere ormai 90 anni!).

C’è chi ha letto in questo fascino di Sara un’allusione all’irresistibile fascino della elezione (così Israele e il Cristo, il “più bello tra i figli degli uomini”). Sara, come madre, incarna e anticipa la sorte del popolo  letto: scende in Egitto, suscita attrazione e irresistibile fascino, viene presa dal faraone, ma poi liberata e riconsegnata al vero marito (Abramo in tal caso rappresenta Dio stesso).

Sara anticipa come madre la vicenda del popolo di Dio, di Israele e della Chiesa.

I limiti di Sara

La Bibbia non racconta storie di eroi, ma di uomini e donne reali, con i loro difetti, limiti e pecche. E il limite di Sara è la sua gelosia. Prima spinge il marito verso la schiava al fine di avere un figlio almeno attraverso di lei, ma poi si trasforma in aguzzina della povera Agar e giunge fino ad obbligare il marito a cacciare di casa il figlio Ismaele. Tuttavia Dio si avvale anche di questo limite per il suo piano di salvezza. Sara mediante la sua gelosia diviene, inconsapevolmente, la custode dell’elezione. Infatti Dio dice ad Abramo: “ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce” (Gn 21, 12). Benché esprima gelosia, la voce di Sara va ascoltata; Dio stesso la utilizza per il suo concerto di amore, di gratuita elezione.

Quando Dio sceglie immancabilmente separa: Abramo deve separarsi dalla  sua gente, Isacco da Ismaele, Giacobbe da Esaù… così il popolo di Dio sarà separato da tutti gli altri popoli della terra.

Il sorriso di Abramo e di Sara

Abramo aveva creduto alla parola del Signore e si era messo in viaggio. E con lui la nostra Sara. Ma gli anni passavano, Sara invecchiava, la sua bellezza avvizziva e il suo grembo restava chiuso. In Genesi 17 Dio rinnova ad Abramo la promessa: “sarai padre di una moltitudine di popoli” e lega tale promessa a un’alleanza perenne. Un’alleanza che Abramo e i suoi discendenti porteranno nella loro stessa carne, mediante il rito della circoncisione: «Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara. (Cambiamento di nome come era avvenuto per Abramo: 17, 5). Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei» (Gn 17, 15-16).

L’autore sacro ci riserva qui una sorpresa. Come è noto, Abramo è l’uomo della fede incondizionata. Non obietta mai, tace e obbedisce, anche quando Dio gli chiederà di offrirgli Isacco. Ma qui non può trattenersi dal riso. E proprio mentre è prostrato fino a terra, cioè in adorazione del suo Dio! Fede e incredulità convivono: «Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: “Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novanta anni potrà partorire? (Gn 17, 17).

La notizia è così “strana” e inaudita che subito Abramo avanza l’intercessione per il figlio già avuto: «Abramo disse a Dio: “Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!”. Ma Dio disse: “No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco. Io stabilirò la mia alleanza con lui come alleanza perenne, per essere il Dio suo e della sua discendenza dopo di lui. Anche riguardo a Ismaele io ti ho esaudito: ecco, io lo benedico e lo renderò fecondo e molto, molto numeroso”» (Gn 17, 18-20).

La scena del sorriso si ripete anche per Sara. Un giorno, nell’ora più calda, mentre Abramo faceva la siesta all’ingresso della sua tenda, giunsero tre uomini. Abramo li accolse con squisita ospitalità. Preparò per loro un succulento banchetto e mentre mangiavano lui “stava in piedi presso di loro” (Gn 18, 8) come uno che serve.

I tre chiesero: “Dov’è Sara, tua moglie?”  E Abramo rispose: “È là nella tenda”. A questo punto il testo sacro passa dal plurale al singolare, come se i tre fossero diventati uno (i Padri della chiesa vi scorgono un’allusione all’unità e trinità di Dio). Dice dunque quell’Uno ad Abramo: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio” (Gn 18, 10).

Sara stava dietro la tenda ad origliare. All’udire quelle parole le scappò da ridere. Non un riso di gioia, ma un riso amaro che appena si dispiega sulle labbra e resta propriamente dentro. “Sara rise dentro di sé” (Gn 18, 12). È il riso della totale disillusione. Ormai Sara aveva perso la speranza, era già vecchia. E non solo lei, ma anche Abramo. Ride dunque nel suo cuore, ma forse preferirebbe piangere… Il Signore che legge i cuori, vede anche il triste riso di Sara e si rivolge ad Abramo con queste parole: “Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio” (Gn 18, 13-14). Davvero “nulla è impossibile a Dio” (le stesse parole sono dette a Maria dall’angelo Gabriele: Lc 1, 37). Come Dio aveva annunciato così avvenne. La vecchia Sara concepì e partorì un figlio.

Allora il suo riso fu veramente pieno e liberatorio. Le uscì di bocca un grido di gioia e di meraviglia: “Motivo di     lieto riso mi ha dato Dio!” E con sottile ironia, pensando al suo incredulo sorriso di un tempo, immagina ora un riso collettivo, che contagia di meraviglia l’intero vicinato: “Chiunque lo saprà sorriderà di me!” “Chi avrebbe mai detto ad Abramo: Sara deve allattare figli! Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia!” (Gn 21, 6-7). Abramo chiamò quel figlio “Isacco”, che significa un “riso di gioia”.

Per approfondire l’ascolto

Sara è la “sterile graziata”, una caratteristica che ritroviamo in Rebecca, moglie di Isacco, e in Rachele, la più amata delle due mogli di Giacobbe. Il diventare madre è “grazia” invocata umilmente nella preghiera. Dio è vincitore della sterilità. Egli ha il potere di aprire il grembo sterile, come di suscitare vita dalla morte (cf. Rm 4, 17-21; Eb 11, 19).

Testi biblici

  • La sterilità-maternità di Rebecca: G25, 21

  • La sterilità-maternità di Rachele, la madre che muore donando la vita: Gn 29, 31; 30, 1-2; 35, 16-20

  • La sterilità-maternità di Anna, la madre del profeta Samuele: 1Sam 1, 4-20

  • La sterilità-fecondità di Gerusalemme e del popolo di Dio: Is 54, 1-3; Sal 113, 9

  • La rilettura paolina della figura di Abramo e Sara: Rm 4, 18-25; Gal 4, 21-31

In dialogo e confronto

Passiamo dall’ascolto alla meditazione con l’aiuto di alcune domande.

* Ci lasciamo interpellare personalmente dalla Parola e confrontiamo la nostra vita con Gesù Cristo, Verbo del Dio vivente.

  • Da Ur dei Caldei parte una carovana di gente segnata dalla morte, tra cui Sara, la “sterile e senza figli”. Eppure è con questa carovana che Dio traccia il nuovo futuro dell’umanità!

* Cosa comporta questo evento per la mia vita, per quella della mia famiglia e della chiesa?

* Credo davvero che Dio sa trarre vita da situazioni di morte?

  • Anche noi, come Sara, per il fatto di aver accolto la grazia del battesimo, benedizione spirituale in Cristo Gesù, nuovo Abramo e sposo della Chiesa. Questa nostra “bellezza” non conosce l’usura del tempo. 

* Sono consapevole di tale bellezza? I doni di grazia e benedizione mi sostengono nelle difficoltà?

  • Sara è una donna con limiti, difetti e gelosie. Dio non ha paura dei nostri difetti. Chiede però la nostra fede per realizzare, anche attraverso di essi, il suo piano di amore: “C’è forse qualche cosa di impossibile per il Signore?”.

* In chi credo davvero: in me, nella mia preparazione, nel mio impegno, oppure nel Signore? Mi fido di Dio? Invoco umilmente il suo aiuto?

* Come è stato il mio cammino di fede fino ad oggi? Vivo l’obbedienza della fede?

  • Anche la nostra vita può rimanere sterile per lungo tempo come quella di Sara. Si fanno tante cose, tanta applicazione, lavoro, organizzazione… ma non si genera alla fede! Eppure il Signore ha in serbo anche per noi figli e figlie, partoriti magari nella vecchiaia… Siamo chiamati a generare vita.

* Come vivo la dimensione apostolica della mia fede negli ambienti di vita come la scuola, il lavoro, la famiglia?

*  Cosa può essere in me causa di “sterilità”: l’attaccamento alle mie abitudini, la paura di non riuscire, la poca generosità?

* Il Signore mi chiama a diventare padre/madre: sono disponibile a dare la vita, a donarmi fino all’oblazione, come Rachele, la madre che muore donando la vita?

In preghiera

Alla luce dello Spirito che feconda la nostra umanità, contempliamo la bellezza e i limiti della nostra comunità e della Chiesa.  Chiediamo il dono della paternità e maternità spirituale. Facciamo nostra la preghiera di Anna, la madre del profeta Samuele:

  • Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio.

  • Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io godo del beneficio che mi hai concesso.

  • Non c’è santo come il Signore, non c’è rocca come il nostro Dio.

  • Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza;perché il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette.

  • L’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore.

  • I sazi sono andati a giornata per un pane, mentre gli affamati han cessato di faticare.

  • La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita.

  • Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire.

  • Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta.

  • Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria (1Sam 2,1-8).

Prolunghiamo con le nostre parole questa preghiera celebrando la potenza e misericordia di Dio per noi.

Affidiamo all’intercessione di Maria il nostro proposito, quella particolare parola che ci impegniamo a vivere.

“HANS URS VON BALTHASAR E MARIA, ICONA DELLA CHIESA”

“HANS URS VON BALTHASAR

E MARIA, ICONA DELLA CHIESA

(Conferenza 6 febbraio 2010 – Centro Culturale Mariano Mater Ecclesiæ)

 

Luca di Girolamo

 

INTRODUZIONE

1. BREVE CENNO BIOGRAFICO

2. LE DIMENSIONI DEL «FIAT» MARIANO

3. IL POSTO DI MARIA NELLA COMMUNIO SANCTORUM

4. MARIA TIPO E MODELLO ORIGINARIO CONCLUSIONE …………………….

INTRODUZIONE

Non poche volte in questi incontri dei sabati mariani ci siamo soffermati sulla figura di H. URS VON BALTHASAR (1905‐1988), teologo svizzero di lingua tedesca (anche se ha scritto, talvolta, in francese) forte di una cultura enciclopedica che ha condensato tutta la sua visione nella Trilogia (Gloria, Teodrammatica e Teologica) nonché in piccoli saggi e volumi nei quali ha affrontato non solo temi teologici, ma anche argomenti relativi alla struttura della Chiesa in rapporto con il mondo in un momento di rinnovamento come è stato il Concilio. Non è, diciamo subito, un teologo semplice da leggere e ciò per almeno tre motivi: ‐ non è sistematico nel senso comune del termine; ‐ ha una grande e varia cultura che presuppone anche nel lettore; ‐ da buon linguista egli conia addirittura alcune parole tedesche rendendo così ardua un’eventuale traduzione. Per questa nostra riflessione su alcuni temi mariani presenti in questo autore, tenendo conto dell’anno sacerdotale, ho pensato di attingere non tanto ai suoi densi volumi teologici, quanto piuttosto a tutta una sua attività di predicatore che egli ha esercitato anche in occasioni di trasmissioni alla radio svizzera e a quella vaticana, a raccolte di meditazioni sulla Parola di Dio distribuita lungo l’anno liturgico, nonché a piccole operette di meditazione in cui la densa teologia del grande pensatore svizzero si veste di un linguaggio a noi più vicino ed immediato.

I. BREVE CENNO BIOGRAFICO

Nato a Lucerna il 12 agosto 1905 da nobile famiglia,1 von Balthasar ha una formazione iniziale segnata da due esperienze religiose/educative molto diverse tra loro, dapprima quella benedettina ad Engelberg che gli fa scoprire le lettere, le arti e la musica (von Balthasar sarà anche un valente pianista e un conoscitore di musica sinfonica ed operistica e drammaturgia) quindi quella dei gesuiti a Vienna dove si laurea in filosofia e germanistica nel 1928. Nel 1929 entra nella Compagnia di Gesù. Pur dotato di una immensa cultura, formatasi alla scuola di Guardini e De Lubac, la sua esistenza è contrassegnata da un’impronta pastorale molto forte. Difatti pur venendogli offerta, alla fine degli anni ’30, la cattedra di teologia alla Gregoriana egli preferisce l’assistenza spirituale degli universitari a Basilea in quanto giudicava molto più importante la cura d’anime che l’insegnamento. Ma è chiaro che quest’ultima attività non viene del tutto disertata.

Numerose sono le sue presenze a conferenze ed incontri. Difatti essere assistente spirituale degli 1 Per questa sezione ci siamo rifatti alle preziose notazioni di P. HENRICI, Primo sguardo su von Von Balthasar, in K. LEHMANN‐W. KASPER (a cura di), Hans Urs von Von Balthasar, Figura e opera, Piemme, Casale Monferrato 1991, 25‐85. 2 universitari significava attorno al 1940 un lavoro culturale cattolico molto forte in una terra come la Svizzera culla di alcuni riformatori protestanti.

I due grandi personaggi che dominano la vita di von Balthasar sono H. De Lubac, grande teologo e patrologo e A. von Speyr, dottoressa protestante poi convertita al cattolicesimo nel 1940 e dotata di doni mistici. Con la von Speyr, von Balthasar inizia un sodalizio spirituale molto forte in cui proponeva una visione trinitaria della vita cristiana nonché un’attiva presenza nel mondo. Von Balthasar è fondatore di iniziative culturali ed editoriali come le edizioni Johannes Verlag e l’Istituto secolare S. Giovanni che, alla fine della guerra, vide il sorgere del ramo femminile. Proprio questa nuova famiglia religiosa determina l’uscita di von Balthasar dalla Compagnia di Gesù avvenuta nel 1950.

Si tratta di un passo sofferto motivato dal fatto che i Gesuiti rifiutarono di accogliere nel loro statuto la nuova forma di vita consacrata fondata da von Balthasar. Tale uscita pone von Balthasar in stato di grave indigenza aggravata da certa insofferenza in quanto il Vescovo di Basilea non ne tollerava la presenza in città.

Si tratta di un periodo abbastanza tormentato durato 6 anni in cui a von Balthasar solo gradualmente viene dato il permesso di celebrar Messa e confessare. Si mantiene perciò tenendo corsi di esercizi spirituali; finalmente nel 1956 viene incardinato a Coira. Da tener conto che von Balthasar doveva far fronte anche alle spese della sua casa editrice.

In virtù dell’uscita dalla Compagnia, von Balthasar si ritrova nel mondo e senza strutture. Pur dotato di un’enorme cultura nella quale convergevano i Padri della Chiesa, la letteratura mondiale e alcuni filosofi, von Balthasar non viene invitato al Concilio per almeno due motivi: per la sua uscita dalla Compagnia di Gesù e per il suo pensiero giudicato, al tempo, troppo avanguardista e non estraneo a elementi modernisti.

Sta di fatto che da teologo progressista in un primo tempo, von Balthasar è passato, nel giudizio di certa parte di Chiesa, ad essere reazionario. In realtà egli ha avuto il pregio (e non il torto) di mettere in guardia da un’interpretazione libera e non rispettosa della tradizione del portato del Concilio. Questo gli ha provocato non poche antipatie ed insofferenze.2

Accanto alle fondazioni di vita consacrata, von Balthasar fonda la rivista Communio che viene pubblicata a partire dal 1973. Questo ci porta a considerare la notevole produzione teologica di von Balthasar che comprende circa 85 volumi, oltre 500 articoli e quasi 100 traduzioni accanto a moltissime note e lavori minori. Questo, senza contare i 60 volumi della von Speyr ai quali ha collaborato attivamente. Nonostante le critiche di cui era oggetto, proprio per questo amore e servizio alla Chiesa, come era avvenuto per il suo maestro De Lubac, Giovanni Paolo II nel 1988 lo ha creato cardinale, ma il Signore ha disposto diversamente. Due giorni prima dell’elevazione cardinalizia, a S. Pietro nella Solennità dei SS. Pietro e Paolo, von Balthasar muore: era il 26 giugno 1988.

Sullo scrittoio, nota Mons. P. Henrici, era pronto l’annuale dono natalizio per i suoi amici: il volumetto “Se non diventerete come bambini”, ancora una volta una riflessione sul mistero dell’Incarnazione al quale il nostro autore ha dedicato tanto spazio nella sua teologia.

Proprio da questo mistero occorre partire per tracciare un ritratto non completo, ma esauriente della Madre del Signore.

2. LE DIMENSIONI DEL «FIAT» MARIANO

Il ritratto che von Balthasar ci offre della Madre del Signore si caratterizza per un ritorno costante al centro costituito dalla persona di Cristo nel suo farsi uomo. In questo grande evento si esige la collaborazione dell’uomo che Maria offre al piano di Dio con la prontezza di quell’«Eccomi 2 Su questo tema si veda la lunga intervista fatta a von Balthasar da Mons. Angelo Scola, attuale patriarca di Venezia, nel 1985 dal titolo Viaggio nel post‐Concilio e pubblicata nel volume La realtà e la gloria. Hans Urs von Balthasar.

Articoli e interviste 1978‐1988, ed. EDIT, Milano 1988, 163‐184. 3 sono la Serva del Signore» che sappiamo essere dal testo originale di S. Luca una manifestazione gioiosa. Un Sì – quello della Madre del Signore – illimitato, ci dice von Balthasar in un’omelia nella festa dell’Immacolata Concezione che ne determina il suo statuto. Il Sì a Dio che Maria pronuncia nell’evento dell’Incarnazione è il medesimo Sì senza barriera costituita da quel peccato che segna l’uomo dalla sua nascita.

Scrive il nostro autore: Cosa significa «concepita senza peccato» o come pure si dice «concepita senza macchia di peccato originale»? Significa, con parole brevi ed essenziali, che quella persona in cui venne al mondo il Figlio di Dio ha accolto in sé questo dono del Cielo con (…) un Sì senza alcuna limitazione, nemmeno nascosta, senza quel «Si, però…», «Si, se…», «Si a condizione che…», «Si, vedremo…». Si potrebbe chiamare questa festa anche la festa del Sì a Dio senza macchia.3

La macchia è quella del peccato originale. Ma cosa è questa realtà ? Alla domanda, trattandosi di un’omelia, von Balthasar non fa speculazioni, ma preferisce toccare l’uomo da vicino: Cos’è il peccato originale ? L’insufficienza morale di ogni uomo che viene al mondo come membro della razza umana. Ognuno ne sa qualcosa: sa che non è come dovrebbe e potrebbe essere. Egli assolve forse i suoi doveri alla meno peggio, ma appunto: in parte bene, in parte male. (…) Ora egli si consolerà perlopiù dicendo «Sbagliare è umano, e non si può nemmeno pretendere più dagli altri, ed io faccio in effetti quello che posso». Ma proprio così dicendo, sente che dovrebbe potere di più. La carenza personale che ognuno avverte nel suo più intimo è allo stesso tempo una carenza universale, sociale.4

Tornando all’Incarnazione, è importante e significativa la precisazione che il nostro autore fa circa il termine tedesco impiegato Empfangen che significa accogliere, ma anche concepire. Tali verbi non denotano passività: «davanti a Dio, se compiuti con fede, sono sempre la massima attività. Se nel Sì di Maria – prosegue von Balthasar – ci fosse stata anche solo l’ombra di un’esitazione (…) alla sua fede sarebbe rimasta attaccata una macchia e il bambino non avrebbe potuto prendere possesso dell’intera umanità».5 Questo atteggiamento è vero e proprio insegnamento che ci aiuta a riaffermare l’unità esistente tra azione e contemplazione che solo in epoca moderna è stato drasticamente scisso, ma che S. Tommaso († 1274) affermava con un paradosso secondo il quale la creatura, quanto più riceve da Dio, tanto più partecipa del suo fare.6 Tale Sì mariano va a toccare perciò una incondizionatezza che affonda le sue radici nella libertà propria della Vergine; una verginità, nota ancora il nostro autore, in funzione della maternità. Tutto ciò tocca da vicino l’identità del Bambino che dev’essere concepito e deve nascere. Se Egli prende la totalità dell’umanità, il Sì di Maria deve comprendere tutta la sua integrità psico‐fisica.

Perché questo ? Il motivo è da ricercarsi nella missione che questo Bambino deve portare avanti e che può solo Lui portare a compimento. L’uomo pronuncia il suo “Si però…”, ecc., ma Dio vuole eliminare quest’oscillazione: il suo Sì all’umanità è la ragione di fondo per cui Maria può pronunciare un’analoga risposta positiva al piano di Dio, senza oscillazioni. È vero – potremmo aggiungere – che Maria è esente dal peccato che fa inclinare pericolosamente verso l’abisso, ma 3 H. U. VON BALTHASAR, Tu coroni l’anno con la tua grazia (Salmo 65,12), Jaca Book, Milano 1990 (or. ted. 1988), 205. 4 Ibidem. 5 H. U. VON BALTHASAR, Maria icona della Chiesa, S. Paolo, Cinisello Balsamo 1998, 12. 6 Cf. TOMMASO D’AQUINO, De Veritate 22, 4. Testo citato da von Balthasar nel suo saggio Azione e contemplazione, (risalente al 1946) contenuto nel volume Verbum Caro, Morcelliana, Brescia 1970,253. 4 ciò non ci deve dispensare dal notare come, attraverso di lei, troviamo la manifestazione del Dio uno e trino diversa – ma non opposta – a quella sul Sinai dove ci si fermava alla enunciazione verbale della Legge. Ora la realizzazione è esistenziale in un essere umano che si colloca nella scia dei grandi dell’AT a partire da Abramo: È proprio la fede veterotestamentaria da Abramo in poi – nota ancora von Balthasar – a prendere parte (…) a questa esperienza trinitaria che necessariamente dovrà diventare punto di partenza per un’esistenza di fede neotestamentaria ed ecclesiale. (…) Per cui c’è parallelamente alla vita di Gesù anche una vita di Maria in cui tramite suo Figlio ella viene educata (…) al ruolo che dovrà esserle affidato ai piedi della Croce: essere il prototipo della Chiesa.7 Ma parlare di Trinità significa risospingersi all’interno della scena lucana dell’Annunciazione dove appunto viene proclamata la venuta di un Figlio che come la Madre è sotto l’egida dell’obbedienza: «la traiettoria dal seno del Padre eterno al grembo della Madre temporale – nota ancora il nostro autore – è un cammino nell’obbedienza, il più difficile e ricco di conseguenze, ma che viene percorso nella missione da parte del Padre: «Ecco io vengo per fare la tua volontà» (Eb 10,7). Chi porta e lo sospinge è lo Spirito. Lo Spirito del Padre, che manda, e del Figlio, che obbedisce, e quindi lo Spirito che nel portare e nel sospingere, è tanto attivo quanto obbediente».8 Perché allora, potremmo chiederci, sussiste questo sì dell’uomo a Dio pronunciato da Maria ? Potremmo rispondere facilmente citando il titolo di una piccola operina che è un commento all’enciclica Redemptoris Mater scritta da von Balthasar insieme ad un altro grande autore, oggi particolarmente noto, cioè J. Ratzinger: perché Maria è il Sì di Dio all’uomo.9 Un Sì che passa per l’umanità e la coinvolge (del resto è lo statuto più profondo della Rivelazione nella sua duplice dimensione di manifestazione divina e coinvolgimento dell’uomo10) e che dall’Annunciazione si estende fino ai minimi dettagli della vita comune che Maria intrattiene con il Figlio. Citiamo qui due eventi: lo smarrimento nel Tempio dove le parole di Gesù spingono l’umanità ad un oltre («Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio»), ad un’apertura totale. In secondo luogo: la vicenda nuziale di Cana: il «Fate quello che vi dirà» assume per von Balthasar una valenza eucaristica («Fate questo in memoria di me») che passa anche per la moltiplicazione dei pani.11 In entrambi i casi abbiamo la richiesta dell’uomo nei confronti di un Dio che, in Cristo, dà risposte che disorientano e generano non comprensione. Riprendiamo le scene: al «Tuo padre ed io ti cercavamo angosciati» corrisponde il «Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio», in secondo luogo: al «Non hanno più vino» segue il «Che ho da fare con te o Donna. Non è ancora giunta la mia ora». Proprio in questo contesto di apparente confusione, ancora una volta si staglia l’atteggiamento sapienziale di Maria che nulla getta e tutto conserva (cf. Lc 2,19.51), fa memoria, è Ella stessa memoria della Chiesa secondo una felice immagine di Giovanni Paolo II che von Balthasar commenta,12 rilevando come la comprensione graduale alla quale Maria perviene è un lavoro instancabile che inizia proprio da quell’evento incarnatorio in cui è presente 7 Ibidem, 14. 8 H. U. VON BALTHASAR, Il Rosario, Jaca Book, Milano 1984 (or. ted. 1977), 17. 9 J. RATZINGER‐H. U. VON BALTHASAR, Maria il Sì di Dio all’uomo. Introduzione e Commento all’Enciclica Redemptoris Mater, Queriniana, Brescia 1987 (or. ted. 1987). 10 Cf. CONCILIO VATICANO II, Dei Verbum nn. 2.4. in Enchiridion Vaticanum (= EV), EDB, Bologna 1981, 1/873.875. 11 H. U. VON BALTHASAR, Maria icona della Chiesa, cit., 15. 12 H. U. VON BALTHASAR, Maria memoria della Chiesa, in La realtà e la gloria, cit., 101‐105. 5 l’intera Trinità. «La Trinità – dice il nostro autore – è all’interno dell’evento che le capita».13 E potremmo aggiungere all’interno della vita stessa di Maria muovendo proprio da quel custodire e mantenere in sé stessi parole ed opere. In merito, von Balthasar osserva che Maria: ha spazio sufficiente per nascondere in se stessa tutte le parole di Dio: le parole che l’angelo le disse, poi le parole dette ai pastori i quali d’ora in poi raccontano quanto è stato detto loro a riguardo del Bambino. Le parole si accordano tra loro sono tutte in fondo parole di Dio, ricapitolantisi nel Bambino che Maria ha portato nel suo grembo e che adesso è posato davanti a lei senza ancora poter parlare. Le parole di Dio che ella custodisce nel suo cuore fanno tutt’uno con la Parola di Dio che lei ha portato al mondo.14 Maria quale luogo della memoria prende forza proprio da quel Sì assoluto tanto della Madre quanto del Figlio che servono, ognuno per la propria specificità, ad abbattere ogni divisione tra terra e cielo, per accogliere il cielo in terra.15 Tutto questo dice fecondità tanto per Maria quanto per la Chiesa, fecondità che non è solo il generare figli (il Cristo carnalmente e i fratelli del Figlio a livello spirituale), ma permettere all’eternità e all’assolutezza del Dio trascendente di entrare nel limitato e nel contingente e trasfigurarlo. In merito von Balthasar nota che il Sì di Maria, che la rende Sede della Sapienza in forza dell’accoglienza della Parola e con l’illuminazione dello Spirito Santo, si viene a completare nel mistero della gloriosa Assunzione dove «ella ha consegnato questa conoscenza ai credenti».16 Ma che tipo di conoscenza è, potremmo chiederci, quella che Maria affida ai cristiani ? La risposta di von Balthasar è molto precisa: «Ciò che Maria desidera lungo le epoche della Chiesa non è che noi la onoriamo come singola persona, ma che riconosciamo la profondità dell’amore di Dio nell’opera della sua incarnazione e liberazione».17 Da tutto questo scaturisce perciò un vero e proprio percorso di santità che Maria indica nella sua umiltà che non è quella della peccatrice pentita, ma quella di una persona che considera tutto ciò che le capita come dono di Dio.18 Santità che è riconoscersi dono di Dio e, come tali, adeguati recipienti della grazia di Dio per poter compiere esattamente il nostro ruolo nella Chiesa.19 3. IL POSTO DI MARIA NELLA COMMUNIO SANCTORUM Più volte von Balthasar nella sua opera teologica si sofferma sul tema della santità e lo fa con un ampio ventaglio di specificazioni e sfumature. Possiamo dire che tutta la sua teologia è inclusa in questo status di santità e che il teologo, proprio perché è tramite e esegeta della Rivelazione, deve essere santo. Tale aspetto singolare emerge soprattutto nel commento a Gv 15 dove troviamo la nota figurazione della vite e dei tralci contrassegnata da quella famosa frase del v. 5: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» che von Balthasar applica alla teologia in nome di una semplicità che coincide con l’inclusione paolina “en 13 Ibidem, 102. 14 H. U. VON BALTHASAR, Tu hai parole di vita eterna (Gv 6,68), Jaca Book, Milano 1992 (or. ted. 1989), 79. 15 Cf. H. U. VON BALTHASAR, Tu coroni l’anno con la tua grazia, cit., 208. 16 H. U. VON BALTHASAR, Maria memoria della Chiesa, cit., 104. 17 Ibidem. 18 Cf. H. U. VON BALTHASAR, Maria icona della Chiesa, cit., 28. 19 Cf. H. U. VON BALTHASAR, Maria memoria della Chiesa, cit., 105. 6 Christo” (cf. Gal 1,16. 2,19‐20; II Cor 12,9).20 Non è possibile far teologia se non si torna al centro che è il Cristo giovanneo, Rivelatore del Padre (cf. Gv 1,18). Solo in tal inserimento è possibile rendersi conto in modo concreto del fatto che tale santità che è una forma di fecondità antropologica (che riguarda cioè tutto l’uomo) attuata in una missione possiede un principio sempre divino, non umano. Per questo motivo, osserva von Balthasar: La santità cristiana qualificata comincia con il libero sì dell’uomo alla sua elezione e con la sua fedeltà nell’esecuzione del compito. In nessun caso si può dire il sì sia in tutti i chiamati egualmente debole e impotente; al contrario alcuni dicono un sì pieno, altri un chiaro no, altri un «forse» un «adesso no, ma dopo»… (…) Quelli che dicono un sì pieno talvolta incespicheranno o esiteranno o rimarranno indietro rispetto al loro primo ideale, ma la grazia li aiuta. (…) Non solo loro a possedere una missione, ma è la missione a possederli. Non importa quale essa sia (…) importante è che l’uomo le rimanga fedele.21 Accanto a questo tratto dell’accoglienza di una specifica missione bisogna aggiungercene un altro non meno importante, quello che von Balthasar chiama anonimità proprio della fecondità. Ma anonimità non è un tratto dispregiativo quanto piuttosto rinvia all’universalità: Ogni uomo che si lascia espropriare da Dio e dal suo incarico – nota ancora von Balthasar – è una pietra d’angolo di comunione, uno spazio in cui gli altri possono prosperare, crescere e procurarsi materiale per costruire se stessi. Ogni santo è essenzialmente tale non per se stesso, ma per Dio e per i fratelli. Un santo che lavorasse all’edificazione della propria santità sarebbe una contraddizione in sé. Egli non sarebbe acceso e reso incandescente dal fuoco di Dio, che è sempre amore purificante, ma brucerebbe nel proprio fuoco, che ultimamente può soltanto essere preso a prestito dall’inferno.22 Come si colloca la Madre del Signore in tutto questo contesto apparentemente lontano e diciamo pure al plurale rispetto ad un’esistenza singola come la sua ? La risposta va ricercata proprio nell’entità stessa della missione che non viene solo posseduta dal credente, ma possiede il credente. Questo lo vediamo in Maria e nella Visitazione: ricevuta e concepita la Parola, Maria la porta all’anziana parente, ma in realtà è portata da questa Parola, vive l’espropriazione (cioè l’esser fatta cosa propria da Dio) ma essa si veste di gioia perché sa di essere glorificata da Colui che in lei si sta formando. Tutto questo senza paura: nel momento in cui ha accolto la missione è Serva della Parola, ma ne è anche portatrice. «Nel suo Magnificat – ci dice ancora von Balthasar – questi due elementi si unificano: tutte le genti la loderanno e non cesseranno di guardare a lei, ma, da parte sua, ella guarda solo a Colui «che ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e a tutta la sua discendenza».23 Sempre nel contesto dell’Immacolata Concezione, von Balthasar è memore del nome che la Chiesa orientale dà alla Madre del Signore, la Panaghia (= Tutta Santa): è chiaro che questo derivi dal suo particolare statuto creaturale di estraneità personale dal peccato. Ma von Balthasar non 20 Cf. H. U. VON BALTHASAR, La semplicità del cristiano, Jaca Book, Milano 1987 (or. ted. 1983), 85. 21 H. U. VON BALTHASAR, Tu coroni l’anno, cit., 158. 22 Ibidem, 159. 23 H. U. VON BALTHASAR, Il Rosario, cit., 22. 7 esita a dire che, pur Immacolata, Maria vede il peccato nella società ebraica di cui fa parte, sperimentandone gli effetti altrui in sé stessa, in quanto è parte di quegli uomini che non possono sussistere chiusi in se stessi e proprio perché aperta come ogni essere umano all’altro dinanzi a questo male ne soffre, ma non cerca rivalsa.24 Ancora una volta, il porgere l’altra guancia (cf. Mt 5,39) non è limitabile ad una regoletta di buona condotta, ma rinvia a quell’amore che contraddistingue il Servo Sofferente (cf. Is 50,5‐6; 53,7 e I Pt 2,23) che vedrà in Cristo il compimento: tutto questo dice conformazione che se per Maria è totale, per il credente può tradursi con disponibilità ad una totalità donata. Proprio tenendo conto di questo legame il ritratto di Maria viene a precisarsi come segue: La madre Maria non pretese altro che di essere «Ancella del Signore». Suo figlio, sebbene nostro Signore e Maestro, non volle essere altro che un servo fra noi. Egli infatti si presenta al Padre stando dalla parte degli uomini, cioè dei servi. Inoltre nella sua funzione di «servo di Dio», egli si addossa tutte le colpe del mondo.25 C’è una profonda diversità tra Maria e noi, ma non separazione che von Balthasar illustra in un’omelia della Solennità di Tutti i Santi non partendo da Maria, ma dalla Trinità, nei seguenti termini, attuali e realistici: Sostenere il mondo e le sue contraddizioni fino alla fine (e anche oltre), sopportare e resistere fino in fondo, lo può soltanto Dio e quell’Unico nel cui cuore il Padre ha infuso tutto il suo amore e al quale ha affidato il suo Spirito. Ma l’uomo finito, limitato, ha però ricevuto dal Signore crocifisso (…) una dote infinita, che si esprime nella frase della Vergine e Madre «Ecco, io sono l’ancella del Signore; avvenga di me secondo la tua Parola», secondo la sua «parola di croce», la sua Parola crocifissa. L’intera prestazione è impossibile all’uomo, ma la disponibilità, senza porre barriere o scuse, questo gli è possibile. E quando lo Spirito stende la sua ombra sulla Vergine, e geme nel cuore dell’Ancella e con lei grida nelle doglie del parto, allora diventa certamente visibile che la sua prontezza a soffrire tutto val di più ed è più divina di ogni capacità operativa dell’uomo che se la vuole cavare in fretta. Dio stesso si comporta nei confronti del mondo non solo in modo maschile come Deus faber, ma anche in modo maternamente femminile soffrendo le doglie per la redenzione dell’universo intero.26 Attraverso la Vergine Santa abbiamo perciò manifesta una maternità universale nei confronti dell’umanità che la Chiesa è chiamata a testimoniare. In tal senso, il discepolo può ispirarsi alla Madre del Signore che conserva e fa collegamento solido degli eventi salvifici facendone una memoria e perciò simile al mercante evangelico che estrae dal suo tesoro cose nuove ed antiche (cf. Mt 13,52). Il Concilio ha ritradotto in termini dottrinali questo aspetto al n. 65 della Lumen gentium affermando che Maria «entrata intimamente nella storia della salvezza, riunisce in sé e in qualche modo riverbera i massimi dati della fede».27 Di qui l’ultimo passo verso ciò che per la Chiesa rappresenta la Madre del Signore. 24 H. U. VON BALTHASAR, Tu coroni l’anno, cit., 210. 25 H. U. VON BALTHASAR, Il principio mariano, in ID., Punti fermi, Rusconi, Milano 1972, 126. 26 H. U. VON BALTHASAR, Tu coroni l’anno, cit., 171‐72. I corsivi sono nel testo. 27 CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium n. 65, in EV 1/441. 8 4. MARIA TIPO E MODELLO ORIGINARIO Ciò che si nota nel capitolo VIII della Lumen gentium è un forte equilibrio nell’uso di aggettivi e sostantivi riferiti alla Madonna. Uno di essi è typus (modello) che compare al n. 63 e al n. 65. Tale aggettivo si è costituito nel corso del tempo come vera e propria categoria teologica che non si è potuta sottrarre a critiche di coloro che ne hanno visto il limite soprattutto perché categoria sotto la corrosione della storia. Però occorre ricordare che se, da un lato, questa storia effettivamente va a toccare le coordinate teologiche che si esprimono attraverso un linguaggio ed una cultura, per altro verso, il modello rinvia ad un Assoluto al quale non soltanto ci si cerca di avvicinare, ma si partecipa. Resta sempre valido, in tal senso l’asserto di Gaudium et spes n. 62: altro è il depositum fidei che resta inalterato, altro i modi con i quali esso viene espresso. Per von Balthasar – uomo che non partecipa al Concilio, ma che di esso respira l’aria innovatrice – la trattazione di Maria quale modello parte da molto lontano e si colloca nel campo della grazia, così come essa rappresenta un tipo di fecondità parallela a quella matrimoniale tra uomo e donna modellata su Ef 5,21ss. Proprio da questo testo paolino, nota il nostro autore sono sorte due linee di pensiero, due filoni teologici: anzitutto il tema della nuova Eva senza la quale non poteva darsi il nuovo Adamo; concetto che troviamo nel II secolo con Giustino ed Ireneo. Successivamente, quello dell’anima ecclesiastica modellato su quel bellissimo poema d’amore biblico che è il Cantico dei Cantici commentato con questo taglio da Origene (al quale von Balthasar ha dedicato non pochi scritti). Se il primo tema quello della nuova Eva è di facile comprensione, il secondo va a toccare in profondità l’uomo in quanto consiste in un’elevazione della sua anima (e chiaramente di tutta la sua persona) ad una dimensione ecclesiale e comunitaria. Appare chiaro come il rapporto tra Maria e la Chiesa si colloca su questo terreno. Al centro ritroviamo Cristo in comunione con la Madre, ma anche con la Sposa‐Chiesa. Un Cristo che esprime un grazie ad entrambe ma in modo diversificato: ma «qui – nota von Balthasar ponendosi sulla scia di Agostino – Maria sembra possedere una priorità insuperabile non a motivo di una maternità fisiologica, ma a motivo del suo atteggiamento profondamente personale di una fede perfettamente servizievole».28 Tale servizio esplicato da Maria, che è una vera e propria mediazione all’interno di quella potente del Figlio, si colloca per la Chiesa come modello. Von Balthasar qui tiene a precisare come nella scena della donna anonima di Lc 11,27‐28 che alza la voce per proclamare la beatitudine della madre, la risposta è al plurale: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica». Il motivo è molto profondo e ci conduce al modello che Maria rappresenta e a quella priorità che non può essere ristretta solo alla sfera fisica della maternità, poiché la fede è connessa indissolubilmente al dato fisiologico. Un doppio volto di un unico evento e che forma l’identità unica della persona Maria. Riecheggiando il testo lucano: Nessuno come lei ha ascoltato e messo in pratica la parola di Dio, fin nelle ultime fibre del corpo, cosicché in lei la fede‐di‐Abramo nella promessa divina fu portata a compimento: la sua fede compì l’incarnazione della parola di una promessa: naturalmente solo perché Dio stesso, nella sua sovrana libertà, volle diventare uomo in lei, l’umile serva.29 28 H. U. VON BALTHASAR, Maria icona della Chiesa, cit., 45. 29 Ibidem, 46 9 A questo punto ci si potrebbe chiedere con un’espressione immediata: e la Chiesa quale vantaggio trae da tale rete di rapporti? Il rapporto è analogico (unisce cioè somiglianza a diversità): da un lato Maria è livellata, all’interno del corpo ecclesiale perché ognuno, in forza dell’ascolto, dell’obbedienza e della prassi, può divenire Madre di Gesù permettendo alla Parola una successiva incarnazione, per altro verso, però Maria si distacca dai credenti in quanto lei sola è madre corporea di Cristo e perciò redenta anticipatamente, realizzazione della Chiesa senza macchia e senza ruga.30 È quindi tipo della Sposa, ossia di quel «popolo di Dio» che per largo tratto manifesta ma in ciò non si distingue dalla Sinagoga. La distinzione ha inizio con Maria, nella quale il Verbo si fa carne, con l’Eucaristia, carne e sangue di Gesù donatie offerti per unirci alla sua sostanza, con lo Sprito Santo, che viene spirato nell’armonia ecclesiale dal Figlio dell’uomo risorto.31 Si è dinanzi ad un modello femminile che, tuttavia, ingloba quello maschile, laddove ricettività ed iniziativa vengono a coesistere. Qui von Balthasar inserisce il famoso principio mariano che vive in tensione positiva con quello petrino (del governo) e quello giovanneo (dell’amore) in quanto saldamente connesso con Cristo e con la Chiesa. Ma anche qui i concetti di matriarcato e patriarcato, osserva il teologo svizzero, sono da prendere con molta attenzione, perché si tratta pur sempre di categorie sociologiche che portate all’estremo rischiano di eliminare il mistero della reciprocità dei sessi invece di portarlo alla fecondità completa. Per questo motivo il teologo svizzero è contrario al conferimento del sacerdozio ministeriale alle donne. In sintesi questa è la sua posizione articolata in 4 punti: a) essendo Cristo il rappresentante più eloquente del Dio nel mondo è anche l’origine del principio maschile e del principio femminile; b) da Cristo, Maria viene pre‐redenta e Pietro e i suoi discepoli vengono costituiti nel loro ministero; c) essendo Cristo uomo egli rappresenta l’origine in quanto la fecondità della donna è sempre rinviata ad una fecondazione originaria. d) La polarità uomo‐donna non può però essere relativizzata al pari della rappresentazione dell’origine ad opera del ministero ecclesiastico. Questi i punti, ma a partire da essi Balthasar fa un’affermazione molto forte: una donna che volesse appropriarsi del ministero, si approprierebbe di funzioni specificatamente maschili, ma dimenticherebbe quale preminenza ha l’aspetto femminile della chiesa rispetto a quello maschile (…) Ogni invasione di un sesso nel ruolo dell’altro riduce l’estensione e la dinamica dell’amore umanamente possibile anche quando questa estensione oltrepassa la sfera della sessualità, della nascita e della morte nel campo dei rapporti verginali tra Cristo e la sua chiesa, che non si realizzano nei singoli atti distinti di particolari organi, bensì nella donazione totale di tutto il suo essere».32 30 Cf. Ibidem. 31 H. U. VON BALTHASAR, Sponsa Verbi, Morcelliana Brescia 1985, 7. 32 H. U. VON BALTHASAR, Nuovi punti fermi, Milano 1980, 110‐11. 10 E conclude con il riferimento a Maria: «l’elemento mariano nella Chiesa abbraccia il petrino senza pretenderlo per sé. Maria è “Regina degli Apostoli” senza pretendere per sé poteri apostolici. Essa ha altro e di più»33 Il modello che ne emerge è di accoglienza della Rivelazione e parte integrante di essa: Maria, nella visione balthasariana, non soffre riduttivismi, perché con essi si rompe l’unità e la varietà della Rivelazione e si rischia anche di deformare l’identità e la vocazione specifica di ogni cristiano. CONCLUSIONE A conclusione di questa serie di riflessioni possiamo sottoporre il titolo Maria icona della Chiesa ad un interrogativo. Perché ? La risposta la troviamo proprio nell’articolazione dei dogmi mariani fatta dallo stesso von Balthasar: Maria è creatura in relazione, potremmo dire, dottrinale con i capisaldi di quella fede definita e proclamata dalla Chiesa nel tempo: ‐ La sua maternità è affermazione cristologica; ‐ La sua esenzione dal peccato è affermazione antropologica che riguarda l’uomo e la redenzione data per grazia; ‐ La sua verginità è affermazione essenzialmente ecclesiologica che porta a compimento la teologia dell’Alleanza; ‐ La sua assunzione è affermazione escatologica che va a toccare cioè gli ultimi eventi.34 Questo non è senza conseguenze: commentando il pensiero mariano di von Balthasar, Mons. R. Fisichella in modo diretto osserva: «Maria o resta all’interno del mistero di suo Figlio o si autodistrugge. Non è possibile alcuna scappatoia. Per la teologia si impone la stessa prospettiva: o la mariologia si concepisce e sviluppa organicamente all’interno della cristologia e dell’ecclesiologia oppure perde significato. Per la pietà e la prassi di fede vale la stessa regola: o Maria è pregata come madre che conduce al Figlio e a lui si indirizza per la mediazione di grazia da parte del Padre oppure la preghiera non è fatta «secondo lo Spirito» e resta senza risposta».35 Icona della Chiesa e luogo del tutto umano dove la Rivelazione, nel suo svolgersi, si ri‐propone e manifesta quella che è la sua finalità che coincide, in ultima analisi, nella volontà di Dio, lungo la storia. Volontà che è essenzialmente dono che come costitutivo essenziale passa da Dio alla Vergine: non privilegi personali – nota von Balthasar – ma qualità che «tornano a beneficio di tutti i suoi figli nella Chiesa».36 Su questa nota il nostro autore ci dona una ritratto della Madre modellato però sul Figlio: «ogni figlio – egli scrive – prende dalla propria madre. La madre Maria non pretese altro che di essere «ancella del Signore». Suo figlio sebbene nostro Signore e Maestro, non volle altro che essere un servo fra noi. Egli, infatti si presenta al Padre stando dalla parte degli uomini, cioè dei servi. Inoltre nella sua funzione di «servo di Dio», egli si addossa tutte le colpe del mondo».37 Tenendo conto di tale rete di rapporti, al di là del pensiero di von Balthasar, appare chiaro come tanti concetti di passività e remissività che vengono attribuiti alla Vergine non hanno motivo di essere ripresi. Maria come modello ci insegna davvero – come ricorda S. Paolo – a combattere la buona battaglia della fede (Cf. I Tm 6, 12) e questa lotta non è certo indice di debolezza. 33 Ibidem, 112. Si tratta di un testo rifluito nell’enciclica Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II al n. 27, ma errato al numero di pagina. 34 Cf. H. U. VON BALTHASAR, Il principio mariano, cit., 121. 35 R. FISICHELLA, Maria nella teologia di von Von Balthasar, in Communio 189 (mag.‐giu. 2003), 62‐63. 36 H. U. VON BALTHASAR, Il principio mariano, cit., 129. 37 H. U. VON BALTHASAR, Punti fermi, Rusconi, Milano 1972, 127.

