BLOG WINDOWS Live – Nuovo – ANGELO NOCENT

NUOVO:  - BLOG Windows Live

 http://globulirossicompany.spaces.live.com/blog/

 

 PUOI SCRIVERE, COMMENTARE E CONVERSARE

 http://globulirossicompany.spaces.live.com/default.aspx?customize=true&tab=Module

 

PER IL COLLEGAMENTO

puoi cliccare anche  LA PRIMA VOCE DEL BLOG

NELLA COLONNA DI DESTRA >>>>>>

RIVOLGITI ALL’AMBULATORIO Dr. PAMPURI

http://compagniadeiglobulirossi.splinder.com/

 

 PER GLI INNAMORATI:

 http://compagniadeiglobulirossi.org/blog/2009/10/cantico-dei-cantici/

DEBORA, LA PROFETESSA GIUDICE

DEBORA, LA PROFETESSA GIUDICE

 

 Quando il popolo di Dio entrò nella terra promessa si trovò nella condizione di esprimere un’obbedienza difficile. Si affacciarono presto le tentazioni presagite da Mosè, il fascino del benessere, l’autosufficienza e l’oblio del Signore: «Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato… il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto» (Dt 8,12-14).

 La storia raccontata dal libro dei Giudici mostra la fondatezza di quei timori. Il popolo si dimentica del Signore e volge il cuore alle divinità pagane. Ma sperimenta nuove forme di oppressione. Allora torna al Signore invocando liberazione. E il Signore si lascia commuovere dal grido del popolo, ne ascolta il lamento e fa sorgere dei liberatori.

 I «giudici» sono figure carismatiche che Dio suscita per ristabilire le sorti di Israele. Si tratta di capi polit ico-militari piuttosto improvvisati, dei «salvatori» che fanno fronte alla situazione politicamente e socialmente difficile. Essi non praticano attività di tipo forense, come la designazione a prima vista lascerebbe intendere. Ma c’è un caso in cui questo si verifica, è il caso di Debora.

 

1. IN ASCOLTO

Stupisce di trovare una donna alla guida del popolo eletto, una donna che assomma i ruoli di profetessa, giudice e guerriera. Tale è Debora, la «madre di Israele» (Gdc 5,7). Una che indubbiamente non brilla per riflesso di luce maschile, quale moglie o sorella di un uomo illustre. Semmai è lei che getta luce sugli Israeliti, compreso il generale Barak, il «raggio» di sole.

 

1.1. Sotto la palma di Debora

Il libro dei Giudici introduce Debora, il cui nome significa “ape”, come la moglie di

Lappidot (Gdc 4,4). Ma del marito non sappiamo altro che il nome. Egli non ha un particolare ruolo da giocare, mentre lei è una donna famosa prima ancora di prendere in mano le redini del governo e diventare madre di Israele», salvatrice della patria. È famosa anzitutto come profetessa e donna saggia che giudica e dirime le controversie degli Israeliti. Debora anticipa Salomone: è la sapienza che stabilisce la giustizia.

È una donna ispirata, in un rapporto di particolare intimità con il Santo d’Israele: è la

«profetessa», bocca di Dio per il suo popolo. E gli Israeliti andavano numerosi a consultarla.

 Salivano sulle montagne di Efraim, tra Rama e Be tel. Essa li accoglieva all’aperto, seduta sotto una palma che portava il suo nome: la Palma di Debora. La palma, come è noto, è un albero carico di simbolismo; nell’antico oriente era anche un albero sacro, indicante la glo ria di Dio. Le pareti e i battenti del Santo dei santi nel tempio di Salomone erano ornate da palme (1 Re 6,29-35). Ed ecco che in prossimità del santuario di Betel, sotto la palma, Debora rivela la gloria di Dio. Quella che si manifesta nelle trame complesse della storia come giustizia e liberazione degli oppressi. Sotto la palma di Debora la gloria di Dio illumina la vita quotidiana.

1.2. Se vieni con me andrò

Debora è una profetessa audace che non teme il confronto con i potenti. Prende l’iniziativa di convocare Barak e gli espone l’oracolo divino: dovrà arruolare diecimila uomini e affrontare coraggiosamente l’esercito nemico. Il generale tentenna, paventa un eventuale fallimento, e avanza un’ardita richiesta: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni non andrò» (Gdc 4,8). Si accaparra così la possibilità di consultare Dio mediante la profetessa anche durante la battaglia, e soprattutto conta sull’appoggio carismatico di Debora. Sarà lei a dare coraggio ad un esercito improvvisato che deve affrontare le truppe di Sisara e il poderoso armamentario (ben novecento carri da guerra!) della potente città cananea di Cazor.

 Debora accetta. Andrà con Barak alla battaglia. Ma annuncia una conclusione sorprendente: la palma per l’uccisione di Sisara non andrà al generale, sarà gloria di una donna. Ed eccola al fianco di Barak sulla cima del monte Tabor, certa dell’intervento divino. È lei che decide il giorno della battaglia (Gdc 4,14). Il Signore uscirà davanti a Barak come nell’esodo è uscito davanti al suo popolo.

 1.3. Destati, Debora, e intona il canto!

Infine la nostra profetessa, come Maria sorella di Mosè sulle rive del Mar Rosso, canta a Dio la vittoria:

 «Io voglio cantare in onore di Yahweh.

Io voglio sciogliere un canto a Yahweh,

al Dio d’Israele» (Gdc 5,3).

 

Sulle rive del torrente Kison si è ripetuto il grande prodigio. Ancora una volta il Dio d’Israele ha capovolto le sorti: il torrente Kison, come un tempo il Mar Rosso, ha travolto i potenti.

 Debora si alza, risveglia tutta la forza e l’ardore profetico e canta la mirabile vittoria che l’ha vista protagonista. «Destati, destati, Debora, e intona il canto!». Oltre i prodi d’Israele e il generale Barak, è Dio stesso che ha mirabilmente trionfato. E c’è qualcosa d’inedito in questa vittoria, qualcosa che non ha precedenti nella storia d’Israele: Dio ha agito per mano di donna!

 Con acuta finezza psicologica Debora chiude il suo cantico contrapponendo due donne: Giaele e la madre di Sisara. La prima è benedetta fra le donne per aver giocato d’astuzia e di coraggio: si è premurata di accogliere nella sua tenda il generale nemico e poi, durante il sonno, lo ha conficcato a terra. Ed ecco la madre di Sisara, intravista dietro le cortine della finestra in attesa impaziente, quasi presagendo il pericolo.

 Come mai ritarda? Cercano di consolarla le damigelle: il ritardo è dovuto alla spartizione di un ricco bottino: una, due fanciulle per guerriero, e vesti variopinte e ricami per il collo vincitore! Non sanno, povere illuse, che in Israele si è alzata una donna, si è alzata Debora. Si è alzata per risvegliare le coscienze assopite e ristabilire la giustizia, per vincere il nemico e impedire che le donne d’Israele fossero ancora umiliate e spartite come bottino di guerra!

 PER APPROFONDIRE L’ASCOLTO

Debora offre al suo popolo un miele tratto da molti fiori… Nel suo canto profetico il dolce ricordo delle gesta passate si fonde con l’esperienza attuale della salvezza. È il miele della terra promessa che ape-Debora ha pazientemente elaborato sotto la sua palma.

 

c Testi biblici

- Debora è la donna saggia che sa risolvere le controversie e ristabilire la giustizia; in

questo precede il re Salomone, cf 1 Re 3,16-28;

- la parola di Dio è dolce come il miele: Ez 3,1-3; Sal 19,10-11; 119,103; ma è anche

amara: Ap 10,8-11;

- Debora canta: «Sia benedetta fra le donne, Giaele» (Gdc5,24); espressione che ritorna sulle labbra di Elisabetta nel suo saluto a Maria: «Benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42).

 

2. IN DIALOGO E CONFRONTO

Passiamo dall’ascolto alla meditazione con l’aiuto dì alcune domande. Ci lasciamo

interpellare personalmente dalla Parola e confrontiamo la nostra vita con Gesù Cristo, Verbo del Dio vivente.

2.1. Debora è donna di pace perché ristabilisce la giustizia.

Ø Sono consapevole che sono chiamato anch’io ad essere profeta?

Ø Come è la mia profezia? In quali gesti e scelte si esprime?

Ø È posta al servizio degli altri o è per la mia affermazione?

2.2. Essere donne e uomini di pace non significa essere solo miele. Ape-Debora è anche pungente… si schiera in battaglia.

  • Sono costruttore di vera pace nella vita quotidiana?

  • In quale ambito avverto di dovermi impegnare di più per la pace?

  • Mi coinvolgo a difesa dei deboli con scelte concrete e coerenti?

 

2.3. La profetessa Debora manifesta in modo eminente la logica di Dio, che sceglie i deboli – una donna! – per confondere i forti. Facciamo memoria delle volte in cui il Signore si è valso della nostra piccolezza per realizzare cose che non avremmo mai pensato.