LA SPERANZA – Don Enrico Ghezzi

LA SPERANZA

La sensazione che porto dentro di me, sulla chiesa di nostri giorni, afflitta da divisioni e sofferenze per il comportamento di cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi , mi fa pensare  alle facciate delle nostre chiese, delle cattedrali, delle basiliche comprese le più importanti: è  come se si stiano sfaldando a poco a poco; cadono pezzi di pietra antiche, di torrioni, lastre di marmi, cementi ecc., e restano gli scheletri delle nostre bellissime chiese e cattedrali.

Sembra di  aver subito un terremoto, o, come ormai si dice , uno ‘tsumani’. Restano gli scheletri dei nostri templi come quando, nei secoli passati, le nostre città erano state invase dalle orde di popoli che mettevano a ‘fiamme e fuoco’ le più belle basiliche di Roma e delle nostre città. Oggi, lo ‘tsumani’ siamo noi: i nostri templi, simbolo di accoglienza dei popoli, sono logorati  dalle nostre mani,  dalle nostre opere sporche: mi è venuto da pensare all’invito di Gesù a Francesco, nella chiesetta di S. Damiano: ‘vai a ricostruire la mia chiesa’, come poi Giotto dipingerà tra i pannelli della vita del santo, nella Basilica superiore di Assisi.

Chi ci ridarà lo splendore spirituale delle nostre chiese? Chi rifarà le facciate con i suoi splendidi ‘rosoni’ delle nostre basiliche, dall’antico stile romanico o gotico? 

E poi, non credo che la causa principale di tanta decadenza, sia soltanto il problema clericale del ‘sesso’ (omosessualità, pedofilia, violenze ecc), già di per sé dolorosi e drammatici e che spinge un’altra volta, a riflettere   sul  tema del celibato.

Il tema del ‘celibato’, io penso già da molto tempo, nella chiesa si risolve anche abbastanza  facilmente ed evangelicamente (S. Pietro e altri), portando nella chiesa i  ‘cosiddetti’ ‘probati viri’:  uomini sposati, di età matura e saggi genitori, che possono offrire servizi sacerdotali di straordinaria esperienza alla chiesa e alle parrocchie. Senza escludere il ‘celibato’ generoso e volontario. 

Quando questo ‘movimento’ di opinioni sarà vincente nella chiesa, i seminari stessi verranno ripensati: non si potranno più accettare, come spesso avviene oggi, ‘tutti’ quelli che chiedono di essere ammessi al sacerdozio, pur avendo gravi carenze sul piano della maturità affettiva, soltanto perché spinti dalla necessità di avere sacerdoti.

Ma forse, io credo, che  il danno più grave alla chiesa, non viene soltanto  dal problema affettivo e sessuale che sta intaccando il celibato: la crisi è più profonda e tocca la sostanza del vangelo: nella chiesa è scomparsa la ‘povertà evangelica’: sacerdoti, religiosi|e,  e fedeli, hanno smesso di praticare la sequela a Gesù, identificandosi completamente con la società secolare, sempre più desiderosa di danaro, potere, e successi. Spesso i preti-religiosi sono assai più ricchi dei nostri fedeli, per non dire dei poveri.     

La sofferenza della nostra chiesa è soprattutto aver smarrito la ‘sequela’ a Gesù: potere, potenza, ricchezza sono diventati gli strumenti delle nuove evangelizzazioni, in conformità con la trasformazione della società: la trasformazione della ‘sequela’ in costumi  totalmente mondani, ci rende poi incapaci di ‘celibato’ e di testimonianza di un dono totale al vangelo. La crisi cosiddetta del ‘celibato’ , è la conseguenza e non la causa della decadenza della chiesa. Più o meno come la crisi che si viveva al tempo di Francesco, agli albori del Medio Evo. In questo contesto la crisi ‘terrificante’ (come la chiama ormai da tempo il Papa Benedetto XVI), non è soltanto la ‘pedofilia’  e  ‘ l’omosessualità’ esercitata da parte del clero e di religiosi: la crisi investe radici più profonde e va nella direzione della perdita di senso del vangelo.

In questi ultimi decenni si è visto usare il vangelo più spesso come una clava di battaglia per temi di puro ordine ‘morale-etico’ che non di annuncio del vangelo della misericordia, dell’amore, della verità, della carità. Si difendono con veemenza  ‘tesi’  tutte vicine alle problematiche della ‘bioetica’, ma non si indica  la ‘grazia’ che ci rende capaci di vivere nel mondo la testimonianza  del vangelo. Le prospettive del vangelo vengono vissute quasi esclusivamente in chiave ‘moralistica’ piuttosto che di impegno  alla testimonianza delle beatitudini. Risulta apparire continuamente la ‘condanna’ al mondo, piuttosto che l’amore al mondo e all’umanità che chiedono di essere amati e compresi attraverso il ‘vangelo’.

Dalla prassi di questa chiesa, da alcuni anni, il mondo si sente escluso, giudicato e condannato, piuttosto che amato e salvato.

Ci si difende, ci si protegge, ci si ritira dentro i bastioni della cittadella invece che andare nel mondo, sull’esempio del Concilio Vati.II, a portare nelle nuove società trasformate, il carisma della carità e della speranza.

In questa ‘difesa’ della cittadella, in molte parti del mondo, la chiesa si è schierata spesso con gli ambienti più conservatori e repressivi del potere civile: trova facilmente accordi con paesi e partiti conservatori, e intrattiene rapporti stretti con personaggi che hanno una morale personale imbruttita dagli egoismi,  potenti e attentissimi, a loro volta, a difendere i ‘valori’  cristiani, per avere favori politici dalla stessa chiesa.

 Non intendeva forse anche a questo,  il card. Ratzinger, quando parlò della famosa ‘sporcizia nella chiesa’?   

Non è quindi soltanto il ’sesso’ il problema principale che affligge e si abbatte sulla chiesa (il dramma  della pedofilia è ora riconosciuto più una malattia che un atto di volontà: è ovvio  che non si può accedere in queste condizioni, al sacerdozio, o, ancora peggio diventare vescovi o cardinali: qui è prevalsa la menzogna!).

 

  Invece, nella chiesa,  è venuto meno Cristo, il vangelo e la sequela: il resto è conseguenza.

 Infatti la novità di questo sconquasso di fiducia tra i fedeli, non è tanto il male o il peccato di qualche singolo sacerdote, ma l’essere coinvolti vescovi e cardinali: come hanno fatto a raggiungere quelle responsabilità nel popolo di Dio? Chi li ha ‘scelti’, con quali ‘criteri’, con quali ‘cordate’,  per quali  simpatie,  sono stati scelti a rappresentare e guidare la chiesa dei nostri fedeli?

 Perché mai, santi sacerdoti,  pastori, uomini di Dio, testimoni di verità e carità non hanno mai potuto essere ordinati vescovi del popolo di Dio? In quale momento, sotto quale pontefice è incominciata la discesa verso il basso, nella scelta dei pastori a servizio delle nostre comunità?  Perché certi privilegi sono stati offerti a persone prive  di carità, di esperienza  e di zelo pastorale?

Vedo che oggi alcuni di questi personaggi, dietro l’impulso dei media, trovano la dignità di ‘dimettersi’: io credo che molti, vescovi e cardinali, esaminando i criteri della loro elezione,  dovrebbero ‘dimettersi’, proprio per fare un servizio  alla chiesa e al popolo di Dio.

Nonostante le critiche a volte aspre, dobbiamo riconoscere al Papa Benedetto XVI, il coraggio e la forza di mettere in discussione i ‘peccati’ della chiesa allontanando le persone più indegne. La chiesa, potrà così  apparire  come uno scheletro, una volta caduti  gli intonaci e i marmi che nascondevano le crepe e le sporcizie: una chiesa che finalmente potrà rimettersi in cammino alla sequela di Cristo, con gioia, entusiasmo, povertà e limpidezza come è stato per tanti servitori della chiesa: basti la memoria di Giovanni XXIII, il Papa buono.

 Allora la chiesa potrà nuovamente rivestirsi di santità ed essere riamata dal popolo: ci farebbe bene una lettura del profeta Osea, sul suo amore verso la donna prostituta, immagine del popolo di Dio e della fedeltà di Dio nel suo amore verso il popolo. 

 Per questo siamo tutti attenti alle nuove nomine di vescovi e cardinali, che saranno il  futuro della chiesa: vogliamo santi e pastori, non banchieri, politici, affaristi, perché questa è la vera radice dei mali che poi influiscono anche sulla educazione alla sessualità dei preti. Se non c’è santità nelle motivazioni del sacerdote e se non  c’è un amore dichiarato verso il popolo, come ha fatto Gesù, non ci può essere fedeltà né al celibato, né restare immuni dalle sue perversioni.

Non si può guarire la malattia, se non si parte dalle cause  del corpo malato. 

Nel Con. Vat. II, subito all’inizio della grande Costituzione sulla Chiesa, si dichiara che lo Spirito Santo  <santifica incessantemente la Chiesa> in modo che (v.4): qui viene posto un principio di santificazione che non ha origine negli uomini, nemmeno in quelli della Chiesa: la Chiesa è opera di Dio, per mezzo di Gesù e animata dallo Spirito Santo; neanche i peccati dei preti o dei cristiani possono eliminare il dono di Dio all’umanità che è la Chiesa. Chi si opponesse a questa regola, resta fuori dalla Chiesa, anche se è una persona religiosa. Per questo il ‘popolo di Dio’ deve vigilare sui pastori se restano fedeli all’azione dello Spirito, avendo il coraggio di denunciare quando questo non avviene. Mi ha sempre fatto impressione la citazione di S. Ireneo nello stesso paragrafo (4)  della Lumen Gentium (4):  Ireneo, vescovo di Lione, morto appena all’inizio del formarsi della Chiesa, nel 202 d. C, parlando sempre dell’anima della Chiesa che è lo Spirito Santo,  dice : Lo Spirito,  < con la forza del vangelo, fa ringiovanire la chiesa (iuvenescere facit Ecclesiam), continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con il suo Sposo>(4).

Sempre la Chiesa ha bisogno di ‘rinnovarsi’, addirittura di ‘ringiovanire’ (e si era soltanto all’inizio della sua storia!),  perché la realtà dell’uomo è fragile e peccatrice: soltanto la sicurezza della presenza dello Spirito ci consola e ci dà speranza. Ma questo rinnovamento del Concilio bisogna volerlo anche oggi:  diversamente subentra la pesantezza del potere, e ritorneremmo nei tempi bui della Chiesa. Proprio per questo viene ancora detto più avanti al numero 8: <La Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, è santa e insieme bisognosa di purificazione  (sancta simul et semper purificanda) (L.G.,8).

Questo sembra il momento di realizzare le profezie del Concilio, troppo presto abbandonate e che ora ci trova nella miseria del nostro peccato; ma da questa situazione di peccato nasce una straordinaria possibilità di risurrezione, di grazia: è il tempo della speranza, è il tempo di rinascere e far sorgere nuovi orizzonti di luce per il mondo intero, come lo fu quel   mattino di Pasqua nel giardino di Gerusalemme.

Dio non abbandona la sua chiesa nelle mani di chi ha rinunciato alla sequela di  Gesù.

Ora i nostri templi, smascherato il ‘male’ , ‘rinnovati’   e ’rigenerati’  dalla santità del nostro popolo   (l’essenza della Chiesa), possono ritornare a risplendere: la chiesa infatti è il progetto trinitario voluto da Dio, come ha ricordato  l’ultimo Concilio  (LG. 2-3-4 ): Dio ha la forza di eliminare le sette e i gruppi di potere che oggi dominano nella chiesa, per ridare ’al popolo di Dio’ la sua autentica ‘soggettività’, perché la chiesa-popolo di Dio’   è  il volto del  ‘suo’ Cristo,  ‘nostra speranza’ (1Tm1,1; Col.1,27; cfr. Rm 5.5).

 

Don Enrico Ghezzi

Via Anicia, 10. Chiesa di S. Maria dell’Orto.

DALL’OSPITALITA’ DELLE SCRITTURE AD UNA SOCIETA’ OSPITALE – Card. Dionigi Tettamanzi

Festival Biblico
Lectio Magistralis
Cattedrale di Vicenza – 28 maggio 2010




DALL’OSPITALITA’

DELLE SCRITTURE

AD UNA SOCIETA’ OSPITALE



Card. Dionigi Tettamanzi

DALLA BIBBIA ALLA NOSTRA SOCIETA’

Vi è un’icona singolarmente evocativa da cui vorrei partire per questa mia riflessione sull’ospitalità. Un’icona che illustra bene anche l’etimologia del nostro vocabolo ospite, che deriva da due radici delle lingue indoeuropee: la radice hos/host ovvero «pellegrino, forestiero» e la radice pa-/pati cioè «sostenere, proteggere». L’ospite sarebbe dunque «colui che sostiene o dà da mangiare ai pellegrini, ai forestieri».

L’ospitalità di Abramo


L’icona biblica che ci svela il senso profondo e insieme originale e affascinante dell’ospitalità (secondo il disegno di Dio e quindi secondo la natura e il dinamismo stessi dell’uomo) si trova nel capitolo XVIII di Genesi, dove Abramo viene presentato nella sua generosità di ospite (Gn 18,1-8).

Nell’ora più calda del giorno Abramo vede passare tre personaggi sconosciuti, che il narratore ci fa intuire essere un “signore” e due accompagnatori. Corre loro incontro, si prostra e li accoglie con tutte le premure nella sua tenda. Dal momento che i tre acconsentono di fermarsi da lui, Abramo organizza – da efficiente capo-famiglia – l’ospitalità. Alla moglie Sara dà ordini di cuocere il pane, all’armento corre egli stesso e prepara un vitello prelibato che offre agli ospiti con panna e latte fresco.


Dopo aver mangiato, il personaggio – che rimane senza nome –, quasi come ricompensa dell’ospitalità ricevuta, fa questa promessa ad Abramo: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Quel figlio dovrà essere chiamato Isacco. Per questo il narratore annota che Sara, stando a origliare all’ingresso della tenda, essendo ormai oltre l’età di partorire, sorride (“isaccheggia” dovremmo dire in italiano, coniando un neologismo per richiamare in questo sorriso il nome stesso di Isacco).


A questo punto il narratore lascia cadere ogni indugio e dà il nome a quel signore con i suoi due accompagnatori: è il Signore stesso, Adonài, che conferma ad Abramo: «Perché Sara ha riso (“isaccheggiato”) dicendo: “Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia”? C’è qualche cosa d’impossibile per il Signore (Adonài)? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio».


Con questo stupendo quadro narrativo, l’autore del libro di Genesi porta a perfezione il tema della promessa del figlio e introduce, in antitesi, l’esito catastrofico della città inospitale di Sòdoma, ove due degli ospiti di Abramo scendono, dopo essersi fermati da lui. Dice il midrāsh: uno per distruggere Sòdoma, l’altro per proteggere Lot.

Vorrei rilevare come la singolarità e la bellezza della pagina di Genesi stanno proprio nell’incontro, nella fusione di questi due motivi: l’ospitalità e la promessa di un figlio, l’accoglienza dell’altro e il dono che si riceve, come a dire che la “fecondità” (che possiamo intendere nel suo senso più vasto di vita e di pienezza di vita) è il frutto dell’ospitalità.


I due motivi e il loro intrecciarsi – che peraltro sono presenti anche in non poche tradizioni extra-bibliche – avranno una singolare eco nel seguito della rivelazione biblica, giungendo sino alla loro straordinaria interpretazione cristologica: con l’ospitalità il discepolo – e in un certo senso ogni uomo – accoglie Cristo stesso.


Così la prima parte del racconto di Genesi, che presenta l’ospitalità di Abramo (vv.1-8), offre alla lettera agli Ebrei questo spunto esortativo: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2). Il midrāsh dice qualcosa di analogo, annotando che Abramo considerava il dovere dell’ospitalità più importante del dovere di accogliere la shekinà (ovvero la presenza di Dio stesso).


E’ quanto afferma in modo sorprendente il vangelo di Giovanni: «Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). E, più in generale ma nello stesso tempo in maniera più significativa e stimolante, prendendo come esempio il “nulla” in cui era considerato il bambino piccolo nella cultura di quel tempo, il vangelo di Marco afferma: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37).


Potrebbero aprirsi qui riflessioni interessantissime, suscitate sempre dalla luce dei testi biblici.

Mi limito ad un accenno telegrafico, capace però di far intuire a quale densità spirituale e religiosa può giungere l’ospitalità. Secondo il Vangelo l’accoglienza del fratello – in specie del fratello bisognoso di cibo e bevanda, di vestito, di salute, di patria, di libertà, ecc. – è una specie di “sacramento”, ossia segno visibile e luogo vivo e concreto di accoglienza di Cristo stesso. E’ lo straordinario e inaudito messaggio che ci viene dalla parola stessa del Signore, che Matteo situa nel racconto del giudizio finale: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25.40).

Questa pagina – scriveva papa Wojtyla (Novo millennio ineunte, n. 49) – non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell’ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo”.

L’ospitalità, l’accoglienza è questione di fede, e non semplicemente questione di carità!


Possiamo riprendere la riflessione sull’accoglienza del fratello spostando il nostro sguardo dal “frutto” che essa produce alla “radice” da cui essa è generata e alimentata. In questo senso l’accoglienza dell’altro da parte del discepolo – anzi di ogni uomo – ha la sua radice prima e la sua stessa possibilità di realizzarsi nel fatto che Dio stesso – con la creazione e con il mistero del Verbo che si fa carne umana – “accoglie”, genera uno “spazio di ospitalità” nei riguardi del discepolo, dell’uomo: questi può accogliere l’altro perché lui stesso è stato e viene accolto da Dio!


Ma ancora più interessante si presenta la seconda parte del racconto di Genesi (vv. 9-16), centrata sul “sorriso” di Sara. Questo sorriso è il simbolo narrativo dell’incredulità che respinge la promessa come assurda o meglio come impossibile. Come leggiamo nel testo sacro: “Allora Sara negò: ‘Non ho riso!’, perché aveva paura; ma egli disse: ‘Sì, hai proprio riso’” (v.15).
E invece, proprio quando l’indispensabile per la nascita di un figlio è umanamente indisponibile, Dio vuole dimostrare il suo “possibile”. E così, con l’affermazione del Signore stesso, l’interpretazione teologica della narrazione tocca il suo vertice: «C’è forse qualcosa di impossibile per il Signore?».

Queste parole stanno all’insieme del racconto come una gemma alla sua preziosa incastonatura e, come dice G. von Rad, «nella loro portata altissima si levano al di sopra del modesto ambiente familiare del racconto, per testimoniare l’onnipotenza del valore salvifico di Dio e orientarvi il lettore».

L’evangelista Luca coglie nel segno quando cita questo racconto nella cornice della vocazione di Maria alla maternità (Lc 1,37 cita il v. 14). Infatti, con la nascita di Gesù si compie pienamente la promessa fatta ad Abramo e potremmo dire che il dono di Gesù è la risposta più sublime di tale promessa, davanti alla quale anche noi dobbiamo affermare il mistero e smorzare sulle nostre labbra il sorriso incredulo: rimanere, dunque, ripieni di stupore e di gratitudine perché anche nella nostra vita quotidiana questo mistero di fecondità trova la sua eco – in qualche modo una sua partecipazione – nell’ospitalità che ci conduce, mediante l’incontro con l’altro, ad essere noi stessi incontrati da Dio e dal suo amore.


L’ospitalità nella sua anima biblica


A questo punto possono sorgere, spontanee e immediate, molte domande: come questi e tantissimi altri riferimenti alle Scritture possono rispondere realisticamente – e dunque in modo significativo ed efficace – alle problematiche dell’ospitalità che tanto inquietano e impegnano oggi la nostra società e i nostri territori?


La Bibbia è un testo lontano millenni dal nostro tempo: quale attualità può rivendicare? E’ lontano il testo biblico non solo cronologicamente, ma anche e non meno nelle forme della vita sociale e della sensibilità culturale: quale sintonia può esserci con noi?


La Bibbia poi ha la specificità di essere un testo religioso, che presenta la storia dell’umanità come storia dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Non diciamo che tra il religioso e l’umano, tra il trascendente e ciò che riguarda l’esperienza terrena dell’uomo si dà estraneità o incompatibilità. Ma non c’è dubbio che i problemi umani – soprattutto sotto il profilo di una convivenza che necessita di leggi e di precise norme positive – non possono trovare nel testo sacro indicazioni specifiche e regolamenti immediatamente applicabili alle nostre situazioni storiche.


Sono consapevole della vastità e della complessità del fenomeno dell’immigrazione oggi, che comprensibilmente genera non pochi problemi di ordine pubblico, di risorse, di integrazione… Mi domando: sta davvero qui il cuore della questione? Per la nostra società gli immigrati sono un problema solo perché sono troppi? Oppure ci fanno paura in quanto “stranieri”? Confessiamolo: quanti italiani teniamo ai margini perché in qualche modo “stranieri”, diversi da noi? Penso ai malati gravi – e tra loro a quelli che soffrono patologie psichiche -, ai carcerati, ai barboni, ai portatori di handicap, agli anziani… Circa queste persone la Bibbia ha una parola preziosa e ci aiuta ad andare alla radice: l’immigrato è per noi un problema perché è uno “straniero”!


Una lettura più penetrante delle sacre Scritture ci sospinge nello spazio della coscienza morale, dell’ethos inteso come intenzionalità, sentimento, adesione alla verità e ai valori veramente e pienamente umani.


E’ a questo livello più profondo e più personale e personalizzante che ci rimandano le Scritture e così esse diventano, anche per noi oggi, un richiamo originale e forte alla “norma fondamentale”, quella che sta alla base di tutti i comportamenti di una ospitalità che vuole e deve essere coerente con la persona umana.


Ora possiamo dire, in termini estremamente sintetici, che questa norma riposa: 1) sulla dignità personale di tutti gli esseri umani e di ciascuno di essi, dappertutto e sempre; 2) sulla relazionalità come DNA strutturale-dinamico-finalistico della persona, quale “io” aperto al “tu” nel duplice senso dell’essere “con” e “per” l’altro; 3) sulla moralità secondo le esigenze della giustizia e della carità.


Una simile norma, che di per sé è conoscibile e riconoscibile dalla ragione e dalla libertà umane, trova la sua illuminazione compiuta nella rinnovata lettura che proviene dalla rivelazione biblica e dalla fede cristiana: la dignità personale è quella propria della persona come “immagine di Dio”; la relazionalità interpersonale si radica e fruttifica sulla comunione che esiste in Dio, nel mistero della sua Unità e Trinità; la moralità è quella che riposa sulla “carità”, sulla partecipazione cioè mediante lo Spirito all’amore stesso che Dio in Cristo ha per noi.


Non posso tralasciare, al riguardo, uno dei testi più splendidi del Concilio Vaticano II che, nella sua ispirazione biblica, ritengo essere “l’anima” che deve illuminare e vivificare i rapporti di un’ospitalità “cristiana” e, proprio per questo, autenticamente “umana”.

Leggiamo nella Costituzione Gaudium et spes:

  • Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli…

  • Perciò l’amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento…

  • Ciò si rivela di grande importanza per uomini sempre più dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l’unificazione.

  • Anzi il Signore Gesù quando prega il Padre, perché ‘tutti siano uno, come anche noi siamo uno’ (Gv 17,21-22) mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità.

  • Questa similitudine manifesta che l’uomo il quale in terra e la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (n. 24).


E’ con questa “anima” che siamo chiamati a costruire una società ospitale. L’appello che viene dalle Scritture – e in termini vivi e personali dalla Parola di Dio – è rivolto a tutti, ai cristiani in primo luogo e ad ogni uomo. Si tratta di “onorare” questa “norma fondamentale” con le nostre decisioni, scelte e azioni coerenti e in tal modo a forgiare dal di dentro la società come società ospitale, ossia aperta, accogliente, disponibile al dono, armonica nelle diversità, capace di fraternità e di amicizia, solidale, civile, veramente e pienamente democratica (di tutti, a cominciare dai più deboli e dagli “ultimi”): una vera “famiglia umana”, più precisamente umana e umanizzante. E’ questo il “sogno” di Dio. E’ questo il desiderio più profondo di ogni cuore.

CHIAMATI A COSTRUIRE UNA SOCIETA’ OSPITALE

Alla luce dei testi biblici vorrei ora approfondire alcuni aspetti che la condizione sociale contemporanea e la cultura occidentale rischiano di oscurare, non tanto a livello personale, quanto piuttosto – lo richiede il tema di questa conferenza – a livello di percezione collettiva. Abbiamo grande bisogno di essere positivamente invogliati a costruire una società nuova: una società veramente ospitale.


Prendo lo spunto da alcune riflessioni di Luigi Zoia, noto psicanalista di fama mondiale, che ha recentemente pubblicato un volume stimolante su La morte del prossimo.[1] Potremo così verificare meglio le condizioni di possibilità perché la società contemporanea possa ritornare ad essere ospitale nei riguardi di tutti, abbattendo i muri di divisione. Ritengo poi utile uno sguardo alla storia, la cui memoria è vitale per il nostro bene presente e futuro.

Il migrante


Come mai oggi non avviene più questo prodigio: che un viaggiatore che giunge da lontano, come Ulisse ai piedi di Nausicaa (Odissea VI, 201-222), si trasformi in un prossimo che ha bisogno di aiuto e per il quale si diventa subito ospiti, ovvero «sostegno dei forestieri»?


Vi fu un tempo in cui il viaggiatore tormentato dal­la sorte, il naufrago appeso ai resti di una imbarcazione, suscitava pietà, curiosità, accoglienza… Per rimanere ancora nell’ambito delle Scritture vorrei qui ricordare, tra gli altri, il tragico naufragio dell’apostolo Paolo e dei suoi compagni di viaggio, che si concluse con un gesto di grande ospitalità da parte della gente di Malta.
Così leggiamo negli Atti degli Apostoli: “Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo”.


Ma ecco un pericolo imprevisto e una reazione inaspettata: “Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: «Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere». Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio”.


Il seguito del racconto ci parla ancora di ospitalità, di un’ospitalità che viene ricambiata con l’inaspettato dono di un “miracolo”, la guarigione di persone malate: “Là vicino vi erano i possedimenti appartenenti al governatore dell’isola, di nome Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. Avvenne che il padre di Publio giacesse a letto, colpito da febbri e da dissenteria; Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti”.


Il racconto si conclude con un rinnovato accenno all’ospitalità: “Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario” (At 28,1-10).


Nella cultura antica, il forestiero e l’ospite diventavano subito un prossimo che ha bisogni concreti: dargli una mano voleva dire muovere subito le mani in suo aiuto. Il viaggiatore giungeva sì da lontano, ma si trasformava subito in vicino: oggi questo “prodigio” non avviene più. Nell’antichità l’ospite non solo era accolto, ma addirittura diveniva qualcosa di superiore al cittadino normale. In una società quasi priva di mezzi di comunicazione, egli era anche un messaggero di un altro mondo e aveva sempre qualcosa da insegnare.


Certo vi erano, anche nell’antichità, dei casi in cui lo spostamento di gente numerosa poteva dar luogo a difficoltà e conflitti: pensiamo anche solo al racconto biblico dell’insediamento di coloro che sarebbero diventati i padri d’Israele nel territorio occupato dai Cananei. Ma, nel complesso, una certa quantità di nomadi era considerata normale in tutte le terre.


Anche l’Italia, guardando alla storia degli ultimi anni, fino a poco tempo fa accoglieva gli stranieri più da visitatori che da immigranti. La diversità destava stupore e permetteva di imparare qualcosa di nuovo. Incontrare un cinese o un indiano risvegliava curiosità più che diffidenza. Era un atteggiamento comune tra la nostra gente, parte della nostra cultura, che non fu quasi per niente intaccato dal breve periodo di colonialismo italiano (“Italiani, brava gente!”) e da quello ancor più breve e meno condiviso del razzismo fascista.

Possiamo ora considerare, in particolare, la figura del naufrago e il trattamento riservatogli in passato e oggi. “Lo stesso naufrago era un caso estremo di viaggiatore, colpito dalla sorte. Nella tradizione europea, la guerra sul mare era crudele come tutte le guerre, ma fra i comandanti dei vascelli vittoriosi esisteva l’uso di non infierire sui naufraghi e, se possibile, di aiutarli. Questo storico patrimonio di umanità nella disumanità è sparito da poco. Con la Seconda guerra mondiale, la nave che è riuscita ad affondare quella nemica, se può, si ferma ancora a controllare se ci sono sopravvissuti: non per raccoglierli, però, ma per mitragliarli.

Oggi gli immigranti giungono per mare su imbarcazioni che sono praticamente relitti. Tuttavia, vengono sempre meno percepiti come viaggiatori e sempre più come invasori. Con la nuova immigrazione l’Occidente, che temeva di divenire apatico dopo la fine delle ideologie e la scomparsa del Muro di Berlino, ha scoperto il centro emotivo di una nuova politica e una ragione per edificare nuovi muri. Sempre più spesso, del resto, gli immigranti non sono come Ulisse, che si vergogna e dice che farà da solo: hanno richieste fin dal momento dello sbarco”.[2]

Muri vecchi e nuovi


È davvero strano che il nostro tempo tecnologico, tempo di viaggi interplanetari e di possibilità di comunicazione in un certo senso infinita, segni il primato delle spese legate all’immigrazione per una realtà inventata ancor prima della scrittura: il muro. Sì, il muro!


Il muro, che nell’antichità era costruito per difesa, oggi è costruito per circoscrivere e impedire l’accesso di coloro che abitano vicino. Così negli Stati Uniti, alla fine delle guerre contro le tribù autoctone, si costruirono riserve per rinchiudervi gli indiani. Così, ancora, il nazismo cominciò la sua Endlösung «soluzione finale» contro gli ebrei, richiudendoli tutti nei ghetti. E lo stalinista Ulbricht cancellò il mondo capitalista dietro al muro di Berlino. E il Sudafrica sigillò i confini dell’apartheid con una barriera elettrificata ad alta tensione.


È interessante che, mentre nel mondo di internet, nei social network non esistono barriere che impediscono l’incontro e la relazione virtuale tra persone di etnie e culture differenti, nel mondo reale si costruiscono dei muri per impedire ai vicini di incontrarsi. Se con un “click” un giovane italiano può stringere amicizia su Facebook con un coetaneo africano, dall’altra parte si impedisce a chi vuole guadagnarsi onestamente da vivere di potersi applicare al lavoro che sta oltre il confine, in quei paesi dove a tante occupazioni quasi nessuno vuole applicarsi.


Il vallo di Adriano e la Grande Muraglia cinese avevano il compito di difendere l’Impero Romano e il Celeste Impero da invasioni militari. Molti muri che sono stati costruiti di recente proteggono invece dalle povertà altrui: cercano di trasformare in fortezze quelle che sono state chiamate le «frontiere più disuguali del mondo». Se per un breve periodo sembrano riuscire a tener lontano qualche immigrante illegale, col tempo irrigidiscono proprio quella disuguaglianza economica che è causa dell’immigrazione e presto porteranno la sproporzione al collasso.


I muri creano separazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non solo nella geografia, ma anche nella storia. Ma soprattutto il muro non solo «chiude fuori» il forestiero e il meno fortunato, il muro «chiude dentro» il privilegiato e lo condanna all’asfissia. Proprio come l’avaro, che muore d’inedia per non consumare a vantaggio di tutti e anche a vantaggio proprio quei beni che possiede. Quanto è vero ciò che diceva Hans Magnus Enzensberger (1929): «Quanto più un paese costruisce barriere per “difendere i propri valori”, tanto meno valori avrà da difendere».

Distanza del prossimo, vicinanza del lontano


Come sappiamo, per le società arcaiche era naturale la coesistenza di una dialettica tra il bene e il male, in quanto la interpretavano come una lotta intrinseca al mondo divino. È stato il monoteismo – necessariamente! altrimenti l’unico Dio sarebbe diventato la causa anche del male… – a gettare tutto il suo peso sulla bilancia per farla pendere dalla parte del bene.
“L’alternarsi di prossimità e distanza corrisponde alla lotta tra il bene e male, binomio centrale in ogni religione.

Le società arcaiche accettavano rassegnate la coesistenza dei due: solo in certe circostanze esorcizzavano il male col sacrificio o la cacciata di un capro. Di regola, solo il dio sapeva quanti, in quella società, erano gli uomini. Quali erano gli uomini. Quanto e perché erano diversi tra loro. Quali erano buoni e quali cattivi.

Raramente gli umani si prendevano il diritto di parlarne a suo nome. Il monoteismo per primo getta tutto il suo peso sulla bilancia per farla pendere dalla parte del bene. E, sapendo che la psiche costruisce l’equazione io = bene, altro = male, si fa esigente: dice ai fedeli di non escludere l’altro come nemico, ma di includerlo come prossimo”.[3]


Gesù chiede di dilatare a tutti atteggiamento dell’inclusione e amplia questo principio sino all’estremo. Infatti, a quel dottore della Legge che voleva giustificarsi: «E chi è mai il mio prossimo?», egli – dopo aver raccontato la parabola del buon Samaritano -, conclude: «Sii tu il prossimo di chi incontri» (Lc 10,29-37).


Così ai tempi di Gesù, così anche ai nostri giorni. Con gioia possiamo rilevare che sono molti quelli che – più o meno consapevoli, per motivazioni religiose o semplicemente filantropiche (interessantissime al riguardo sono le parole di Cristo nel giorno del giudizio universale: cfr. Mt 25,31ss) – si impegnano nelle più diverse forme di aiuto per gli altri.


C’è però il rischio di un fraintendimento nel nostro modo di impegnarci per gli altri. Guardiamo, ad esempio, a certi eventi lontani, su cui siamo informati dai mass media. Al momento siamo molto coinvolti e commossi per quanto stiamo ascoltando o vedendo e siamo disposti ad aiutare, anche concretamente, le sfortunate vittime di una qualche catastrofe. Ma la notizia diventa presto una semplice «informazione» e velocemente invecchia.

Il punto allora è quello di mantenere «caldo» il coinvolgimento emotivo insieme al coraggio di decisioni morali capaci di trasformare la nostra vita nel quotidiano. Si tratta di riconoscere nella persona viva che mi si fa incontro il prossimo da aiutare, al quale rivolgersi, farsi umanamente presenti con la disponibilità e a cui prestare concretamente aiuto. La tentazione cui siamo oggi esposti è quella di distanziare il prossimo rendendolo “lontano” e di avvicinare il lontano rendendolo “prossimo” solo emotivamente, fintanto che egli non diventi davvero un insopportabile “vicino”.


Vorrei riprendere il senso di questa tentazione applicandolo alla società ormai globalizzata nella quale vengono profondamente modificati i rapporti tra le persone, i gruppi, le nazioni… In questo contesto si fa inevitabile che il “lontano” diventi “prossimo” e viceversa.


E’ perlomeno antistorico nel terzo millennio pensare di interrompere la libera comunicazione e lo spostamento delle persone. I nostri giovani, viaggiando, arricchiscono la loro cultura e l’esperienza di vita, sempre più considerano il mondo loro casa. E noi oggi vogliamo costruire argini al migrare delle persone?


In particolare i flussi di stranieri che bussano alle porte delle società occidentali sono mossi soprattutto dalla povertà e dalla persecuzione politica.
La loro condizione di debolezza mette noi in posizione di maggiore forza ed efficacia qualora decidessimo di impegnarci tutti – e tutti insieme – a governare responsabilmente il fenomeno. Spesso invece l’uso strumentale del problema, le politiche di corto respiro, la fatica a considerare questa realtà a livello globale impediscono un serio e risolutivo intervento.
Cosa capiterà – provo ad immaginare – quando non saranno più gli immigrati poveri a bussare alle nostre porte? Cosa capiterà quando saranno tra noi molti immigrati in condizione di “forza” (lavorativa, economica, culturale, scientifica…) e ci chiederanno di confrontarci con loro?


Corriamo il rischio di smarrirci nella nostra identità se – mossi dalla paura e chiusi in noi stessi nell’illusoria convinzione di essere protetti dalle barriere economiche, sociali e religiose che a fatica ci stiamo costruendo – non ci educhiamo al confronto, al dialogo, alla relazione profonda con lo “straniero”.


E’ tempo di vivere sempre più le nostre radici cristiane: quando sono autenticamente nutrite dalla sapienza biblica – così come hanno mostrato a noi le divine Scritture – ci sospingono a vedere l’altro come risorsa e dono e ci rendono capaci di affrontare anche i non piccoli problemi che ogni confronto porta con sé.

Conclusione: “Il problema è anzitutto umano!”


Desidero concludere queste mie riflessioni – che solo con spunti parziali hanno affrontato il problema della costruzione di una società ospitale – invitando all’ascolto di una duplice parola di papa Benedetto XVI.


  • La prima si trova nell’enciclica sociale Caritas in veritate, in particolare al n. 62 interamente dedicato alle migrazioni come “fenomeno sociale di natura epocale”. Lascio a voi la lettura personale di un testo molto energico, coinvolgente, profetico sui diversi aspetti delle migrazioni nel mondo attuale.

  • La seconda parola rientra nel breve discorso all’Angelus del 10 gennaio di quest’anno. Ricordando “il caso della condizione dei migranti, che cercano una vita migliore in paesi che hanno bisogno, per diversi motivi, della loro presenza”, il Santo Padre ci richiama ad alcune consapevolezze e responsabilità fondamentali:

  • Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal significato della persona!

  • Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita.

  • La violenza non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. I

  • l problema è anzitutto umano!

  • Invito a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita e che Dio lo ama come ama me”.

+ Dionigi card. Tettamanzi

Arcivescovo di Milano

L’ESERCIZIO DEL RACCOGLIMENTO – Romano Guardini


L’ESERCIZIO DEL RACCOGLIMENTO
(Audio 14)

Riepiloghiamo di nuovo.

Abbiamo cercato di conoscere ciò che è il bene e ciò che è la coscienza. Abbiamo anzitutto concepito il bene nella sua pura essenza, come infinito nel suo contenuto e semplice nella sua struttura. La coscienza poi come quell’organo interiore, mediante il quale io conosco che il bene esiste; del quale questo bene si serve per spingermi ad attuarlo; il quale mi fa sentire la responsabilità che il bene venga attuato. Siccome però questo bene è infinito e semplice ad un tempo, io non posso comprenderlo immediatamente come dovere pratico. Bisogna che si specifichi; che si scomponga in singoli doveri di contenuto parziale, affinché io possa attuarlo. Ora questo avviene nella situazione, nell’intreccio della realtà e degli avvenimenti, quale si rinnova continuamente intorno a me, e a me guarda, e da me vuol ricevere interpretazione e forma.

Quello che di volta in volta mi viene indicato come giusto dalla situazione oggettiva – ecco il bene. Coscienza poi significa la facoltà di riconoscere quello che vien così presentato e di concretarlo per l’azione.

Già a questo stadio il concetto della coscienza aveva qualche cosa di profondo e di intimo. Lo abbiamo espresso nella proposizione: «Io son consapevole a me stesso del bene». Questa interiorità proveniva dal fatto che il bene coinvolge il senso supremo di tutto, compreso il senso supremo della mia esistenza. La salvezza dunque, l’eterno destino. E precisamente il mio destino, di cui nessuno può alleggerirmi e che nessuno può rapirmi.

Questo carattere d’interiorità si è approfondito maggiormente nella seconda conferenza. In essa abbiamo seguito la coscienza giù giù fino al suo fondo religioso. «Coscienza» non significa affatto soltanto un organo etico; a ciò l’ha ridotta appena l’età moderna e più che altrove, a quanto sembra, nei paesi di lingua tedesca. In sé e per sé «coscienza» significa l’organo che coglie il dover essere in genere, ciò che è degno di essere, con manifesta tendenza all’aspetto religioso. Si può dimostrare storicamente che parola e significato di «coscienza» sono in rapporto con gli ultimi strati della coscienza religiosa: col« fondo dell’anima» e con l’acies animae.

Vedemmo inoltre, che il bene, in fondo, è la vivente santità di Dio stesso; aver cognizione del bene quindi e della sua esigenza, è aver cognizione della santità di Dio e della sua legge. L’organo ne è la coscienza. E la situazione, dalla quale il bene viene specificato, è disposizione dello stesso Iddio, il quale con il suo comando sollecita il cuore, affinché voglia accogliere in sé ed attuare il bene-santità. Fin dall’eternità il mondo è nelle mani di Dio. Dall’eternità Egli coordina il tutto e il singolo. Il singolo, affinché con altri singoli costruisca il tutto; questo tutto poi, perché diventi fondamento, contenuto, compito per il singolo. Noi abbiamo rassomigliato il rapporto di ogni singolo con l’universo ad un’ellisse. Essa ha due fuochi: uno sta in me, l’altro nel tutto, davanti e intorno a me. Ogni qualvolta v’è un uomo che dice « io », si tende un nuovo rapporto fra i due fuochi. Che in tal modo l’universo e il singolo entrino in vicendevoli rapporti, che l’edificarsi dell’universo e il mio sviluppo siano posti in relazione strettissima, per disposizione della sapienza e dell’amore di Dio, – questo e non altro è la Provvidenza. E la Provvidenza di Dio entra in azione, continuamente, nella situazione. In essa si specifica l’infinita esigenza della sua santità.

La coscienza poi è la cognizione di questo rivelarsi e specificarsi del volere divino nella disposizione della Provvidenza.

Io non sono un « caso» fra tanti, ma qualche cosa di unico. Non sono soltanto individuo, ma anche persona. Non porto in me soltanto un’essenza generica, ma un’essenza che ha l’impronta dell’unicità: porto un nome. Questo nome l’ho da Dio. Sono nel mondo, ma non mi confondo con esso. Con ciò che ho di intimo vengo immediatamente da Dio e sto in rapporto diretto con Lui. Egli mi ha creato come questa determinata persona. Questo nome che mi ha imposto non è racchiuso nella natura generica «uomo ». Non si sperde nell’articolazione dell’universo, e Dio solo lo sa. Perciò io posso conoscere il mio nome, conoscere cioè quello che ho di più mio, solo ricavandolo di là, dove è custodito, cioè da Dio. I vari strati del mio essere possono essere portati alla condizione di realtà cosciente con maggiore o minore facilità. Quanto più nobili e più profondi, tanto più difficilmente. L’ultimo diventa reale soltanto nell’incontro con Dio. Questa cognizione intorno a Dio; questa cognizione di ciò che intercede tra Lui e me soltanto; questo rivelarmi a me stesso al suo cospetto, è la coscienza nella sua ultima profondità religiosa. Io debbo fare la mia parte nel mondo in corrispondenza al nome che da Lui ho ricevuto. E tale divento solo a patto di compiere la volontà di Dio a mio riguardo. Ma questa volontà mi vien presentata, di volta in volta, dalla situazione.

Ciò trova la sua piena espressione cristiana nella rivelazione della nostra dignità di figli di Dio. Come questa determinata persona, io vengo creato e ricevo un nome; come questo «tal dei tali» vengo rigenerato e ricevo un nuovo nome; vengo battezzato per divenir figlio del padre. L’Apocalisse esprime ciò che qui mi viene dato, che rimane ancora occulto, ma un giorno diverrà manifesto, nella proposizione: «Voglio dargli un sasso bianco con su scritto il nuovo nome, che nessuno conosce, se non colui che lo riceve ».