 

  • Mi fido veramente di quel Dio che sceglie i piccoli per confondere i potenti?

  • La mia vita poggia sulla potenza di Dio o faccio affidamento alle mie qualità, alla mia forza economica, intellettuale, morale?

 3. IN PREGHIERA

  • Contempliamo Dio che sceglie ciò che è piccolo e debole per manifestare la sua potenza.

  • Ringraziamolo anche della nostra debolezza.

  • Preghiamo per crescere nell’obbedienza della fede e nella gioia di annunciare la Parola di Dio. Invochiamo il dono della sapienza e il coraggio della profezia per essere, come Debora, strumento di liberazione.

 Facciamo nostro il suo canto:

 “Ci furono capi in Israele per assumere il comando;

ci furono volontari per arruolarsi in massa: Benedite il Signore!

Ascoltate, re, porgete gli orecchi, o principi;

 io voglio cantare al Signore,voglio cantare al Signore,

 voglio cantare inni al Signore, Dio d’Israele!

 Signore, quando uscivi dal Seir,

quando avanzavi dalla steppa di Edom,

la terra tremò, i cieli si scossero,

le nubi si sciolsero in acqua.

 

Si stemperarono i monti

davanti al Signore, Signore del Sinai,

davanti al Signore, Dio d’Israele.

Ai giorni di Samgar, figlio di Anat,

ai giorni di Giaele, erano deserte le strade

e i viandanti deviavano su sentieri tortuosi.

 

Era cessata ogni autorità di governo,

era cessata in Israele

fin quando sorsi io, Debora,

fin quando sorsi come madre in Israele.

… Dèstati, dèstati, o Debora,

dèstati, dèstati, intona un canto!» (Gdc 5,2-7.12).

 

Don G. Alberione invitava a rivolgere a Maria le parole di Barak a Debora:

 

  • «Maria, se vieni con me, andrò; se non vieni con me, non andrò».

  • Andrò ai bambini, alla gioventù, alle opere parrocchiali… se tu Maria, mi accompagni; diversamente, non mi sento di andare sola.  

  • Maria, copritemi col vostro manto; infondetemi fede e coraggio; mettetemi sopra le labbra le parole… Allora Maria risponderà: « Verrò con te: ibo quidem tecum». (Prediche alle Suore Pastorelle, I, Albano [Roma] 1961, 16).

 

Affidiamo a Maria l’impegno in ordine all’agire, la parola che con il suo aiuto vogliamo praticare nella vita.

 

TORNA A:  BENVENUTA DEBORATH !

 

 

04 – REGOLA DI VITA DELLA COMPAGNIA

Capitolo quarto

REDDITIO:
LA RESTITUZIONE DEI BENI ACCOLTI

39. Comunicare quanto ci è stato dato

Quanto abbiamo gratuitamente ricevuto da Dio attraverso la tradizione vivente dei nostri Padri e abbiamo assimilato mediante l’ascolto della Parola e la celebrazione dei Sacramenti, dobbiamo a nostra volta offrirlo gratuitamente a coloro a cui il Signore ci manda, e attraverso di essi restituirlo a Lui, il Padre da cui viene ogni dono, meta vera del nostro cammino. Siamo tutti chiamati a “comunicare”, mossi dall’amore comunicativo della Trinità. La gioia che il Risorto ci fa provare spiegandoci le Scritture e rompendo il pane ci spinge a “partire da Emmaus” per ridare a molti altri quel senso pieno della vita che ci è stato donato.

40. Accoglienza e dialogo

Potremo vivere questa Redditio cominciando dalla accoglienza fraterna, anzitutto fra i credenti. Ci accogliamo gli uni gli altri come figli di questa Chiesa ambrosiana, nella sua realtà di Diocesi e nelle sue diverse articolazioni, che raggiungono ciascuno nell’ambito della propria parrocchia. Questa appartenenza ci allarga il cuore e ci apre anche a molti altri. Il cristiano radicato nella propria Chiesa locale non fa preferenza di persone, ma a tutti mostra l’accoglienza che mostrerebbe al Signore Gesù, se questi in persona si presentasse a lui. Per questo ama e coltiva il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso, a partire da una coscienza della propria identità che è così certa e serena da lasciarsi volentieri arricchire dai tesori degli altri.