 

 

 

(Audio 15) Ora dobbiamo domandarci: Tutto questo è forse la cosa più naturale del mondo? È cosa ormai attuata e assicurata? che va avanti automaticamente? 
Evidentemente no; come risulta da tutta la nostra considerazione. Più di una volta abbiamo rilevato che la coscienza non è un apparato perfetto che funzioni senza bisogno d’altro, bensì qualche cosa di vitale, che diviene e cresce, come tutto quello che vive in noi. Noi stessi vi siamo dentro, con tutte le nostre manchevolezze. Perciò essa può divenir quello che deve essere solo a poco a poco.
Di qui la nostra odierna domanda: Questo divenire procede da sé? Ovvero possiamo contribuirvi in qualche modo? Poiché se lo possiamo, in tal caso anche lo dobbiamo.

Vorrei fissare un primo concetto: Ciò che ne è l’estremo fondo e la proprietà intrinseca non può venir fatto. Il perfezionamento intrinseco della coscienza, dal punto di vista naturale, è cosa degli anni e dell’esperienza; dal punto di vista della fede, è cosa della grazia. 
Anche per la coscienza si tratta in fondo di un processo di maturazione. Che la nostra sensibilità per il bene diventi più robusta e più chiara; che la coscienza della responsabilità in questo riguardo diventi più precisa; che la nostra sagacia nel cogliere la molteplicità di valori della situazione si affini; che lo sguardo sul suo significato definitivo e la capacità di ridurne il molteplice contenuto all’unità della sua esigenza e la forza di decidere e di mantenere la decisione presa diventino più sicuri – il progresso in tutto ciò dipende da maturazione interiore. E dall’esperienza. Poiché quanto importa l’aumento della sensibilità interiore, il raccoglimento e il consolidamento interiore, altrettanto importa che noi rinnoviamo continuamente il nostro contatto con la molteplicità delle cose e degli avvenimenti. Con ciò noi veniamo in possesso di una gran quantità di immagini, immagazziniamo dei fatti e allarghiamo le possibilità di confronto. I nostri criteri di misura, i nostri punti di vista, le nostre abitudini, attraverso la nostra esperienza, vengono passati continuamente al vaglio della critica, analizzati e corretti.

Maturazione interiore ed esperienza esteriore si aiutano a vicenda.

Lo stesso vale anche per la vita cristiana: l’avvicinarsi a Dio; la disposizione a lasciarci istruire da Dio; la serietà dell’intesa con Lui; il comprender sempre più profondamente se stessi nel dovere, che ci è imposto – tutto questo è frutto di maturazione e dell’esperienza ad un tempo. Frutto della crescita naturale della vita, ma soprattutto dono della grazia. E la grazia dobbiamo tenerci pronti a riceverla e ad impetrarla con incessante preghiera. Né dimentichiamo che vi è un sacramento della coscienza cristiana: la Cresima. Nella Cresima veniamo dichiarati maggiorenni nel regno di Dio – lo schiaffo è appunto l’antico simbolo giuridico, col quale il giovane veniva liberato dalla tutela. E i doni dello Spirito Santo ci vengono dati, affinché nel mondo impegniamo la nostra responsabilità per il regno di Dio.

Che cosa dobbiamo fare dunque, da questo punto di vista?

Dobbiamo purificare il nostro intimo. Dobbiamo diventare attenti e pronti. Dobbiamo fare il nostro dovere. Interpretare la situazione e corrispondervi nel modo migliore possibile. Dobbiamo tener l’anima aperta all’esperienza. Vivere con vigile solerzia la nostra vita. Non sfuggire l’evento che ci viene incontro; a meno che la nostra coscienza non ci dica che in questo caso la soluzione della situazione consiste appunto nella fuga. Dobbiamo accettare i casi lieti e tristi; anche i tristi e proprio quelli. In poche parole dobbiamo aprirci alla vita, quale Dio ce l’ha destinata. Dobbiamo trar profitto da questa vita – dalla nostra vita; dilatando, correggendo, illuminando noi stessi.

E non stancarci mai di impetrare la chiarezza della coscienza. Cosi pregava Newman: «Ho bisogno che Tu m’istruisca, giorno per giorno, su ciò che è l’esigenza e la necessità di ogni giorno. Concedimi, o Signore, la chiarezza della coscienza, la quale sola può sentire e comprendere la Tua ispirazione. I miei orecchi sono sordi; non so percepire la Tua voce. I miei occhi sono offuscati; non so vedere i Tuoi segni. Tu solo puoi affinare il mio orecchio, acuire il mio sguardo e purificare e rinnovare il mio cuore. Insegnami a star seduto ai Tuoi piedi e a prestar ascolto alla Tua parola. Amen ».

(Audio 16) E allora l’una cosa riceverà luce dall’altra.

Oltre a questo è però possibile un’altra cosa: l’esercizio.

Sull’argomento ci sarebbe molto da dire. Tutto il problema della formazione della coscienza, il problema della formazione della vita interiore, sta qui. Tutte le questioni: come render l’occhio capace di distinguere la varia molteplicità del reale e dei suoi valori? Come svegliare e irrobustire la forza di penetrare e d’imprimere una forma alla situazione? Come educarmi alla larghezza e nello stesso tempo alla precisione? Come allentare a poco a poco dai loro vincoli gli strati profondi del mio essere, affinché diventino liberi ed entrino in azione?… Qui si tratta dei compiti più importanti dell’educazione.

Da questo vasto campo scegliamo una cosa sola: l’esercizio del raccoglimento.

Tutti i maestri della vita interiore ne parlano. Si può dire che, sotto un certo aspetto, tutta la formazione morale e spirituale si riassume nell’esercizio del raccoglimento. Su che si basa questo esercizio?

Si basa sul fatto che il nostro essere vivente è costruito in due direzioni: dall’interno all’esterno e viceversa. Sulla cognizione, dunque, che vi è in esso superficie e profondità, moto di espansione verso la periferia e di concentramento verso il centro. Sulla conoscenza inoltre, che quello che è interiore, profondo, al centro, è più importante; che l’uomo però inclina all’esteriorità, alla superficialità, alla distrazione; che perciò il compito più urgente sta dalla parte, dove maggiore è il pericolo.

E si tratta di un compito veramente grande, che decide di interessi supremi. Di che si tratti qui possiamo forse esprimerlo nei termini seguenti: Si tratta anzitutto della cella interiore.

Questa cella interiore esiste; la sfera interiore, nella quale posso ritirarmi, nella quale mi posso occupare degli oggetti, e dove sono, da solo a solo, con me stesso; là dove vengon prese le decisioni vitali, dove mi trovo con Dio, alla Sua presenza, sotto il Suo sguardo… Questa cella esiste e può diventare più ampia, più profonda, più viva, più tranquilla, più sicura.

Tutto ciò non è così naturale, come potrebbe apparire. Se ci chiedessimo con sincerità: Ho io in me tale «cella interiore»? Ho io questa sfera opposta alla semplice esteriorità, nella quale posso esistere e vivere? – credo che dovremmo spesso rispondere negativamente. Dovremmo confessare di avere la sensazione che in noi tutto sia chiuso, compatto e impenetrabile. Comunque non riconosceremmo certo il caso nostro in ciò che i maestri dicono del mondo interiore: della sua segretezza e tranquillità, dei suoi vari piani in profondità, della pienezza della sua vita intima, della sua potenza; della grandezza delle sue decisioni… Ecco qui dunque un compito da assolvere.

Bisogna creare, ampliare, munire di volta la cella interiore. Il mondo interiore deve venir dischiuso.

Quello che abbiamo detto della cella interiore include già un secondo concetto: la profondità.

Che cosa significa il dire: un uomo è «profondo»? Non vuol dire che i suoi pensieri siano complicati e difficili da capire; nemmeno che i motivi del suo agire siano occulti e le sue mète nascoste, o alcunché di simile. La profondità è una proprietà singolare. Possiamo esprimerla soltanto metaforicamente, ma abbiamo la sensazione precisa di che si tratta. Profondità significa una dimensione speciale, diversa da «quantità», o «estensione», o «complicazione». È stratificazione “verso l’intimo”, e precisamente in maniera, che gli strati, quanto più sono interiori, tanto più diventano preziosi, nostri, delicati, viventi. Il pensiero più semplice può esser più profondo, e i sentimenti più complicati, superficiali; il sentimento più forte può esser superficiale e la più lieve impressione, profonda.

Anche questa profondità va conquistata, e chi l’ha ricevuta in dono deve coltivarla. Quando conosciamo un uomo da bambino e poi lo seguiamo nella sua gioventù e così avanti secondo che procede negli anni; se egli vive onestamente e fa il suo dovere, allora notiamo che la qualità, di cui si è parlato sopra, si afferma in tutto il suo carattere, nelle sue parole, nelle sue azioni.

(Audio 17) Facciamo un passo innanzi: la vigilanza interiore. La sensibilità e la perspicacia per ciò che è giusto; per la pienezza e la varietà dell’essere e della situazione; per le gradazioni e le sfumature della realtà e di valori. Di nuovo anche qui una cosa non è così naturale, come potrebbe sembrare. Quasi quasi può dirsi naturale il suo contrario: la cecità e l’angustia dello sguardo, l’ottusità della sensibilità interiore, l’indolenza del cuore. Quella vigilanza importa che si avverta la potenza e la pienezza dell’esistenza, che si nutra in sé la passione per il bene e per il dover-essere, che si soffra sotto il peso dell’imperfezione; significa che interiormente qualche cosa sia sempre pronto a uno slancio verso ciò che è giusto e buono… Anche questa piena chiarezza, sensibilità, tesa prontezza è un compito.

Ed eccoci al raccoglimento nel senso più stretto: Che tutta la molteplicità delle forze venga energicamente disciplinata da un punto interiore; che tutta l’attività abbia un solo punto di partenza e, per vie spesso nascoste, ad esso ritorni; che la vita abbia un centro e perciò un ritmo. Anche qui, se ci chiediamo: «Ho io ciò? Ha la mia vita qualche cosa che assomigli a un centro? Ed è ordinata verso questo centro?» – la risposta difficilmente sarà soddisfacente. La nostra vita è tutta esteriorità. Nella nostra vita domina il caso. Le cose esteriori, secondo che ci si avvicinano, ci attirano a sé. Noi siamo in balia di quello che ci tocca di bene e di male. Le nostre forze si disperdono in mille oggetti. Anzi molti uomini non hanno nemmeno la più lontana sensazione di un «centro». L’esperienza del proprio centro è ben determinata e non vive certo in molti, altrimenti la nostra civiltà avrebbe un altro aspetto. Dunque un altro compito anche qui.

E finalmente si potrebbe accennare anche alla spiritualizzazione: Che in noi si irrobustisca lo spirito; lo spirito, che è qualche cosa di diverso dalle cose materiali; di diverso da ciò che è solamente corporeo; di diverso dalla vita puramente sensitiva. Quello che sta in rapporti speciali col bene, con ciò che deve essere, con la verità, con l’amore, con la purità, con Dio. Che questo spirito cresca nell’uomo, ecco ciò che determina il nostro valore umano. Che lo spirito tutto compenetri; signoreggi la vita dell’istinto e la passione; che si esprima in tutto – se guardiamo attentamente, è proprio da ciò che dipende tutto quello, di cui abbiamo parlato or ora. Cella interiore, profondità, vigilanza, raccoglimento e centro – sono espressioni diverse per dire che in noi lo spirito è vigoroso. Anche questo però non è cosa che venga da sé. Pronunciamo una volta attentamente la parola «io»! Se da questo io, da quello che io ho e sono venissero eliminate le cose che posseggo, gli organi del mio corpo, le sensazioni dei miei sensi; se cancellassi i miei concetti, le mie cognizioni, le mie abilità – al di fuori di tutto questo resterebbe ancora qualche cosa? La domanda è fatta molto all’ingrosso, ma il senso è chiaro. Se cancello tutto questo, mi rimane ancora quel resto, per il quale tutto ciò che si è prima nominato è soltanto materia strumentale e mezzo di manifestazione? Quell’entità intima che in tutto ciò vive, che in ciò raggiunge il suo destino, decide della sua sorte, si afferma o fallisce? Ciò, da cui, in definitiva, dipende la mia dignità e la mia salvezza? Certo, lo so, questa entità esiste, è lo spirito, la mia anima spirituale… Ma forse non è vero appunto che per lo più ciò lo so soltanto, ma non lo vivo? Che l’anima spirituale dorme con quello che ha di più intrinseco? Deve pur esser così, altrimenti gli uomini sarebbero diversi da quelli che sono.

Molto di quello che possiamo fare, per tradurre in atto tutto questo, è espresso nella parola: esercizio del raccoglimento.

Vogliamo parlarne alquanto a lungo, prendendo le mosse dall’esterno, per addentrarci poi sempre più verso l’essenziale. Ma qui poco ci gioverebbe, se dovessimo limitarci a pensieri generali. Al principio del nostro incontro ci siamo accordati di voler parlare di « ciò che dobbiamo fare ». Perciò vorrei venire al pratico. Spetterà poi a voi di prender posizione in questo campo. Vorrei però ricordarvi che qui si tratta di cose dell’esperienza, delle quali, a sua volta, si può giudicare soltanto in base all’esperienza. Che dunque premessa per un retto giudizio è il fare.

(Audio 18) La forma più ovvia del raccoglimento sarebbe certo l’ordine. Ordine della vita e del lavoro quotidiani, degli oggetti in camera e in casa, delle occupazioni nel corso della giornata e dei giorni; della lettura, dei pensieri e così via.

L’ordine raccoglie.

Ma di ciò basti un cenno.

Più profonda è l’efficacia di quella che si potrebbe chiamare l’educazione dei sensi e dell’attenzione.

Socrate ad un padre, che veniva a chiedergli consiglio riguardo ad un suo figliuolo, disse una volta, sembrargli strano che gli uomini, mentre si guardan bene dal mangiare cibi guasti, sapendo che non è indifferente quello che introducono nello stomaco, non si facciano poi alcuno scrupolo di riempirsi l’anima di pensieri perversi. Questo è strano davvero. Noi abbiamo un’igiene del mangiare, ma non dubitiamo neppure che vi possa essere anche un’igiene del vedere, dell’ascoltare, del leggere. Dobbiamo lasciar entrare in noi proprio tutto? Facciamo una volta la prova: dopo aver attraversata la città, passando per vie frequentate, davanti a persone e a vetrine, esaminiamo il nostro interno per vedere che aspetto abbia. Che guazzabuglio di impressioni! Che disordine di pensieri! Che altalena di emozioni e di desideri! Che inquietudine e che malcontento! Ed anche quante brutture! È proprio necessario che sia così? Qui è al suo posto ciò che l’ascetica chiama la «custodia dei sensi», la disciplina dell’attenzione.

Esercitare il raccoglimento vorrebbe dunque dire che qui si intervenga. Che non si lasci entrare tutto quello, che batte alla porta dei sensi e dell’attenzione; che si sappia distinguere fra il bene e il male, fra ciò che è nobile e ciò che è ignobile, fra quello che ha valore e ciò che non val nulla, fra quello che porta consapevolezza e ordine e ciò che crea soltanto confu

Esercizio del raccoglimento sarebbe anche il non permettere che un giornale riversi nel mio interno tutto quel guazzabuglio di ciarpame politico, di quisquilie spirituali, di cronaca nera e sensazionale, di vero e di falso, di bello e di volgare, di pettegolezzo e di altro ancora! Dovrei dunque apprendere a sceglier dal giornale solo quello che mi riguarda, con rapidità e con sicurezza, e non appena esso mi ha reso questo servizio assolutamente non importante, buttarlo via e metter mano a qualche cosa che meriti maggiormente il nostro scarso tempo e le nostre scarse energie.

Si potrebbe così esemplificare a lungo. Esercizio del raccoglimento significherebbe dunque che di fronte al disordine del caso, alle pressioni da destra e da sinistra, alla folla delle impressioni e delle vicende, a tutto ciò che ci turba, ci eccita e ci inquina, sappiamo diventare indipendenti. Che di fronte a tutto impariamo a conservar la nostra calma. Che sappiamo passare al vaglio le nostre impressioni. Che troviamo un piacere, anzi direi uno sport molto nobile, nell’impegnar la lotta contro la prepotente barbarie che ci circonda; la lotta per non essere lo zimbello del caos culturale che ci attornia, e per diventare al contrario liberi padroni di noi stessi.

E non soltanto col vagliare le cose e coll’eliminare tutto ciò che non è né utile né buono. Ma anche e innanzi tutto col rivolgere la nostra attenzione interiore a qualche cosa di essenziale: ad un pensiero che va approfondito, ad una questione che va chiarita; ad un uomo, o ad una cosa che vogliamo capire… Ma di ciò diremo di più fra poco.

(Audio 1Ora facciamo un passo avanti e più addentro: eccoci alla solitudine e al silenzio.vata spiritosa, o una osservazione calzante, che corra alla mente. Tutto ciò può costare un buon sacrificio. Ma superando questo istinto sfrenato di correre da altri, di parlare o di ascoltare a parlare, si guadagna in profondità interiore.
Noi siamo schiavi non soltanto delle impressioni, ma anche degli uomini. Abbiamo istinti gregari. So che esiste anche la misantropia e, certo, non è il caso di coltivarla. C’è il destino della solitudine, che non trova nessuno con cui possa convivere. Nemmeno di questo intendiamo parlare. Parliamo di qualche cosa che non ha nulla di tragico, ma è invece estremamente da commiserare, dell’istinto gregario, troppo diffuso fra gli uomini; di quel bisogno di sentire intorno a sé sempre del chiasso; di voler sentir sempre chiacchierare; di non saper riservar nulla per noi soli e di non saper da noi stessi venir a capo di nulla.

Il raccoglimento sarebbe qui l’esercizio della solitudine e del silenzio.

Come sarebbe dunque a dire: non correre subito da altri, ma saper rimaner soli. E non per altro motivo che per cavarsela una buona volta da soli. Sbrigare una faccenda da soli, pur avendo alla mano qualcuno da poterne discorrere; e ciò all’unico scopo di acquistare una maggior indipendenza di giudizio e di deliberazione. Esercizio del raccoglimento sarebbe il tener per sé una storia o un avvenimento, o una tro

Poi la ricerca della quiete e della solitudine: scegliere la via più modesta, anziché quella ricca di vetrine e di lampioni, fare un passeggio da solo, anziché in compagnia; rimanersene una sera tranquilli a casa, invece che andare in visita; rimaner soli una giornata intera, a casa, oppure, ciò che è particolarmente bello, all’aperto. Forse addirittura alcuni giorni di ritiro. Tali periodi portano refrigerio e concentrazione. Se ne esce del tutto purificati.

E, a sua volta, che questa quiete sia riempita con qualche cosa di positivo: con un buon pensiero, con un buon libro, con un problema. Teniamo presente tutto questo. Torneremo sull’argomento, per spiegarne l’importanza.

Al di là di quello che si è detto conduce la tacita attenzione rivolta al proprio intimo.

Essa non è altro che un’inclinazione generale a sostare di tanto in tanto e a riflettere sulla portata delle cose, a sottrarsi talvolta all’incalzante tumulto delle cose che passano, e a tender l’orecchio a ciò che sta avvenendo. È un assuefarsi a gettare sguardi retrospettivi, per esaminare il proprio operato; a riguardare il passato non come definitivamente liquidato, per la sola circostanza esteriore ch’è trascorso, ma a farlo agire su di noi dai suoi strati più profondi…

Wilhelm Raabe dice una volta quali lettori egli desideri per sé: «Ecco, egli dice, che si sta fabbricando una casa, e la gente che osserva fa i suoi commenti. L’uno critica, l’altro loda, un terzo pensa come l’ammobilierebbe se fosse sua. Ognuno considera la fabbrica in pietra e in legno e la valuta dal gusto e dall’utile che potrebbe cavarne. Ma c’è anche uno, il quale pensa quale vita si svolgerà in quelle camere, quale destino, quali dolori, quali gioie vi passeranno. Costui – dice il grande novelliere – che vede le cose in tal modo, è il lettore che desidero per me ».

Qualche cosa di simile intendiamo esprimere anche qui. Una specie di gravitazione, vorremmo dire, verso l’intimo; la quale non deve però ostacolare e all’azione un valore e un legame con l’intimo.

In altri termini si potrebbe dire: una specie di attenzione rivolta all’al di là. Rainer Maria Rilke esce una volta in questa profonda invocazione: 
«Tu, o Dio vicino…
Sono in continuo ascolto, dammi un segno, 
Io sono assai vicino.
Solo una parete sottile ci separa…»

 

Anche questo serve a render chiaro quello che intendiamo dire. Si può viver senza dubbio anche altrimenti. Si può vivere assorbiti nell’attualità che si tocca con mano, affidati alle sue ben note forze, nella chiusa cerchia delle cose visibili e dei fatti dell’esperienza, e con ciò punto e basta. Si può però anche mantener vivo in noi il pensiero che non è tutto qui. Che attiguo a noi, separato da una sola parete, abita l’Altro. Che lungo tutti i confini del nostro essere Dio ci è d’accanto. Si può tener desta la consapevolezza che nel nostro proprio intimo, là dove confiniamo col nulla, sta il Dio vivente.
Qui non c’è nulla di particolare da «fare»; non riflessioni e non sforzi speciali. Basta lo star sempre e tranquillamente in ascolto, un esser presenti a se stessi e un mantenere lievemente i contatti.

Esso può consistere in quanto segue:
Nelle nostre azioni e aspirazioni di tutti i giorni noi siamo trasportati dalla corrente impetuosa degli avvenimenti. «Raccoglimento» significa qui l’uscire da questo vortice e mettersi in pace. Portar calma nel nostro essere, nelle nostre forze, nella nostra volontà. Far penetrare la pace sempre più profondamente in noi stessi. Noi facciamo sempre questo o quello, siamo sempre in attività, progettiamo, vogliamo, organizziamo, facciamo. Quando non facciamo niente, diventiamo nervosi e intorno a noi sentiamo il vuoto. La voce ha come un’eco cupa; ci si sente a disagio e ci si annoia. E al di là di tutto l’agire e il fare, noi non siamo, non esistiamo. Idolatriamo l’attività e perdiamo l’uomo.

Raccoglimento significa qui che sappiamo, una buona volta, non tanto fare, quanto vivere. Avere un’esistenza tranquilla. Un’esistenza piena, libera dall’ossessione del fare e del volere.

Noi tendiamo sempre ad una mèta, poi ad un’altra ulteriore, e così di seguito. Sempre verso qualche cosa che non esiste. Sbrighiamo una cosa e la gettiamo dietro le spalle. Viviamo gli avvenimenti, rapidamente e già essi non sono più. Cosi viviamo sempre scivolando fra quello che non è più e quello che non è ancora.

Raccoglimento significa qui creare il presente, sostare e divenir presenti. Presenti in noi stessi, realizzare l’«oggi» per quanto è concesso alla nostra instabilità; almeno averne l’intenzione e la disposizione.

Vivere tranquillamente l’attimo fuggente è appunto raccoglimento.
Le nostre forze sono disperse fra molti oggetti. La nostra attenzione viene attratta da mille cose. La nostra volontà e i nostri desideri sono incatenati in mille modi. Non siamo in possesso di noi stessi, ma in balia delle cose. La molteplicità delle cose è anzi penetrata in noi stessi, come ne fanno fede la varietà dei nostri pensieri, il contrasto dei nostri desideri, l’irrequietudine dei nostri sentimenti.

Raccoglimento vuol dire richiamare noi stessi a noi stessi; le nostre forze dalla dispersione all’unità. Superare la confusione e ristabilire una tranquilla semplicità. Sgombrare il guazzabuglio, per attenerci a pochi, forti e buoni pensieri. Semplificare i nostri desideri; imparare a riposare in noi stessi senza brame, a diventar tranquilli e sereni. Apprendere ad esser padroni di noi stessi.

Il nostro interno è spesso oppresso da preoccupazioni, agitato da passioni e accasciato dalle contrarietà e dalle sofferenze.

Qui il raccoglimento significa che interiormente torniamo a noi stessi. Che in noi si levi qualche cosa di profondo, che a tutte queste cose per noi ripugnanti dica: «Questo veramente non mi appartiene. Devo sopportarlo e lo farò lealmente, ma non sono tutt’uno con esso. C’è in me qualche cosa al di là di tutto questo. Questo qualche cosa è sereno, è forte, è l’essere vivente del mio spirito. Questo vive in sé, realmente, nella sua indistruttibile sostanzialità. Raccoglimento significa che io cerchi il contatto con questo centro spirituale vivente, il contatto da me stesso a me stesso. E che di lì attinga l’energia e la fiducia per rinnovarmi. Il Vangelo parla della luce interiore che è in noi e può « rischiarar tutto ». Questa non è immagine, è realtà. Lo spirito è luce sostanziale. E chi sa liberare lo spirito, ne rimane illuminato. «Tutto il corpo illuminato », dice il Signore. Di questo passo si potrebbe continuare un pezzo…

Ma non ci rincresca di venire al concreto. Come possiamo compiere quest’esercizio?

La sera, quando abbiamo finita la nostra opera quotidiana, potremmo ritirarci. Potremmo metterci a sedere. Meglio ancora se in ginocchio; perché lo stare in ginocchio esprime riposo e insieme contegno. Poi potremmo creare il silenzio; attorno a noi e in noi. Potremmo poi dirci: «Ora sono tranquillo; perfettamente tranquillo; fino nel più intimo della mia anima ». Potremmo cercar di sgombrare del tutto il nostro intimo e di metterci in una calma assoluta. Quando facciamo così, ci accorgiamo, e solo allora adeguatamente, quanto sia profonda l’irrequietudine dei nostri nervi. Mille cose si affacciano e vogliono essere fatte. Cose dimenticate urgono per essere riprese in considerazione, preoccupazioni si affacciano, progetti si incalzano… Via tutto questo! Bisogna acquistar la calma e non con uno sforzo di volontà, ma con una lenta liberazione interiore. E lasciar discendere il silenzio, sempre più in giù, nel profondo dell’io. I pensieri di tutte le specie – via! I desideri senza pace – via! Non con un atto imperioso della volontà, bensì mettendoli silenziosamente e insieme però anche risolutamente alla porta. Non pensare né all’ieri, né al domani. Essere del tutto presente, del tutto qui. E così sostare un po’; questo solo porta già risveglio interiore, padronanza di sé, freschezza e rinnovamento.

Ma poi, a misura che la nostra padronanza interiore diventa più sicura, dobbiamo portare in questo silenzio, in questa presenza a noi stessi, in questo raccoglimento, qualche cosa che venga dalla sfera del bene. Riflettiamo al significato di una nostra azione passata: che senso può veramente aver avuto? E vi abbiamo fatto buona prova? O avremmo dovuto agire altrimenti? L’azione cattiva può venir riparata, in certo modo rigenerata, nel pentimento e nella sincerità della conversione. Oppure in questo silenzio portiamo qualche cosa che è ancora da fare: un dovere, un problema. Apriamoci al bene: «Lo voglio, sono pronto, sinceramente, fino nelle profondità del mio essere! Che debbo fare? ». In certe perplessità, nelle quali non si sa a che santo votarsi – quando internamente ci si mette in calma, e si supera la ribellione contro il bene, non con la violenza, ma con una liberazione interiore e ci si mette con sincerità in buone disposizioni – allora, spesso tutto d’un tratto, si sa che cosa convenga fare. Poiché quello che cagionava l’incertezza, non erano in fondo solidi argomenti in contrario, ma una riluttanza della volontà. Oppure portiamo con noi nella nostra quiete una parola profonda, un pensiero sostanziale, una limpida lettura.

(Audio 21) Questa è la cella conveniente soprattutto alla Sacra Scrittura: la cella della meditazione.

Qui è la «dimora» per Iddio. Quando mi metto in pace e dico: Io sono qui, pienamente presente – - allora si affaccia quasi spontaneo il pensiero: È qui Dio, il Dio vivente. Pregare significa elevare il cuore a Dio, significa cercare il cospetto di Dio, con lo sguardo interiore, affinché il movimento del nostro cuore e la parola del nostro spirito trovino il loro posto. Questa cosa profonda, che consiste nell’orientamento verso Dio, nel muoversi verso di Lui, e nel giungere presso di Lui, nel parlarGli a tu per tu – tutto ciò è frutto di un tal raccoglimento. «Quando tu preghi, prepara il tuo cuore, e non essere come un uomo, che tenta Dio », dice la Scrittura. Chi si prepara in tal modo, sente sgorgare quasi spontanea la preghiera dal suo cuore.

Qui convien fare attenzione ad una cosa importante. Dell’esercizio del raccoglimento si può anche abusare. Qui si tratta di realtà, di forze reali, di profondità reali. Queste forze possono venire evocate e cagionare anche danni; le profondità possono venir spalancate ed esporre a pericoli. Ciò può avvenire perché tali forze non vengono dirette ad uno scopo e allora cagionano rovina, come avviene di una sorgente che si faccia scaturire, senza poi incanalarla. Ovvero perché tutto vien fatto per vanità; per dilettantismo, per capriccio, per avidità di sensazione, per qualche desiderio di potenza. Le correnti occultistiche e parapsicologiche sono spesso un criminoso gioco con tali forze… Quello che qui facciamo, dobbiamo farlo con moderazione e con calma. E – ciò che è di importanza decisiva – farlo con intenzioni rette e pure. Quello stesso raccoglimento, che rivolto, ad esempio, ad una parola della Scrittura, è sorgente di vita santa, cagiona gravi malanni, quando è ozioso e vano, oppure ha mire false e capricciose. La stessa concentrazione, che è fattore di ordine e di risveglio, quando, ad esempio, è unita al pentimento per un errore commesso e alla sincera disposizione di compiere un dovere futuro, crea invece della confusione, quando mira a qualche scopo di« potenza spirituale» o a conseguire effetti fantastici.

Questo raccoglimento è proprio il vero luogo per la parola di Dio, la quale deve appunto essere ascoltata in silenzio e in adorazione, accolta nella quiete profonda del cuore. Perché la parola di Dio non è una semplice comunicazione, ma anche una forza generatrice di vita santa.

Il raccoglimento è la dimora per Iddio stesso.

Così possiamo fare la sera. Così anche al mattino.

Qui dieci minuti possono far molto. Tutto quello che si fa e si sopporta durante il giorno riceve l’impronta di tutt’altra fiducia e purezza, quando promana da un tal raccoglimento.

Così al mattino è bene riflettere: «Eccomi qui! Proprio io; con le mie forze; con la vigilanza del mio spirito; col calore e con la prontezza del mio cuore. Dio pure è qui presente. Io vengo da Lui ed ho la Sua grazia in me. La Sua chiamata alla santità mi incalza nel mio interno, perché la traduca in atto… Io so che mi accadrà questo o quello… ed ora affronto la mia giornata armato di quella forza interiore. Voglio far bene la mia parte».

Poi, a sua volta, la sera, la resa dei conti innanzi al Bene vivente, al Dio Santo: «Come ho passato la giornata? Ho dato ascolto alla voce del bene? Vi ho corrisposto? »… Rendiconto, pentimento, rinnovamento del cuore… E poi abbandono totale nelle mani di Dio, che è il padrone di ogni riposo.

E sarà bene che anche durante la giornata si torni a prender contatto, di tanto in tanto, con l’ambito interiore, che si rinnova ogni mattina e ogni sera. Anteo, figlio della terra, era invincibile, perché, ogni qualvolta toccava la madre, acquistava nuove forze. Così è anche dello Spirito. Sia come un tocco leggero alle porte di quel mondo interiore; specialmente quando ci si imbatte in qualche cosa di difficile e di imbarazzante, che esige il massimo sforzo. Ciò porta ogni volta ad un rinnovamento del nostro slancio e delle nostre energie. 

“Altre cose di questo genere rimarrebbero ancor da dire. Tuttavia quanto si è detto potrà bastare. Tutto questo – e aggiungo a questo ancora ciò di cui abbiamo parlato al principio: l’interno e segreto processo di maturazione del nostro essere, l’incessante lavorìo dell’esperienza, l’accettazione coraggiosa della vita quotidiana e di ciò che essa ci porta – tutto questo fa sbocciare a poco a poco dentro di noi il centro vitale; fa sì che lo spirito si rinvigorisca e compenetri tutto il nostro essere; che la cella interiore si apra, che il fondo del nostro io si rischiari; e l’energia si concentri e diventi efficace.

E così la « coscienza» diviene a poco a poco quello che deve essere secondo la sua essenza: la voce vivente della santità di Dio in noi.

(Audio 20) Fin qui si trattava di premesse del raccoglimento. Veniamo ora al suo esercizio nel senso più rigoroso della parola. Esso può assumere varie forme, che però in fondo riescono tutte alla stessa cosa.9) sione e trascina in basso. Un simile esercizio potrebbe dunque essere, a mo’ d’esempio, questo: Quando vado per le vie voglio rimanere padrone di me stesso e non permetto che ogni manifesto attragga il mio sguardo. Conservo la mia indipendenza e non mi lascio attirare da ogni vetrina. Mi rendo interiormente indipendente da tutto quel tramestio di gente, di veicoli, di figure, di chiasso e di calca, e non permetto che il mio interno venga distratto da ogni cosa che in qualche modo colpisca. In ciò mi esercito, e torno ad esercitarmi continuamente. Con tale esercizio apprendo l’arte di compiere un giro in città senza danno e di arrivare alla mia mèta con coscienza incolume e tranquilla.

 

L’INTESA CON DIO – Romano Guardini

L’INTESA CON DIO (Audio 9)

Abbiamo parlato della coscienza e abbiamo cercato d’intenderla come la conoscenza del bene; di ciò che forma il compendio supremo di ogni valore e significanza, ed è degno di avere in sé e non d’altronde la sua ragione d’essere. Questo bene si rivolge a me con l’intimazione che io lo riconosca, lo accolga e lo attui. La coscienza è appunto la consapevolezza di questa esigenza e della sua legittimità.

Abbiamo visto che si tratta di una conoscenza di natura speciale. Essa ha un carattere di intimità, significa un ripiegarsi su se stessi, un abbracciare e un custodire. L’abbiamo espresso nella proposizione: « Sono conscio a me stesso del bene ». Questa interiorità sta in relazione col valore infinito del bene, col fatto che il bene è in se stesso il fine ultimo, il significato più profondo di tutto. Essa dipende però insieme dal fatto che qui si tratta anche del fine ultimo di me stesso e del senso supremo del mio essere. Perciò è un « sapere intorno a (qualche cosa) »; un abbracciare ciò che è nascosto; un accostarsi a quello che è principio e fine, origine e mèta.

Abbiamo visto inoltre che il bene è al tempo stesso infinito e semplice. Se ci domandiamo quindi: «Che cosa è il bene?» e « Che cosa debbo fare per attuarlo? » – la risposta a questa domanda non viene così alla spiccia. Esperimentiamo anche qui quello che è espresso nella proposizione agostiniana: «Se tu non mi interroghi, lo so. Ma se mi interroghi ed io devo dirlo, allora non lo so ». Il fondo del nostro essere è in comunicazione col bene. Quanto più pura si fa sentir la voce del nostro intimo, tanto più esatta riesce la nostra conoscenza del bene. Ma dare senz’altro un nome a questo bene ed esprimerlo per l’azione non ci è possibile, appunto perché esso è il termine finale, infinitamente ricco di contenuto e ad un tempo semplicissimo. La risposta reale e vivente alla domanda: « Che cosa sei, o bene? e come ti debbo attuare? », ci viene solamente dalla situazione; da quello cioè che di volta in volta ci sta d’intorno e ci viene incontro. Quello che da questo insieme emerge, come comando a noi rivolto, è appunto il bene. Il bene semplicissimo eppur ricco di contenuto infinito, si manifesta e si specifica incessantemente nella situazione. Ma la situazione è sempre presente; essa si produce continuamente; per il fatto che io, come persona capace di responsabilità, vengo a contatto con cose e avvenimenti. Così il bene si concreta, passo per passo, lungo il corso della mia vita, ricevendo la sua forma da ciò che di volta in volta, secondo la situazione, è il giusto e il retto – il che naturalmente non significa una superficiale utilizzabilità; giacché quello che noi chiamiamo « situazione» abbraccia la realtà fino nelle sue estreme profondità, quindi l’uomo come spirito e persona, compreso il suo eterno destino. Tommaso d’Aquino dice: Che cosa dobbiamo fare? Il bene. Ma che cosa è il bene? Quello che di volta in volta è ragionevole; quello che è giusto secondo la situazione. Ma la coscienza è l’organo col quale, di mezzo alla situazione che continuamente si forma di nuovo, contemplo il bene; arresto in certo modo la sua parola che fugge; le dico il mio: «sì» e il mio « no » – per poi passare da esso all’azione.

Ma anche questo è un « conoscere intorno », e un « esser consci a se stessi»; qualche cosa di racchiuso nell’intimo della persona. Poiché quando si tratta di attuare quello che forma il supremo senso della situazione, cioè il bene, è in gioco l’ultimo significato della mia vita, la mia salvezza. Qui io sono, da solo a solo, con me stesso. A me spetta agire, non ad altri. Io devo rispondere della mia azione e nessun altro può sgravarmi dalla mia responsabilità. Ma ciò costituisce la mia dignità, che non può essermi tolta da alcuno.

Coscienza significa quindi qualche cosa di grande; una potenza creatrice, capace di vedere e di attuare qualche cosa che prima non esisteva ancora; di inserire il bene eterno nel corso del tempo; di generare in certo modo qualcosa di infinito e semplice insieme nella forma limitata dell’azione. E a ciò tutto si presta come materia: tutto il contenuto della vita, ogni cosa, ogni avvenimento.

Così a un dipresso abbiamo cercato di capire la coscienza; ed ora dobbiamo scavare più a fondo.
Questa coscienza è ciò che abbiamo di più nostro. Non che per questo la intendiamo così facilmente. Non è uno strumento meccanico, un ago magnetico che si metta in posizione da sé, bensì qualche cosa di vivo, e tutto ciò che è vivente è soggetto ad errori. Così anche la coscienza. Il rimettere l’uomo semplicemente alla «sua coscienza» e fermarsi lì, è prova di scarsa conoscenza dell’uomo e del suo intimo. La nostra coscienza è la nostra suprema bussola; ma, se è lecito esprimersi così, questa stessa bussola può a sua volta perdere la bussola (1).

In tre modi anzitutto l’atto vivente della coscienza può soffrire pregiudizio. Accenniamoli brevemente: la coscienza può diventar superficiale, frivola, ottusa. La coscienza ci rende la vita più pesante. Più ricca di contenuto, più degna – ma anche più pesante. Ora in noi vive la tendenza a cercar le vie facili e a liberarci dai pesi. Donde un lavorìo interno, che mira ad attutire la voce della coscienza. Non si tratta sempre di una volontà consapevole; può darsi che agisca la sfera del subcosciente. Ciò può avvenire in mille modi: facendo sì, ad esempio, che lo sguardo venga distratto dalle linee spiacevoli di ciò di cui propriamente si tratta; che il punto più importante rimanga velato; che la situazione con la sua affaticante unicità e irripetibilità venga ridotta ad uno schema generale più comodo. Altre volte il monito della coscienza viene tacitato e ci si rassicura, dicendo che alla fin fine non si tratta poi di cosa « tanto cattiva ». Vengono messi in rilievo punti di vista atti a contestare. Ci si richiama a quello che fanno gli altri; si cerca per il proprio giudizio e la sensibilità personale uno sgravio di responsabilità col richiamo all’andazzo tradizionale, che « è stato sempre così »; all’ambiente che « è pure in buona fede »; al « sano buon senso» e simili, e così l’esigenza morale, che ha in sé sempre qualche cosa di duro, viene svigorita.

La coscienza può venir anche affinata eccessivamente. Può veder dei doveri là dove non ce ne sono; sentire delle responsabilità, che evidentemente non esistono; esagerare gli obblighi oltre i limiti del giusto e del possibile. (È specialmente l’uomo di tendenze sociali, che è in pericolo di sovraccaricare la sua coscienza). Sì, la coscienza può andar soggetta a vere malattie. Il puro e chiaro dovere che, per quanto difficile, solleva sempre in alto, può trasformarsi in ossessione. Il comando della coscienza deve essere percepito nella libertà. Ma quando la coscienza è ammalata questa libertà sparisce e dal suo comando deriva una vera schiavitù: la coscienza angosciata, lo scrupolo. Nell’uomo infatti è profondamente radicato l’istinto segreto di tormentarsi, e in taluni temperamenti questo istinto opera con forza particolare. Se non viene guarito con cura prudente, può degenerare in malinconia. Ora questo istinto si serve spesso della coscienza come di un’arma terribile contro la propria esistenza. Nessun modo di tormentarsi è peggiore di questo.

(Audio 10) La coscienza può venire alterata anche in un terzo modo, cioè nel suo contenuto. La nostra conoscenza non è uno specchio, che riproduca semplicemente quello che si para innanzi ad esso. Noi non apprendiamo la situazione, come una macchina fotografica coglie l’oggetto. Nel nostro sguardo siamo presenti noi stessi. Noi stessi, col nostro temperamento, coi nostri desideri, coi nostri motivi palesi e segreti siamo già contenuti nello sguardo, che dirigiamo sulle cose: così, guardandole, le modelliamo. Non le prendiamo come sono in se stesse, ma come vorremmo che esse fossero, cioè tali da trovarvi un ambiente ospitale per i nostri desideri e per i nostri sentimenti. Noi desidereremmo di veder nella situazione la conferma di quello che siamo. Vorremmo che da essa ci venisse incontro quello che portiamo in noi stessi, come aspirazione. Così noi interpretiamo la situazione secondo i nostri desideri coscienti ed inconsapevoli. Questi ultimi specialmente esercitano una grande influenza. La moderna psicologia ha dimostrato quanto profonda sia l’influenza della volontà incosciente sugli atti della percezione. Il calcolo delle misure, l’attenzione alle differenze, il senso dell’urgente e del meno urgente, del principale e dell’accessorio, – tutto questo subisce tali influenze. Anzi l’esperienza dimostra che spesso noi sopprimiamo addirittura degli oggetti che ci riescono molesti. La psicologia del dimenticare, del perdere, dell’omettere, ci dimostra che noi possiamo andar cercando per ore ed ore oggetti, che pure abbiamo sul tavolo dinanzi a noi, perché un qualche occulto motivo non vuole che li vediamo; ma non appena il motivo cessa o non è più così urgente, l’oggetto ci capita subito sotto mano. Il giudizio sulle persone e la valutazione del loro modo di agire, dei loro sentimenti e delle loro intenzioni, dipendono moltissimo dalle nostre disposizioni interne, dalla simpatia o dall’avversione. Così si dica anche della comprensione di rapporti e di molte altre cose.

Tutto questo richiama alla nostra attenzione importanti problemi pedagogici: quelli della formazione della coscienza nell’educazione degli altri e di noi stessi. Ma non possiamo addentrarci in questa materia.
Qui ci occupiamo d’altro.
Se guardiamo più esattamente, finiamo qui col trovarci evidentemente in un circolo. Capitiamo cioè nel
circolo dell’io: nella coscienza io devo afferrare il giusto, anche contrariando il mio stesso desiderio. Ma la coscienza è un atto vitale, in cui opera ed influisce tutto quello che io sono, anche il mio stesso desiderio. Un motto spiritoso dice: «La memoria afferma: questo l’hai fatto tu. L’orgoglio dichiara: questo non posso averlo fatto io. E la memoria cede! ». Così si chiude il circolo dell’io. Da questa prigionia in me stesso io mi libero soltanto se trovo un punto, che non sia il mio «io »; una «altezza al di sopra di me ». Un qualche cosa di solido e operante che si affermi nel mio interno. Ed eccoci arrivati al nocciolo della nostra odierna considerazione, cioè alla realtà religiosa.

Quel « bene », del quale abbiamo parlato, che cos’è veramente?

Non una « legge », che penda affissa da qualche parte. Non una semplice idea. Non un concetto campato in aria. No, esso è qualche cosa di vivo. Diciamolo senz’ambagi: è la pienezza di valore dello stesso Dio vivente. La santità del Dio vivente: ecco il bene.

Un maestro di spirito, per esprimere il valore assoluto della verità, affermò una volta: «Se Dio potesse staccarsi dalla verità, abbandonerei Dio e aderirei alla verità ». La proposizione è indirizzata a credenti, alla cui coscienza essa vuol dimostrare in forma drastica di che si tratta quando è in gioco la «verità ». Perciò incomincia col proporre loro un assurdo mostruoso: col metter cioè, per un momento, questa verità in contraddizione con ciò che per loro è pure il fine ultimo e il compendio di tutte le cose, col Dio vivente. Ma questo assurdo non può che provocare il grido irrefrenabile: La verità? Ma la verità è pur Dio!… In mille e mille sfumature il contenuto del bene può venir determinato mediante la multiformità della situazione che continuamente si rinnova. Si può dire: il bene è far questo lavoro; mostrarsi benevolo verso quell’uomo; rinunciare a questo piacere; difendere una determinata convinzione e cosi via. In questo primo momento il nome « Dio» non è necessario che apparisca. Ma quando vien posta l’ultima domanda: Dove ha tutto questo le sue radici? Che cosa si nasconde dietro tutta questa varietà di cose? Che cos’è quell’uno, quell’infinito, quel semplice, che noi abbiamo chiamato « il bene», e che trova la sua espressione in tutte quelle singole specificazioni – che cos’è propriamente? Allora la risposta suona: È la santità vivente di Dio.

Mi ricordo ancora il luogo, ove un bel mattino mi si affacciò questo concetto così semplice e pur così celato e sottile: Quando io dicessi: «l’amore »… e questo amore divenisse pieno e perfetto in forza, in purezza, in misura, in durata e profondità e quanto al suo oggetto; ed ora, assolutamente pieno e perfetto incominciasse ad esistere in sé, divenisse persona; diventasse l’amore stesso per essenza – che sarebbe questo amore? il Dio vivente! Questa intuizione mi rese raggiante di gioia!… Il valore, la fedeltà, l’onore, la bontà, la giustizia, la misericordia… in una parola: «il bene », nella sua infinitezza e nella sua pura semplicità – tutto ciò è la santità vivente di Dio e nient’altro.

Aver cognizione del bene significa dunque in definitiva aver cognizione di Dio. E percepire il comando del bene significa, in ultima analisi, udire il comandamento del Dio santo.

(Audio 11) La coscienza è l’organo per il bene; ed è l’organo per Iddio. Non appena scrutiamo un po’ a fondo il sentimento del dovere, la consapevolezza dell’obbligatorietà, le nostre deliberazioni e quanto altro abbiamo chiamato coscienza, giungiamo su terreno religioso.

Quello che alla superficie significa coscienza morale, nelle sue ultime radici è il «fondo dell’anima», la «scintilla dell’anima». Possiamo prendere anche la direzione inversa e dire che quello che nel suo fondo significa coscienza morale, al suo vertice è la « punta» o la «lama» dello spirito. Ma questi sono organi ed atti che hanno per oggetto la realtà religiosa e spirituale.

La coscienza è dunque l’organo per la realtà vivente e per il contatto con Dio; per il volere di Dio.

Nell’Antico Testamento torna spesso una parola, nella quale il dovere morale trova la sua espressione religiosa: «Camminare sotto gli sguardi di Dio », oppure più semplicemente: «Camminare alla presenza di Dio ». Nel Nuovo Testamento Paolo parla dell’agire « in onore di Dio »; del « vivere in Dio ». Queste parole dicono, in termini diversi, che il comandamento del bene giunge al nostro orecchio dal Dio vivente e che l’azione è diretta a Lui.

Noi abbiamo espressa la natura singolare della coscienza nella proposizione: «esser consci a se stessi del bene ». Poi ci siamo accorti che questo non basta ancora. Con questo solo noi rimaniamo ancor sempre prigionieri nel circolo vizioso del nostro « io », poiché quel bene resta in balla delle illusioni del nostro desiderio. Ora diciamo: aver coscienza significa esser consci a se stessi del bene - ma al cospetto di Dio, la cui santità è appunto il bene stesso. Con la serietà di chi è parte interessata, con la serietà singolare che deriva dal sapere che si tratta della nostra salvezza. In modo però, che quella serietà possa uscire dal labirinto della prigionia soggettiva e conoscere il dovere impostole, come è in se stesso. Il termine « al cospetto di Dio» indica una misura della chiarezza. Significa che in me si afferma una realtà assoluta, la quale mi apre gli occhi per farmi vedere quei comandamenti e mi rende capace di prendere innanzi a lei liberamente, le mie decisioni.

Ma qui sorge la domanda: Quel traviamento dell’« io» non coinvolgerà forse anche questa realtà assoluta? Non ha forse la sua verità quel terribile capovolgimento della parola della Genesi, per cui « l’uomo si crea Dio a sua immagine e somiglianza? » No! Questa parola nasce dall’assenza di fede. La fede sa meglio le cose. Dio non è un concetto, un’idea, un sentimento, un’esigenza sociologica. Dio esiste veramente ed è la realtà assoluta. E nella coscienza di quelli che gli si accostano sinceramente, egli non mancherà di rendere testimonianza di sé. Dio farà sì che al suo cospetto la coscienza sincera acquisti la libertà di vedere senza abbagli e di decidere giustamente. A chi prega: «Sia fatta la sua volontà come in cielo così in terra», Dio darà la grazia di una coscienza chiara.

Partendo da queste premesse quello che abbiamo chiamato « situazione» acquista il suo significato ultimo nella Provvidenza. L’interna pressione del bene, che vuol essere attuato, sulla nostra coscienza, è il comando del Dio santo, che « sia fatta la sua volontà ». 
La situazione poi, dalla quale la coscienza attinge il contenuto specifico di quel comando, è disposizione voluta dal medesimo Iddio.
Il credente vive di un ricco tesoro di precetti, di esperienze, di insegnamenti, religiosi e morali: di un ordine. Egli cerca di giungere alla comprensione, alla sintesi, alla unità teoretica. Tutto questo però rimane necessariamente nella sfera dell’universale. Comandamenti, dottrine, ordinamenti riguardano sempre ciò che torna di continuo, il caso tipico. La loro ultima e vivente specificazione la raggiungono solo quando il monito interno del bene è precisato dalla situazione, che, in forma sempre nuova, ci viene incontro di volta in volta.

Ma questo significa: Dio ci circonda, ci avvolge, ci penetra. Egli è presente nel più profondo del nostro intimo. Là, dove il nostro essere confina, quasi a dire, col nulla, sta la mano di Dio e ci regge. Là egli ci parla. Non come una forza indeterminata o una semplice legge. Non come alcunché di impersonale, ma come un «io», al quale è possibile rispondere con un « tu ». Dio parla dunque dentro di noi. Ma questo stesso Dio è il Creatore e il Signore del mondo. Fin dall’eternità il mondo e quanto in esso avviene sono nelle sue mani. Il mondo non è un meccanismo perfetto che giri da sé, ma è sorretto e guidato continuamente da Lui. Quello che avviene, avviene per volontà di Dio – anche se avviene secondo le leggi della natura e per mezzo delle sue forze, poiché queste sono strumenti nelle mani di Dio. E in questo divenire il singolo è per il tutto, come del pari il tutto è per il singolo. L’uomo sta nel tutto come membro, come parte, parte minima, sul punto di svanire – e tuttavia questo tutto mira a lui; «è creato per lui ». Ovunque viva un uomo, ivi, in lui, è il centro del mondo. Nello stesso tempo però il centro è « di fronte» a quest’uomo, nel tutto. Uomo e mondo esteriore nei loro reciproci rapporti, sono come una ellisse, la quale ha appunto due fuochi; l’uno nell’interno del singolo, come termine della totalità, che a lui si riferisce; l’altro al di fuori, nella totalità, al quale si riferisce il singolo. Ma l’insieme di questi rapporti è opera del Dio vivente, ispirata da eterna sapienza e da eterno amore. La Provvidenza sta in ciò: nel come la vita del singolo, in funzione di membro, con molti altri membri, costruisca il tutto; e a sua volta nel come il divenire di questo « tutto» sia ordinato alla vita del singolo, di ogni singolo, sempre di nuovo, per servirgli di fondamento, di compito, di dovere, di prova. La tensione vivente fra questi due fuochi si rinnova continuamente nella situazione. Essa è la Provvidenza che si attua incessantemente. In lei il tutto diventa, qui, adesso, in questo modo, espressione della volontà di Dio, che tutto subordina alla mia salvezza; e con ciò stesso mi viene indicato in qual modo io, il singolo, debba essere, secondo la volontà di Dio, membro del tutto.

In entrambi parla Iddio: dall’interno coll’incalzare della coscienza, dall’esterno con la disposizione delle cose. La parola dell’uno è chiarita dalla parola dell’altro. L’impulso sempre nuovo di questa relazione sprona continuamente la vita morale dell’uomo religioso. Di qui noi comprendiamo la parola di Cristo: «Non preoccupatevi del domani. Ogni giorno ha la sua pena» e l’altra: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», che esprimono profondissima dipendenza e vincolo e insieme perfetta apertura e disponibilità.

(Audio 12) Ora abbiamo un concetto più chiaro della coscienza. Essa significa: esser consapevoli a se stessi, al cospetto di Dio, del bene, inteso come un comandamento della santità di Dio; con se stessi, al cospetto di Dio, comprenderlo, traendone il senso della situazione, che si presenta di volta in volta, considerata come disposizione provvidenziale dello stesso Iddio.

Se l’uomo comprende e vuole tutto ciò; se si mette in quest’ordine di idee; se lo accoglie dentro di sé come la forma non più discutibile della sua vita – allora ne nasce qualche cosa di mirabile, quello che costituisce appunto il gran mistero della coscienza: l’intesa con Dio. Voi avete la sensazione, nevvero, che qui si spalanca un regno di intimità, profondità e ricchezza infinita! È l’intesa dell’uomo internamente vigile e pronto col volere divino, quale si precisa continuamente nell’attimo che passa. Scrutiamo l’intimo senso della parola: «intesa» (Einverständnis )… «intendere» (Verstehen); già di per sé più che un semplice « conoscere» (Wissen); è piuttosto un penetrare, un avanzar in profondità e in interiorità; un esser dentro fino in fondo. Ma si tratta inoltre di un’intesa con Dio; di un’intesa che è frutto di una relazione sempre più intima e più profonda con Lui. Il termine significa dunque non soltanto che l’uomo stia in ascolto, accetti ed obbedisca, perché quello che gli vien comandato è giusto; ma significa che l’uomo si è inteso con Dio, che Questi gli faccia sapere che cosa è il bene, dichiarandosi da parte sua pronto ad ascoltare e ad agire. Questa è un’alleanza fra Dio e l’uomo, che ha per scopo l’attuazione dell’unum necessarium. Ora, qui, così, in virtù di ciò che va nominato soltanto nell’umiltà e nello stupore dell’adorazione, la volontà di Dio, la quale è lo stesso bene, che comanda. Quale preziosissimo e profondissimo significato acquista qui la coscienza!

Ma tutto questo raggiunge la sua pienezza nel mistero della nostra elevazione a figli di Dio: l’uomo viene rigenerato; da Dio Padre, in Cristo, per opera dello Spirito Santo; per partecipare alla vita divina. Tra lui e il suo Dio vi è ora il rapporto amoroso da figlio a padre, da fratello a fratello, da amico ad amico; il Padre vostro che è nei cieli sa di che avete bisogno… non cade capello dalla vostra testa, ch’Egli non lo sappia… Cristo non ci chiama più servi, ma amici… Egli è tra noi come il primogenito tra molti fratelli… il suo Spirito è fra noi per assisterci e consolarci… Egli ci insegna tutta la verità… In Lui noi diciamo «Padre », diciamo «Signore Gesù», preghiamo e rendiamo testimonianza… e, per dir tutto in una parola: chi ama Cristo, a lui vengono i sommi « Noi », i santissimi Tre, e stabiliscono in lui la loro dimora, in una inesprimibile comunanza di vita divina.

Nel Padre nostro poi questo rapporto e il suo contenuto diventano preghiera.

A questo punto un moralista potrebbe obbiettare: Identificando il bene con Dio e pretendendo che l’intelligenza del bene da parte della coscienza derivi da Dio, tu hai abbandonato ciò che è specifico della morale, vale a dire il principio dell’autonomia e della responsabilità soggettiva. Kant ne ha fatto uno dei cardini del pensiero moderno: morale, secondo lui, è quell’azione, che prende per norma la legge del nostro «io », del «soggetto assoluto », trascendentale. La vera morale è dunque autonoma. Se vincolo il rapporto morale ad una realtà fuori di me, lo inquino; divento schiavo d’altri, eteronomo e perciò immorale. Il nostro pensiero filosofico è in procinto di spezzare su tutta la linea il predominio di Kant. Lo romperò anche in questo punto. La legge morale non è una legge del mio «io ». Ciò è un’illusione ottica interiore, anche se dicendo « io» si intenda il « soggetto trascendentale », cioè il complesso dei giudizi umani in generale. Inderogabile ed essenziale caratteristica della legge morale si è che mi «venga incontro »; che non sia dunque per me l’« io » stesso. Già dal punto di vista filosofico dunque la proposizione di Kant è falsa. Ma è falsa anche religiosamente parlando. Anzi in fondo essa è di una superficialità religiosa singolare, che si comprende soltanto, sapendo che Kant, in fatto di religione, era piuttosto freddo. Egli dice: Dal momento che identifico il bene con Dio e concepisco la legge morale come comando di Dio, è un « altro» che mi comanda e vado soggetto ad altri… Ma chi viene da un ambiente strettamente religioso deve rispondere meravigliato: Ma Dio non è punto un « altro»! Come si possono confondere in tal modo cose e concetti? Un uomo accanto a me è un altro, un’autorità dello Stato è un altro. Ma Dio non è «un altro» in questo senso! Dio è Dio! Egli non può assolutamente venir incluso in tale categoria. Evidentemente Lui non è me. Tra Lui e me vi è un abisso immenso. Ma Dio è il Creatore, nel quale io ho la causa del mio essere e della mia esistenza; nel quale io sono più me stesso, che in me stesso. Il mio rapporto religioso con Dio è determinato appunto da quel fenomeno unico che non si ripete altrove, cioè che quanto più profondamente io mi abbandono a Lui, quanto più pienamente io lo lascio penetrare in me, con quanta maggior forza Egli, il Creatore, domina in me, tanto più io divento me stesso. Quel mio « io », che si sforza di comprendere il bene al cospetto di Dio, come comando della sua santità, traendone il significato dalla realtà disposta dalla Provvidenza, è ben più profondo, anzi ben altrimenti profondo che quell’« io », il quale ossessionato dal pensiero della propria autonomia, si irrigidisce in se stesso.

(Audio 13) Ma questo ci spinge ancora una volta verso le profondità del nostro essere, cioè verso ciò che forma il segreto principale della persona.

Il bene che debbo fare, debbo farlo in nome di colui che sono. Non come un « soggetto» qualsiasi, che si può scambiare, ma in quanto sono io, nella unicità della mia persona.

Un pezzo di una macchina può sempre venir sostituito da un altro. Non è esso, come oggetto tale, che abbia importanza, ma la sua funzione. Anche una pianta, un animale, possono venir sostituiti da un altro essere della medesima specie, poiché il centro di gravità, in definitiva, non sta nell’individuo, ma nella specie. Quello che importa soprattutto è che sia un individuo, nel quale si esprime la specie; non che sia proprio questo o quello. Nell’uomo la cosa è ben diversa. Nell’uomo parla un «io». Nell’uomo quello che importa è l’individuo, perché è un «io ». Un uomo non può in definitiva venir surrogato da un altro, perché egli è persona. Le cose hanno un’essenza: l’archetipo del loro essere e del loro operare, che è comune a tutti i soggetti della medesima specie.

L’uomo non ha soltanto un’essenza, comune a tutti i suoi simili; egli ha di più. L’essenza dell’uomo porta in ogni singolo l’impronta terminale di unicità: è «nome». Tutte le altre cose si trovano già nel tipo della specie. L’uomo solo è a priori «singolo». Ma lo è, perché ha rapporto immediato con Dio. Tutte le cose del mondo sono intrecciate nel contesto dell’universo e negli ordinamenti della specie; e anzi, in misura totale. Anche l’uomo vi è inserito, ma solo con una parte del suo essere. L’uomo ha qualche cosa che sta a sé, perché viene immediatamente da Dio. Il mio spirito vivente è stato creato immediatamente da Dio; non come « caso », ma come « questo ». L’uomo dunque non ha soltanto un’essenza determinata, ma porta anche un nome. L’atto divino della creazione, dal quale ho ricevuto la mia realtà, fu un atto di denominazione. « Io ho scritto il tuo nome sulla mia mano », dice Dio nell’Antico Testamento. Questo mio nome lo trovo soltanto presso Colui «che lo sa», poiché me lo ha imposto nell’atto di crearmi; presso Dio. Soltanto presso Dio io imparo a comprendere e a conoscere il nome, che esprime la mia essenza. E precisamente cercando di conoscere la sua volontà, poiché questa non è una « legge» astratta per l’« umanità », ma un comando vivente di Dio. Diretta certo a tutti gli uomini, ma anche ad ogni singolo, così come egli è, quasi dal Padre a questo suo figlio. Nella misura in cui io conosco la volontà del Padre, vi riconosco quello che io sono. Poiché quello che sono è contenuto in questa volontà. Il mio nome è la sua volontà a mio riguardo. Con questa egli si rivolge a me, « chiamandomi ». E per il fatto che io adempio questa volontà e traduco in atto il mio nome, nasce e cresce il mio più vero « io », e « di fatto e in verità» io divento colui, che come tale sono chiamato da Dio.

Non bisogna prendere tutto questo come una semplice figura retorica. Si tratta di verità, delle quali uomini, che le hanno esperimentate, rendono viva testimonianza. Su certi settori del mio essere io esercito un dominio immediato; io cammino, mangio, guardo. Altri mi si di schiudono a poco a poco: sono i recessi più profondi del mio interno, le energie creatrici, le forze dell’amore. Ma gli ultimi, gli intimi, sfuggono affatto al mio immediato potere. Sono nascosti in Dio e mi si scoprono solo per dono di Dio. Ci sono in me delle zone che diventano realtà, soltanto se messe in rapporto con Dio. Il fondo del mio essere vive soltanto nello sguardo d’amore che Iddio posa su di me. Solo in questo sguardo esso è reale ed io divengo padrone della sua realtà.

Ed ora rifacciamoci ancora una volta a quello che abbiamo appreso intorno alla coscienza. Io ho cognizione del bene infinito e semplice, so come esso si rivolge a me e da me vuol essere attuato; come esso si specifica nella situazione, che continuamente si rinnova e mi parla. Ho cognizione di questo bene al cospetto di Dio, riconoscendolo come un comando della sua santità. Solo così il mio sguardo e il mio giudizio diventano liberi. Solo così acquisto il possesso di me stesso, del mio « io » intimo, del mio nome, che sta tra me e Dio e prende vita non appena io « compio la sua volontà» e «santifico il suo nome ». Questo mio nome essenziale s’immedesima in ciò che ho da fare e lo rende insurrogabilmente mio proprio. Con ciò io divento nel senso più vero della parola « personalità ». Questo mistero, nel cui « contesto », se è lecito esprimersi così, è presente Dio; e il bene proveniente da Lui; ed io in quanto io e col nome ricevuto da Dio – questo mistero, dico, è ciò che forma l’interiorità della coscienza.

Forse tutto questo vi sembra complicato. Ma è tale soltanto nel pensarlo. In realtà è semplice. Vera complicazione in questo complesso viene introdotta soltanto dalla volontà negativa dell’uomo, dal fatto ch’egli voglia cose contrarie alla volontà di Dio, dal male. In sé quest’articolazione è il semplice segreto della nostra vita interiore, nei suoi rapporti con Dio. Alla fine del libro dell’Ecclesiaste si legge: «Meditiamo dunque insieme la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, poiché questo è tutto l’uomo ».
Il Nuovo Testamento lo esprime nella semplice esortazione a « fare la volontà del Padre », e nel Padre Nostro prega che questa volontà sia fatta, poiché in ciò è il compendio di tutto.

Partendo da qui si superano anche le possibili deviazioni della coscienza dianzi accennate. 
Se l’educazione naturale vuol formare l’uomo in modo da dargli uno sguardo limpido e una sensibilità delicata per comprendere uomini e cose; un giudizio sicuro e uno slancio creatore per l’azione; in modo da renderlo fiducioso, serio e capace di responsabilità; in grado di vedere chiaro attraverso le proprie limitazioni psicologiche e di liberarsi da coazioni spirituali – tutte queste cose sono importanti, e qui non solo riconosciute, ma anzi presupposte. Per noi tuttavia rimane di particolare importanza quel punto d’Archimede, che affiora nel nostro interno, non appena ci mettiamo alla presenza di Dio, e facendo leva sul quale noi possiamo sollevare dai cardini il nostro mondo interiore.

Solo in questa prospettiva il dovere morale ci appare nella sua portata ultima; acquista la sua reale e non soltanto mentale «eternità ». Ora si comprende il senso più profondo dell’atto morale, considerato come realtà vivente. Il mettersi alla presenza di Dio è il mezzo per giungere alla sincerità interiore; alla libertà, spezzando pastoie psicologiche ed oggettive. Qui si spezza anche la schiavitù morale. L’adempimento della legge morale non è più soltanto il compimento di un dovere astratto, ma edificazione della nostra salvezza.

 

[1] Noti il lettore il metodo suggestivo con cui il G. prima ricostruisce il dramma della coscienza «autonoma» dal punto di vista meramente psicologico descrittivo, rilevandone la debolezza, per poi arrivare al «nocciolo» del problema della coscienza ch’è la realtà religiosa (n. d. t.).

 

IL BENE E LA COSCIENZA – Romano Guardini

IL BENE E LA COSCIENZA (Audio 2)

L’uomo vive e cresce. Intorno, attraverso e dentro di lui si compiono continuamente dei processi, per i quali egli viene per così dire contessuto nella natura, come avviene anche della pianta e dell’animale. Per altri riguardi invece se ne distingue. Per una cosa innanzitutto: egli non solo cresce, non solo si muove, non solo opera per l’istinto di conservare e dilatare la propria vita, ma agisce. Ora agire significa che io faccio una cosa, che non è semplicemente posta in me stesso; esercito un dominio in me e intorno a me su ciò che è « dato »; che plasmo, produco qualche cosa e me la pongo innanzi; che tendo verso mete e creo opere.

In questo agire v’è un’importante distinzione da fare: ben altro è se agendo voglio soltanto attuare un «fine »; e ben altro, se adempio un «dovere ».

Dei fini ne attuo continuamente. Se voglio trovar qualcuno, devo recarmi da lui; per andarci devo sceglier la via o usare i mezzi di trasporto che mi vi conducono ecc. La vita famigliare, professionale e pubblica costituisce un intreccio di scopi e di azioni ad essi ordinate. Il senso di queste azioni è tutto qui: che venga attuato il loro fine. Ma il fine voglio raggiungerlo, perché lo vedo necessario o utile alla mia esistenza.

Diversa è la cosa quando si tratta di adempiere un dovere: di dir la verità, perché è giusto il dirla; di lavorare, perché ne ho l’obbligo; di essere giusto, perché ne riconosco il debito. Il dovere lo adempio non già perché con esso voglia raggiungere un fine, – benché in fondo ci sia anche questo, perché il dovere è sempre collegato con dei fini – ma perché è giusto intrinsecamente. Il carattere comune di tutte le azioni tendenti ad un fine sta nell’«utile»: si tratta di cosa necessaria o utile alla mia esistenza. Al contrario il carattere comune di ogni dovere; ciò che rimane, se astraggo da tutti i contenuti particolari, sta nella parola: è bene; bene in sé.

Qui trattiamo appunto del bene. (Audio 3)

Concentriamo dunque la forza del nostro sguardo e la nostra sensibilità su ciò che significa la parola «il bene ». Incontreremo in questo studio ogni sorta di ostacoli. Oggi siamo alquanto scettici e a chi ci parla del bene ci vien voglia di rispondere con la domanda di Pilato: «Che cosa è il bene?» – una domanda che non aspetta alcuna risposta, perché chi la pone è persuaso in anticipo di non riceverne alcuna. Certo questo scetticismo ha anche un significato e importa molto che lo si avverta. Ma qui non possiamo addentrarci in questa indagine senza perderci in un labirinto. Dobbiamo andare al di là dello scetticismo, attraversandolo, e superarlo. Dobbiamo superare anche le tristi e accascianti esperienze che ci ha forse procurate il nostro sforzo verso il bene… tutti gli smarrimenti del pensiero, della parola e della letteratura della nostra epoca… tutto questo incalzare e tramutarsi intorno a noi spesso così caotico e così impenetrabile alla sguardo, che ci sembra impossibile di raccapezzarvisi… questo e altro ancora dobbiamo superare.

Noi dobbiamo far parlare quello che in noi v’è di intimo. Esso ci dice: il bene esiste! Esiste quel carattere supremo che può posarsi sull’azione meno appariscente e conferirle il suggello di un’assolutezza, superiore ad ogni scopo particolare. Esiste quel qualche cosa di definitivo, che non può più venir discusso ed ha in sé la nota della grandezza genuina. Esiste quel vertice supremo, sul quale, quando tutto si sconvolge e va alla deriva, posso rifugiarmi dicendo: «Ho voluto il bene ». Questo esiste. Quel qualche cosa che non dipende da nulla d’altro ma esiste in sé; che non riceve la sua giustificazione dal di fuori, ma porta la sua dignità in se stesso, quel qualche cosa, davanti al quale non è lecito restare indifferenti, se non si vuol mettere a repentaglio con leggerezza la propria intima dignità.

Il bene è quell’ultima cosa non più discutibile, alla quale è legato il mio supremo e non più discutibile destino.

Ora questo bene non è campato in aria, quasi estraneo, in uno spazio inaccessibile. Il bene è in relazione con me; mi tocca. C’è in me qualche cosa che per sua natura risponde al bene, come l’occhio alla luce: la coscienza.

E qui di nuovo dobbiamo superare un impedimento. Fra le tendenze dell’età moderna v’è quella di negare radicalmente l’assolutezza della coscienza. Di ridurre la coscienza ad una questione di temperamento, e quindi contrapporre all’uomo «morale» un uomo «amorale», oppure ridurre la coscienza a un prodotto della storia o dell’ambiente sociale. Così essa sarebbe qualche cosa che è maturata a poco a poco, che si è acquistata con l’educazione e che potrebbe anche scomparire di nuovo. Bisogna anche qui farsi largo attraverso un intrico di semiverità sociologiche, psicologiche e storiche fino al fatto elementare: la coscienza esiste! Esiste in noi quel supremo qualche cosa, che è in relazione col bene, che risponde al bene come l’occhio alla luce.

(Audio 4) La forza di questa risposta può venire infirmata; può, per atavismo o influsso dell’ambiente, venire attutita e tratta in errore da esperienze personali. Ma quando vogliamo vedere una cosa, dobbiamo cercarla là dove si presenta nella sua piena luce; allora siamo in grado di giudicarla, anche quando è offuscata. E allora siamo costretti a dire: la coscienza esiste. La portiamo viva in noi. Essa si fa sentire; nel bene come nel male.

E per comprenderne subito la natura particolare, cerchiamo di penetrare un po’ la parola: coscienza. È qualche cosa di più che il puro «sapere qualche cosa». Significa consapevolezza di qualche cosa. Vi è incluso dunque un carattere di interiorità; significa un aver presso di sé; un trovarsi, da solo a solo, con qualche cosa; un abbracciare e un penetrare. Racchiude una profondità che si esplica nella proposizione: « Sono conscio, a me stesso, che ciò è bene ». Qualche cosa di intimo dunque; qualche cosa che sta in rapporto con quello che esprime l’antico concetto di «fondo dell’anima», di scintilla animae.

Ma la cosa che si conosce in tal modo è appunto il bene.
Lasciamo stare, ora, per un momento tutto questo e procediamo nelle domande.
Il bene – che cos’è il bene?
Se ci riflettiamo, rispondiamo interiormente con un atteggiamento stranamente contraddittorio: abbiamo la sensazione di trovarci davanti a qualche cosa che ci è molto familiare. Ci sembra di conoscerlo; di avere chiara la percezione del suo carattere e della sua natura. E al tempo stesso rimaniamo sospesi, disorientati, incapaci di formulare e di concretare. Questo qualche cosa, che pur conosciamo, sembra scivolarci di mano, non appena lo vogliamo afferrare. Ricorre alla mente la parola di Agostino: «Se non me lo chiedi, lo so. Ma se me lo chiedi ed io debbo dirlo, allora non lo so ». Che significa questo?

Dapprima e innanzi tutto: il bene è qualche cosa. È non soltanto un «come», una forma, come, ad es., sarebbe espressa nella proposizione: «Importa non tanto quello che si fa, quanto che nel fare si abbia intenzione». Il «fare con buona intenzione» potrebbe essere una pura forma capace di ogni contenuto. Tutto potrebbe «venir fatto con buona intenzione». Ma non è così. Ciò sarebbe relativismo, scetticismo. Se consideriamo a fondo, avvertiamo esattamente che il bene è un qualche cosa che bisogna volere; un contenuto. Ma che cos’è dunque?

Il bene è il bene.

È però sempre un contenuto; qualche cosa di positivo; più ancora: è positività pura e semplice. Compendio ideale di dignità, di grandezza, di valore. Qualche cosa, oltre la quale non posso spingermi; che esiste in sé, appunto perché è una totalità ideale infinita (unendlicher Inbegriff).

Ma non basta ancora: il bene è qualche cosa di vivente. Non un’idea astratta, non una semplice «legge», ma qualche cosa di spiritualmente vivo. Me lo dice l’esperienza. Tale mi si presenta interiormente, e come tale tocca la mia coscienza.

Io non posso ridurre il bene ad altra cosa, poiché esso stesso è un termine ultimo. Ma non ne ho nemmeno bisogno, come se per comprenderlo dovessi ricorrere all’aiuto di altri concetti; perché la forza del suo contenuto, del suo « Sì », del suo: «Così », del suo « Questo» è intuitiva. Lo si comprende direttamente.

Inoltre: il contenuto del bene è infinito, come del pari la sua validità è assoluta. Quando cerchiamo di afferrarlo nella sua purezza, sentiamo che la profondità di questo contenuto è insondabile, la sua ampiezza incommensurabile, la sua pienezza inesauribile, la ricchezza delle sue qualità e del suo valore incalcolabile. L’infinità del contenuto appartiene all’essenza del bene. Nello stesso tempo però il bene è affatto semplice. La filosofia greca, per misurare il grado di nobiltà di un essere, conosce un criterio che dice: un essere è tanto più elevato, quanto più ricco contenuto abbraccia e al tempo stesso quanto più è semplice. Ecco dunque: il bene è contenuto infinito e semplicità perfetta.

Ma è appunto di qui che deriva la difficoltà di rispondere alla domanda: che cosa è il bene? Lo sguardo si smarrisce nella pienezza del contenuto; e la semplicità fa sì che questo sfugga all’occhio.
Tuttavia la domanda rimane: Che cosa è il bene?

Per mio conto ho cercato di rispondervi nel seguente modo:
Il bene vivente batte alla mia coscienza. Accolto dalla mente e dal cuore, esso preme per essere tradotto in azione umana. Il primo e più importante compito della coscienza consiste nell’avvertire la voce imperiosa del bene, che vuol essere attuato in modo degno dell’uomo. Il bene dunque domanda e insiste: «Accoglimi! Intendimi! Voglimi! Attuami!». La coscienza risponde – supponiamo che risponda così! certo può opporre anche un rifiuto o schermirsi – essa risponde dunque: «Voglio! Tu, o bene…». Ma qui si arresta e riflette: «Se ti voglio tradurre in atto… che devo fare? Tu, bene – che cosa sei tu? ». In un primo momento non segue risposta alcuna. Non è infatti possibile esprimere senz’altro ed esaurientemente il bene in contenuti concreti e realizzabili. A tale domanda il bene tace. Ma la cosa non finisce lì. Nell’istante che segue, supponiamo, dev’esser fatto qualche cosa per dovere professionale. Ed ecco venire la risposta: «Ciò che qui va fatto; che venga fatto in retta conformità alle esigenze delle cose, – ecco quello che sono », dice il bene.

In altre parole: che cosa sia il bene, che domanda di essere tradotto in atto, risulta chiaramente da ciò che di volta in volta deve compiersi.

(Audio 5) Qui abbiamo da chiarirci un concetto importante: quello della situazione.

Noi distinguiamo fra « situazione» e « caso ». Vorrei mettere in evidenza questa distinzione con un aneddoto. In un crocchio si racconta la storia di due mercanti che attraversano il deserto. Un giorno l’acqua accenna ad esaurirsi. La provvista basta ancora appena per uno. Ora i presenti discutono intorno a quello che debbono fare i mercanti. Spartire l’acqua e poi morire? Oppure è il caso che il più anziano beva e il giovane si sacrifichi? O deve cedere il più anziano per amore della vita del giovane? Ma ecco un vecchio signore alzarsi e dire: «Il vostro discorso è ozioso. Nel caso, che noi consideriamo, manca quello che è decisivo, cioè manchiamo noi stessi! Si tratta di un caso puramente teorico, che non ci riguarda. Fossimo noi stessi in quella situazione, allora sì sapremmo quello che ci toccherebbe fare ». Ora la distinzione ci balza negli occhi: «caso» significa una combinazione di uomini, di circostanze e di fatti, nella quale non c’entro. Non mi impone doveri. Posso considerarlo da un punto di vista puramente teorico. «Situazione» invece vuol dire un complesso di uomini, di circostanze e di fatti, dei quali io faccio parte; che mi riguardano; che esigono da me qualche cosa. Del caso posso non curarmi, ma della situazione no. Essa esige che io prenda posizione, che mi decida, che agisca.

Ora, è appunto la situazione a dirmi che cosa sia il bene. Il comando di esser tradotto in atto da parte del bene, comprensivo di tutto e al tempo stesso affatto semplice, riceve di continuo, ad ogni passo che faccio, un nuovo significato dalla situazione sempre nuova, che si riproduce intorno a me. Il rapporto col bene può essere considerato sotto vari aspetti. Il punto di vista che noi abbiamo scelto potrà aver naturalmente le sue deficienze; esso ci svelerà però sempre qualche cosa di molto importante: la grandezza di quel rapporto e il fatto ch’esso è vivo e concreto.

Il rapporto morale è qualche cosa di grande. Prendiamo la parola nel suo significato più ovvio. Lo scardinamento morale della nostra epoca deriva pure in buona parte non già dal fatto che il dovere morale venga sentito come un peso troppo grave, ma che lo si vede come troppo meschino; dal fatto che lo si degna appena di uno sguardo superficiale e svogliato. Il dovere morale non è una forma vuota, ma pienezza di contenuto; non è povertà, ma ricchezza infinita. Esso batte alla mia coscienza, al mio cuore e vuol esser compreso, affermato, attuato. C’è qualche cosa di inesprimibilmente grande nella consapevolezza di essere quasi un ambasciatore del bene nel mondo, un esecutore della sua missione. Di esser colui, al quale è affidato il destino del bene – che è pur la cosa più sublime, ma anche, appunto per questo, la più delicata, e, in questo mondo di violenze, la più debole. Il bene non diventa realtà, se non lo attuo. Meditiamo tutto ciò col più nobile orgoglio del nostro cuore!

(Audio 6)  Il bene non è una legge morta. È la vita infinita che vuol essere inserita in questa realtà. Nella sua pura essenza questa vita è per noi inesprimibile; appunto perché è infinita e nello stesso tempo semplicissima. Ma essa vuole assumere una figura terrena, umana. È ciò che avviene nell’azione morale. L’attività morale ha in sé qualche cosa di misterioso. Non è soltanto adempimento di una legge, esecuzione di una norma, ma donazione di vita. È una generazione e una immissione di nuova vita nella realtà finita, realtà finita ed umana che con ciò consegue una pienezza di senso eterna.

Il fare il bene equivale perciò ad una vera creazione. Non è semplice esecuzione di un ordine, ma attuazione creatrice di qualche cosa che ancora non è. La nostra vita morale s’impoverisce perché diventa noiosa. Perché per lungo tempo, sotto l’influsso di un’etica razionalistica, sotto l’influsso del formalismo kantiano e di una morale schematizzata, venne concepita come semplice esecuzione di ordini. Ma non è così. Dobbiamo accostarci una volta con orecchio intento a Platone, in cui per primo si fece strada la coscienza del problema, per sentir tutta la passione creatrice dell’azione morale. Nell’attività morale si tratta di render reale, umanamente reale quello che ancora non lo è. Si tratta di dar forma terrena a qualche cosa di eterno e di infinito.

Ma ciò importa due cose: anzitutto, che noi afferriamo quella cosa grande ed eterna, che è il bene. Come? Con qual mezzo? Con l’unica forza che può afferrarlo: con la libertà della nostra volontà, o meglio del nostro cuore, la quale dice: «Sì, sono pronta al bene»; la quale si erge e vuole e si protende verso il bene, ne «sente la fame e la sete», e lotta per raggiungerlo col sentimento profondo, che si apre, accoglie, ospita, «fino che tutto è lievitato», tutto purificato e nobilitato. E quanto più pura la prontezza, quanto più risoluta la volontà; quanto più profondo e più forte il desiderio; quanto più aperto, più puro e più pienamente disposto il nostro intimo, tanto più saldamente e pienamente possediamo il bene, nel nostro spirito e nel nostro cuore.

 (Audio 7) Ma poi, con le opere, dobbiamo trasfondere il bene nella realtà, altrimenti esso resta aspirazione infeconda. Bisogna che ne imprimiamo la forma nella materia della realtà che ci circonda: nella situazione. Ciò vuol dire che dobbiamo afferrare ciò che è nuovo; quello che qui mi sta attorno: uomini, avvenimenti, cose, circostanze. Tutto ciò arriva, diviene, si articola, qui, adesso – e in questo momento bisogna che lo afferri. Devo vedere: che cosa importa per me tutto questo che mi circonda? A quali cose devo rivolgere il mio sguardo? Il mio giudizio? Che cos’è qui il bene? Vedere, giudicare, deliberare, fare tutto ciò; chiaramente, magnanimamente, ponderatamente, risolutamente; con atto energico e netto, che abbia sangue e colore, lo slancio del cuore e la sicurezza della mano – questo significa fare il bene.

Agire moralmente significa quindi creare qualche cosa; non in pietra o in colore o in suono, ma nella materia reale della vita. Il mondo è sempre incompiuto. Esso ci viene incontro incessantemente sotto forma della situazione, affinché, con l’attività morale, lo portiamo a compimento, dandogli l’impronta del bene. La vita morale è disertata su larga scala. Le forze creatrici si sono trasferite al servizio di un’arte raffinata, di un’attività politica sfrenata, di un’economia pura o di qualsiasi altra cosa. È tempo che riconosciamo di nuovo che l’attività morale è una creazione e vi convogliamo di nuovo le vive energie morali.

La moralità non è un affare speciale, accanto ad altri, poiché essa si estende a tutta la realtà. Il suo contenuto si estende a tutto ciò che esiste. Tommaso d’Aquino dice: «Bisogna fare il bene. Ma che cos’è il bene? Quello che di volta in volta si presenta come ragionevole, conforme all’essere ». Ma questa «cosa di volta in volta conforme all’essere» è appunto la situazione con tutta la pienezza del suo contenuto; la vita che nella situazione mi viene incontro in forma sempre nuova, con tutto quello che in essa si contiene. Tanto più grande è il valore dell’atto morale, quanto più pienamente io afferro il ricco contenuto della situazione dal fatto che io veda la pienezza di contenuto della realtà, affinché il bene, semplice e comprensivo, possa manifestarvi la sua ricchezza.

Ma con ciò torniamo alla questione del disorientamento morale del nostro tempo. Questo disorientamento esiste. E non soltanto perché manca la gioia della creazione morale, ma anche perché, in mezzo a tutte le trasformazioni della nostra epoca, si sono perse di vista le linee fondamentali della morale. Hanno preso campo la confusione nella terminologia morale stessa e la diffidenza contro le forme morali correnti. Non investighiamo le cause di questo fenomeno. Saranno da ricercarsi nel soggettivismo, nell’insofferenza di freni e nella sbrigliatezza, che sono la caratteristica della nostra età. In parte dovranno attribuirsi anche al pensiero morale tradizionale, che per molti riguardi si è fossilizzato in forme lontane dalla viva realtà. Ognuno la pensi come vuole. In ogni caso sta il fatto che ci troviamo di fronte ad un disinteressamento e ad un disorientamento morali assai diffusi. A giudizio di molti l’atto morale non compensa il serio sforzo che esige. Altri a loro volta, che sarebbero pronti a tale sforzo, non sanno da che parte incominciare. Si sentono come sperduti nel caos, non vedono chiaro circa le norme e non sanno mettersi d’accordo.

Qui si vuol stimolare al lavoro; della ricerca, del pensiero, dello scambio d’idee. Importante soprattutto però ci sembra che vengano incoraggiate in tutti i modi le energie dell’attività morale; che l’uomo comprenda il dovere morale nella sua grandezza e nella sua pienezza. Che acquisti consapevolezza delle sue forze. Che purifichi sinceramente i suoi sentimenti e poi si metta all’opera con fiducia. Bisogna che sorga l’uomo, che compie con gioia e con serietà il dovere morale; che brama il bene; che si sente incalzato, eccitato e intimamente assorbito dal dovere morale; che ha gli occhi aperti per quello «che deve fare» e per quello che gli uomini, avvenimenti e cose reclamano; che sa volere e sa impegnarsi a fondo. Che quest’uomo sorga, che si metta all’opera e poi il ristagno morale sarà superato. I doveri allora si presentano da sé e le mète diventano chiare. Le parole vengono senza fatica, e si ricostituisce la comprensione e l’unione delle volontà. Allora tutta la pienezza della verità e della sapienza, contenuta nella morale cristiana, verrà di nuovo sentita e sarà accolta con rispetto.

Se questo è importante per l’uomo, è importante anche dal punto di vista della donna, la quale oggi ha una larga parte nel pensiero e nell’azione. L’uomo in fin dei conti può anche vivere sotto una ferrea disciplina; diciamo meglio: lo può meglio d’altri. Ma la donna intristisce in tale condizione. Tutta la sua attività in prima linea è diretta non ad un lavoro. Anche al lavoro; ma in prima linea e più propriamente alla vita. La donna non attua delle norme, ma a quello che interiormente incalza dà corpo e terrena esistenza. La via dalla ricchezza infinita alla forma particolare: ecco il suo compito più profondo. La realtà dell’essere e della vita, ovunque si manifestino e in tutta la loro ricchezza, è ciò che la sostanzia. Questa realtà deve accostarsela al cuore e metterla in contatto con la sua vita, affinché diventi materia capace di quella forma.

(Audio 8)  Ed ora ritorniamo al concetto della coscienza. Coscienza è, anzitutto, quell’organo, per mezzo del quale io rispondo al bene e divento consapevole di questo: « Il bene esiste; ha un’importanza assoluta; il fine ultimo della mia esistenza è legato ad esso; il bene bisogna farlo; questo fare decide di un destino supremo ». La coscienza però è anche l’organo, mediante il quale dalla situazione ricavo il chiarimento e la specificazione del bene; mediante il quale posso conoscere che cosa sia il bene in questo determinato luogo e in questo determinato momento. L’atto della coscienza è dunque quell’atto, col quale penetro di volta in volta la situazione e intendo che cosa sia, in tale situazione, il giusto, e per ciò stesso il bene (1).

Così la coscienza è anche la porta, per la quale l’eterno entra nel tempo. È la culla della storia. Solo dalla coscienza sgorga « storia », la quale significa ben altro che non un processo naturale. Storia significa che, in seguito a libera opera umana, qualche cosa di eterno entra nel tempo.

Ma ciò non corre così liscio e cozza contro difficoltà.

Anzitutto la «situazione» è spesso tutt’altro che semplice. Esigenze molteplici e perfino contraddittorie vi trovan luogo. Le più diverse relazioni d’uomini e di cose vi si collegano, si incrociano e si contraddicono a vicenda. Quanto più desta è la sensibilità per le esigenze degli uomini, delle cose e delle circostanze, tanto più difficile diventa il riconoscere quello che in definitiva si debba fare. Formare la coscienza vuol dire appunto allargare l’angustia dello sguardo per abbracciare la molteplicità delle forme, superare l’ottusità della sensibilità ai molteplici valori che ci rivolgono il loro appello, significa che l’uomo affini la sua sensibilità per comprendere a pieno e nelle loro sfumature le esigenze morali. Ma nella misura in cui questo avviene, cresce il pericolo opposto: che egli si perda in questa molteplicità e che a furia di voler vedere, capire e rettificare, non arrivi alla decisione e all’azione.

In secondo luogo: ogni situazione, che mi si presenta, arriva un’unica volta. Essa non è mai esistita e non tornerà più. Vi sono, è vero, delle somiglianze. Non è la prima volta che un uomo viene e chiede di essere aiutato. In realtà però esiste, non « un uomo », ma sempre solo « quest’uomo ». E che « egli» com’è, si presenti a me, come sono, in queste determinate circostanze e con questa domanda, avviene quest’unica volta. E se tornasse anche domani con la stessa preghiera, e per il medesimo favore, si sarebbe modificato in noi almeno questo, che la nostra età avrebbe fatto un passo innanzi e che si sarebbe accumulato in noi tutto quello che dopo l’ultimo incontro avremmo fatto ed esperimentato. Ogni situazione si presenta una unica volta. Per cui anche quello che deve avvenire in essa non è mai avvenuto e non tornerà più. Bisogna dunque che venga divinato e plasmato per la prima volta. Certo ci giova l’esperienza del passato; ci giovano gli educatori, gli amici, l’ambiente, con princìpi generali e con esempi analoghi. Ci soccorrono il comandamento positivo divino e il precetto dell’autorità legittima posta da Dio. Ma con ciò non veniamo esonerati dal compito di afferrare questa situazione nelle sue specifiche particolarità, di interpretarla e di decidere quello che debba esser fatto, per corrispondere appieno alle sue esigenze. E il grado di perfezione dell’azione morale dipende appunto dalla misura, nella quale vien capita la situazione nella sua unicità. Certo abbiamo bisogno della regola. Essa ci mostra quello che vi è di tipico nella situazioni e ci aiuta così a comprenderle. Ma quanto più nell’agire badiamo a ciò che è tipico, tanto più ci accorgiamo di svuotare la situazione,e ci sentiamo spronati ad attendere al momento contrapposto, vale a dire, a ciò che è specifico, anzi unico.

E ancora una terza cosa: ci fosse pure concesso di volere inequivocabilmente il bene in tal modo comandato! Ma purtroppo non è così! In verità noi siamo spesso ricalcitranti, se non proprio con la nostra volontà consapevole, almeno con una resistenza incosciente. Quello che la dottrina della fede ci insegna del male nascosto nell’uomo, e cioè della sua resistenza al bene, trova nella psicologia moderna il suo fondamento scientifico formale. Questa ci mostra infatti che noi non siamo mai senza impulsi della volontà e senza tendenze. Anche quando crediamo di esaminare senza prevenzioni e di agire oggettivamente, stiamo sotto l’influsso di impulsi positivi o negativi. Questi in certe circostanze sono del tutto inconsci e perciò inaccessibili alla nostra consapevole esperienza; ovvero provengono dalla subcoscienza e balenano appena…, e così attraverso tutte le gradazioni di parziali consapevolezze fino alle intenzioni chiare. Questi impulsi però non sono affatto sempre rivolti al bene. Al contrario. Ed influiscono non soltanto su quello che facciamo, ma anche sulla nostra conoscenza e sul nostro giudizio. Essi deviano lo sguardo dal suo oggetto; accentuano nell’oggetto dei lati particolari o li attenuano; lumeggiano od offuscano; alterano; anzi possono far scomparire del tutto una circostanza di fatto.

Ed ecco che appare chiaro, quale compito spetti alla coscienza.

Il suo sguardo dev’essere aperto per abbracciare pienamente tutto il contenuto della situazione; per vedere gli uomini, quali sono; per sapere quali siano le circostanze e quali i rapporti, e quali esigenze debbano venir prese in considerazione. Questo sguardo deve tenersi libero da tutto ciò che può offuscarlo, impedirlo e distrarlo. Sempre più interiormente deve compenetrarlo la limpidezza, la quale sa vedere, perché vuole veramente vedere. Tutta la molteplicità oggettiva della situazione deve venir colta e interpretata secondo la visuale definitiva, che ne dia il significato.

Significato definitivo di una situazione non ancora esistita e che non tornerà più; per la quale posso però e debbo imparare dall’esperienza dell’umanità, dall’esperienza di coloro che mi hanno educato e dalla mia stessa esperienza precedente, poiché il principio universale e l’incontro vivo e concreto si spiegano l’un l’altro reciprocamente. Tutto questo però non mi solleva dal compito di appigliarmi al nuovo che si presenta soltanto qui e di plasmarlo con gli elementi che esso stesso mi offre; dal compito di guardare e di interpretare, di ardire e di creare.

Ma quando la situazione è tale da ammettere diverse interpretazioni e da non offrire alcuna chiara direttiva per l’azione, allora è la coscienza che deve decidere. Allora essa deve dichiarare: «Il meglio è questo. Così bisogna agire! ». E tale decisione deve mantenerla ed eseguirla.

La coscienza è dunque l’organo per l’eterna esigenza del bene, che deve venir attuato: la coscienza è per l’uomo come una finestra aperta sull’eternità. Una finestra però che allo stesso tempo dà anche sul corso del tempo e sugli avvenimenti quotidiani. La coscienza è l’organo, che trae l’interpretazione del comandamento del bene, eterno e sempre nuovo, dai fatti concreti; l’organo col quale sempre di nuovo si riconosce in qual modo il bene eterno ed infinito debba venir attuato nella specificazione del tempo. È un obbedire e al tempo stesso un creare; un comprendere e un giudicare; un penetrare e un decidere.

Ma con ciò si è detto tutto?

[1] Affinché si chiarisca completamente quel che s’è detto, dovrei accennare al fatto che alla situazione appartiene tutto quello che concerne la persona la quale vi si trova, e che il suo peso si commisura al significato che ha in se stessa. La parola della Rivelazione, la dottrina della Chiesa, la tradizione cristiana perciò le appartengono ed esigono di ricevere una valutazione corrispondente al loro peso ontologico proprio nel giudizio d’essa. Una interpretazione della situazione, che prescindesse da tali elementi, non coglierebbe la realtà quale essa è.

Non lo possiamo scomporre in elementi più semplici. Non possiamo dire, a mo’ d’esempio: il bene è l’amore del prossimo; ovvero, è la fedeltà verso se stessi. Avremmo soltanto una parte, una manifestazione del bene. D’altro canto non possiamo nemmeno dire: il bene è il vero, bensì – appunto il bene. È quello che è.

LA COSCIENZA – Romano Guardini

La coscienza

MORCELLIANA – Brescia 1977

 

di ROMANO GUARDINI

ROMANO GUARDINI, nato a Verona nel 1885, studiò in Germania, dove sempre visse. Dopo aver tentato gli studi scientifici e quelli umanistici, riconobbe la sua vocazione autentica nella teologia.

Nel 1923 gli venne affidata la cattedra di ‘visione del mondo’. cattolica nell’Università di Berlino. Insegnò in seguito all’Università di Monaco; morì nel 1968.

Attento ai movimenti culturali e spirituali della Germania fra le due guerre, animatore prestigioso della Jugend-Bewegung, il Guardini concepì ognuno dei suoi libri con l’intento di rispondere ad una od altra delle esigenze più vive nell’uomo contemporaneo.

La sua presentazione delle verità cristiane è sempre tesa a un preciso riferimento critico o polemico alle esperienze culturali che hanno esercitato maggior fascino sull’europeo del nostro secolo: lo storicismo, il nichilismo, l’esistenzialismo.

Fra le numerose opere ricordiamo: Lo spirito della liturgia, Il Signore, L’essenza del cristianesimo, La figura di G. Cristo nel N. T., Il mondo religioso di Dostojevskij, Libertà Grazia Destino, Pascal, La conversione di S. Agostino, Ritratto della malinconia, La fine dell’epoca moderna, Il potere, Ansia per l’uomo, Rainer Maria Rilke, quasi tutte presentate al pubblico italiano dalla Morcelliana.

 

Titolo originale dell’opera: Das gute das Gewissen und die Sammlung 
Matthias – Grünewald – Verlag, Mainz (2. Auflage) 

Traduzione di Giulio DELUGAN

  • I edizione: 1933

  • II edizione: 1948

  • III edizione: 1961 IV edizione: 1977

PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA
(Audio 1)
 

Questo piccolo libro è uno scritto pratico, non teoretico. Esso non vuole discutere filosoficamente l’essenza della coscienza del bene, bensì intervenire in aiuto della coscienza cristiana nella lotta intorno ai fondamenti della vita morale, quale è determinata dalla situazione spirituale in Germania.

Lotta: ma chi sono i nemici?

E in primo luogo Kant e lo spirito da lui suscitato che esige l’autonomia assoluta della coscienza ed afferma che il cristiano non è una personalità morale nel vero senso, piuttosto invece è eteronomo perché egli sottopone la sua coscienza al volere di Dio… E poi il Nietzsche che assurge a potenza sempre più vigorosa. Egli esige l’assoluta creatività della personalità morale. Il cristiano, egli afferma, ha solo una morale esecutiva che è condannata all’infecondità; una morale da schiavo che lo esclude dall’ esistenza veramente grande e degna… E il bolscevismo che soffoca lo spirito vivente, e distrugge la libera personalità nella compagine del collettivo e nel processo della storia, umiliandola a mero organo per la realizzazione di necessità superindividuali. Ed esso, poi, ritiene il cristiano un individualista pieno d’egoismo, un fantasioso che si abbandona a realtà incontrollabili e trascura in tal modo l’unica realtà. Ed altri ancora si potrebbero nominare.

Di fronte a costoro, questo libro vuol mostrare quale forte indipendenza e profonda iniziativa presenti la morale cristiana; quanto grandi siano le sue possibilità creative, con quanto senso di realtà essa stia di fronte alle cose. Esso pertanto vuoi animare la coscienza cristiana ed ispirarle fiducia nella sua forza. Il lettore dovrà dunque intendere il libretto in questa prospettiva di lotta e di aiuto: non come una trattazione scientifica, bensì come una parola veniente dalla vita per la vita. Come una parola indirizzata agli uomini d’oggi, in cerca ed in lotta, per ispirar loro forza contro determinati avversari; non quindi come un trattato morale o teologico sulla natura della coscienza.

Sembra che il libretto, con questa intenzione, non abbia fatto in Germania un cattivo servizio. Così può essere giustificata la speranza che non risulti inutile nelle discussioni del pensiero italiano, in cui lo introduce l’amichevole fatica del traduttore.

ROMANO GUARDINI

Questi pensieri vennero svolti originariamente in forma di conferenza. 
Vorrei perciò lasciar loro la forma dell’allocuzione diretta; 
e quindi anche il chiarimento loro premesso.

INTRODUZIONE

Ci siamo radunati per parlare di alcuni problemi fondamentali della nostra esistenza personale. Prima però di entrare in argomento vorrei fare alcune osservazioni.

Mi sia lecito dire che questo nostro conversare intorno a tali cose, dev’esser qualcosa di diverso da una solita conferenza. Non vogliate vedere in ciò presunzione di sorta; non pretendo di fare più di colui, che espone onestamente quello che sa. Ma si tratta invece di diversità sostanziale.

È naturale che uno comunichi ad altri quello che crede di sapere. A tal fine quello che si esige da lui è che sappia veramente ed esponga con chiarezza quello che sa. Chi ascolta poi dev’esser disposto ad ascoltare, a discutere e ad imparare, con mente attenta e con animo schietto.

C’è anche un altro modo di parlare: quando uno dice non soltanto quello che sa, ma quello di cui è personalmente convinto; convinto nel senso specifico, profondo di questa parola. Egli dice dunque delle cose, delle quali si può essere veramente «investiti», delle verità che toccano da vicino. In questa convinzione è entrata la persona vivente; altrimenti non si potrebbe parlar di convinzione. Perciò, quando il discorso è di tal natura, da chi parla si esige che la sua persona si trasfonda veramente nella parola; dall’uditore invece che sappia di esser messo di fronte ad una parola personale e che egli stesso prenda un atteggiamento personale, abbia cioè rispetto e disposizione a discutere seriamente.

Più in là ancora vi è finalmente un terzo modo di parlare: quando uno dice non soltanto quello che sa; parla non soltanto di quello che forma la sua convinzione; ma parla di « ciò che dobbiamo fare ». In questa cosa si tratta del destino umano; di ciò che trova la sua ultima espressione religiosa nella parola: la salvezza dell’anima. Un tal parlare non basta che sia fatto con serietà e con senso di responsabilità. Per essere veramente alla sua altezza, dev’essere un’intesa tra chi parla e chi ascolta, nel senso che entrambi vogliano veramente trattare assieme di quello «che dobbiamo fare ».

Qualche cosa del genere è quello che qui stiamo facendo.

Noi viviamo in un’età devastata. Le cose dello spirito e le cose della salvezza non hanno più una propria sede. Tutto è buttato sulla strada. Ognuno parla, ascolta, scrive e legge di tutto ad ogni istante.

Abbiamo dimenticato che quanto riflette lo spirito è di una nobiltà molto esigente e che il comprenderlo è possibile solo a certe condizioni. Che i diversi interessi del mondo spirituale esigono di volta in volta un diverso modo di parlare e di ascoltare; richiedono uno spazio interiore diverso, nel quale possano svolgersi questo parlare e questo ascoltare.

Viviamo in un tempo, nel quale l’avvilimento dell’onore che spetta allo spirito è diventato una pratica comune, che non impressiona più in modo particolare. Per accorgersene basta dare uno sguardo attento a quanto riguarda l’educazione pubblica, con le sue conferenze, discussioni e riviste e coi suoi giornali; basta osservare l’andazzo seguito nel trattare di cose spirituali, il linguaggio che in ciò si usa… Se vi è un compito di vera formazione, è ben quello di tornare ad erigere in questo caos delle barriere, di tracciare dei confini, di separare ambiente da ambiente, di distinguere gradi gerarchici degli spiriti, di far sentire quello che di volta in volta è richiesto da chi vuol cogliere qualche cosa di spirituale.

Ebbene, un po’ di siffatta riflessione e di quest’ordine dovrebb’essere il frutto di queste parole introduttive.

Qui non si tratta di una conferenza che esponga ciò che si sa ad uditori disposti ad imparare. Non si tratta nemmeno di sostenere una convinzione davanti ad uomini disposti ad ascoltarla rispettosamente e a discuterla. Si tratta piuttosto di scambiarsi, uniti nella medesima preoccupazione per la nostra più intima esistenza, una parola su problemi che riguardano appunto questa esistenza e la sua salvezza.

L’oratore dunque intende parlare qui ad uditori che siano pronti a condividere questa preoccupazione. Soltanto con loro. Questa esclusività è necessaria per la dignità della cosa e per l’onore della propria interiorità. Con ciò è chiarito l’oggetto della nostra conversazione, definito il nostro atteggiamento, e circoscritto il suo ambito.

Se tutto ciò vi dovesse sembrare troppo esigente, eccovi la risposta: il dir questo fa appunto parte dell’argomento di cui ci occupiamo. Ne determina il carattere. Ognuno deve assoggettarsi al giudizio che venne pronunciato sopra la trascuratezza colpevole del nostro tempo. Nessun individuo è esente da quello che tocca tutti. In un punto però può differenziarsi: che egli abbia la coscienza di questa trasandatezza. Che egli non chiami ordine questa devastazione, ma sappia ben distinguere. Che egli chiami con il loro nome il disordine e l’irriverenza e abbia la volontà che le cose cambino.

E ancora un’osservazione: il discorso deve aggirarsi intorno ad alcuni problemi della vita interiore: problemi religiosi e morali dunque. Però non si intende con ciò di esporre un sistema di etica, ma soltanto di mostrare un fecondo punto di partenza; uno fra i tanti. Se qui e in tale contesto non si fa espressa parola della morale cristiana positiva, non è per escluderla, ma anzi perché viene esplicitamente presupposta.

Le tre conferenze hanno un nesso vicendevole, e pertanto sulle prime apparirà poco chiaro qualche punto, che poi troverà spiegazione nel corso della trattazione.

UOMINI MANDATI DA DIO – Don Enrico Ghezzi

UOMINI MANDATI DA DIO

di  don Enrico Ghezzi, 

 

Lasciarsi conquistare pienamente da Cristo! Questo è stato lo scopo di tutta la vita di san Paolo, al quale abbiamo rivolto la nostra attenzione durante l’Anno Paolino dello scorso anno; questa è stata la meta di tutto il ministero del Santo Curato d’Ars, che invocheremo particolarmente durante l’Anno Sacerdotale; questo sia anche l’obiettivo principale di ognuno di noi.

Per essere ministri al servizio del Vangelo, è certamente utile e necessario lo studio con una accurata e permanente formazione teologica e pastorale, ma è ancor più necessaria quella “scienza dell’amore” che si apprende solo nel “cuore a cuore” con Cristo.

È Lui infatti a chiamarci per spezzare il pane del suo amore, per rimettere i peccati e per guidare il gregge in nome suo. Proprio per questo non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell’Amore che è il suo Cuore trafitto sulla croce.

Solo così saremo in grado di cooperare efficacemente al misterioso “disegno del Padre” che consiste nel “fare di Cristo il cuore del mondo”

 23 novembre 2009

 

GIOVANNI XXIII

 

Introduzione.

Un Papa lo si può capire  a partire da due momenti della sua vita: il tempo dell’infanzia e della fanciullezza, e dal Testamento, conclusivo della sua esperienza di vita.

Per Papa Giovanni XXIII, proclamato dal popolo il ‘Papa Buono’, seguirò una traccia di vita da lui stesso indicata a partire dalla sua giovanissima età di 14, con quello che sarà chiamato ‘Il giornale dell’anima’. La storia di un’anima, non molto diversa da quella assai nota di S.Teresa del Bambino Gesù. In questi trent’otto quadernetti di scuola, il giovanissimo Roncalli, scrive tutti i suoi sentimenti umani e religiosi: segnando le preghiere, i propositi, i fioretti, le difficoltà, le gioie che una vita purissima e piena di innocenza gli veniva suggerendo di giorno in giorno.

Così mentre siamo soliti giudicare, per la storia, gli anni di pontificato dei successori di S.Pietro, con i loro interventi e gesti più solenni, in realtà io penso che uno diventi Papa prima, a partire già dalla loro fanciullezza e giovinezza, quando nella loro anima è stato seminato quel germe di fuoco e di amore con la parola del Signore, che avrebbe poi infiammato il cammino della loro vita, così da renderli idonei, con la grazia dello Spirito Santo, a diventare sommi sacerdoti della chiesa di Cristo. Senza questa attenzione allo sviluppo e alla formazione della loro anima negli anni della giovinezza, ci sarebbe difficile capire l’attività dei Pontefici, e daremmo spesso giudizi superficiali, dipendenti soltanto da scarse conoscenze storiche o da  sentimenti vaghi.

La grandezza dei pontefici del XX secolo, da Leone XIII, a S. Pio X, a Benedetto XV, papa della prima tragica guerra mondiale, fino a Pio XI e Pio XII, e ai due Papi che vogliamo ricordare Papa Giovanni XXIII e Paolo VI, Papa Montini, per coglierne almeno alcune dimensioni, bisognerà conoscere l’anima ardente della loro vita che precede la salita al soglio di Pietro.

Diventare Papa non è raggiungere una carriera, come spesso è banalmente creduto, ma significa essere scelti da Dio per portare con  Gesù la croce del sacrificio e l’oblazione totale dell’amore, secondo le parole di Gesù, prima della sua passione: “Avendo amato i suoi li amò sino alla fine”, secondo le parole di Giovanni 13,1.

Il Papa esprime l’intensità della sua identità spirituale, aderendo con pienezza alla vocazione a cui il Signore lo ha chiamato, come è ricordato dalla lettera gli Ebrei, a proposito del ‘sommo sacerdote’: “Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto tra gli uomini e per gli  uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati “>(Eb.5,1).

 

L’anima di Papa Giovanni

Oggi, noi veneriamo la memoria di Papa Giovanni, riconoscendo la sua santità: egli è stato già proclamato ‘beato’. Ma cosa significa essere ‘beato’ cos’è questa ‘beatitudine’ che ha sempre colmato e consolato l’anima di Papa Giovanni?

In Papa Giovanni la ‘beatitudine’ ha significato di ‘pienezza di benedizione’, di luce, vita di amore, di sentimenti teneri e generosi verso Gesù  che questo Papa ha poi profuso sul mondo e nella chiesa, durante i cinque anni del suo pontificato.

In lui, beatitudine, era innocenza, purezza, bonomia, luminosità serena, santità continuamente irradiata dalla sua vita semplice e povera. L’amore manifestato con ingenuità e pudore ha guidato il nostro Papa in qualunque momento del suo apostolato nei vari servizi alla chiesa, in Bulgaria, in Turchia, a Parigi, a Venezia e poi a Roma come successore di Pietro.

Desiderava comunicare alle nostre anime la tenerezza divina con lo stesso amore con cui il Signore aveva riempito e consolato il suo cuore dai giorni della sua fanciullezza fino alla croce delle ore finali, durante la sua malattia (un cancro allo stomaco), nella morte avvenuta il 3 Giugno 1963 alle 19,49.

In Piazza San Pietro, in quel momento, il card. Traglia suo vicario, concludeva la messa e all’ ite missa est, la stanza del ‘Papa buono’ si illuminava.

Un’altra fonte per comprendere  la vita di un Papa, è leggere il suo Testamento scritto meditando e pensando al momento della morte che mette fine alla propria esistenza e a ogni grandezza.

Dal Testamento di Giovanni XXIII, scritto mentre era ancora a Patriarca di Venezia, e dove pensava certamente di concludere la sua vita leggiamo: “Nato povero, da umile gente, sono lieto di morire povero, avendo distribuito a servizio dei poveri e della Santa Chiesa …quanto mi venne fra mano durante gli anni del mio sacerdozio ed episcopato…Alla mia diletta famiglia da cui non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale, non posso lasciare che una grande benedizione, con l’invito a mantenere quel timore di Dio. .. semplice e modesto”.

La povertà  vissuta con  dolcezza e gioia evangelica ha caratterizzato tutta la sua vita: questa condizione non è mai stata percepita con umiliazione o sofferenza: era semplicemente l’espressione più congeniale che lo teneva unito alla sua famiglia di contadini poveri ma pieni di dignità e che ha sempre caratterizzato l’indole evangelica di Giuseppe Angelo Roncalli, da sempre disponibile alla imitazione di Gesù-povero, da testimoniare come sacerdote nella  Chiesa.

Uno dei libri semplici che papa Giovanni ha continuamente letto fin da giovane seminarista, come si trova nel suo ‘Giornale dell’anima’, è proprio il libretto di Tommaso da Kempis, ‘L’imitazione di Cristo’.

 

L’INFANZIA

Nessuno può comprendere il ‘Papa Buono’, senza rileggere la sua infanzia a Sotto il Monte.

Famiglia di contadini e mezzadri; lavoro nei campi, polenta fumante alla sera condivisa con qualche mendicante che bussava alla porta; carne solo alla domenica, e dolci nelle feste principali.

Questo modello di vita, in quegli anni, era comune alla stragrande maggioranza delle famiglie contadine e operaie: una vita che trasmetteva un profondo senso di dignità, di onestà e faceva crescere la sensibilità verso un profondo bisogno di giustizia e di uguaglianza che presto si diffonderà nella società contadina e operaia, dando origine poi all’inizio del secolo XX a manifestazione e a creazione di cooperative diverse.

Nella famiglia Roncalli, il lavoro della terra era accompagnato sempre da una intensa devozione religiosa; santo rosario intero ogni sera, qualche lettura della Bibbia. Lavoro, preghiera, miseria,  e grande fierezza.

Intanto, il piccolo Angelo  leggeva con avidità e manifestò subito a 10 anni, il desiderio del sacerdozio, ma la famiglia non aveva soldi per pagare il seminario.

Aiutato da un canonico, entra in seminario nel 1892 a ottobre, all’età di 11 anni. Studio e preghiera: a 14 anni incomincia a scrivere i suoi pensieri, un diario che sarà chiamato ‘Il giornale dell’anima’ (38 quaderni).

E’ un vero ‘diario’, che annota tutti i piccoli sentimenti, i desideri del giovanissimo Angelo, ma soprattutto elenca una lunga serie di doveri a cui non vuole mai venire meno.

Oggi noi forse facciamo un po’ fatica a comprendere la minuziosità e l’impegno di un ragazzo già così teso ad essere fedele alla sua formazione spirituale, fin dalle cose più piccole: penseremmo che non c’era abbastanza libertà interiore, e che le regole sembravano una gabbia che limitava la sua libertà.

In realtà, Angelo Roncalli, fin da questa giovinezza, era guidato dal desiderio della perfezione e della santità; tuttavia, crescendo negli anni, il ‘diario’ si fa più robusto e concreto, manifestando meglio l’ardore e la purezza di costumi del giovane prete.

Tipo di vita descritto: preghiera, propositi, confessione settimanale, esercizi spirituali, visite al sacramento, giaculatorie, assoluta purezza di gesti e comportamenti, umiltà, studio. Devozione al Sacro cuore di Gesù, alla Madonna e a S: Giuseppe, all’angelo custode.

Nel 1901, a Roma da un ritiro: ‘O Signore, il mio cuore voi lo vedete…preghiera e santa letizia’.

Studio di teologia con successo. Tornando per le vacanze a casa scrive in anticipo alla mamma: ‘Vedete io sono quello di prima…non dovete mantenermi come un signorino…’.

In quegli anni, i genitori circondavano i figli chierici di grandi attenzione: di ritorno a casa, pur continuando a collaborare un po’ nei campi, era però necessario che i chierici potessero aver una vita raccolta e serena.

1902: Esperienza militare, e trascrive con inquietudine: <quante bestemmie…devo ringraziare il Signore della tenerezza che mi hai  usato…Gesù ti ringrazio, ti amo>

Negli anni di studio a Roma, avendo particolare capacità di apprendimento, doveva però constatare: <sono schiavo del mio amor proprio>, perché si sentiva bravo negli studi.

 

1904: Prete ordinato a Roma: < se voglio essere un grande sacerdote, mi devo spogliare di tutto, come Gesù in croce>.L’antica disciplina a cui si era sottoposto, ora deve portare frutti nel suo lavoro di sacerdote. Essere sempre più vicino a Gesù, tenere sempre il vangelo come modello di vità

 

1905-1914: Segretario del grande vescovo Radini Tedeschi a Bergamo, suo maestro di vita; da lui imparerà ad essere pastore donato al servizio del popolo, dei poveri e della Chiesa. (Insegna in Seminario e inizia a scrivere la Storia delle visite di S. Carlo Borromeo a Bergamo. Nel 1914, in ottobre, assiste alla morte del Vescovo, raccogliendo le sue ultime parole sulla ‘pace’: stava scoppiando la prima tragica guerra mondiale.

 

1915-18: Richiamato cappellano militare. Incontra  migliaia di ragazzi militari feriti e moribondi che riempivano il seminario di Bergamo diventato ospedale militare; conosce gli orrori della guerra con la morte di tanti ragazzi e il dolore di tante giovani famiglie.

 

Nel 1925 a Roma è fatto vescovo. E’ un giorno  importante della sua vita, che, improvvisamente, cambierà corso.

La dignità episcopale lo rende cosciente dei suoi carismi, ma subito annota: <Non ho cercato o desiderato questo nuovo ministero…Quale motivo per tenermi umile! Voglio essere solo di Dio, splendente di carità verso la Chiesa e le anime>.

Il suo motto episcopale  è: <Oboedientia et pax>, a cui cercherà di essere fedele per tutta la vita.

 

1925-34 (in Bulgaria)- 1934-44 ( in Turchia).

Il primo decennio in Bulgaria: carità e disponibilità con tutti, in un paese di forte presenza della chiesa ortodossa. I cattolici sono una minoranza abbandonata ai margini della cristianità. A dorso di mulo raggiunge i più sperduti villaggi cattolici, ai confini della Tracia e della Macedonia.

 1834-1944: in Turchia, pochi cattolici e ortodossi, prevalenza mussulmana.

 Anni difficili di silenzio, di carità, di preghiera. Scrive nel suo diario < con cattolici e ortodossi cercherò di esprimere sempre bontà, bontà luminosa, dignità amabile>.

Avverte però di essere dimenticato da Roma e scrive: < Non farò mai un passo per provocare cambiamenti nella mia situazione…lasciando passare davanti a me chi vuole>.

<O Gesù ti ringrazio di questa solitudine >.

Sempre in questo ritiro parla di <pene…angustie.. vita da perfetto eremita>.

2Negli anni della Turchia, parlando ancora delle difficoltà con Roma, annota nei suoi quaderni con amarezza: <ciò mi fa male, è la sola mia vera croce. Voglio portarla con umiltà . Dirò sempre la verità, ma con mitezza…>. (La vera diplomazia è la verità).

 

6 Dic. 1944: finita la guerra, è promosso, con sua grande meraviglia e incredulità, a Parigi come Nunzio; incarico prestigioso . Incontro con il generale De Gaule, rigido e severo che si scioglie davanti alla semplicità di questo diplomatico sorridente, affabile e sereno.

Riuscirà a conquistare la simpatia del socialista Auriol, o del radicale e  anticlericale Herriot, mentre il cattolico Schuman dirà <E’ il solo uomo a Parigi in compagnia del quale si abbia una sensazione di pace >.

 Ci sono grossi problemi tra la Chiesa di Francia e Roma: conosce il grande Card. Suhard, vescovo di Parigi, e con lui partecipa alla  ‘Mission de Paris’: la situazione cristiana del proletariato è quella di lavoratori e operai ormai lontani dalla Chiesa e dalla fede.

Scoppia il problema dei ‘preti operai’ a cui Roncalli mostrò particolare attenzione e riguardo, riuscendo a convincere Roma della opportunità di quella esperienza. Ripeteva il futuro Papa del Concilio: <Senza un po’ di follia, la chiesa non ha mai allargato i suoi padiglioni>.

1953-1958 Patriarca a Venezia e cardinale.

Era il traguardo finale del Pastore sempre in cerca di un popolo a cui donare amore e carità evangelica. di una-

A nov. 1952, il Sostituto di Stato, Mons. G.B. Montini, gli comunica l’intenzione di Pio XII di mandarlo a Venezia:

<il Papa disponga della mia umile persona, in piena libertà> è la risposta di Roncalli. A gennaio 1953 ancora Montini, gli fa sapere che sarebbe stato nominato cardinale. A Parigi lascia il ricordo di <un prete leale e pacifico>.

Salutando Parigi dirà; < Spero che direte di me: era un prete leale e pacifico…>.

 A Venezia giunge con queste parole:

  •  < Vengo con una  disposizione all’amore degli uomini che mi tiene fedele al Vangelo…mi impedisce di fare del male a chicchesia: mi incoraggia a fare del bene a tutti>

  • <Vengo dall’umiltà e fui educato ad una povertà costante e benedetta>.

Popolo e sacerdoti trovarono in lui un amico e un padre. Qui incontra don Loris Capovilla che gli sarà fedele segretario fino agli ultimi istanti della sua vita.

9 Ott.1958 muore Pio XII.

25 Ott. 1958 si apre il Conclave e il 28 Ottobre diventa Papa col nome di Giovanni XXIII.

Giovanni dirà, perché è il nome del mio papà, della chiesa parrocchiale dove sono stato battezzato, ed  è il nome di S. Giovanni in Laterano. (Aggiungerà con l’ironia che spesso lo accompagnava: <Ci sono 22 papi eletti regolarmente col nome di Giovanni…Quasi tutti ebbero un breve pontificato>.

IL Concilio

Tutta la vita di Papa Giovanni XXIII fu una testimonianza dell’amore del vangelo.  Questo amore volle portare nella Chiesa con il Con. Vat. II, appena tre mesi dopo la sua elezione, che sorprese la Chiesa e il mondo: mostrò la sua personalità energica e sicura di sé, lucida e capace.

Improvvisamente, la domenica 25 Genn.1959, accompagnato dai cardinali di curia (17 in tutto), ignari di quello che sia stava svolgendo, dalla Basilica di S. Paolo, varcato il convento e venuto nella sala dove erano convenuti i cardinali, tirò fuori dalla tasca della sottana un foglietto, messi gli occhiali,  con voce emozionata, proclamò: <Per venire incontro alle presenti necessità del popolo annunciamo la celebrazione di un Concilio Ecumenico, per la Chiesa universale…in cerca dell’unità >.

Tutto il mondo fu preso da  stupore: se ne parlò nei bar, sui tram, in fabbrica, al mercato ecc., con un certo silenzio da parte di cardinali di curia, imbarazzati da quell’improvviso annuncio.

Ma il Papa era convinto che il suggerimento veniva dallo Spirito Santo.

 11 Ott. 1962: Inizia il Concilio; 2400 padri da Oriente a Occidente, da tutto il mondo: cattolici, ortodossi, protestanti; <Oggi  –dirà- la santa madre Chiesa gioisce…>.

Inaspettatamente, la sera si raduna  a S. Pietro, sotto la finestra del Papa  una folla di circa 500.000 persone. In un discorso non preparato, il Papa appare alla finestra, e parlando col cuore dirà parole che hanno una freschezza evangelica anche oggi:

<Cari figlioli, cari fedeli…

Sento la vostra voce!… Si direbbe che perfino la luna si è affrettata stasera. Guardate la luna, figlioli, osservatela in  alto a guardare questo spettacolo.

Figlioli la mia persona non conta niente, è un fratello che vi parla, un fratello diventato padre per volontà del Signore. Continuiamo a volerci bene. Guardiamoci così, nell’incontro, per cogliere quello che ci unisce tralasciando quello che ci divide…

E ora figlioli, vi do la mia benedizione…E tornando a casa  troverete i bambini. Allora date loro una carezza e dite. Questa è la carezza del Papa>.

E’ stata la comunicazione più alta e più umana che mai un Papa aveva usato nel rivolgendosi ai fedeli: con quel figliuoli, ripetuto più volte, a parlare era  un padre e un fratello che voleva raggiungere e  penetrare il cuore di tutti. Come Gesù.

25 Ottobre 1962: crisi terribile tra Russia e America per la Baia dei Porci a Cuba. Possibile terza guerra mondiale. Il 25 ottobre il Papa fa un accorato appello al mondo: <I potenti ascoltinoil grido di angoscia che sale da ogni parte  della terra. Pace, pace…>.

Passò due notti a pregare: il 28 Ott. ‘62  Kruscev toglie le basi missilistiche da Cuba. Dirà più tardi lo stesso Kruscev: <l’appello del Papa è stato per noi un raggio di luce…>. 

Il Papa buono verso la morte.

Ritiro spirituale del 1959: <Tutto il mondo è la mia famiglia>.

 La sua vita spirituale come Papa raccoglie nella sua semplice preghiera tutti gli uomini: <la mia costante e ininterotta preghiera quotidiana: breviario, santa messa, rosario completo, visita a Gesù nel tabernacolo, unione con Gesù  familiare  e confidente>.

Ritiro 1960. <Devo tenermi pronto a morire anche subito. Alla porta dei miei 80 anni devo tenermi pronto a morire o a vivere e provvedere alla mia santificazione>.

< La santa confessione  ben preparata, ripetuta ogni settimana, il venerdì o il sabato, resta sempre un bene solido della santificazione >

Negli ultimi giorni della sua vita, davanti al crocifisso: <Questo letto è un altare. L’altare vuole una vittima. Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio Ecumenico, la pace nel mondo, l’unione dei cristiani> .

Qui dobbiamo necessariamente ricordare le parole di Gesù e della sua ‘consacrazione’ prima della sua morte: offerta del suo sacrificio, Gesù è il ‘sacerdote’, è colui che offre al Padre, come ogni sacerdote, il sacrificio di sé:  ‘Per loro io consacro me stesso’Gv.19,19).

E’ iniziato il Concilio, intanto però il Papa comincia a stare male. Si notano sul suo viso smorfie di dolore intenso, e bruciori allo stomaco. I primi sintomi si fecero sentire già nel’61: il Papa si offre per la riuscita del Concilio, ma in quei mesi fine ’62  inizio 1963, il Papa è conscio della sua malattia.

Un giorno, impressionato dal volto segnato dal dolore, il segretario mons. Capovilla gli chiede: <si ente male, Santo Padre?>.  Il Papa mortificato per essere stato sorpreso in quell’atteggiamento rispose: <Mi sento come san Lorenzo sulla graticola: sono tutto un bruciore>.

Volge alla fine: il 30 maggio 1963, nella notte, un dolorosissimo attacco emorragico ne affrettò la fine. Ricevette i sacramenti e dirà : “voglio morire da vescovo, con semplicità. Aiutatemi a morire come si deve a un Papa”.

Sera  del 3 giugno ’63: grande veglia di preghiera in Piazza S: Pietro, celebrata dal card. Traglia, vicario del Papa per la diocesi di Roma: conclude la messa con le parole tradizionali: ‘la messa è finita’. Nello stesso momento la finestra lassù si illuminata e si spalanca eloquentemente: Papa Giovanni è volato in Paradiso! Sono le 19,49.

 Come scrive l’Apocalisse 21,23: <Et lucerna eius est Agnus> <la sua lampada è l’Agnello>.  Il ‘sommo sacerdote’ ha offerto il suo sacrificio, come Gesù per amore del mondo e della Chiesa.  

Conclusione.

Subito il popolo chiamerà Giovanni XXIII, il Papa Buono. E’ entrato nelle famiglie come un fratello e un padre. La sua bonomia, la sua sapienza antica, la dolcezza calda e modesta ha saputo trasmettere l’idea di Chiesa umile, madre, dove si può vivere al vertice del potere religioso, ma da ‘servo, da fratello di tutti.

L’amore delicato, casto, pudico, dell’animo di Papa Giovanni sapeva suscitare in tutti, anche nei lontani e non-credenti, il senso della pacatezza e dell’armonia.

Ha vissuto fin da bambino nel fuoco dell’amor del cuore di Gesù e dello Spirito santo, e la sua vita ha ripercorso  le strade della santa famiglia di Nazaret, nella completa fiducia al Padre, come Maria e Giuseppe e Gesù. Così alla fine poteva sperimentare nell’agonia e nella morte, le parole dell’evangelista più amato: <..amò sino alla fine>(Gv.13,1).

Papa Giovanni, è  stato questa luce delicata di amore che illumina e conforta la nostra umanità e rinnova la nostra speranza.’

GIOVANNI BATTISTA MONTINI

 PAOLO VI

 

Papa bresciano, non lontano da Bergamo, città di Papa Giovanni XXIII.

Se Papa Giovanni ha seguito una ispirazione interiore dettata dallo Spirito Santo, fin dalla sua fanciullezza, esprimendo la grazia di Dio nella bonomia, semplicità, dolcezza e umiltà, tali da comunicare al mondo intero un profondo senso di fiducia, di pace e di consolazione, Papa Paolo VI, G.B. Montini, vive e comunica una passione spirituale irripetibile, in un tempo della storia che lo vedrà assoluto protagonista del Concilio Vat.II, lasciato aperto da Papa Giovanni, e che il nuovo Papa porterà a compimento con straordinaria luminosità intellettuale, coraggio e amore per la Chiesa.

Montini intellettuale e di animo sensibilissimo, di estrazione familiare borghese, lo troviamo fin da giovane sacerdote, servitore della Chiesa, accanto ai Papi Pio XI e Pio XII, durante il secondo conflitto mondiale, che porterà milioni di morti e vedrà l’Europa distrutta.

Se Papa Giovanni comunicava una specie di ‘tenerezza divina’ di cui il Signore lo aveva gratificato, Paolo VI ha vissuto il vangelo con la stessa ‘passione e urgenza’ dell’apostolo Paolo.

Sembrava voler prendere su di sè il mondo e la Chiesa, volendo come ‘cristificare’ l’intero cosmo trasmettendogli la passione e l’energia divina della salvezza, così cara a Theillard de Chardin, l’antropologo gesuita che vedeva nel cuore del mondo, l’amore infuocato del cuore di Cristo.

E’ un Papa che, con Giovanni XXIII, ho sentito particolarmente vicino, in quella primavera della Chiesa degli anni ‘60|’80 dove la forza rinnovatrice del Concilio nella Chiesa voleva essere una energia  cristica piena di speranza  da comunicare al mondo intero.

Indicato da alcune critiche, come un ‘papa enigmatico’ (così anche Pio XII), indeciso, sofferente, in realtà <la sua segreta angoscia nasce dal constatare il disordine, il dolore, la cecità umana> (Guitton), da cui spesso la nostra umanità è in preda.

 Da qui il suo impegno assiduo e quotidiano  rivolto <specialmente ai lontani, agli apatici, ai dubbiosi >(14 dic.1975, alla fine dell’Anno santo1975).

Una tensione interiore che lo rivelava come il papa che vuole incontrare e annunciare il vangelo a tutti gli uomini, nella dimensione universale dei continenti: da qui i suoi viaggi intensi e impegnativi che lo vedevano parlare, incontrare le popolazioni più lontane e più povere; voleva far comprendere a tutti il ‘riscatto’ civile della dignità e della bellezza della vita, attraverso la persona di Gesù Cristo e del suo < vangelo, che è potenza di Dio>( Rm.1,16), come ha scritto l’apostolo Paolo presentandosi ai cristiani e ai cittadini di Roma.

Con la stessa forza interiore dell’apostolo delle genti, anche Paolo VI sentiva di essere <Apostolo per vocazione, scelto ad annunciare il vangelo di Dio> (Rm.1,1), e ancora, come Paolo,  di dover essere <in debito verso i Greci, come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti>(v.14) per indicare l’ampiezza della sua missione di Pastore del mondo.

E’ in questa forza interiore radicata nella fede in Cristo, una fede attinta e convinta già dalle radici della famiglia nella testimonianza cristiana del padre e della dolcissima madre, che  Paolo VI riuscirà, con grande coraggio e senza incertezza o dubbio, a trasmettere  nei documenti del Concilio che portano il sigillo della sua sapienza: la costituzione sulla Chiesa la ‘Lumen Gentium’ (Chiesa Luce dei popoli), e la costituzione del dialogo permanente della Chiesa col mondo, la ‘Gaudium et spes’.

Sembrano descrivere perfettamente l’anima e il carattere di Papa Montini le parole che aprono la costituzione sul mondo della Gaudium et spes: <Gioie e speranze, tristezze e angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, son pure le gioie e le speranze, le angosce e le sofferenze dei discepoli di Cristo>(GS,1).

Anche oggi, rilette e meditate, basterebbero queste semplici parole per ridare alla nostra Chiesa un entusiasmo rinnovato e una passione missionaria che forse si è spenta.

Tutti i documenti del Concilio, che avrebbero dato nuovo impulso all’apostolato dei cristiani nel mondo, questi documenti portano impresso il sigillo dell’amore per la carità e la verità di PaoloVI.

Ricordiamone solo alcuni: la costituzione Dei Verbum (la Parola di Dio), guida illuminata e lungamente attesa dagli studiosi della Scrittura, principio di apertura scientifica che darà grandi frutti sulla conoscenza della Parola di Dio, arricchendo la spiritualità di ogni cristiano attento a percepire il ‘linguaggio’ di Dio. Così tutti i documenti che riguardano la vita religiosa e sacerdotale, la partecipazione attiva dei laici alla missione della Chiesa, la vocazione missionaria della Chiesa verso tutte le genti, i documenti sulla libertà religiosa, il dialogo con i fratelli separati mediante l’ecumenismo, il riconoscimento delle religioni non cristiane, i problemi riguardanti l’educazione cristiana dei giovani fino ai temi, divenuti inseguito essenziali, come l’uso dei mezzi di comunicazione.

Nulla è sfuggito alla Chiesa conciliare, nel tentativo di riallacciare il mondo al dialogo con Dio-Padre nostro. In questo sforzo, i Padri presenti al Concilio, hanno riconosciuto l’intelligenza illuminata e l’anima ardente del Papa che li guidava. Alla sua morte, molti riconobbero la sua grandezza accostandolo ai grandi pontefici della Chiesa, come San Leone magno e S. Gregorio magno. Grandezza e santità  che gli fu riconosciuta dai successori come il santo papa Giovanni Paolo I, il Papa dei 33 giorni, e Giovanni Paolo II, il polacco che durò a lungo.

Per cogliere la grandezza di Papa Montini, occorre, anche per lui, ritornare agli anni della sua formazione giovanile, nella sua città di Brescia.

 

La sua storia.

G,.B. Montini nasce a Brescia nel 1897, il 27 Sett., da Giorgio e Giuditta Alghisi. Famiglia, borghese, radici cattoliche profonde, colte. Il padre medico e parlamentare popolare, agli inizi del secolo scorso. Il giovane  Montini ha una grande stima e ammirazione verso il padre, e una dolcissima venerazione verso la madre, dedita in casa, alla educazione dei tre figli. Donna di delicati sentimenti e di viva pietà, che univa alle opere di carità. Dirà il futuro papa della madre: <devo a mia madre il senso del raccoglimento>.

 La famiglia incide profondamente sull’anima sensibilissima di  G.Battista e sulla sua straordinaria intelligenza.

Studia a Brescia nel Liceo dei gesuiti Cesare Alici.  Frequenta la chiesa di S Maria della Pace, dove i pp. Filippini Caresana e Bevilacqua cureranno la sua formazione religiosa e culturale. P. Bevilacqua, sacerdote discepolo di S. Filippo Neri, e uomo di eccellenti doti intellettuali e spirituali, seguirà praticamente per tutta la vita, lo sviluppo e il cammino del futuro Paolo VI.

Diploma liceale nel 1916, ordinato sacerdote nel 1920, studi ecclesiastici a Roma tra il 1920-24; a ottobre del 1924 entra nella Segreteria di Stato in Vaticano, dove nel 1937 diventa Sostituto della stessa Segreteria con Pio XI e poi nel 1939 con Pio XII.

 

1939-45: seconda guerra mondiale: anni intensi di lavoro per Montini, nell’Ufficio di Informazioni del Vaticano <per lo scambio e la ricerca di molti soldati prigionieri e  civili>.

Nel 1952 Pio XII lo promuove Segretario di Stato; nel 1954 è Arcivescovo di Milano: sceglie come programma della nuova missione il motto ‘In nomine Domini’ a indicare la sua radicale dedizione al popolo di Dio. Il Signore, nel cuore di Montini, ‘è la  roccia’ su cui fonda il suo impetuoso slancio missionario, il Signore è la certezza che ogni giorno lo conduce e lo conforta nell’immenso lavoro che lo attenderà nella grande chiesa ambrosiana.

Nel 1958 programmò la ‘Missione di Milano’ con il tema ‘Dio è Padre’, <per richiamare alla vita religiosa sincera e autentica una intera città>. Fabbriche, operai, imprenditori, intellettuali, parrocchie urbane e suburbane. A Milano incontra la collettività, l’umanità ammassata nella grande periferia dove arrivavano immigrati dal sud in cerca di lavoro, incontra il mondo moderno che ha abbandonato la fede. Descrive questo mondo con accenti di un profeta di Israele:< la nostra città sta diventando atea…ieri intellettuali atei…oggi diventa una malattia diffusa…il peccato moderno è l’apostasia, l’abbandono della fede..>(1959). Si parla di indifferenza e di ateismo collettivo: l’indifferenza non combatte la fede, non la contesta, perché ormai sembra vuota…senza significato.

In questi anni, negli incontri quotidiani, usò parole ‘insolite sulla bocca di un vescovo’: una commovente umiltà che si ritroverà nel Con Vat.II, parole alte e nobili, mai prima pronunciate da un  capo religioso: <Quale solitudine nella casa di Dio! Vi chiedo perdono, figli lontani. Perché questo fratello è lontano? Perché non è stato amato! Per i nostri difetti ha imparato ad odiare la religione…Ebbene fratelli lontani, perdonateci! Se non siamo stati capaci di parlarvi di Dio…ma ascoltateci!>(1958)

Questa passione per il vangelo nuovamente portato ai poveri, ai giovani agli operai, ai carcerati, agli ultimi, ai lontani, bruciava l’anima religiosa di Montini, vescovo di Milano.

Nel dicembre 1958, Papa Giovanni lo crea cardinale.

Il 3 Giugno 1963 muore il Papa buono, Papa Giovanni XXIII; lo sguardo del mondo intero è puntato sull’Arcivescovo di Milano;   il 21 giugno G.B.  Montini, al quarto scrutinio,  viene eletto Pontefice col nome di Paolo VI.

 

Papa Paolo VI 21 Giugno.1963- 6 Agosto 1978.

 

La scelta del nome dell’apostolo Paolo indica chiaramente gli intenti del nuovo Papa: ardore e passione evangelica; santità di vita  spesa per Cristo e il vangelo; equilibrio tra le varie posizioni contrastanti all’interno della chiesa.

Per spiegare quest’anima ardente di Cristo e di amore alla Chiesa che ha guidato il nuovo Papa negli anni del Concilio, bisogna ricordare l’affermazione che troviamo all’inizio della Costituzione sulla Chiesa la ‘Lumen Gentium’ dove, ricorrendo ad una antica espressione del vescovo di Lione S. Ireneo,  si dice : <  Lo Spirito Santo, con la forza del vangelo, fa ringiovanire (iuvenescere)  la Chiesa e la rinnova continuamente e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo> (LG.4).

Qui trovo tutta l’anima e l’intenzione di Papa Montini per la Chiesa spese nel Concilio: rendere ‘giovane’ la Chiesa, renderla cioè sempre capace di annunciare con modernità ed efficacia il vangelo di Gesù Cristo, restando fedele alla ‘tradizione’ della sua Parola. I poveri, i lontani, gli esclusi da ogni speranza, gli uomini di scienza, gli artisti, tutti devono poter sentire l’amore dello Chiesa e dell’avvento nel mondo della persona di Gesù.

 

I viaggi.

A Concilio aperto, il Papa iniziò una serie di viaggi, assolutamente nuovi, proprio sulle orme di quel fuoco missionario che aveva guidato l’apostolo Paolo.

E’ il Primo Papa dopo S: Pietro, a ritornare in Palestina nei primi giorni di gennaio 1964, il paese di Gesù: Gerusalemme, Nazareth, Betlemme, l’Israele di Gesù, la Palestina, a lungo percorsa nella sua vita pubblica. Viaggio carico di significato simbolico e spirituale: come riportare nel mondo le beatitudini, l’esempio di Gesù, la sua vita, la memoria della sua passione, e l’annuncio carico di speranza che è la sua risurrezione. Il ritorno al dialogo, dopo il dolore delle morti e dei campi di concentramento, con il popolo di Gesù, gli ebrei, gli ortodossi delle chiese orientali e le diverse culture religiose.

 

Dicembre 1964, in India conosce la sofferenza per la povertà, delle sterminate popolazioni non cristiane dell’Asia, venute ad acclamarlo; in attesa di riscatto sociale e civile.

  •  Ottobre 1965. Parla al’ONU:  il grido di speranza : <Mai più la guerra, mai più!>

  • Luglio 1967  viaggio in Turchia.

  • Agosto 1969  in Colombia.

  • Dic. 1970  viaggio in Africa.

In pochi anni visita popoli e nazioni e contempla le miserie della povertà di molti e della ricchezza di pochi e dell’uso del danaro in armamenti invece del pane e dell’istruzione.

Carattere e spiritualità

Alla semplicità e carità comunicativa di Papa Giovanni, rispondeva un altro modo di essere di Papa Montini: Riscontra J. Guitton:

  • tendenza alla solitudine,

  • interiorità profonda,

  • rispetto per ogni persona,

  •  intelligenza intuitiva e artistica,

  •  emozioni intense e controllate,

  •  colloqui della interiorità,

  •  rispetto per ogni persona: < vive in lui un tormento generato dal bisogno di perfezione e percezione viva delle condizioni degli altri coi quali intesse un dialogo pieno di rispetto.

  •  Conosce la ‘complessità’ dei problemi che sono la complessità dell’uomo moderno> (Guitton).

  • Silenzio unito a una memoria intelligente che lo rende partecipe al destino di ogni uomo: come un padre silenzioso, che ascolta la storia del figlio.

Sul piano umano la chiave di comunicazione è il dialogo: come Gesù ascoltava e interrogava.

  • Mettere in luce ciò che si nasconde nel cuore dell’uomo: con i suoi occhi verdi e chiari, Papa Montini sapeva penetrare nell’anima dell’interlocutore.

  • C’era in lui un ‘quid’ di candore, di audacia, di utopia: bisogno di prendere parte al dolore, alle pene e alle difficoltà degli uomini, andando al centro delle lotte dove si grida.

  • Rivela un’anima nobile con cui raggiunge i malati, il candore dei bambini che ricorda forse la fragilità della sua salute che lo aveva segnato dall’età della sua infanzia, protetto  dalla dolcezza della  madre.

Nella memoria di questa età che accompagna anche ciascuno di noi, nella sua vita, anche il Papa  confessa il bisogno di affetto e di tenerezza; nel 1965 dice: “anche il papa ha bisogno di conforto: nonostante il conforto spirituale che al Papa gli viene da  Dio, il papa ha le sue pene…”.

 Personaggio somigliante a S. Paolo che si sentiva lacerato, tentato, debole: per questo ha una profonda analogia con l’uomo  moderno: ne ha le aspirazioni e i tormenti.

Quale spiritualità?

Papa Montini  non avrebbe mai potuto portare il peso per tanti anni di pontificato (15), se non fosse stato realmente sostenuto dal fuoco di amore donato dallo Spirito Santo; è stato un pastore carismatico nel senso genuino del termine: ha vissuto in sé il carisma dello Spirito ricevuto nel battesimo.

Da secoli, la Chiesa non aveva mai ricevuto tante spinte al rinnovamento, come in questi anni del Concilio. Questo lavoro di fatica, di attenzione e di equilibrio, richiedeva anche la presenza di una guida assolutamente immersa nella grazia dello Spirito.

Così testimonia l’arcivescovo di Rabat (Marocco) nell’incontro col Papa del 26 Ott. 1976, appena due anni prima della morte del Papa:  “Una mezz’ora passata con lui, parlando dei problemi della Chiesa in Marocco. Fummo pervasi da una vera effusione dello Spirito della quale ricordo la forza, la dolcezza il fuoco… Offerta di due vite per la Chiesa e il mondo”

“Il passaggio dello Spirito  aveva bruciato le nostre parole nella fiamma dell’Amore puro e ci sentimmo invasi da una tenerezza inesprimibile”.  (Jean Chabbert, arciv. Di Rabat).

Papa dello Spirito; nessun Papa si è rivelato come Paolo VI il Papa dello Spirito: nessuno ne ha parlato come lui. E’ stato maestro di fede “che sapeva presentare in maniera attraente le rivelazioni di Dio” dirà Papa Luciani. Il suo è un profondo equilibrio teologico fondato sulla persona di Cristo.

Alcuni temi della sua spiritualità.

Aveva un volto cesellato dal Fuoco: fuoco di sofferenza, fuoco d’amore, fuoco dello Spirito.

Dal suo Testamento affiora questa interiorità accesa di amore: “Sento il dovere di celebrare il dono, la felicità la bellezza di questa esistenza fugace “(Testamento).

Una vita piena del valore dell’amicizia: poco prima di morire, il 26 aprile 1978 : “amicizia sublimata in Gesù nell’amore fraterno, consumata nell’amore trinitario”.

Sente in sé l’ardente desiderio di ‘vedere’ il volto di Dio, nel volto di Gesù: “vedere Gesù… se lo potessimo vedere, noi immersi nella ‘civiltà dell’immagine’, vorremmo riempire i nostri occhi dell’aspetto fisico del nostro Salvatore…” ( 13 genn.1971).

Volto di Cristo che si ritrova nei poveri e dirà a circa 2000 carcerati di Regina Coeli : ” Vedo in voi  l’immagine che vado cercando…voi producete davanti a me Gesù Cristo: per questo sono venuto, per mettermi in ginocchio davanti a voi…”.

Ai campesinos della Colombia il 23 Ag. 1968: “voi siete un segno, siete un’immagine, voi siete un mistero della presenza di Cristo…siete un’immagine sacra del Signore…Voi siete, fratelli carissimi, il Cristo per noi…”.

Paolo VI ha avuto particolare attenzione e affetto per i ‘bambini malati’, chiedendosi spesso il ‘senso’ del mistero del dolore: “Il dolore innocente…Cristo era il perfetto innocente, l’Agnello di Dio… Questi sono come gli agnelli di Dio…”

Il mistero del dolore che spesso appare insolubile pensando all’Amore di Dio, riceve in Paolo VI il tentativo di una risposta nella persona di Gesù, innocente e in croce.

Stesso intenso amore e comprensione il Papa aveva parlando ai giovani: “gemito esistenziale della loro innata volontà di vivere”(23 Ott.1974).   

Ciò che colpisce e impressiona nelle parole di Papa Montini, è questo suo linguaggio fortemente ‘personalizzato’ che imprime in ogni discorso. La potenza e la grazia del vangelo hanno realmente attraversato il cuore e la mente di questo pontefice, e bruciano le sue labbra.

Papa Montini, non racconta, non descrive, ma vive, sperimenta e trasmette ciò che viene dal cuore e dalla mente, sotto l’azione dello Spirito Santo che nella Pentecoste si manifesta con l’immagine del fuoco ( At. 2,3).

A quanti nei mass-media volevano descrivere Paolo VI come un uomo triste,  diceva ai cardinali : “siamo felici di rispondere alla volontà di Dio che ci ha scelti per annunciare il suo regno”, e denunciando una presenza de male che c’è anche nella Chiesa, soggiungeva: “la beatitudine è il nostro vangelo”.

Il suo amore alla Chiesa, nel linguaggio e nel cuore di Paolo VI, è pressocchè perenne e si sviluppa spesso come un canto, un inno: “La Chiesa ha bisogno di una perenne Pentecoste. Ha bisogno del fuoco nel cuore e sulle labbra, di profezia nello sguardo. Ha bisogno dello Spirito Santo in noi tutti insieme, in noi-Chiesa” (29 novembre 1972), potendo dire di sè di  aver gustato “le sorprese della gioia date dallo Spirito” (Ag.1976).

I  maestri più ricordati nella formazione teologica di Papa Montini possono essere indicati in S. Agostino, Ambrogio, Caterina da Siena, e nella modernità Bossuet, Newman, Maritain, ben sapendo però che si illuminava ai Padri della Chiesa, alla teologia medioevale con Bernardo, Tommaso, Bonaventura, Teresa d’Avila, avendo poi una profonda conoscenza di Dante che spesso citava a memoria, di Sakespeare, Dostojevski, e della letteratura francese. Il teologo moderno, Yves Congar, amico del Papa, potrà indicarlo come “un dottore e un poeta”.

Da ultimo ricorderemo le sue grandi encicliche:

  • Ecclesiam suam (1964): visione programmatica della Chiesa nel mondo;

  • la Populorum Progressio (1967), una grande enciclica sociale;

  • la Humanae vitae  (1968) che tanto fece discutere sul sistema di difesa della vita;

  • l’esortazione sulla gioia cristiana con la Gaudete in Domino (1975)

  • e infine il gioiello sulla evangelizzazione con la Evangelii nuntiandi (8dic.1975).

La morte è avvenuta nella festa della trasfigurazione di Gesù il 6 Agosto 1978, verso le 21,30.

Scriverà mons. Macchi, suo segretario, sulla morte di Paolo VI. “E’ morto in una tensione di amore (una morte rapida) e di fiducia in Dio”.  

Ricevette la comunione nella festa della Trasfigurazione e l’unzione dei malati: ripete le preghiere Pater noster, Ave, Salve regina, Magnificat, Anima Christi.

Nelle ultime ore, verso il tramonto di un giorno estivo d’Agosto, a Castel Gandolfo, il Papa morente, ripeteva continuamente ‘Pater noster..’, Pater noster…qui es in coelis…la preghiera che lo consegna nelle braccia del Padre.

Dio Padre era stato il tema della grande missione di Milano del 1958. 

Testamento e Pensiero sulla morte.

Paolo VI aveva  già scritto un Testamento per la sua morte e una lunga meditazione sul Pensiero della morte ( 30-6-1965 con aggiunte 16 sett.1972 e 14 luglio 1973).

E’ una ‘contemplazione’ sul senso della vita e il suo mistero e sulla fugacità di ogni illusione o ricchezza.   

In questi due testi, capolavori di ogni letteratura, da confrontare con le pagine più alte delle Confessioni di S. Agostino, le sue parole e i suoi pensieri si rincorrono quasi come un inno tra lo stupore innocente della vita e l’immagine della morte che mette fine a questa esperienza della nostra esistenza.

Scrive: “Ora la giornata tramonta e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena;  come ancora ringrazio Te, o Signore, per il dono della vita, della fede e della grazia di essere stato inserito nel mondo ineffabile della Chiesa cattolica, iniziato al sacerdozio di Cristo ed aver avuto il gaudio e la missione di servire le anime, i fratelli, i giovani, i poveri, il popolo di Dio…

A te, Roma…dilettissima la mia ultima benedizione perché tu sia sempre memore della tua misteriosa vocazione…spirituale e universale…

Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la benedizione della divina Bontà!”.

 Con questa ultima riflessione sulla grandezza della vita e la certezza della fede cristiana, nel Signore risorto, conclude  il cammino umano di Papa Paolo VI: il suo ritorno nel cuore del Padre, ardentemente desiderato.  


Sito gestito dalla Parrocchia Santa Melania.

CULTO SACRIFICIO SACERDOZIO – Don Enrico Ghezzi

CULTO SACRIFICIO SACERDOZIO

Di   don Enrico Ghezzi

 

Lasciarsi conquistare pienamente da Cristo! Questo è stato lo scopo di tutta la vita di san Paolo, al quale abbiamo rivolto la nostra attenzione durante l’Anno Paolino dello scorso anno; questa è stata la meta di tutto il ministero del Santo Curato d’Ars, che invocheremo particolarmente durante l’Anno Sacerdotale; questo sia anche l’obiettivo principale di ognuno di noi.

Per essere ministri al servizio del Vangelo, è certamente utile e necessario lo studio con una accurata e permanente formazione teologica e pastorale, ma è ancor più necessaria quella “scienza dell’amore” che si apprende solo nel “cuore a cuore” con Cristo.

È Lui infatti a chiamarci per spezzare il pane del suo amore, per rimettere i peccati e per guidare il gregge in nome suo. Proprio per questo non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell’Amore che è il suo Cuore trafitto sulla croce.

Solo così saremo in grado di cooperare efficacemente al misterioso “disegno del Padre” che consiste nel “fare di Cristo il cuore del mondo”

 

23 novembre 2009

   

Questi incontri avvengono nello spirito dell’Anno sacerdotale indetto dal Papa Benedetto XVI.

Noi parleremo di due grandi Pontefici che lo hanno preceduto sulla cattedra di Pietro, in anni di straordinario fermento religioso e spirituale della Chiesa come sono stati gli anni del Concilio Vaticano II, celebrato nella seconda metà del secolo XX.

Ritengo però utile, prima di affrontare la figura dei due grandissimi Pontefici come Giovanni XXIII e Paolo VI, fare un breve punto su cosa noi intendiamo per ‘sacerdozio’, indicando, anche solo di passaggio, altre grandissime figure sacerdotali:

  • a Milano personaggi, oggi beati, come il card. Ferrari e il Card. Schuster;

  • a Firenze il Cardinal Elia della Costa,

  • a Bologna il  Card. Lercaro;

  • e con la loro testimonianza, spesso profetica, sacerdoti come don Mazzolari, don Milani,

  • e  santi come don Orione, don Guanella, don Gnocchi ecc.

Per comprendere la realtà del sacerdozio bisogna prima tener presenti due fondamentali punti di partenza che incontriamo nel progredire del cammino biblico del Vecchio Testamento: già nell’antichissima storia del diluvio, quando Noè ‘uscito dall’arca con i figli, la moglie e le mogli dei figli  edificò un altare al Signore… con ogni sorta di animale, e offrì olocausti al Signore.’(Gen.8,18-20).

 Seguirà una lunga evoluzione che troverà  pieno superamento degli antichi riti soltanto, nel NT  nel compimento del  sacrificio sacerdotale di Cristo (lettera agli Ebrei): il sacerdozio è il momento culminate di due eventi che in qualche modo lo precedono, e che nella Bibbia possono essere indicati con il nome di‘culto’ e di ‘sacrificio’.

Debbo assolutamente sintetizzare, perché ci vorrebbero serate intere solo per illustrare il significato di”culto” e di “sacrificio” a cui segue il “sacerdozio”.

 

Il culto.

Diciamo soltanto che presso tutti i popoli antichi, anche quelli non biblici, esiste il ‘culto’ alle divinità: Egitto, Babilonia, Assiria, Persia, la terra di Canaan verso cui era diretto Abramo, tutte queste grandi civiltà conoscono e praticano il ‘culto’ agli dei: i popoli offrono sacrifici alle divinità.

Il culto è perciò  un insieme di relazioni tra Dio e l’uomo.

Nella Bibbia è Dio che si ‘rivela’ all’uomo; in risposta l’uomo ‘adora’ Dio con il culto in forma ‘comunitaria’. Nella Bibbia inoltre, il popolo sente il bisogno di culto verso Dio, perché questo popolo è stato ‘eletto’, scelto da Dio  per cui  lo deve ‘servire’ e diventare ‘testimone’ di Dio.(In ebraico la parola culto deriva dalla radice  abad  che significa servire). Elementi del culto, per Israele, saranno: i luoghi, oggetti e persone sacre, santuari, arca, altari, sacerdoti;  ci saranno tempi sacri: feste, sabato, purificazioni, consacrazioni, circoncisione, sacrifici, offerte, profumi e prescrizioni come digiuni, proibizioni ecc.

Inoltre, dopo il peccato, il ‘culto’ è apparso come ‘sacrificio’: i patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe) erigono ‘altari’ (Gen.,4,26; 8,20; 12, 8): Dio però esclude ‘sacrifici umani’ (ricorda il sacrificio di Isacco dove Dio interviene a proibire il sacrificio della sua vita Gen.22 ).

Dopo l’Alleanza di Dio con Mosè sul Sinai (Es.19,3-8), Israele diventa <un regno di sacerdoti e una nazione santa>(Es,19,6) e il suo ‘culto’ ha una legislazione sempre più esigente.

Il centro di questo culto è l’arca, simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.  Il re Davide la stabilisce in Gerusalemme (2Sam.6) dove Salomone costruisce il ‘tempio’ ( 1Re 6) che diventerà l’unico luogo del culto sacrificale.

Dopo l’esilio (538 a.C.), il  culto si celebra nel‘tempio’ facendo risalire ad Aronne la genealogia dei sacerdoti.

Il culto, in Israele è soprattutto una ‘memoria’ dei fatti passati dove si attualizzano la ‘fede’ in Dio, un Dio che è presente come nel passato (Sal. 81) e dove si rinnova l’Alleanza (Gios,.24) in attesa  del tempo nel quale Dio inaugurerà il  ‘nuovo regno’ e le nazioni saranno unite. Prospettiva futura di cui in Geremia (31,31) annuncia la ‘nuova alleanza’. In seguito, attraverso i Profeti, il ‘culto’ diventerà spirituale;  l’alleanza come fatto interiore: fedeltà a Dio del cuore.

Nel NT  Gesù, come i profeti, esigerà la fedeltà allo spirito del culto (Mt. 23,16-23), per cui senza purezza del cuore, i riti di purificazione sono vani (Mt.23,25; 5,8).

Col suo sacrificio Gesù va oltre il culto antico: in Gv. 2,14; Gesù purifica il tempio e ci sarà un ‘nuovo tempio’ col suo corpo risorto(Gv.2,19). Allora avrà fine il tempio di Gerusalemme (Gv.4,21).

Nella chiesa nascente, il vero culto è quello in cui abita Dio e regna Gesù, come proclama Stefano (Att.6,13; 7,48).

 Anche Paolo predica continuamente che la ‘circoncisione è priva di valore e che il cristiano non è più soggetto alle osservanze antiche. Il cristiano è nuovo (Gal.5,1.6).

Con Gesù il nuovo culto è quello che annuncia, ed è il ‘culto‘spirituale’: <Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità>(4,24).

 Il sacrificio di Gesù è la ‘ nuova alleanza’ (Mc.10,45; 14,22) di cui i riti antichi erano immagini e che son ormai superati  Eb.10,1-8.

Gesù è il ‘nuovo culto’ perché il ‘suo  sacrificio ha veramente espiato  i peccati e dà la ‘vita eterna’ a coloro che mangiano e che comunicano con la ‘carne’ e il ‘sangue’ di Cristo (Gv.6,51) e che nella ‘cena’ ha inaugurato egli stesso nel banchetto sacrificale, e ha comandato di rinnovarlo (Lc.22,19 ss.).

 La Chiesa   ha obbedito alle parole di Gesù, e nelle loro preghiere e riunioni cultuali i primi discepoli celebrano la frazione del pane’ come raccontano gli Atti ( 2,42; 20,7.11), e come tramanda anche Paolo nella 1Cor.10,16; 11,24.

 Per partecipare al banchetto dell’eucaristia bisogna aver ricevuto il battesimo ordinato da Gesù (Mt. 28,19) condizione della nuova vita (Mc.16,16, Gv.3,5); infine, con l’atto  delle imposizione delle mani, gli apostoli danno lo Spirito santo ai battezzati  (At. 8,15ss.).

 

Infine, il ‘culto’ cristiano, come quello di Israele, ha un triplice aspetto: 1) Commemora un’opera divina del passato; 2) L’attualizza; 3) Permette al cristiano di vivere  nella speranza del giorno in cui Cristo manifesterà la  gloria di Dio. 

 

1.Commemora  un’azione del passato. Il culto che il cristiano commemora, è l’offerta di Cristo per la nostra salvezza  i cui frutti sono la ‘risurrezione e il dono  dello Spirito.!

Questa azione pone termine al culto antico perché ormai la salvezza si è consumata in Cristo (Eb.7,18-28). Con l’eucaristia Cristo ci dà la possibilità di ricevere il frutto del sacrificio che ha offerto sull’altare della croce.

 

2. Attualizza con questo rito, la presenza di Cristo glorioso: misteriosamente, Cristo si rende presente perché noi ci uniamo al suo corpo e al suo sangue che ha offerto per diventare con lui un solo corpo, glorificando il Padre  sotto la mozione dello Spirito Santo (1Cor.10,16s; 11,24 ss; Fil.3,3).

Con questa comunione noi abbiamo accesso al santuario celeste (Eb.10,19ss), dove Cristo dimora come sacerdote eterno (Eb.7,24s,9,11s.24); qui è celebrata l’adorazione del Padre in ‘spirito e verità’che è il solo culto degno del Dio vivente ( Gv.4,23; Eb.9,14).

Questa adorazione  è celebrata dall’agnello immolato dinanzi al trono di Dio, nel cielo, vero tempio di Dio, dov’è la vera arca dell’alleanza (Apoc. 5,6; 11,19). Gli eletti glorificano Dio con il Sanctus (Ap.4,2.11; Is.6,1) e glorificano pure l’agnello che è il suo Figlio (Apoc.4,1) e che ha fatto di essi un regno di sacerdoti per unirli al suo culto perfetto (Ap.5,9-13). 

3. La speranza della gloria.

Nell’ultimo giorno finiranno i riti che lo annunziano e che noi celebriamo ‘finchè venga’ l’Agnello, rispondendo alla invocazione della sua sposa ‘Marana tha=Vieni, o Signore! (Apoc. 19,7; 22,17; 1 Cor.11,26, 16,22). Allora non ci sarà più il tempio per indicare la presenza di Dio; nella Gerusalemme celeste la ‘gloria’ del Signore non si manifesterà più mediante segni (Apoc. 21,22). Infatti nella città santa dell’eternità, i servi di Dio gli renderanno un culto non più come peccatori ma come figli: vedranno il padre faccia a faccia e berranno alla sua fonte  l’‘acqua viva dello Spirito’ (Apoc. 21,1-7).23, 22,1-5).   

 

Il sacrificio

 

1.Tutta la Bibbia è attraversata dall’idea di sacrificio.

In Gen 6,2 ancora una umanità primitiva: Noè edifica un altare per ‘sacrificare ogni sorta di animali e uccelli’.

Gen. 15,9 Dio ad Abramo: ‘Prendimi una giovenca…’

Es. 5,3. Epoca mosaica: ‘Mosè ed Aronne vennero dal faraone e gli annunciarono:

<Così vuole il Signore, il Dio di Israele. Lascia partire il mio popolo, perché mi  celebri una festa nel deserto’.

Così in  seguito, nel periodo dei Giudici (1200-931 a.C)  e dei Re (931-731 a.C) (Giud. 20,26; 1Re 8,64) e nell’età post-esilica (538-333 a.C: restaurazione dell’epoca persiana Esd.3,1-6). 

Nell’epoca ellenistica (333-63 a.C quando  Pompeo  occupa Gerusalemme : 1Mac.; 2 Mac.; Dn 11

Epoca romana: 63 a.C -135 d.C, Adriano rioccupa Gerusalemme (134).

 

Fino al tempo di Gesù e alla distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C), ad opera di Tito,

il sacrificio  ritma l’esistenza dell’individuo in Israele e della comunità.

Ma anche fuori dal popolo eletto il sacrificio con il misterioso episodio di Melchisedec (Gen. 14,18), in cui la tradizione vede un pasto sacrificale, il sacrificio esprime la pietà personale e collettiva.

Anche Isaia  56,7; 66,20 ricorda le offerte dei pagani-

Nel VT gli scrittori non concepiscono vita religiosa senza sacrificio. Il NT preciserà questa situazione. 

 

2. VECCHIO TESTAMENTO

Sviluppo dei riti sacrificali:

1.Dalla semplicità originale.

Nell’epoca più lontana della storia biblica c’è il rituale del sacrificio dei nomadi o seminomadi: erezione di altari, invocazione del nome divino, offerta di animali o di prodotti del suolo (Gen.4,3; 12,7s)., Senza posto fisso: si sacrifica dove Dio si manifesta. L’altare di terra primitivo, la tenda mobile (Es.20,24; 23,15) indicano il carattere occasionale dei luoghi di culto. Non ci sono ancora ministri specializzati: il capo di famiglia o della tribù, e sotto la monarchia il re, immolano vittime. Ben presto però uomini più qualificati assumono questo ufficio (Deut.33,8ss Giud.17).

Sotto Giosia (640-609 a.C)  il tempio diventerà il centro unico di ogni attività sacrificale, così i sacerdoti riserveranno a sé il monopolio dei sacrifici. 

2. Alla complicità dei riti.

Nella storia di Israele c’è una evoluzione: sviluppo causato dal passaggio dello stato nomade e pastorale alla vita sedentaria e agricola, sia dall’influsso cananeo e crescente importanza del sacerdozio. Elementi presi dai vicini (cananei) ma filtrati e purificati: viene escluso il sacrificio umano (Deut.12,31). 

3. Aspetti diversi del sacrificio.

Olocausti con vittime: (Gen.8,20= Noè), con tori, agnelli, capretti, uccelli interamente bruciati per esprimere il dono totale.

Presso i ‘Semiti’ è diffuso il pasto sacro (zebah selamim): il fedele mangia e beve  <davanti a Jahvè> (Deut.12,18);   anche l’Alleanza del Sinai è suggellata da un sacrificio del genere. Una parte della vittima (bestiame grosso o minuto) spettava di diritto a Dio, che è padrone della vita  Il sangue  effuso e i grassi consumati sono ‘alimento di Dio’,  cibo di Jahvè, mentre la carne serviva da cibo ai commensali. Secondo una forma arcaica  (Gen.8,21), Dio gradiva offerte <dal profumo soave> (Lev.1,9, 3,16).   

Sintesi del Levitico.

Il Levitico,  con linguaggio tecnico espone i ‘doni’ offerti a Dio (Lev.1,7; 22,17-30) che siano cruenti o incruenti: olocausto, offerte  di cibo, sacrifici di comunione (eucaristico), sacrificio per il peccato (hatta’ah), sacrificio di ‘riparazione’ (asam) . Atti minuziosi assumono un senso  sacro.

Il ‘ringraziamento’ ed anche il desiderio di ‘espiazione’ (Lev.1,4; Giob.1,5) ispirano l’olocausto.. Dietro una termini ligia fredda,  si scopre un senso affinato della ‘santità’ di Dio, l’ossessione del ‘peccato’’ un bisogno forte di ‘purificazione. In questo rituale la nozione di  sacrificio tende a concentrarsi intorno all’idea di ‘espiazione’.

Il  ‘sangue’ vi ha una grande parte (Lev.17,11; Is.43,25), e suppone sentimenti di  ‘penitenza’.

I riti di purificazione iniziavano i fedeli  alla purificazione del cuore. 

4. Dai riti al sacrificio spirituale.

 1. I riti come segno del < sacrificio spirituale>

Il Dio della Bibbia non trae profitto dai sacrifici. I riti rendono visibile i sentimenti interni: adorazione (olocausti), intimità con Dio (selamim), confessione del peccato, desiderio del perdono (riti espiatori). Il sacrificio interviene nelle cerimonie di  alleanza con la divinità(cfr. Gen.8,20 ss), specialmente al Sinai (Es.4,24,5-8); consacrala vita nazionale, familiare, individuale, soprattutto in occasione dei pellegrinaggi e delle feste (1Sam.1,3; 20,6; 2Re 16,15), secondo Gen. 22 , che è forse la carta dei sacrifici del tempio, Dio rifiuta le vittime umane, accetta l’immolazione degli animali; ma gradisce questi doni soltanto se l’uomo li offre con cuore nella fede, sull’esempio del patriarca  Abramo.

2. Primato della religione interiore.

C’era il pericolo di  attaccarsi al rito, trascurando il significato del ‘segno. Da qui le ammonizioni dei ‘profeti’’. Essi non condannano il sacrificio in quanto tale, ma le sue contraffazioni, soprattutto le pratiche cananee (Os. 2,15; 4,13). Senza disposizioni del cuore , il sacrificio è un atto ‘ipocrita’e dispiace a Dio (Am.5,25; Is.43,23).

I profeti insistono sul primato dello ‘spirito’ (anima) (Am.5,24; Os. 6,6: Mi.6,8). Il sacrificio interiore non è succedaneo ma l’essenziale (Sal.51,18ss). Questa corrente spirituale, riappare in Qumran, che denunciava  la pietà superficiale e infine, chiamava in causa i riti stessi.

In questo senso i profeti anticipavano la rivelazione del NT sull’essenza del sacrificio.

3. Il vertice della religione interiore del VT.

Il  servo di Jahvè, nel profeta Isaia 53, è il vertice della di questa religione dell’interiorità: egli offrirà la sua morte in sacrificio di espiazione. E’ un progresso notevole rispetto le concezioni di Lev.16. Qui, il capro espiatorio,  nel giorno della ‘espiazione’ portava via i peccati del popolo, ma non si identificava con la vittima del suo sacrificio. Il servo invece di Is.53, si sostituisce liberamente ai peccatori. La sua oblazione per la <moltitudine> è secondo il disegno di Dio.

Qui il massimo di interiorità si unisce  al massimo del dono con il massimo di efficacia.

 IL NUOVO TESTAMENTO

 Gesù riprende l’idea profetica del primato dello spirito sul rito (Mt.5,23s; Mc.12,33).

Tra i due Testamenti (testamento = alleanza), c’è continuità e superamento: continuità con l’applicazione alla morte di Cristo del vocabolario sacrificale nel NT; superamento con l’assoluta originalità dell’offerta di Gesù.

 

1.Gesù si offre in sacrificio. 

Gesù annuncia la sua passione  servendosi degli stessi termini che caratterizzavano il sacrificio espiatorio del ‘servo di Dio’. Gesù viene per ‘servire: ‘dà la sua vita’, muore  in riscatto’ a vantaggio della ‘moltitudine’ (Mc.10,45, Lc.22,37; Is.53,10ss).

Inoltre la cornice ‘pasquale’ del ‘pasto d’addio’ (Mt.26,2: Gv.11,55ss; 12,1…;13,1) stabilisce una relazione intenzionale precisa, tra la morte di Cristo e il sacrificio dell’agnello pasquale .

Infine, Gesù si richiama espressamente a Es. 24,8, facendo sua la formula di Mosè: ‘il sangue dell’alleanza’ (Mc.14,24 par.).

Il triplice riferimento all’agnello il cui sangue libera il popolo giudaico, alle vittime del Sinai che suggellano l’antica alleanza, fino alla morte espiatrice del servo, dimostra con chiarezza il carattere sacrificale della morte di Gesù: essa procura al popolo la remissione dei peccati, consacra l’alleanza definitiva e la nascita di un popolo nuovo e assicura la ‘redenzione’.

Ciò indica l’aspetto  fecondo del sacrificio del Calvario: la morte diventa fonte della vita.

La formula pregnante di Gv.17,19  riassume questa dottrina: ‘Per essi io consacro me stesso, affinchè anch’essi siano consacrati nella verità’.

L’eucaristia  destinata a rendere presente ‘nella memoria’ (cfr. Lev. 24,7), nella cornice di un pasto, l’unica oblazione della croce (Gesù), collega il nuovo rito dei cristiani agli antichi sacrifici di comunione .Così ‘offerta di Gesù, nella sua realtà cruenta e nella sua espressione sacramentale, ricapitola e compie l’economia del VT: è, insieme, ‘olocausto’, ‘offerta espiatrice, sacrificio di comunione.  La continuità dei due  Testamenti è innegabile. Ma per la sua unicità, a motivo della  dignità del Figlio di Dio e della perfezione della sua offerta, per la sua efficacia universale, l’oblazione di Cristo supera i sacrifici vari e molteplici del VT.  Vocabolario antico, contenuto nuovo.

La Chiesa riflette sul sacrificio di Gesù.

1.Dal sacrificio del Calvario al pasto eucaristico.

Gli scritti apostolici, sviluppano, sotto forme diverse, queste idee.

Gesù diventa <la nostra Pasqua> (1Cor. 5,7; Gv. 19,36);  <l’agnello immolato> (1Piet. 1,19; Ap.,5,6)  inaugura nel suo sangue la nuova alleanza (1Cor. 11,25), realizza l’espiazione dei peccati  (Rm.3,24s), la riconciliazione tra Dio e gli uomini (2Cor.5,9ss; Col.2,14). Come nel Levitico si insite sulla funzione del sangue  (Rom. 5,9; Col. 1,20; Ef.1,7;  1Pt.1,2.18s;  1Gv.1,7;  5,6 ; Ap. 1,5).

Gli apostoli tracciano un accostamento tra il sacrificio di Isacco (Gen.22) e quello di Gesù. Parallelo che mette in risalto la perfezione dell’offerta di Cristo al Calvario: Cristo agapetòs (‘rediletto)(cfr. Mc,12,6; 1,11; 9,7), si offre alla morte, e il Padre, per amore degli uomini, non risparmia il suo proprio Figlio (Rom.8,12; Gv,.3,16). Così, la croce rivela la natura intima del sacrificio: nella sua sostanza spirituale, il sacrificio è un atto d’amore.

Ora nel tempio era prevista una ‘mensa’ per i pani della proposizione, anche nella comunità cristiana esiste la ‘mensa del Signore’ Paolo paragona espressamente l’eucaristia ai banchetti sacri di Israele (1Cor.10,18). I cristiani non partecipano più soltanto a cose <sante’, ma comunicano con il corpo ed il sangue di Cristo (1Cor.10,16), principio di vita eterna (Gv.6,55-58). Questa partecipazione significa e produce l’unione dei fedeli, in un solo corpo (1Cor.10,17). Di fatto, si realizza così  il sacrificio ideale previsto da Malachia (1,11), valido per tutti e per tutti i tempi.

 2.Figure e realtà.

La liturgia antica del VT preparava e prefigurava il sacrificio di Cristo. La lettera agli Ebrei rende esplicito questa dottrina mediante il paragone continuo tra le due economie. Nella lettera agli Ebrei Gesù è chiamato ‘sommo sacerdote’ e vittima, e come Mosè sul Sinai, crea un’alleanza tra Dio e il suo popolo. Ora questa ‘alleanza’ è definitiva e perfetta (Ebr.8,6-13; 9,15.10,18).

Come il ‘Sommo sacerdote’ nel giorno della espiazione, Cristo compie un’azione purificatrice: elimina il peccato con l’effusione del suo sangue, e i fedeli ottengono così la ‘ purificazione delle coscienze ’. (Ebr.9,12ss).

Questo sacrificio, a differenza degli altri sacrifici che erano soltanto l’ombra della realtà, non ha bisogno di essere reiterato (Ebr.10,1.10). La liturgia che secondo l’Apocalisse (5,6..) si svolge in cielo attorno all’Agnello immolato, si ricollega alla rappresentazione della lettera agli Ebrei.

Come già nei profeti, dove l’atto rituale si rinnovava nella vita quotidiana,  anche nel NT si ritrova la stessa applicazione spirituale alla vita cristiana ed apostolica (Rom.12,1; 15,16; Fil.2,17; 4,18; Ebr.13,15). 

I credenti, con l’azione dello Spirito che li anima, in comunione col Signore, formano ‘un sacerdozio santo, allo scopo di offrire sacrifici spirituali, bene accetti a Dio per mezzo di Gesù Cristo’ ( 1Pt. 2,5). 

3. IL SACERDOZIO.

Nella lettera agli Ebrei, Gesù ‘possiede un sacerdozio immutabile’(Ebr. 7,24).

La lettera agli Ebrei, volendo definire la ‘mediazione’ di Cristo,l’accosta ad una funzione che esisteva nel VT come in tutte le religioni vicine: quella dei sacerdoti.  Per capire perciò il sacerdozio di Cristo, bisogna comprendere il sacerdozio del VT che lo ha preparato e prefigurato.

 

1 VECCHIO TESTAMENTO

 1. Storia della istituzione sacerdotale.

 Es.32,

1. Presso i popoli civili che circondano Israele, la funzione sacerdotale è assicurata dai re, specialmente in Mesopotamia e in Egitto. Esiste una vera casta sacerdotale, divisa in gerarchia.

Questo non avviene presso i  patriarchi (Abramo- Isacco-Giacobbe).

In quel tempo, non esistevano né tempio, né sacerdoti specializzati del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Le tradizioni della Genesi piuttosto, mostrano gli stessi patriarchi che costruiscono altari in Canaan (Gen.12,7s, 13,18, 26,25), ed offrono sacrifici (Gen.22,31,54; 26,25). Essi esercitano un sacerdozio familiare, praticato dai popoli antichi. I soli sacerdoti che compaiono sono stranieri: il sacerdote-re di Gerusalemme Melchisedec (Gen.14,18ss) ed i sacerdoti del Faraone (Gen.41,45; 47,22).

La tribù di Levi non ha ancora funzioni sacre (Gen.34,25-31).

 

2. A partire da Mosè, egli stesso levita, sembra farsi strada la specializzazione della tribù di Levi, nelle funzioni cultuali. Es.32,29: <Mosè disse:’Ricevete oggi l’investitura dal Signore…>

Il racconto arcaico di Es.32,25.29, esprime il carattere essenziale del suo sacerdozio: essa è eletta e consacrata da Dio stesso per il suo servizio, e la benedizione di Mosè  attribuisce i compiti specifici

dei sacerdoti (Deut.33,8-11).

I leviti sono sacerdoti per eccellenza (Giud.6,18-29; 13,19; 1Sam.7,1).

 3. Sotto la monarchia  (c.1000-700 a.C.), il re esercita parecchie funzioni del sacerdote: Saul offre sacrifici (1Sam.13,9); David offre sacrifici (2Sam.6,13.17; 24,22-25) fino ad Achaz (736-716 a.C:) (2Re,16,13). Tuttavia il re riceve il titolo di sacerdote soltanto nell’antico salmo 110,4 che lo  paragona a Melchisedec. La casta sacerdotale diventa una istituzione organizzata specialmente nel santuario di Gerusalemme, che -dall’epoca  di David-  è il centro cultuale di Israele.

 Da  Sadoq (2Sam.8,17), di origine sconosciuta, saranno i suoi discendenti a dirigere il sacerdozio del tempio fino al II sec.a.C.: Genealogie ulteriori lo collegheranno  alla discendenza di Aronne (cfr. 1Cron.27.34)  come già Abiatar, sacerdote, discendente di Eli, che amministrava a Silo (2 Sam.8,17). Leggiamo in Ezechiele: <I sacerdoti leviti figli di Sadoc…>

 

4. La riforma di Giosia  nel 621 a.C., sopprimendo molti santuari, consacra il monopolio levitico del sacerdozio di Gerusalemme e riserva l’esercizio delle funzioni sacerdotali ai soli discendenti di Sadoq (2 Re  23,5.9). La simultanea rovina del tempio e della monarchia (587 a. C) pone fine alla tutela del re sul sacerdozio e conferisce al sacerdozio stesso una autorità maggiore sul popolo.

Liberato ormai dal potere politico (che passa ai dominatori pagani: epoca persiana 538-333 a.C., epoca ellenistica 333-63 a.C.;  63-135 d.C., dominazione  romana), il sacerdozio diventa guida religiosa della nazione.

Il progressivo scomparire del ‘profetismo’ a partire dal secolo V accentua ancora la sua autorità. Già nel 573 i progetti di riforma di Ezechiele escludono ‘il principe’ dal santuario. (Ez.44,1 ss; 46). La casta levitica possiede ormai un monopolio incontestato (la sola eccezione Is.66,21 non concerne che ‘gli ultimi tempi’). Le raccolte sacerdotali del Pentateuco (sec. V e IV), poi l’opera del Cronista (sec.III), danno un quadro particolareggiato della gerarchia sacerdotale.

Essa è rigorosa. Al vertice, c’è il ‘sommo sacerdote’, figlio di Sadoq, successore di Aronne. Il titolo di sommo sacerdote appare in un momento in cui l’assenza del re  fa sentore il bisogno di un capo per la teocrazia.  L’unzione che egli riceve, a partire dal IV sec. (Lev.8,12; Dan.9,25), ricorda quella che un tempo consacrava i re. Sotto di lui stanno i sacerdoti, figli di Aronne.

Infine i leviti, clero inferiore, sono raggruppati in tre famiglie, alle quali vengono aggregati i cantori e i portieri (1Cron.25-26). Queste tre classi (sommo sacerdote, sacerdoti, leviti) costituiscono la tribù sacra, tutta votata al servizio del Signore.

 Ormai la gerarchia non conoscerà più variazioni. Nel 172 a.C., l’ultimo sommo sacerdote discendente da Sadoq, Onia III, è assassinato per intrighi politici. I suoi successori vengono designati fuori dalla sua casata, dai re della Siria.

La reazione dei Maccabei (I-2) termina con la investitura di Gionata, uscito da una oscura famiglia sacerdotale. Il fratello Simone che gli succede (143 a. C), costituisce il punto di partenza  della dinastia degli Asmonei , sacerdoti e re (143-37 a. C.).

Capi politici e militari più che religiosi, provocano l’opposizione dei farisei. Dal. canto suo, il clero tradizionalista, rimprovera loro l’origine non sadoquita, mentre la setta sacerdotale  di Qumran, passa persino allo scisma. A partire dal regno di Erode (37 a. C), si sommi sacerdoti sono designati dall’autorità politica, che li sceglie tra le grandi famiglie sacerdotali, le quali costituiscono il gruppo dei < sommi sacerdoti >,  più volte nominati nel NT.

II. Le funzioni sacerdotali.

Nelle religioni antiche i sacerdoti sono i ‘ministri del culto’ i custodi delle tradizioni sacre, i portavoce della divinità.

In Israele il sacerdozio esercita sempre due ministeri fondamentali: il servizi del culto e il servizio della parola. 

1. Servizio del culto.

Il sacerdote è l’uomo del santuario. E’ custode dell’arca nell’epoca antica (1Sam.1-4;2 Sam.15,24-29)., accoglie i fedeli nella casa di Jahvè (1Sam.1), presiede alle liturgie in occasione delle feste dei popolo (Lev.2311,20). Il suo atto essenziale è il sacrificio.

In esso egli appare nella pienezza della sua funzione di mediatore : presenta a Dio l’offerta dei suoi fedeli e trasmette loro la benedizione divina. Così Mosè  nell’alleanza sul Sinai (Es. 24,4-8); così Levi, capo di tuta la dinastia sacerdotale (Deut.33,10).

Dopo l’esilio (538 a.C.), i sacerdoti svolgono questo ufficio, ogni giorno, nel sacrificio perpetuo (Es.29,38-42). Una volta all’anno  il sommo sacerdote appare nella sua funzione di mediatore supremo officiando nel giorno della espiazione (Yom Kippur), per il perdono di tutte le colpe del suo popolo (Lev.16).

E’ pure incaricato dei riti di consacrazione e di  purificazione: l’unzione regale (1Re,1,39; 2 Re 11,12), la purificazione dei lebbrosi (Lev.11,12) o della puerpera (Lev.12,6ss).

 

2.Il servizio della parola.

In Mesopotamia e in Egitto, il sacerdote esercitava la divinazione; in nome del suo dio, rispondeva alle consultazioni dei fedeli. Nell’antico Israele il sacerdote svolgeva una funzione simile usando l’efod (1Sam. 14,36.42; Deut 33,89 ( efod = paramento sacro usato nel culto dell’antico Israele, una specie di sopravveste indossata dal sommo sacerdote, cui veniva legato il pettorale con gli Urim e i Tummim, oggetti usati come strumenti divinatori –Es. 28,30; Lev. 8,8 ; pare si tratti di due pietre o di due tavolette);  questi oggetti non si ritrovano più dopo David.

In Israele però  la ‘parola’ di Dio  giungeva al popolo attraverso i profeti  mossi dallo spirito.

Tuttavia la tradizione,  che cristallizza i grandi avvenimenti della storia sacra come  l’alleanza sinaitica o i grandi ricordi del passato che si rispecchiano nella ‘legge’ , in questo caso i ministri della parola sono i sacerdoti come Aronne in Es.4,14-16.

Nella liturgia delle feste, essi ripetono ai fedeli i racconti su cui si fonda la fede. (Es.1-15 ;  Gios.2-6 sono echi di queste celebrazioni). Proclamano la Torah, (Es.24,7; Deut.27; Neem.8), ne sono interpreti ordinari, (Deut.33,10; Ger. 18,18; Ez.44,23) ed esercitano una funzione giudiziaria (Deut.17,8-13; Ez.44,23).

In questo modo i sacerdoti assicurano la redazione scritta della legge nei diversi codici: Deuteronomio, legge di santità (Lev.17-26), torah di Ezechiele (40-48), legislazione sacerdotale (Es,. Lev., Num.), compilazione finale del Pentateuco (cfr. Esd. 7,14-26; Neem.8).

Negli ultimi secoli aumenta l’autorità degli scribi laici, collegati, per lo più, alla setta dei farisei, che al tempo di Gesù saranno maestri principali in Israele.

 III. Verso il sacerdozio perfetto.

Il sacerdozio del VT, in complesso, è stato fedele alla sua missione: con le sue liturgie, il suo insegnamento e con la redazione dei libri sacri, ha conservato viva in Israele la tradizione di Mosè e dei profeti e ha assicurato di età in età, la vita religiosa del popolo di Dio. Alla fine però, doveva essere superato.

 

1.La critica del sacerdozio.

I profeti hanno spesso stigmatizzato i limiti dei sacerdoti, inferiori al loro compito.

Deficienze maggiori: contaminazione del culto di Jahvè con gli usi cananei nei santuari locali di Israele (Os.4,4-11; 5,1-7; 6,9); sincretismo pagano a Gerusalemme  (Ger.2,26ss; 23,11; Ez. 8); violazione della torah (Sof.3,; Ger.2,8;  Ez. 8); opposizione ai profeti (Am.7,10-17; Is.28,7-13; Ger.20,1-6); interesse personale (Mic.3,11; cfr. 1Sam.2,12.17; 2Re,12,5-9); mancanza di zelo per il culto del Signore (Mal.2,1-9..).

Bisogna tuttavia ricordare che Geremia ed Ezechiele erano sacerdoti; così pure sacerdoti erano quelli che hanno redatto il Deuteronomio e la legge di santità, cercando di riformare la propria casta; negli ultimi secoli poi del giudaismo, la comunità di Qumran, si stacca dal tempio opponendosi al <sacerdozio empio >, ed era una setta sacerdotale.

 2.L’ideale sacerdotale.

L’interesse principale di queste critiche  e di questi disegni di riforma erano ispirati da un ideale sacerdotale. I profeti ricordano ai sacerdoti contemporanei i loro obblighi : esigono da essi il culto puro, la fedeltà alla torah. I legisti sacerdotali, da parte loro, definiscono la purità , e la santità dei sacerdoti (Ez. 44,15-31; Lev. 21,10)-

Si attendi il sacerdote fedele a fianco del Messia figlio di David (Zac.4; 6,12;Ger. 33,17-22), in alcuni testi  biblici (Zac.3,8, 6,11), come negli scritti di Qumran, il messia sacerdotale prende il soppravvento sul  messia regale. Questo primato del sacerdote è in armonia con un aspetto essenziale della dottrina dell’alleanza:

Israele è il ‘popolo-sacerdote’ (Es.19,6; Is.61,6;  2Mac.2,17s), il solo popolo al mondo che assicuri il  culto del vero  Dio e renderà al Signore il culto perfetto  (Ez. 40,48, Is.60-62; 2,1-5).

Nel VT tra Dio e il popolo ci sono diverse  mediazioni: il re guida il popolo di Dio  come capo istituzionale; il profeta porta personalmente la parola di Dio originale, adatta a una situazione particolare in cui egli è responsabile  della salvezza dei suoi fratelli.

Il sacerdote, come il profeta, ha una missione strettamente religiosa, ma la esercita nella cornice delle istituzioni;  è designato dal diritto ereditario, è legato al santuario e alle sue usanze. Porta al popolo la ‘parola di Dio’ in nome della ‘tradizione e non di sua testa; commenta i grandi ricordi della storia sacra ed insegna la legge di Mosè. Porta a Dio le preghiere del popolo nella liturgia e risponde a questa preghiera  con la benedizione divina.’

 

 NUOVO TESTAMENTO

I valori del VT  assumono tutto il loro senso soltanto in Gesù che li compie e li supera.

Questa legge si applica per eccellenza nel sacerdozio.

 

1 Gesù, sacerdote unico.

 

1 Vangeli sinottici.

Gesù non si attribuisce mai il titolo di ‘sacerdote’. Ciò è comprensibile perché, nel suo ambiente, questo titolo designava una funzione riservata ai membri della tribù di Levi.

Gesù vede il suo ufficio ben diverso dal loro e tanto più ampio. Preferisce chiamarsi ‘figlio’ e ‘figlio dell’uomo. Per definire la sua missione, si avvale di termini sacerdotali.

Il fatto è chiaro quando parla della sua morte.  Per lui è un sacrificio che descrive con le figure del VT

E’ come il sacrificio espiatorio del servo di Dio  (Mc.10,45; 14,24; cfr. Is.53).

O come il sacrificio di alleanza ai piedi del Sinai (Mc.14,24; cfr. Es. 24,8); il sangue che egli dà nel tempo della Pasqua evoca quello dell’agnello pasquale (Mc.14,24; cfr. Es.12,7.13.22). Accetta questa morte e la offre come il sacerdote offre la vittima; ne accetta l’espiazione per i peccati per instaurare la nuova alleanza per la salvezza del popolo.

Egli perciò è il sacerdote del  proprio sacrificio.

La seconda funzione del sacerdote  nel VT era il servizio alla torah. Gesù è chiaro davanti alla legge di Mosè: viene a compierla (Mt.5,7); anzi supera la legge  (Mt.5,20.48), e ne mette in luce il valore profondo, incluso il primo comandamento e nel secondo che gli è simile (Mt.22,34-40).

 

2. Da Paolo a Giovanni.

Paolo spesso ritorna alla morte di Gesù, sotto le figure dell’agnello pasquale (1Cor. 5,7), del servo (Fil.2,6-11), del giorno della espiazione (Rom.,3,24s). Questa interpretazione sacrificale appare ancora nelle immagini della comunione col sangue di Cristo (1Cor.10, 10,22), della redenzione in virtù del sangue (Rom,5,9; Cil.1,20; Ef.1,7; 2,13). Secondo Paolo, la morte di Gesù è l’atto supremo della sua libertà, il sacrificio per eccellenza, atto propriamente sacerdotale che egli ha offerto personalmente. Ma come già fece Gesù, anche Paolo non dà  a Gesù il titolo di sacerdote.

La stessa cosa vale per tutti gli altri scritti del NT, salvo la lettera agli Ebrei: essi presentano la morte di Gesù come sacrificio del servo (Att.3.13.26; 4,27.30; 8,22s; 1Pt.2,22ss), dell’agnello (1Pt.1,19). Evocano il suo sangue (1Pt.1,2.19; 1Gv.1,7). Ma non lo chiamano mai sacerdote.(attribuito alla tribù di Levi).

Giovanni 17: nella preghiera sacerdotale, nel racconto della passione, Gesù si presenta come il sacerdote che sta per offrire un sacrificio: Gesù <si santifica>, cioè <si consacra> mediante il suo sacrificio ( Gv.17,19), ed  esercita così una mediazione efficace alla quale aspirava invano il sacerdote antico.

(Ancora meglio per Gv.17,19: <Per loro io consacro (santifico) me stesso, perché siano anch’essi consacrati (=santificati –hegiasmenoi- ) nella verità>. Gesù diventa il  mediatore  della santificazione: santifica (= consacra ‘hagiazo’) se stesso perché siano santificati (= consacrati=hagiasmenoi ) in lui i discepoli. Se i discepoli devono continuare  la sua opera, devono essere anch’essi santificati: Gesù diventa mediatore: consacra-santifica se stesso (come sacerdote) per santificare-consacrare i discepoli.

Santifico.-consacro: è da intendere  <io mi offro in sacrificio>  <è il sacerdote che offre se stesso come vittima per quelli che Dio gli dà>  (Qui  ‘yper’, non lascia dubbi della dedizione di Gesù alla morte espiatrice=sacrificio pasquale)

(NB. Ogni sacerdote – come ogni cristiano-, vive la sua vocazione quando ‘santifica-consacra la sua vita per  il  popolo di Dio=santificare-testimoniare. Servire è quello che si chiede al sacerdote).

Ancora Gv. (cfr. Come abbiamo ascoltato Gesù.., p-1088).Questa visione di Gesù come sacerdote vittima sacrificale  (offre il suo sacrificio), si trova nella lettera agli Ebrei, In Eb.  9,12.24 troviamo che Gesù offre se stesso come vittima sacrificale; un pensiero che può corrispondere a Gv.17,19. l’idea è ripetuta in Eb 10,10: <Noi siamo stati santificati per mezzo della offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre>.

 

3. La lettera agli Ebrei.

Svolge, sola, il sacerdozio di Cristo, con ampiezza.

Concentra la sua attenzione sulla funzione personale di Cristo nell’offerta di questo sacrificio. E questo perché Gesù come Aronne, e ancora di più, è chiamato da Dio ad intervenire a favore degli uomini e a offrire sacrifici per i loro peccati (Eb.5,1-4). Il suo sacerdozio era prefigurato in quello di Melchisedec  (Gen,.14,18ss) , conformemente all’oracolo del salmo 110,4. Gesù è il sacerdote santo, il solo (7,26ss). Il suo sacerdozio segna la fine del sacerdozio antico. Gesù ha compiuto il suo sacerdozio una volta per sempre nel tempo (7,27; 9,12.25.28, 10,10-14). Ormai egli è per sempre l’intercessore (7,24s), il mediatore della nuova alleanza (86-13; 10,12-28).

(Ricorda anche il testo di Eb.1,5. Chi è oggi il sacerdote’. Il testo dice: < Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati>. Questa è l’immagine del prete: essere ‘scelti’ da Dio ‘per’ il servizio agli uomini nell’apostolato).

 

II. Il popolo sacerdotale.  

 1.Gesù, come non attribuisce  mai a se stesso il sacerdozio, così non lo attribuisce al suo popolo. Gesù però non ha mai cessato di agire come sacerdote e sembra di aver concepito il popolo come popolo sacerdotale. Gesù si rivela sacerdote mediante l’offerta del suo sacrificio e  mediante  il servizio della parola. Gesù chiama a prendere parte delle funzioni del suo sacerdozio anche i suoi discepoli.

Ogni discepolo deve prendere la sua  croce (Mt.16,24par.); deve bere il suo calice  (Mt.20,22; 26,27); ciascuno deve portare il suo messaggio (Lc.9,60; 10,1-16), rendergli testimonianza fino alla morte (Mt.10, 17-42).  Gesù facendo partecipare tutti gli uomini ai suoi titoli di Figlio e di Messia, li fa sacerdoti assieme a lui.

 

2.Gli apostoli prolungano questo pensiero di Gesù, presentando la vita cristiana come una liturgia, una partecipazione  al sacerdozio unico.

Paolo considera la fede dei cristiani come un <sacrificio di oblazione> (Fil.2,17); per lui tutta la vita dei cristiani è un atto sacerdotale ; li invita a offrire i loro corpi <come ostia vivente, santa, gradita a Dio; questo è il culto spirituale che voi dovete rendere> (Rom.12,1; cfr. Fil.3,3; Eb.9,14; 12,28).

La lettera di Giacomo, enumera gli atti concreti che costituiscono il vero culto: la visita agli orfani e alle vedove, l’astensione dalle sporcizie del mondo (Gc.1,26s.).

La prima lettera di Pietro e l’Apocalisse sono esplicite: attribuiscono al popolo cristiano il <sacerdozio regale> di Israele (1Pt.2,5.9; Ap,1,6; 5,10; 20,6; cfr.Es.19,6). Con questo titolo, i profeti del VT annunciavano che i profeti del VT dovevano portare in mezzo ai popoli pagani la parola del vero Dio e assicurarne il culto; ormai anche il popolo cristiano assume questo compito, dal momento che Gesù lo ha reso partecipe della sua dignità messianica di re e di sacerdote.

.

III, I ministri del sacerdozio di GesùC. Gesù però fa partecipare il suo popolo al suo sacerdozio; nel NT come nel VT : questo sacerdozio del popolo di Dio non può essere esercitato se non da ministri chiamati da Dio.

 

1.Di fatto Gesù ha chiamato i Dodici per affidare loro la responsabilità della Chiesa: con il servizio della parola, nell’ultima cena ha affidato loro l’eucaristia (Lc.22,19).

 

2. Gli apostoli a loro volta stabiliscono dei responsabili per continuare la loro azione. Alcuni sono chiamati ‘anziani’, origine del nome attuale di ‘sacerdoti’ (presbiteri: Att.14,23, 20,17; Tit. 1,5).

La riflessione di Paolo sull’apostolato e sui carismi si orienta  verso il sacerdozio dei ministri della Chiesa.

Dà titoli sacerdotali ai responsabili delle comunità:

  • ‘amministratori dei misteri di Dio’ (1Cor.4,1s);

  • ‘ministri della nuova alleanza’(2Cor.3,6);

  • la predicazione apostolica come servizio liturgico (Rm.1,9, 15,15s).

Questo sacerdozio non è perciò una casta, ma è al servizio del popolo di Dio.  


Sito gestito dalla Parrocchia Santa Melania.

 

LA NUOVA ECCLESIOLOGIA – Don Enrico Ghezzi

LA NUOVA ECCLESIOLOGIA


(Cap XII-XVI e sintesi finale – Lettera ai Romani)

di don Enrico Ghezzi

L’anno paolino è una straordinaria occasione, offertaci dal Papa, per riscoprire l’apostolo delle genti e percorrere con lui il nostro cammino. Come noi, Paolo non ha conosciuto il Gesù della storia, ma lo ha creduto risorto, si può dire che ha dato alla storia il suo vero senso.

La fede nella resurrezione, l’amore di Dio, la giustificazione dalla fede in Cristo sono solo alcuni dei temi che ci accompagnano in questi testi relativi alla prima parte del ciclo di catechesi sulla Lettera ai romani (si concluderà alla fine del 2009).

L’anno paolino avrà effetti su ognuno di noi se, per intercessione di Paolo, avremo fatto esperienza della Grazia e del perdono del Signore e se avremo approfondito la conoscenza dell’epistolario paolino, fonte indispensabile per chi vuole vivere in profondità la propria adesione a Cristo.

11 maggio 2009

INCONTRO CON DON ENRICO GHEZZI A CHIUSURA DELL’ANNO PAOLINO

Don Ghezzi

Buona sera a tutti. Mi pare che ci eravamo visti qualche mese fa, a novembre, all’inizio di questo cammino  su S. Paolo:  è importante, forse siete una delle poche parrocchie che ha tenuto un cammino costante in questo anno paolino, non ho sentito altre, sì magari qualche incontro così, ma aver fatto tutto l’anno la lettura della Lettera ai Romani è stata una cosa interessante, siete stati fortunati, avete avuto un parroco che vi ha sollecitato alla parola di Paolo.

Adesso mi diceva che eravate arrivati praticamente agli ultimi 12, 13, 14, 15, 16 che è l’ultimo capitolo che forse, secondo gli studiosi, non è proprio stato scritto da Paolo ma forse dai suoi discepoli.

Forse avete sentito un po’ come le cose che Paolo ha detto durante tutto questo cammino, qualcuno dice che San Paolo è stato così profondo, così grande nelle sue lettere che addirittura sia lui il vero fondatore del cristianesimo.  Qualcuno dice che il vero papa a Roma era Paolo, non era Pietro, queste cose ve le hanno dette.  Questa figura potente che proprio ha invaso il mondo del Mediterraneo con i suoi tre viaggi, ma soprattutto con questa sua riflessione potente, che è riassunta quasi tutta nella Lettera ai Romani.

Vi ricordate all’inizio lui era un fervente, zelante giudeo, di quelli proprio, diremmo oggi, un fanatico, lui era di Tarso però aveva studiato a Gerusalemme, con questo grande maestro Gamaliele che appare anche nel Vangelo di Giovanni, grande maestro, grande uomo saggio, compare anche negli Atti degli Apostoli, quindi un grande personaggio, e lui  era un discepolo veramente pieno di questo zelo giudaico.

Guardate che lo zelo giudaico caratterizza proprio il popolo di Israele, forse fino ai nostri giorni, tanto è vero che questo benedetto popolo non accettava mai il dominio di nessuno ed era così litigioso, così forte nel difendere il monoteismo, di fronte all’Assiria, l’Egitto, Roma, era così forte nel difendere il monoteismo che pur essendo il paese più piccolo, quasi insignificante, e i romani dovevano continuamente tenerlo a bada con delle battaglie, con delle guerre che poi è sfociato nel 70 con la distruzione del Tempio, ma più avanti ancora, un altro imperatore, non so se Claudio nel 134, vengono uccisi, una shoah, 600-700.000 ebrei nel 135-140, in quei momenti lì c’è proprio la dispersione.

Ciò che rendeva così intenso il discorso ebraico era proprio il fatto che noi abbiamo un solo Dio e i primi cristiani incominceranno il martirio quando, fino ad un certo momento gli imperatori non chiedevano l’adorazione dell’imperatore, quando incominciano, lì comincia la grande crisi.

Per essere obbedienti, noi siamo obbedienti dicevano i cristiani, c’è da andare a fare la guerra, arruolati, facciamo i soldati, quando però incominciavano i primi scricchiolii all’interno dell’Impero e allora c’era bisogno di una forza ulteriore e l’imperatore doveva essere adorato come Dio, e lì allora incomincia il grande rifiuto, i cristiani non possono accettare e tanto meno Israele può accettare questa immagine di un dio in terra da adorare.

Paolo scrive questa famosa Lettera ai Romani che avete letto, facendo il compendio di tutto il grande pensiero cristiano che dura fino ai nostri giorni. Primo grande concetto: lui è il predicatore dei gentili, delle genti, non degli ebrei soltanto, dei giudei, anzi questo qui lo facciano pure gli apostoli tradizionali, io sono mandato da Gesù a fare l’annunciatore ai gentili, quindi a tutti i popoli che non si riconoscevano.  Una missione grandissima, perché poter parlare di Gesù Cristo a gente che era completamente estranea al mondo religioso dell’unico Dio, un Dio che si era fatto uomo, veramente era un discorso impossibile, ci vuole la grande forza interiore spirituale di Paolo, il suo grande coraggio e certamente l’assistenza dello Spirito Santo e quindi lui scrive, prima di arrivare, questa famosa  Lettera ai Romani che è il grande compendio della teologia.

Lì ci sarà il grande tema: come mai esiste nel mondo il male, il peccato originale, Cap. V e VI, Adamo ed Eva, il peccato originale, questo dominio, il battesimo,  fondamentale in Paolo perché è il sacramento che dà una nuova vita, essere sepolti con Cristo e co-resuscitare con Cristo attraverso il dono dello Spirito Santo, Paolo susciterà davvero la potenza, la grazia, il calore, il dono dello Spirito Santo nella sua grande predicazione.

E poi tutto il grande tema il Cap.  VIII, quello della visione, che tutto il cosmo verrà redento e tutto verrà rinnovato in Cristo risorto, nulla andrà distrutto, non solo noi, ma il mondo, il cosmo intero geme in attesa di una nuova rivelazione.  Questo grande personaggio che vede poi donato nella grazia di Dio la via veramente per la propria salvezza. Quindi Paolo farà una grande teologia che durerà fino ai nostri giorni.

Negli ultimi capitoli lui fa una specie di grande esortazione, nella Bibbia di Gerusalemme, non l’ultima ma la penultima, infatti veniva proprio chiamato come la “parenesi”, l’esortazione finale a tutti i discorsi che Paolo aveva fatto. Guardate bisogna partire da un concetto che non è così ancora chiarissimo, però poi sarà più chiaro negli Atti degli Apostoli: come si va formando la prima chiesa.

C’era la sinagoga, i primi apostoli andavano ancora a pregare nella sinagoga, però a poco a poco si accorgono che nella Sinagoga si leggeva solo l’Antico Testamento e non riconosceva il Cristo e allora, a poco a poco si forma la nuova “ecclesia”, la parola è uguale dal greco ecclesia vuol dire chiamata, essere radunati, però in un ambiente nuovo e in una situazione nuova.

Quale sarà il fondamento che deve arrivare fino ai nostri giorni della nuova chiesa, tre cose fondamentali: erano assidui nell’ascolto della parola. Paolo dirà: non ci può essere fede senza l’ascolto, fides ex auditu, la fede dall’ascolto. Negli Atti degli Apostoli le prime comunità cristiane erano assidue nell’ascolto della parola. Qual era la parola che gli apostoli annunciavano?

Era la parola dell’Antico Testamento reinterpretata nella realizzazione finale che  aveva fatto Gesù. Gesù è colui che realizza la figura di Mosè, la figura dei profeti, la figura dell’attesa del popolo d’Israele di un Messia, lui è il Cristo, il Messia nuovo. Quindi la fede nasce, guardate anche per noi, anche per i vostri figli, per i vostri nipoti, non c’è altra soluzione, bisogna ascoltare la parola: fides ex auditu, questa grande intuizione di Paolo e anche delle prime comunità cristiane, giunge fino ad oggi a noi, perché oggi noi abbiamo, non dico pochi cristiani, forse ce ne sono fin troppi, ma alle volte cattivi cristiani.

Adesso ho visto in Trastevere, da dove vengo, fuori di una chiesa antichissima, bellissima,, Santa Rita da Cascia. Ecco questo nuovo nostro popolo è un popolo pieno di devozioni, ma non sa chi è Gesù Cristo, nelle chiese che sono state fatte, prima Padre Pio, so che voi siete molto devoti di Padre Pio, poi Santa Rita, poi  la Madonna, e anche Gesù Cristo al quarto o quinto posto.

Questo è il nostro grande problema: fra venti anni avremo le chiese piene di chi sente Santa Rita, chi segue Padre Pio, chi segue un padre eterno che si sono inventati ultimamente, ma il Cristo non c’è, mentre la fede, fides ex auditu, il fondamento, se tu non leggi la parola di Dio, se tu non la commenti, ecco il senso anche di questi incontri di Don Francesco durante questo anno, se non si ascolta non saremo mai dei cristiani, saremo delle persone devozionaliste, ma i devozionalisti c’erano anche ai tempi dei romani, anche loro credevano alle loro divinità, accendevano i lumini anche loro alle divinità, il popolo ha sempre bisogno di questo, ma Cristo è venuto a fare un annuncio diverso.

Questo non era ancora ben delineato nella chiesa: gli Atti degli Apostoli dicono la fede nasce dall’ascolto. Secondo momento: si radunavano, dicono gli Atti, e il giorno in cui Cristo è risorto, la domenica e spezzavano il pane, l’eucaristia, il gesto che Gesù aveva fatto nell’ultima cena, prendete e mangiate,  questo pane è il mio corpo, viene rinnovato, i cristiani si sentono attorno all’eucaristia, perché il mangiare il pane vuol dire partecipare al Cristo risorto: chi mangia di questo pane.  Lo ha detto Giovanni nel Cap. VI “Chi mangia di questo pane ha in sé la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

I primi cristiani ascoltano la parola spiegata dagli apostoli, l’Antico Testamento e le cose che Gesù aveva fatto ed aveva detto e spezzano il pane dell’eucaristia. Ecco la domenica. La domenica, l’andare alla messa, bisogna andare alla messa, ma non per dire sono andato alla messa, per cui se non sono andato alla messa devo andare a confessarmi perché è un peccato mortale, non è questo il problema, la domenica è il giorno in cui noi nelle nostre comunità parrocchiali celebriamo qualche cosa di più grande dell’andare a messa, celebriamo il Cristo che ogni domenica si rinnova nella eucaristia e ricorda a noi che siamo partecipi della gloria di Dio, della gloria di Cristo.

Chi mangia di questo pane ha in sé la vita eterna e allora questa comunità che la domenica si raduna e canta le lodi al Signore e continua quello che già avveniva nella sinagoga prima di Gesù, con gli ebrei, dà lode a Dio, adesso lo ritroveremo subito questo concetto, la lode nel Tempio dove si radunavano per dare la lode al Signore, e terzo momento fondamentale che anche qui Paolo poi richiamerà, è “spezzavano il pane e mettevano in comune le loro cose” in modo che le vedove, gli orfani, che erano la catena più debole erano aiutati.

Ecco i tre grandi momenti, la carità, la solidarietà. Da qui nasce la chiesa cristiana cattolica che è fondamentalmente la chiesa in cui noi ci troviamo.  Però questa va animata, perché il primo punto spesso non lo conosciamo, ascoltare la parola; il secondo punto, chi va a messa, nel passato spesso si andava a messa altrimenti se non ci andava si doveva confessare perché era peccato mortale e quindi non va con la gioia di chi risorge, di chi rinasce, ma va perché deve adempiere un mestiere, un compito.

Il terzo momento, la carità, il compito della carità è fondamentale e questo della solidarietà è fondamentale anche ai nostri giorni.  Certo la carità, la solidarietà sono difficili, però lì ama il prossimo tuo come te stesso, c’è poco da fare. Anche per i non credenti questo concetto un po’ kantiano “fa il bene che vuoi sia fatto a te e non fare il male agli altri  che non vuoi sia fatto a te”. Ama il prossimo tuo come te stesso.

Era questo che ha invaso il mondo romano, i romani che erano questo grande popolo di potenza che soggiogava e sottometteva i popoli, incominciare a dire che l’altro, il conquistato, era immagine di Dio, immagine del Cristo risorto, ha cambiato completamente la mentalità. E non per niente Gesù quando appare dice sempre, nelle sue apparizioni pasquali, dice sempre la prima parola “pace a voi”.  Non una pace/assenza di guerra, ma una pace che vuol dire una nuova creazione, dove l’uomo può vivere veramente in un sistema di non violenza, pensate quanto è moderno questo concetto che è lì nelle prime comunità cristiane.

Adesso arriviamo al nostro Paolo, al Cap. XII: “Vi esorto dunque fratelli per la misericordia di Dio a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. E questo è il vostro culto spirituale”.  Allora dice “offrite sacrifici”.

Paolo che veniva dalla sinagoga, la sinagoga era il luogo dove gli ebrei offrivano la loro adorazione a Dio, il loro culto al Signore. Paolo qui dice “adesso c’è un nuovo culto”. Perché c’è un nuovo culto? Perché la comunità cristiana “offrite dunque fratelli i vostri corpi come servizio vivente santo e gradito a Dio. E questo è il vostro culto spirituale”.

Mentre gli ebrei nella sinagoga, nel tempio, offrivano la lode al Signore, ora per i cristiani dice Paolo, il nostro nuovo tempio è Cristo. I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, aveva detto Giovanni e Gesù aveva detto sempre in Giovanni “distruggete questo tempio e io lo ricostruirò” e parlava del suo corpo. Il nuovo tempio è Cristo: noi siamo in Cristo, gli adoratori del Padre.

Naturalmente le chiese non fanno altro che rappresentare Cristo che è presente e noi nel tempio possiamo lodare il Signore. Quindi questo per un nuovo culto spirituale indica come i nostri padri ebrei adoravano Dio nella santità del tempio, ora il nuovo tempio è il corpo di Cristo. Poi certamente anche il nostro corpo diventerà il corpo di Cristo perché noi siamo inseriti.

Vedete un po’ perché Paolo tira fuori questo concetto del tempio di Cristo. Guardate un po’:

per la grazia che mi è stata data io dico a ciascuno di voi non valutatevi più di quanto conviene ma valutatevi in modo saggio…perché come in un solo corpo (attenti bene qui) abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo.

E ciascuno per la sua parte siamo membra degli uni e degli altri. Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti, secondo la fede, chi ha un ministero attenda al ministero, chi insegna si dedichi all’insegnamento, chi esorta si dedichi all’esortazione, chi dona lo faccia con semplicità di cuore, chi presiede presieda con diligenza, chi fa opere di misericordia le compia con gioia.

La carità sia senza ipocrisia, detestate il male, attaccatevi al bene, amatevi gli uni gli altri con amore fraterno, non siate pigri nel fare il bene, – vedete la terza parte, la carità come viene continuamente fuori,- siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, condividete la ….. dei santi, siate premurosi nell’ospitalità.”

Allora Paolo perché è partito e dice questo nuovo tempio dove noi possiamo rendere un culto nuovo a Dio, è il corpo di Cristo, cosa serviva questa immagine a Paolo? Paolo dirà che Cristo ormai è salito in cielo, chi rimane qui sulla terra ?

Il dono dello Spirito Santo e i credenti in Cristo che formano il nuovo tempio che è la chiesa, Cristo è il tempio nuovo, la chiesa che noi tutti formiamo è il luogo dove vive Cristo e noi Cristo possiamo adorare. Per cui guardate che concetto Paolo ha tirato fuori: che cos’è la Chiesa?

Non è soltanto l’edificio, la chiesa innanzitutto sono i cristiani, noi siamo il Cristo, è un corpo, il corpo che durerà fino alla fine dei tempi è la chiesa, la comunità dei credenti.  Per cui Paolo tira fuori: nella chiesa ci sono varie funzioni.

Ognuno di noi, anche se questo noi non siamo mai stati educati a questo, c’è il prete,  il parroco, il vice parroco, il vescovo, il cardinale e noi il gregge.

In realtà Paolo dice, scrive ai romani – siamo negli anni 53-54, ancora non conosceva questa comunità,- immaginando che a Roma c’erano i primi cristiani, che poi vedremo nell’ultimo capitolo, c’erano i primi cristiani, lo fa anche nella Lettera ai Corinti, immagina che Cristo è il capo, la chiesa è il corpo di Cristo e come nel nostro corpo, il naso, le mani, gli occhi, hanno funzioni diverse dice, così in questo corpo ci sono funzioni diverse.

Guardate che bello, dice: la profezia, la profezia è l’annuncio della parola; il ministero forse i sacerdoti, l’insegnamento, i genitori, ma guardate voi genitori chi è più chiamato ad essere nella chiesa un corpo vivo nell’insegnare ai propri bambini la parola di Dio, l’insegnamento.

Donate con gioia, una carità sincera, amore fraterno, siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera.  Vedete in questa comunità, noi lo proviamo, c’è per esempio chi è più  ottimista e chi sprizza speranza e gioia da tutte le parti: è un servizio, un dono di Dio; c’è chi è più attento, più dedicato alla carità, più attento verso i poveri, verso i deboli, verso i malati, verso gli handicappati, è un carisma, si dice, è un dono della comunità; c’è chi è più attento alla contemplazione della preghiera, chi è più attento alla profezia, dire parole di speranza, parole di salvezza, parole di gioia.

Vedete come Paolo immaginava la chiesa e come la chiesa così oggi ancora dovrebbe essere.  Non c’è che una persona dice ma io sono vecchio, no chi partecipa a questa grande comunità – e noi lo siamo attraverso il battesimo -, tutti noi, tutti voi avete un carisma. Ma pensate il carisma più grande di essere genitori.

Il matrimonio: quando il matrimonio durerà sempre e non sarà messo in crisi dopo due o tre anni? Quando gli sposi  vivranno il carisma dell’essere amanti nell’amore di Cristo, di essere capaci di testimoniare ai propri figli questa grande luce della speranza, ma quando ci sono questi valori, l’attenzione, la delicatezza verso i più poveri.

Quanti genitori oggi educano per esempio al senso della solidarietà che renderebbe meno egoisti i nostri ragazzi. Vedete siete tutti, siamo tutti profeti in questo senso e Paolo vede che questo corpo, il Cristo, il tempio antico dove gli ebrei adoravano, il nuovo tempio che è il corpo di Cristo, noi siamo in questo corpo che è il corpo di Cristo, siamo la chiesa e in questa chiesa al servizio dell’umanità e poi di Dio ci sono tutti questi grandi carismi.

Questo quindi è tutto sommato un grande identikit della chiesa.

Guardate poi più avanti cosa dice Paolo:

Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite, rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto, abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri, non nutrite desideri di grandezza, volgete piuttosto a ciò che è umile, non stimatevi sapienti da voi stessi, non rendete a nessuno male per male, cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini, se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti, non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare a Dio”.

Allora vedete questi verbi bellissimi:  benedite, rallegratevi, piangete, sentire comune, sentimenti comuni con chi è nella gioia o con chi è nel dolore, non fate il male ma fate il bene. Guardate come sono forti questi verbi che sono l’animazione di quella comunità che si raduna intorno e forma il corpo di Cristo.

Che comportamento deve avere questa comunità?

  • La profezia,

  • il ministero,

  • l’insegnamento,

  • la carità in modo che allora benedite e non maledite,

  • esortate, esortatevi a vicenda,

  • conforto, la luce, la speranza,

  • rallegratevi, sappiate piangere con chi piange.

Vedete che è un sistema quello che ha nutrito la prima chiesa, che ha dato la possibilità proprio di questa grande espansione perché sentiva veramente di essere nel corpo di Cristo.

Noi abbiamo l’umanità, pensate l’umanità cristiana era piena, il terrore delle potenze naturali, il terrore del fato, che cosa avranno gli dei preparato per noi, la paura delle guerre e delle malattie, arriva Cristo, supera tutto questo, non c’è più un dio che ha un fato o un destino drammatico per noi.

No, questo Dio, dice Gesù, ha il volto del Padre, Paolo dice questo: il volto di Dio è il volto del Padre. E’ lì che i romani, il mondo pagano, anche il mondo greco che era molto sofisticato, ha incominciato a capire che c’era una grande novità.

Quando Paolo andrà la prima volta all’areopago vi annuncio il Dio… Gli antichi, anche i greci, avevano l’uso di avere tanti altari ed ognuno adorava il dio che voleva e lì Paolo aveva annunciato il Dio Ignoto. Capite che per la mentalità filosofica greca dove la materia, il corpo, la materia secondo Platone era una prigione e dove la materia veniva disprezzata, dire vi annuncio il Dio che non conoscete, che ha avuto un corpo, che si è incarnato, che è morto sulla croce e che è risorto, ai greci faceva proprio girare la testa, non capivano più niente, dicevano tu sei ubriaco. Però quella semente che lui aveva buttato quando ritornerà troverà.

Ma questa è stata la novità presso i popoli pagani, questo mondo che viveva di divinità, buone o cattive, per cui ognuno doveva attendere un beneficio da quella divinità e un malificio dall’altra, l’annunciare che questo Dio era buono, per cui qui esortate, benedite, rallegratevi, piangete, abbiate un sentire comune con chi sta bene e con chi sta male, non fate male a nessuno, era un’assoluta novità. Ormai c’è qualche cosa di nuovo all’interno di questo rivelarsi di Dio che veramente ci libera finalmente dalla schiavitù drammatica di essere sempre dipendenti da qualche cosa di minaccioso e di drammatico.

Siamo al Cap. XIII.

Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio. Quelle che esistono sono state stabilite da Dio, quindi chi si oppone all’autorità si oppone all’ordine stabilito da Dio”.

Allora guardate bene questo capitolo. Probabilmente  c’erano già delle critiche, delle crisi all’interno anche della comunità cristiana: ma se noi abbiamo un Dio che è Gesù Cristo che è risorto, dobbiamo ancora obbedire alle leggi civili, dobbiamo ancora obbedire alle leggi che sono leggi pagane secondo noi?

E guardate Paolo qui veramente trova un principio generale che vale anche nei nostri giorni: qual è il principio fondamentale? Il versetto 3 dice “chi fa il bene non deve temere”. Se io agisco bene secondo la mia coscienza illuminata dalla parola di Dio, non devo temere le leggi anche se sono fatte, perché la legge, il principio deve tendere al bene comune, non deve essere una legge che impone di fare delle cose contro il bene comune.

E Paolo dice: se la legge non ti obbliga a fare il male, ma a fare il bene, fallo, se siamo soggetti alla legge. Non c’è problema anche se la legge viene dai pagani, perché la legge deve avere come principio quello del bene comune e quindi deve essere vissuta nella mia coscienza che quando è illuminata dalla parola che ho ascoltato, mi dà una grande libertà di seguire una legge che mi impone il bene.

Nella storia guardate queste cose sono diventate importanti: quando nella storia un magistrato, un avvocato, oppure un medico, dovevano decidere questo è bene e questo è male, era tremendo.

Quando Enrico VIII al suo cancelliere Tommaso Moro che era adorato da Enrico VIII, gli dice tu mi devi permettere di ottenere dal papa il divorzio e lui gli dice guarda io ti posso fare tutto, un uomo saggio, un uomo di una famiglia felicissima, con due o tre figli, una famiglia bellissima quella di Tommaso Moro, e lui gli dice no, tu ti devi piegare alla mia legge, devi ottenere da Roma che io possa celebrare, e lui gli dice no, e viene messo là nella torre e viene ucciso.

Capite come queste parole “obbedite alla legge” poi hanno fatto veramente dei martiri. Durante le prime persecuzioni dei cristiani, come faccio ad obbedire ad una legge che mi obbliga di adorare un imperatore come Dio, non è possibile, e allora qui il martirio, come quello di Tommaso Moro. Nella storia avviene spesso: la legge quando è buona io la devo osservare, ma deve filtrare in qualche modo nella mia coscienza, la mia coscienza stabilisce, illuminata dalla parola di Dio, se quello che io faccio è veramente un bene, non solo per me ma è un bene comune.  Quindi Paolo qui dà un avvertimento fondamentale e il mezzo per,  versetti 8-10 cosa dicono:

Non siate debitori di nulla a nessuno se non dell’amore vicendevole, perché chi ama l’altro ha adempiuto la legge”.

Vedete dov’è il riassunto di tutto:  le leggi sono cose buone se propongono il bene.  Come faccio a sapere  che la legge è buona:  la legge si riassume nell’amore. Questa è stata la grande rivoluzione cristiana:

  • l’aver scoperto che non ci sono mille divinità,

  • che non ci sono influssi negativi,

  • che non ci sono zone dove il mio fato, il mio destino è già stabilito,

  • il fatto che questo Dio che Paolo annuncia, che è Dio fatto uomo in Gesù Cristo, è l’amore.

  • E allora dice: non c’è problema laddove la legge si riassume nell’amore.  Questo è un principio fondamentale per chi deve agire, le leggi che noi diamo ai nostri ragazzi, ai nostri figli, che si lamentano, ma se un papà e una mamma hanno coscienza che quello che stanno vedendo è un amore oggettivo, non un amore troppo affettivo, ma se è un amore oggettivo, allora bisogna avere il coraggio di presentare ai nostri figli la bellezza della legge, ama il prossimo tuo, rispetta il creato, come lo abbiamo distrutto questo creato, rispettare il creato, rispettare il tuo prossimo, rispettare le persone che hanno un colore della faccia diverso dal tuo.

  • Pensate quanta sapienza e quanta saggezza Paolo riassume in queste poche parole: il culmine della legge è l’amore. Dove c’è l’amore non c’è timore.

Quindi il problema la legge e l’amore.  Poi

Infatti non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, qualsiasi altro comandamento si ricapitola in questa parola: amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità non fa alcun male al prossimo, pienezza della legge infatti è l’amore”.

E questo voi farete consapevoli del momento. E’ ormai tempo che… perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata e il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.”

Ecco qua: la legge è buona quando si traduce nell’amore. Altro grande principio paolino che poi è nel Vangelo: bisogna operare, le ubriachezze, le orge sono opere delle tenebre, bisogna operare nella luce.

L’azione è quella di vivere l’amore: come faccio a sapere? Se io opero nella luce. E guardate le parole che usa Paolo, guardate come usa la parola “tempo”, che in greco era il kairos, il tempo di Dio, il tempo della pienezza, non il tempo cronologico che ci passa sotto le mani, è passato un anno, ecc. Guardate cosa usa Paolo: era ormai il tempo di conversione, adesso è la salvezza, notte e giorno, le opere della luce sono quelle del giorno, i vizi, orge, impurità ecc., dov’è il peccato, come faccio a sapere che tutto questo è peccato, se io opero fuori dalla luce.

  • Ma chi è per me la luce? E’ l’essere in Cristo.

  • Ma come faccio a sapere che è Cristo? La parola. La parola ti traduce il pensiero, il cuore, l’amore, il concetto, vorremmo dire così, di Gesù e di Dio.

Cap. XIV.  Paolo in questi capitoli riassuntivi dà un po’ una definizione generale.

Accogliete chi è debole nella fede, senza discutere le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto”

Lì c’era il grande problema: tra i primi cristiani alcuni venivano dal giudaismo, e sapete che gli ebrei, anche gli arabi, alcune carni non le mangiano, il maiale, voi sapete perché il maiale non si poteva mangiare? L’ho scoperto anche io poco tempo fa: a parte i motivi igienici, ma poi anche perché il maiale presso alcune popolazioni veniva adorato come un dio, quindi era un peccato di idolatria.

Poi si traduce in tanti modi perché appunto era un animale immondo, ma l’ultima radice diciamo più profonda era che erano ritenuti una specie di divinità. Qui Paolo scopre un grande principio: allora mangiamo io e te, uno è ebreo giudeo e io invece sono un cristiano gentile, cioè mi sono convertito dal paganesimo e ci servono la carne di maiale o altre cose. Non lo mangiare! Ma io la mangio, no non la mangiare e lì cominciano i litigi e Paolo dice principio importante: se c’è da rinunciare rinuncerò volentieri, importante lui dice sul problema dei cibi impuri, importante che in tutto ci sia la carità. Per la carità se non dovrò mangiare la carne, non la mangerò, ma se io devo scandalizzare, ecco lo scandalo.

Come potrò evitare lo scandalo di una persona più debole che crede che quella sia, ecco laddove io vivo in questa situazione il dono della carità, il dono della comprensione, allora qui Paolo dà un grande principio, pensate il problema per i giudei cristiani della circoncisione e i gentili che non si lasciavano circoncidere. Quello era il segno del popolo di Dio che Mosè aveva dato, la nostra nuova identità di popolo, per gli ebrei era proprio la circoncisione, assieme alle leggi, ma noi abbiamo Cristo, chi è in Cristo dice ha il cuore circonciso.

La circoncisione è quella del cuore, è quella di liberare il mio cuore dalle impurità, dall’avarizia, dall’orgoglio, dal male, quella è la vera circoncisione. Però pensate Paolo ha dovuto soffrire veramente, più e più volte ha dovuto soffrire con i suoi ex fratelli ebrei perché dovunque andava, lui che predicava la libertà in Cristo, è stato continuamente perseguitato.

Badate non l’hanno perseguitato i pagani o gli atei:  Paolo è stato perseguitato dai giudei convertiti al cristianesimo, dai cristiani, perché tu sei un rivoluzionario, stai portando una regola che noi non, ma le genti, i gentili, quelli di Atene, di Roma, quelli di Corinto non hanno bisogno della nostra regola.  La nuova regola è Cristo che ha portato la libertà, che ha portato l’amore.

Colui che mangia non disprezzi che non mangia, colui che non mangia non giudichi chi mangia, infatti Dio ha accolto anche lui.

Chi sei tu che giudichi un servo che non è tuo. Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone, ma starà in piedi perché il Signore ha il potere di farcelo stare.

C’è chi distingue il giorno dal giorno, chi invece li giudica tutti uguali, ciascuno però sia fermo nella propria convinzione.

Chi si preoccupa dei giorni lo fa per il Signore, chi mangia di tutto mangia per il Signore, è un momento che rende grazie a Dio.

Chi non mangia di tutto non mangia per il Signore  e rende grazie a Dio. Nessuno di noi infatti vive in se stesso, nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo viviamo per il Signore, se noi moriamo moriamo per il Signore.”

Ecco vedete il principio generale è questo in Paolo: allora nella prassi concreta come devo fare? E Paolo dice: se tu mangi, se tu dormi, se tu non mangi, se tu non dormi, se tu giochi al pallone, se tu vai a fare il Giro d’Italia, se tu corri con la Ferrari, quello che facciamo sia fatto nel  nome di Gesù Cristo.

E allora vedete non c’è più la preoccupazione, sbaglio o non sbaglio, faccio bene o non faccio bene? Attenti bene, una prassi importante che poi verrà dalla morale cristiana è questa da ricordare: non bisogna mai prendere una posizione se la mia coscienza è dubbia.

Pensate un medico che deve operare e dice: ma, faccio bene o faccio male. Ecco non si può decidere con la coscienza dubbia: debbo avere moralmente la certezza che quello che io faccio sia buono, perché altrimenti se ho la morale coscienza che può essere anche non buono, agisco male.

Paolo dice chiaramente bisogna sempre avere la coscienza, questa coscienza Paolo dove la fonda? Nella carità, nell’amore.  Se tu mangi, se tu non mangi, se è giorno, se è notte, quello che conta è vivere nella carità perché la carità è essere nel Regno di Dio.

Qui vedete quanti principi Paolo ci viene a dare: bisogna operare nella luce e non nelle tenebre, bisogna far sì che sia rispettata la coscienza di chi è più debole in modo che anche lui si senta amato.  Quello che è importante è che quando io agisco nella mia coscienza abbia una certezza di fare il bene e d’altra parte se nella mia coscienza se io voglio ammazzare una persona ma al momento il grilletto non scatta, il peccato c’è stato ugualmente, non ho commesso omicidio, però nella mia coscienza il male l’ho fatto.

E allora Paolo dice come dobbiamo agire in questa incertezza, in queste cose non chiare? Dobbiamo agire in modo che l’atto che io compio nasce dall’amore e dalla carità, non nasce da un qualunque altro pregiudizio. Perché qualunque cosa faccia, mangiamo, dormiamo, tutto sia fatto nel nome del Signore, in modo che la vita concreta, la vita di una famiglia, dove ci sono i bambini, gli anziani, i malati, quello che facciamo con amore verso i più deboli, verso chi ha bisogno, è un senso di grande comunione, di grande espressione di carità che ci rende un po’ più tranquilli, un po’ più felici, perché solo facendo il bene siamo felici, solo donando amore agli altri noi possiamo trovare in qualche modo il compimento della bellezza della parola di Dio.

Molte volte il mondo attuale va come va, proprio perché non sappiamo godere di quello che facciamo, non sappiamo godere delle cose piccole quotidiane, portare a scuola i bambini, andare a prenderli, come fanno oggi i nonni, ecco saper godere delle cose piccole perché qui c’è la presenza del Signore, è la carità quotidiana che ci manca per avere un mondo un po’ più felice e un po’ più sereno.

Siamo arrivati al Cap. XV che praticamente è un capitolo che ci parla proprio ancora della vita pratica, dice la nostra vita sia basata sulla Scrittura e sia basata sulla speranza.

Tutti abbiamo dei giorni un po’ negativi, un po’ ottenebrati, però se noi riusciamo a far nascere la nostra giornata quotidiana, per esempio prendete le beatitudini, al cap. 5 di Matteo, beati i miti, i puri di cuore, i misericordiosi, ecc., se noi riusciamo a vivere un po’ di questa beatitudine quotidiana,  ecco riusciamo a vivere nella speranza.  Molte volte siamo disperati proprio perché la nostra vita non affonda in questo dono che abbiamo in mano, che è la Scrittura del Signore, chi affonda la sua vita lì riesce a trovare una grande forza, una grande capacità di andare avanti, anche nei pericoli e nelle grandi difficoltà.

Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, non è che chi ha la salute in genere prega, quante volte avviene questo.  Chi è nella salute pensi a chi è nell’infermità: vedete questo principio profondo di solidarietà, gli anziani, gli handicappati, le persone che sono escluse, ma se tutti ci mettessimo un po’ di carità, come sarebbe più bello questo mondo, come vivremmo tutti nella luce della grande speranza, Paolo lo dice.

Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene per edificarlo, anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.  Tutto ciò che è stato scritto prima di noi è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle scritture, teniamo viva la speranza. Il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda…”

Guardate noi cristiani dovremmo essere veramente una chiesa, un popolo di speranza. Tante volte si sente dire che tutto va male, i ragazzi sono cattivi, il mondo è cambiato:  è cambiato, ma il Dio della speranza rimane sempre, perchè la Scrittura, la parola di Dio è sempre lì, noi siamo i fautori della speranza, noi siamo capaci di affondare la nostra vita in questa luce dell’amore di Dio e allora siamo capaci di donare davvero in un mondo che è così difficile tanta speranza.

Certo se il nostro cuore viene ubriacato, come dicevo prima, le orge dell’ubriachezza del danaro, del potere, di tutto quello che alle volte ci coinvolge e allora no, allora certo è difficile, ma se abbiamo un po’ di speranza, ecco perché poi ritorna il giorno del Signore, la messa, l’ascolto della parola di Dio, l’eucaristia, le opere della carità. Se queste entrano e formano le nostre famiglie, formano le nostre parrocchie, invece di tanti santi e di tante devozioni, ritorniamo al Cristo, la Scrittura.

Qui non dice Santa Rita, che era una grande Santa, Santa Rita è datrice di speranza: la Scrittura è fonte della speranza. Cioè i santi hanno vissuto di questo, Padre Pio, ci sono milioni di persone che vanno a trovare Padre Pio tre volte l’anno, e in chiesa non ci vanno mai:  questo è bello, come vai a trovare il santo e la chiesa, la messa domenicale? Ma vedete che cristianesimo abbiamo costruito? Perché? Perché ci siamo allontanati, la Scrittura fonte della speranza.

“Fratelli miei sono anch’io convinto, per quel che mi riguarda, che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di proteggervi l’un l’altro. Tuttavia su alcuni punti vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete a motivo della grazia che mi è stata data da Dio, per esser ministro di Cristo Gesù tra le genti adempiendo il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti gli rendano l’offerta gradita santificata dallo Spirito”.

Allora Paolo dice:  voi sapete già tante cose, gli apostoli annunciano, a me il Signore ha fatto una grazia: di essere l’annunciatore del Vangelo non ai giudei miei fratelli, ma alle genti, ai gentili. Questa è la grazia che Cristo mi ha dato e quindi di portare le genti all’obbedienza della fede.

Cosa vuol dire l’obbedienza della fede? Ad una capacità di ascolto, di accoglienza di questo nuovo annuncio che ha riempito il mondo con Cristo,  Figlio di Dio, morto e risorto, che accogliendolo, ecco qui, noi prestiamo la nostra obbedienza, il nostro sì non ai comandi di Dio, ma al comando di Dio che è l’amore, che è la solidarietà, che è la carità, essere figli della luce, saper vivere l’amore ai propri fratelli. Questo è il grande compito di Paolo: essere l’annunciatore. E così praticamente conclude il Cap. XV

Appunto per questo fui impedito due volte di venire da voi, ora però non trovando più un campo di azione in queste regioni, avendo già da parecchi anni un mio desiderio di venire da voi, spero di vedervi di passaggio, quando andrò in Spagna e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione.”

Poi Paolo vi racconto ormai il finale, qui poi la storia dice che Paolo, fino a poco tempo fa si credeva che Paolo fosse venuto una sola volta verso l’anno 60 qui a Roma, sia stato due anni anche qui in prigione ma poteva parlare a Roma e molti mettevano la morte nel 63 d. C. Quest’anno avendo fatto il centenario si mette che Paolo è nato nell’8 d. C. e sia morto forse verso il 67-68.

Qui dice voglio andare in Spagna, però non lo sappiamo se poi Paolo arriverà in Spagna, certo che lui arriva avendo mandato ai Romani questo grande bagaglio della teologia, dalla creazione alla storia dell’Antico Testamento che si realizza il Messia incarnato, Gesù nuovo Adamo, e qui c’è tutta l’umanità, questa visione, si era precipitata nel peccato con Adamo ed Eva, in Cristo, nuovo Adamo, l’umanità risorge. E’ il cammino che Paolo spiega dal cap. V fino a questi ultimi capitoli, in Cristo tutto viene fatto nuovo, tutto viene portato verso la sua evoluzione, verso il suo grande rinnovamento, verso la sua risurrezione, quando anche noi risorgeremo in Cristo e ci sono poi questi ultimi capitoli.

Il Cap. XVI è molto interessante anche se non lo ha scritto forse Paolo.  Guardate questo proprio secondo me è interessante:  prima di tutto ci sono tutti i collaboratori, saluto, saluto, saluto:

Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della  Chiesa di Cencre: accoglietela nel Signore, come si addice ai santi, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno, anch’essa infatti ha protetto molti e anche me stesso. Salutate Prisca e Aquila miei collaboratori in Cristo Gesù; essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa.

… Salutate il mio amatissimo Epeneto che è stato il primo a credere in Cristo nella provincia dell’Asia, salutate Maria, che ha faticato molto per voi. Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia, sono insigni apostoli ed erano in Cristo già prima di me Salutate Ampliato che mi è stato molto caro nel Signore,  salutate Urbano nostro collaboratore in Cristo, il mio carissimo Stachi, salutate Apelle.”

Guardate la prima cosa da notare è questa: si è parlato molto se queste donne, questa Febe per esempio non siano state addirittura delle diaconesse, questo ordine che poi scomparirà nella chiesa cattolica, ma guardate come Paolo ha saputo usare nel suo apostolato il grande ministero delle donne.  Più e più volte le donne appaiono, quindi abbiamo proprio qui una pagina dei primi catechisti, coloro che assieme al grande apostolo che era Paolo nel mondo, in tutto il mondo, lo avevano aiutato ad annunciare il Vangelo.

Se uno ci pensa, ogni cristiano nella chiesa delle origini si sentiva incaricato di essere apostolo, di annunciare Gesù. E’ avvenuta qualche distorsione radicale che poi nei secoli è stato lasciato tutto al prete: terrificante quello che è avvenuto nella chiesa.  Solo il prete e anche voi pensate che è il prete che deve fare tutto… no, qui Paolo dice che c’è una comunità di catechisti, di uomini e di donne, mariti e moglie, che sono incaricati nelle grandi città dove era passato, a Corinto, Efeso, qui a Roma, dove era andato, aveva lasciato dei catechisti che continuavano la sua opera.

Guardate che il cristianesimo, è vero che è stato iniziato dagli apostoli, ma è stato continuato da queste comunità di catechisti: i primi cristiani si sentivano incaricati, non come noi che stiamo lì ad accettare tutto dagli altri, ma si sentivano incaricati di dovere loro stessi annunciare la parola di Dio.

E’ lì che si è formato un cristianesimo pieno di vita, pieno di luce, Barnaba e poi Marco e tutti i grandi, annunciavano Gesù Cristo. Vedete, ripetono le parole di Gesù, andate nel mondo e battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Ma non solo gli apostoli, era la comunità che era chiamata ad annunciare. Pensate oggi le nostre comunità sui nostri territori: già abbiamo le famiglie chiuse nella loro casa, e anche la chiesa, perché i nostri cristiani no, per carità, abbiamo paura di dire, abbiamo paura di testimoniare.

Guardate che la testimonianza non è fanatismo, non bisogna andare in giro con la croce, no, l’annuncio viene fatto nella parola, nella comunicazione, nel saper ascoltare i problemi degli altri, nel saper far capire che Gesù è la luce, Gesù è la speranza,  nella Scrittura tu hai tutto il conforto che stai cercando nella tua vita di sofferenza, alle volte di inquietudine.

Sapere che Gesù è la luce, che la Scrittura è la fonte della nostra speranza e questo non lo ha fatto solo Paolo ma in questo lungo elenco che Paolo fa è veramente un grandissimo esempio, un grandissimo stimolo per noi.

Non facciamo delle nostre parrocchie i luoghi dove andiamo a ricevere i sacramenti.  No, i sacramenti ti importano, ricevi il dono dello Spirito Santo, lo devi portare nella tua famiglia, presso i tuoi figli, presso i malati, nel tuo ufficio, senza forme di bigottismo, ma con grande semplicità e lealtà, sapere che qui facendo così noi annunciamo a questo mondo attuale un po’ di quella speranza di cui Paolo parla continuamente e di cui tutti sappiamo che c’è una grande necessità.

Come possiamo oggi far rivivere in noi  questo entusiasmo di Paolo? Come possiamo noi oggi far rivivere questa figura? C’è la possibilità? Possiamo noi vivere un po’ la passione di Paolo:  Paolo aveva questa grande passione di annunciare Gesù Cristo.

Ma state bene attenti, perché aveva questa passione di annunciare Gesù Cristo? Perché aveva capito che il disegno di Dio eterno, e questo dobbiamo leggerlo, la dossologia, l’inno di ringraziamento, guardate il disegno che Paolo conosceva dell’Antico Testamento, che gli ebrei attendevano da millenni, come Messia, il disegno eterno di Dio di salvare gli uomini, si è rivelato in Gesù, e allora Paolo dice :  Gesù mi ha scelto di essere apostolo, io brucio di dover annunciare a tutti che il mondo è salvato, è liberato da quelle potenze, i principati, che stavano sopra agli uomini e li mettevano in una grande condizione di sofferenza, ma Cristo ha portato a ciascuno di noi, personalmente, la certezza che Dio è nostro padre e che il nostro destino, il disegno della nostra vita non è quella di scomparire e basta, ma il disegno di Dio che Paolo vuol rivelare in Gesù Cristo è quello di essere partecipi della vita eterna. Questo è il grande disegno di Paolo.

Ma pensate cosa c’è di più bisognoso oggi al nostro uomo moderno, ai nostri ragazzi, ai nostri giovani, di far capire che non vivono una morte, la droga, adesso il bere, l’andare in giro con i motorini in un modo spaventoso quasi da suicidio, tutte le cose così gravi che ogni giorno sentiamo. Questo mondo ha bisogno di sentire questa comunicazione profonda, interiore, appassionata che questo Dio ci vuole bene e guardate come Paolo conclude la lettera.

“A colui che ha il potere di confermarmi nel mio  vangelo che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni ma ora manifestato mediante le scritture dei profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo la gloria nei secoli dei secoli. Amen.”

Allora fatevi questa domanda:  se Gesù non fosse venuto, se qualcuno non ci avesse annunciato Gesù Cristo, il mondo sarebbe più felice, noi saremmo più felici?  Questa è una grande domanda. Perché Dio ha voluto, io lo dico sempre, ma Dio poteva benissimo andare avanti con il Dio dell’Antico Testamento, con Jahvè, ma come mai gli è venuto il pallino di mandare Gesù, suo Figlio?

Perché in Gesù suo Figlio, l’amore che non ha segreto in Dio, mistero nel silenzio dell’eternità, ad un certo momento si fosse rivelato.

Allora la domanda che dovete portare a casa questa sera nel vostro cuore: ecco se Gesù non c’era io sarei più felice, la mia famiglia, che speranza, che gioia, che prospettive darei ai miei figli e alla mia famiglia, non è allora così grande la gloria, questa gloria di Dio che si è rivelata in Gesù che è risorto e che Paolo ha voluto comunicarci?  Non è forse questa stata la grande passione di Paolo? Perché Paolo amava Gesù Cristo ma da quello che ha scritto amava ancora di più l’umanità si può dire, perché è per l’umanità che si è messo a fare  tre viaggi allora, in mille difficoltà, minacce di morte, di pestilenze, ha voluto che questa umanità, questi uomini sentissero sulla loro pelle l’amore di Dio.

Allora stasera nell’andare a casa davvero chiedetevi:

  • cosa devo fare per sentire più profondo in me l’amore che Paolo ha portato nel mondo?

  • Come faccio a comunicare nella mia vita, nella mia famiglia  questo amore verso Gesù Cristo che mi ha dato tutto, che mi ha aperto il destino della vita eterna?

  • Non sarò da questa sera più forte, più sereno, perché sento che c’è qualcuno che mi accompagna in ogni momento, la speranza che è in Gesù Cristo e che ci è stata donata?

Domanda

Lei prima ha accennato che all’origine, parlava dei catechisti delle catechiste, poi ha detto nei secoli le donne sono scomparse … poi ha concluso che oggi c’è tanto bisogno di parlare di nuovo di solidarietà verso il prossimo. Come si fa a sbloccare la situazione e a tornare  … Come ritornare un po’ alle origini?

Risposta

Io ho un mio concetto che non vi voglio dire perché vi scandalizzo. Ma vedete il problema di tutti i grandi messaggi:  quando il messaggio si traduce in religione perde il 70%.  Avete capito questo concetto?

Madre Teresa di Calcutta, Don Orione, San Camillo de Lellis, fuochi di amore per il prossimo… Quanto tempo dura?  I loro confratelli, le loro consorelle, devono cominciare a pensare alla casa, all’istituzione e si perde il carisma.  Quando – questo purtroppo credo che sia una condizione dell’uomo – quando noi trasformiamo il messaggio primitivo in regola e in legge, in religione, lì incomincia ed è per quello che già nel 200 d. C. Sant’Ireneo diceva “ecclesia sancta et amen semper reformata”. Nella chiesa, corpo di Cristo come abbiamo visto, ognuno ha le sue missioni, la chiesa è santa e tuttavia pensate eravamo ancora all’inizio del cristianesimo, la chiesa deve continuamente rinnovarsi… il Concilio Vaticano II voleva rinnovare la chiesa e bisogna cominciare sempre da capo perché gli uomini sono portati a cadere, sono portati alla stanchezza, a mancanza di entusiasmo, l’uomo fondamentalmente è tradizionalista e non vuole impegnare… questo per me è il grande problema, se troveremo un grande papa, un nuovo papa Giovanni che ci darà questo impulso, speriamo che i nostri figli possano vedere questo rinnovamento della chiesa.

Domanda

Penso che bisogna in qualche modo ritrovare il senso anche della Messa, perché la Messa è il centro della spiritualità. Molto spesso assisto, vedo gente distratta, gente che parla, gente che pensa a tutt’altro quando lì presente c’è Gesù Cristo, vivo e vero, che ci guarda, che ci osserva, che vuole parlare ai nostri cuori. Noi penso che abbiamo perso questo senso. Mi ha fatto molto riflettere una frase che ha detto Don Francesco: quando si alza l’ostia consacrata tutti dovremmo essere in ginocchio perché è Gesù che si innalza e noi stiamo in ginocchio.  Dobbiamo riscoprire questo senso di lode, … essere veramente una comunità tutta assorta a lodare Dio dall’inizio alla fine, dall’ascolto della parola alla fine.  Questo penso che si è perso nella chiesa, non capendo neanche quale sia il senso della messa, cosa succede nella messa, chi è presente nella messa.

Risposta

Mi diceva ieri una persona ucraina che suo marito, bravissimo, un ragazzo d’oro, lei molto religiosa, sta qui presso una persona malata, il marito è là con una figlia che adesso ha 18 anni, lei mantiene il marito che sta sempre molto male, gli ho chiesto  ma tuo marito ci va in chiesa, visto che sei così religiosa?  Dice: da noi la Messe durano quattro ore, incominciano alle nove e finiscono all’una!!!  Adesso io sto in questa chiesa in Trastevere, sapete che persone più autenticamente pie sono ragazze ucraine che studiano al biblico, e non perdono una Messa, con le bambine piccoline, le uniche in tutto il quartiere. Trovo una fede in queste ragazze ucraine e donne e uomini rumeni, straordinaria, perché loro hanno, mi diceva questa ragazza, noi siamo uscite da una situazione, i nostri genitori erano atei, per noi la fede è una cosa di grande gioia e di grande pace.

Domanda

Vorrei fare una domanda sulla comunicazione, sul fatto che il prete è ormai isolato rispetto agli altri che ormai non comunicano più il cristianesimo.  Una delle colpe secondo me viene proprio dalla chiesa, cioè la comunicazione che negli anni la chiesa ha fatto, ha posto un muro tra il credente e il modo in cui la chiesa si pone verso il credente. E vorrei fare una domanda, però prima voglio dire il mio pensiero: il cristianesimo ha una novità rispetto alle altre religioni, che il cristianesimo è Cristo, su questo non ci sono dubbi, però la percezione della comunicazione che arriva a tutti è che il cristianesimo sia l’etica.

Se io faccio una domanda, su dieci persone penso che cinque mi rispondono che il cristianesimo è un’etica, perché così è percepita.  Questo è il problema fondamentale oggi, i messaggi che arrivano quello che arriva alla massa, vanno sempre in questa direzione.  A me sinceramente non stupisce il fatto che ci sia idolatria, perché se ci guardiamo intorno anche la chiesa compie idolatria. Negli ultimi dieci anni le manifestazioni più importanti sono state le beatificazioni e le santificazioni.  Quindi noi la colpa noi giovani la riversiamo verso il prete tra virgolette perché è lui comunque che ormai è isolato, il mondo lo ha isolato.

Risposta

A queste domande aveva risposto bene il Concilio Vaticano II.  Il Concilio Vaticano II che io ho vissuto tutto nella mia giovinezza qui a Roma quando studiavo alla Gregoriana, dal ’61-’62, il Concilio Vaticano II, ideato da Papa Giovanni e Papa Paolo VI, aveva questa idea:

  • la chiesa deve parlare con il mondo;

  • la chiesa deve parlare con gli uomini, gli operai, allora era molto forte l’idea degli operai, l’America Latina, tutti i grandi temi dell’Africa, dell’Asia, la chiesa deve parlare agli uomini.

Tenere viva questa passione è molto arduo. Io l’ho provato sulla mia pelle quando facevo il parroco, dopo i primi dieci anni di vice parroco, sono stato quindici anni a Labaro a fare il parroco, io che arrivavo fresco di teologia. La gente è conservatrice, le processioni, la gente vuole questo.

Allora la grande tensione del Concilio a poco a poco si è frenata, perché occorre una grande passione per tenere alto un grande, ed è subentrato, allora noi eravamo tutti per gli uomini, io insegnavo, facevo il parroco al Labaro e insegnavo a un liceo dei Parioli quindi avevo in mano le due immagini… Poi ci sono state le famose lotte del ’78. Cosa è successo con i cambiamenti dei papi?

Che la chiesa ha fatto quello che dici tu: ha avuto paura del mondo, e si è ritirata. Quello che io sento oggi non è più una chiesa che va verso il mondo, anzi è una chiesa, ecco lì l’etica, che ha posto dei paletti:  tu entri soltanto se la pensi come me. Allora ci sono degli atei che entrano perché la pensano come loro, ma questa propulsione verso il mondo… Tu pensa per noi preti, per me cosa è stato dover accettare queste nuove condizioni.

Infatti io dico, adesso sto scrivendo un libro sui sacramenti e in più punti dico che la chiesa del futuro se va avanti così fra venti anni si troverà con le chiese piene, perché ricordati che la  gente con le devozioni va in chiesa, se gli parli di Gesù Cristo che fa fatica, se gli parli della Bibbia che ha problemi.

E’ sorta una tale forma di devozionalismo che non so che cosa trasmetterà alle nuove generazioni: ai tuoi figli che gli dirai di Santa Rita? Ma no bisogna parlargli di Gesù Cristo, come ha fatto Paolo, Paolo ci trasmette la passione di Gesù, poi viene anche Santa Rita.

Ma se noi non accettiamo la passione che ha avuto Gesù, avendo amato i suoi li amò fino alla fine, se non viviamo la passione di Gesù, la passione di Paolo, la passione di Francesco, di Madre Teresa, è chiaro che poi il mondo è quello che dici tu e secondo me la Chiesa qui dovrà fare una grande riflessione anche sul sacerdozio, non ci sono più preti.

I più scalmanati vanno a farsi preti, sono quattro o cinque scalmanati in tutta Roma all’anno, scalmanati che non hanno niente da fare, non sanno come sbarcare il lunario del loro futuro, ma l’entusiasmo, la gioia dov’è.  Questo è un grandissimo problema. Spero che la chiesa, – questo papa, a me piacciono molto i suoi discorsi,-  ma il papa dovrebbe stare tranquillamente tre mesi in Africa, tre mesi in Asia e tre mesi in America Latina poi a fare le vacanze viene qui a Castel Gandolfo e poi basta.  E’ vero che oggi abbiamo i mezzi di comunicazione, ma internet non ti comunica la passione, ti comunica la lettera, è questo il grande problema. La parola nella chiesa non può venire meno, non può venire solo dalla lettera scritta, ma la lettera scritta deve essere una lettera infuocata, che trovi delle persone che l’annuncino e questo è secondo me il grande problema che stiamo vivendo.



Sito gestito dalla Parrocchia Santa Melania.

PARLIAMO D’AMORE MA NON SAPPIAMO AMARE – Angelo Nocent

  

  

PARLIAMO D’AMORE  

  

MA... 

  

NON SAPPIAMO AMARE 

  

In un giorno di sole fra i tanti piovosi di Aprile, mi è capitato di buttar giù su un pezzo di carta due considerazoni sull’amore, il tema più ricorrente sul web, dove non si fa che parlare d’amore, in tutte le salse possibili ed immaginabili.

Pensavo anche di metterle in rete ma, per una cosa o per l’altra, il pezzo di carta è rimasto lì, seppellito in mezzo a tanti altri appunti, in attesa di risurrezione.

Finalmente il giorno è arrivato. Per dire cose risapute. O forse no.

  • Dicevo che l’amore è trattato in tutte le salse, espresso in tutte le lingue, dipinto con tutte le tinte, da quelle morbide a pastello,  alle infuocate, sgargianti e travolgenti…

  •  L’amore è espresso con parole povere, con immagini calde, con folgorante espressività poetica. 

  • L’amore è… L’amore fa…L’amore dovrebbe…L’amore sarà…

Diciamocelo chiaro: PARLARE D’AMORE NON SIGNIFICA AMARE.

Qualcuno ha scritto che l’amore è come il mal di denti: non lo si può nascondere a lungo. E, per esperienza, lo sappiamo bene: agli innamorati glielo si legge in faccia.

Il vegliardo San Giovanni evangelista, al quale l’argomento era molto caro per averci riflettuto a lungo durante i suoi novant’anni di esistenza, con una lettera alla sua comunità ha detto in poche righe la cosa più strepitosa che mai sia stata scritta: “DIO E’ AMORE E CHI VIVE NELL’AMORE VIVE IN DIO E DIO IN LUI” (1 Giov 4, 7-16 ss).

Converrete che una simile affermazione non può essere il risultato di un’ intuizione umana ma soltanto una Parola di Rivelazione: Dio si è S-VELATO.

Invito a leggere per intero la lettera dell’apostolo, se davvero si desidera essere sbalorditi dal profeta di Dio. E’ nel suo vangelo che troviamo riportato il pensiero sintetico di Gesù sull’amore: “In questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gl’uni per gli altri” (Gv 13,35).

Il problema, dunque, che si pone a tutti noi, fontane inesauribili che parlano d’amore, è se amiamo davvero. E’ ancora Giovanni a dire: “«Come fai ad amare Dio che non vedi, se non ami prima il tuo prossimo che vedi?» (cfr. 1 Gv 4, 20). Interrogativo imbarazzante. E’ come un test di gravidanza: O SI’ O NO. Altalenarsi sul forse che sì, forse che no è lo sport molto in voga. Mio Dio! Come cristiano, in fatto di coerenza evangelica, la mia barca fa acqua da tutte le parti.

Gesù è tanto bello, buono e piace alle donne e agli uomini. Ma noi cristiani, suoi discepoli affasciniamo molto ma molto meno, perché lasciamo a desiderare proprio su questo aspetto.

L’antica comunità cristiana ce lo ha dimostrato in modo esemplare. Perciò i pagani potevano dire con ammirazione dei cristiani: “Guardate come si amano l’un l’altro!” (Tertullianus: PL 1, 471).

Se amo solo “sopranaturalmente”, è molto probabile che non ami affatto. Tutta la storia della Chiesa è fatta di alti e bassi. Ogni generazione l’avrebbe voluta diversa. Le inadempienze accertate nelle nostre comunità ecclesiali giustamente ci bruciano quando adiritura non ci scandalizzano. Dobbiamo concludere che l’ecclesiologia è inadeguata? E’ quanto in ogni epoca si va dicendo. Ma non è mutando l’ecclesiologia che si arriva all’amore.

L’amore cristiano è scarso perché è difficile AMARE. Oggi come ieri. E non ci sono formule che lo possano incrementare. La Chiesa ha sempre tentato di amare. Ma il vero problema sono IO, suo membro, sei TU, siamo NOI, perenni obiettori ma…inconcludenti.

Il nostro di cristiani è forse un’amore molto “rituale”, molto facile e poco impegnativo. Un continuo invitare gli altri alla coerenza e alla carità: il prete lo dice a me dal pulpito, io lo ripeto sul web per dirlo a te che lo ripeti per dirlo a un terzo che lo ripete per dirlo a me che lo ridico alla Chiesa che me lo rimanda dal pulpito…

Un circolo vizioso, se la verifica della mia effettiva capacità di amare non è riscontrabile nel quotidiano. Perché PARLARE D’AMORE NON SIGNIFICA AMARE.

Le IDEE: che meraviglia! Sono sempre belle, pulite, affascinanti. Ma, come mai i FATTI risultano troppo spesso grigi, manchevoli, sbilenchi?

Non so se è capitato anche a voi: qualche volta ho provato a confrontare le mie idee con i fatti degli altri. Ebbene; ho sempre vinto io. Come quando uno arriva primo perché corre da solo. In fatto di premi non so come stiate voi. Io ne ho una collezione da fare invidia. Ma cè un però…! Me li sono attribuiti tutti da solo.

VEDI COMMENTI:

http://globulirossicompany.spaces.live.com/blog/cns!AF154A77143EA6C6!1516.entry 

 

L A   C A R I T À

Carlo Maria Martini

“…Siamo giunti alla nostra ultima conversazione, l’ultima pennellata tra quelle con cui abbiamo cercato di delineare un poco l’immagine dell’uomo nuovo in Cristo, l’immagine del vero uomo secondo la Rivelazione.
Un’ultima pennellata molto importante, perché dobbiamo riflettere su quella virtù che, come scrive san Paolo, “non avrà mai fine”, che è “più grande di tutte le altre”: la carità.

Ma che cosa significa che l’uomo è fatto per amare?
Ci vengono subito in mente tutte le non comprensioni della parola ‘amore’, le tante forme di gelosia, di possesso dell’altro, che sono modi sbagliati di amare e anche le vere e proprie depravazioni dell’amore.
La domanda che vogliamo porci in proposito è allora la seguente:
- Che rapporto c’è tra le diverse esperienze di amore umano – positive e negative – e la carità, l’amore cristiano?
- Che cos’è, in realtà, l’amore cristiano? 

* L’amore di Dio per noi. Oltre al testo di Giovanni 15, ricordo altri due riferimenti:
- “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16);
- “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (1Gv 4, 9). 

* L’amore di noi per Dio. A chi gli domandava qual è il primo di tutti i comandamenti, Gesù rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12, 30). 

* L’amore di ciascuno di noi per il prossimo. Continua Gesù:
- “E il secondo comandamento è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Me 12, 31).
- Ma, in Giovanni 15, aggiunge: “Come io vi ho amati”.
- E, addirittura, ci chiede di “amare i nostri nemici” (Le 6, 27). 

3. Le tre forme della carità sono una sola realtà 

Queste tre forme della carità che spesso, magari per necessità di discorso, consideriamo un po’ separatamente una dall’altra, sono in realtà strettamente collegate; ed è proprio tale unità che caratterizza l’amore nel senso cristiano.

Non ci può essere amore cristiano del prossimo senza l’amore preveniente di Dio, in Gesù, per noi. Se Dio ci ha amato per primo, a lui va come risposta il nostro amore.
D’altra parte, non c’è amore autentico per il Signore se non c’è amore per il prossimo. Riferendoci a quanto abbiamo detto nelle due ultime conversazioni, possiamo dire: non c’è fede, non c’è speranza se non c’è carità; e tuttavia la carità non supplisce alla mancanza di fede e di speranza.

 

4. Amore cristiano e amore umano 

Veniamo dunque alla domanda iniziale: quale rapporto esiste tra l’amore cristiano nelle tre forme espresse (di Dio per noi, di noi per Dio, del nostro amore reciproco) e l’esperienza ordinaria delle diverse forme di amore umano che noi conosciamo ed esaltiamo?
Per esempio, quando si parla di amore umano, viene in mente, come modello da esaltare, quello della madre per il figlio, un amore che raggiunge non di rado forme eroiche: un amore incondizionato, che tutto perdona, “tutto copre, tutto spera, tutto crede, tutto sopporta” , per usare i termini con cui san Paolo parla della carità (1Cor 13, 7).
Abbiamo anche esempi straordinari di amore paterno, del padre per il figlio.

Un’altra esperienza umana straordinaria è quella dell’amore dello sposo per la sposa, della sposa per lo sposo: l’amore sponsale, coniugale, quello a cui intendiamo di solito riferirci quando usiamo la parola ‘amore’ senza aggettivi.

E poi conosciamo l’amore tra fratelli di sangue; l’amore di amicizia; le diverse forme di amore filantropico di cui, grazie a Dio, è piena la storia umana, anche al di fuori del cristianesimo e di ogni altra religione, perché si tratta di qualcosa che è insito nel cuore dell’uomo, connesso con il cuore umano.

Rispondere alla domanda, che continua a ricorrere nella storia della teologia e della riflessione filosofica, sul rapporto tra amore cristiano e amore in generale, è importante anche per aiutarci a distinguere tra le forme vere e le mistificazioni dell’amore umano, che sono moltissime.
Se ci guardiamo attorno, vediamo subito le contraffazioni che vengono fatte passare per amore anche nei mass media, nei romanzi, nelle telenovelas.

 

Cercherò di dare una risposta duplice.

 

* In parte, possiamo dire che tutte le forme positive dell’amore umano assomigliano a quanto noi esprimiamo con il termine ‘carità’, nel senso di amore verso il prossimo; quindi la carità come dono di Dio, come virtù, la carità come atteggiamento teologico entra di fatto nelle diverse forme dell’amore umano autentico per vivificarle.
Anzi, l’amore che nasce da Dio in Gesù Cristo, che nasce dalla contemplazione
del Crocifisso ed è messo nel nostro cuore dallo Spirito santo, riempie di sé tutti i comportamenti positivi dell’uomo: la fede, la speranza, la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza, l’onestà, la sollecitudine verso gli altri, la pazienza, l’equilibrio degli affetti, la diligenza.

La carità, cioè, ha a che fare non solo con tutte le esperienze di amore umano, bensì anche con ogni espressione positiva e autentica dell’essere dell’uomo e della donna.

 

* In parte, però, la carità si distingue dalle esperienze comuni, storiche, fenomenologiche, dell’amore tra gli uomini, perché è grazia, è dono dall’alto, scaturisce dalla fede e supera le connessioni umane, in particolare nel caso dell’amore per il nemico, del perdono gratuito.
Per amare i nemici, per perdonare gratuitamente occorre qualcosa di più grande, che nasce solo dalla croce di Cristo.
Dunque, l’amore divino corregge anche e smaschera tutte le deviazioni dell’amore umano, che contrabbandano egoismo e ricerca chiusa di se stessi. 

La carità, cioè, ha a che fare non solo con tutte le esperienze di amore umano, bensì anche con ogni espressione positiva e autentica dell’essere dell’uomo e della donna.

 

* In parte, però, la carità si distingue dalle esperienze comuni, storiche, fenomenologiche, dell’amore tra gli uomini, perché è grazia, è dono dall’alto, scaturisce dalla fede e supera le connessioni umane, in particolare nel caso dell’amore per il nemico, del perdono gratuito.
Per amare i nemici, per perdonare gratuitamente occorre qualcosa di più grande, che nasce solo dalla croce di Cristo.
Dunque, l’amore divino corregge anche e smaschera tutte le deviazioni dell’amore umano, che contrabbandano egoismo e ricerca chiusa di se stessi. 

5. Dove si esercita e da dove nasce la carità

 

* La carità cristiana si esercita nelle cose più semplici.
Non dobbiamo aspettare né le grandi occasioni né i grandi sentimenti, come se la carità fosse una specie di apparizione divina nell’anima.
Essa è in noi, invisibile, e ogni piccola circostanza è buona per esercitarla.

Concretamente, possiamo fare semplici atti di amore di Dio, di amore per Gesù:

- “O Gesù, voglio amarti sempre di più”;
- “Padre ti offro il mio cuore, il mio amore”;
- “Spirito santo, vieni in me e accresci il mio amore”.

In questo modo esercitiamo la carità soprannaturale, divina.

 

E poi ci sono gli atti di amore del prossimo:
- un sorriso gratuito, un gesto di comprensione, di pazienza, di benevolenza:
- la carità è eccelsa per se stessa e rende sublimi le cose più piccole, più semplici. 
* La carità, lo ripetiamo, nasce da Dio e va domandata anzitutto a Dio come dono: “Mio Dio, ti amo con tutto il cuore sopra ogni cosa, perché sei Bene infinito e nostra eterna felicità; e per amor tuo amo il prossimo come me stesso, e perdono le offese ricevute. Signore, che io ti ami sempre più”.

- La carità nasce dalla fede, dalla proclamazione dell’amore di Dio per noi;
- e la fede, a sua volta, nasce dalla parola di Dio, che la coltiva e l’accresce.

È un mezzo meraviglioso e importantissimo leggere e meditare i libri della Scrittura, leggere e meditare i Vangeli, capire il grande amore che Gesù ci ha mostrato nella sua vita, passione e morte.

La carità in noi si dilata nella misura in cui comprendiamo come Gesù ci ha amato e ci ama, come Gesù ha amato e ha trattato i piccoli, i poveri, i lebbrosi, i malati, le persone moleste, lontane, i nemici.”

 

Non appena si menziona questa parola – carità, amore – si entra in un oceano nel quale è più facile annegare che dirne qualcosa. L’uomo, infatti, è creato per amare e noi viviamo soltanto se “bruciamo”:

“Amore è il Nome non familiare
di Chi con le sue mani tessè
l’intollerabile camicia di fuoco
che forza umana non può levare.
E noi viviamo, noi respiriamo
soltanto se bruciamo e bruciamo” (T. S. Eliot).

  

Tento di rispondere attraverso cinque riflessioni progressive. 

1. L’annuncio dell’amore di Dio in Gesù Cristo

Solo l’annuncio dell’amore di Dio in Gesù Cristo è il fondamento di una concezione cristiana dell’amore.
Quindi, il fondamento di tutto ciò che si dice sull’amore cristiano è l’annuncio dell’amore che è in Dio stesso (la Trinità) e che è in Gesù Cristo (l’Incarnazione). “Come il Padre ha amato me” (l’amore tra il Padre e il Figlio) “così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. E questo èil mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15, 9-12).

In questo testo contempliamo anzitutto l’amore nella Trinità, l’amore del Padre per il Figlio, amore che è la persona dello Spirito santo. E poi l’amore del Figlio per noi, a cui risponde l’amore nostro al Figlio (“rimanete nel mio amore”); da qui l’amore con il quale ci amiamo gli uni gli altri. Tutto però parte dall’amore di Dio espresso in Gesù Cristo.
È la prima affermazione fondamentale: non è possibile parlare di amore cristiano senza fare riferimento all’amore con cui Dio Padre ci ama in Gesù, nel dono dello Spirito.

 

2. Le tre forme concrete della carità

Sono dunque tre le forme concrete della carità, per quanto ci riguarda, o i tre significati della parola ‘carità’: l’amore di Dio per noi; l’amore di noi per Dio; l’amore di ciascuno di noi per il prossimo. 

LA TENEREZZA DI DIO NELLA BIBBIA – Don Enrico Ghezzi

La tenerezza di Dio

nella Bibbia

Cari amici, ho appena ricevuto un bel regalo dall’amico DON ENRICO GHEZZI che vive a Roma – chiesa di Santa Maria dell’Orto -  e desidero rendervi partecipi, affinché ne facciate dono anche ad altri. Dell’argomento, proprio perché non se ne parla sovente, abbiamo tutti più bisogno che del pane.

Dio non si accontenta di irradiare, tramite la santità delle anime, l’influsso creatore, emanato dalla sua Potenza - direbbe Teilhard Du Chardin – Discende altresì IN PERSONA  nella sua opera per cementarne l’unificazione. Lo ha detto Lui stesso e non un altro.

Man mano che le passioni dell’anima si concentrano su di Lui, Egli le invade, le compenetra, le introduce nella sua irresistibile semplicità. Tra coloro che si amano di carità, Egli appare, nasce, in qualche maniera , quale il legame sostanziale del loro affetto” (in La vita cosmica).

Cos’è  la ‘tenerezza’ se non un sentimento profondo col quale vogliamo comunicare l’intensità e la delicatezza del nostro amore verso le altre persone? Come dirà poi il termine ebraico rahamim la tenerezza esprime “l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Questo sentimento,  secondo i semiti, ha sede nel seno materno” ( Dizionario di Teologia Biblica, Marietti, Torino). 

Per questo, la tenerezza, oltre ai sentimenti, include anche delicate e intense espressioni del corpo, come le carezze, gli abbracci, i baci, che conducono al contatto fisico dei corpi: pensiamo all’importanza di questi segni affettuosi verso i bambini o i propri figli: la mancanza di questi gesti spesso possono causare dolorose carenze  affettive capaci di portare turbamenti nel nostro equilibrio anche di adulti.

Pensiamo all’attrazione dei corpi nell’amore, alla importanza dei gesti di tenerezza nella vita quotidiana del matrimonio, o al significato tenerissimo del darsi la mano fra due ragazzi o fra due coniugi  anziani, o al gesto delicatissimo del medico e dell’infermiere verso il nostro corpo malato.

Potremmo allora dire che la ‘tenerezza’ resta una componente emotiva e carnale sullo sfondo di tutta la nostra vita e che si manifesta nei segni della corporalità e della sua fisicità.

Quante sofferenze, incomprensioni, violenze o delitti potremmo risparmiare all’umanità, quando ci fosse una bella e gioiosa educazione alla tenerezza! 

Nella Bibbia c’è, dalla creazione nel libro della genesi fino ai vangeli, una costante attenzione degli autori a esprimere, con parole e gesti,  l’atteggiamento tenero e affettuoso di Dio e di Gesù.

Possiamo rileggere con emozione, nel cap. secondo della genesi, il testo più arcaico, dell’autore jahvista, quando Dio ha pensato alla creazione dell’uomo e della donna. 

E’ un concentrato di ‘tene