41. Farsi prossimo

La tradizione della Chiesa ambrosiana è ricchissima di testimonianze di accoglienza, specialmente nei confronti dello straniero, del più povero e del più debole. Anche per la sua posizione geografica, il nostro territorio ha accolto e ospitato nei secoli genti delle più diverse provenienze. Pertanto, dare il giusto posto nel cuore e nei propri doveri a chi ci è affidato anzitutto dal Signore non potrà mai significare chiudersi agli altri, dovrà anzi coniugarsi allo sforzo di farsi prossimo a ogni uomo o donna, facendo spazio nella casa, nella comunità ecclesiale e nel cuore a chi ha più bisogno di accoglienza, a cominciare dalla vita nascente. Forme come l’affido familiare o l’adozione, scelte di solidarietà e di condivisione con lo straniero, l’emarginato, il malato, l’indifeso, il debole, l’anziano, il bambino solo, esperienze di volontariato vissute con piena gratuità e dedizione, sono urgenze di una vita cristiana che tenda alla santità nel quotidiano.

42. Coscienza vigile della società

Nella varietà delle situazioni della vita il cristiano è chiamato a scegliere sempre ciò che più piace a Dio. Nell’ascolto perseverante della Parola, aiutato dal dialogo della fede nella comunione della Chiesa, il credente impara ad essere coscienza vigile della società, critico della miopia di tutto ciò che è meno di Dio, pronto alla denuncia di quanto offenda o manipoli la dignità dell’essere umano, sciolto e deciso nell’annuncio della fede, pagato anche a caro prezzo, perché si promuova tutto l’uomo in ogni persona umana. In una società segnata dalla comunicazione di massa il discernimento di queste scelte non è sempre facile: richiede che si tenga davanti agli occhi il modo di fare di Gesù, che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per noi.

43. Nel campo sociale e politico

In modo particolare questa coscienza critica, nutrita dalla contemplazione della croce e ispirata alla speranza che non delude, dovrà guidare i cristiani ambrosiani che si impegneranno nel servizio della cosa pubblica, in campo sociale e politico. Ad essi è specialmente domandato di imitare Gesù nella propria vita, non solo nel rispetto della legalità e nella disponibilità a spendere la propria esistenza secondo la volontà del Signore e il bene più grande del prossimo, ma anche fino al punto di seguire Gesù nella via della solitudine e dell’abbandono, se egli lo chiedesse. Non sarà possibile realizzare queste forme di carità politica e sociale se non ci si eserciterà nella quotidiana rinuncia a se stessi, nell’accoglienza e nel servizio generoso e fedele degli altri.

44. Spiritualità del lavoro

Nell’esercizio della propria attività lavorativa il cristiano si sforzerà di avere sempre l’intenzione di fare tutto per la gloria di Dio e il maggior bene del prossimo: perciò si verificherà spesso con chi nella comunità o nell’ambiente di lavoro possa aiutarlo, e soprattutto con il Signore nell’ascolto della Parola e nella preghiera, perché il lavoro sia luogo di grazia e di santificazione per sé e per coloro che incontra e siano superate le contraddizioni, le sofferenze e le povertà che pesano sull’esperienza del lavoro umano. Questa spiritualità del lavoro diventa un modo concreto per rendere grazie a Dio dei Suoi doni e vivere il ritorno a Lui di tutto quanto gratuitamente Egli ci ha dato, chiamandoci alla vita e alla fede.

45. Restituire i beni educando

Anche educare significa dare gratuitamente ad altri ciò che gratuitamente ci è stato donato: l’educazione è una forma alta della restituzione dei beni ricevuti, e perciò la Chiesa si riconosce chiamata ad essere comunità educante nella gratitudine a Dio, datore dei doni, e nell’impegno prioritario del servizio alle nuove generazioni. Agli stessi ragazzi e ai giovani è giusto chiedere di essere protagonisti attivi del processo educativo mediante un’accoglienza e una risposta libera, creativa e generosa di fronte a quanto viene loro offerto. Il significato e il valore educativo degli strumenti della comunicazione sociale dovrà essere sostenuto e promosso.

46. La famiglia

La famiglia è un luogo altissimo della realizzazione del progetto di Dio su ciascuno. Nei rapporti quotidiani non ci sono maschere che tengano: ciascuno è chiamato ad essere vero davanti alla propria coscienza e davanti al Signore. Sforzarsi di andare incontro agli altri senza aspettare che siano essi a fare il primo passo, rispettare la dignità di coloro che vivono con noi, privilegiare il dialogo, anche nei momenti di stanchezza e di delusione, vincere la tentazione del mutismo e dell’isolamento, sono modi concreti, possibili, anche se a volte difficili, di seguire Gesù nella propria vita quotidiana. La fedeltà coniugale e il mutuo sostegno diventeranno un riflesso della fedeltà e amorevolezza di Dio. Tanto più forte sarà l’unione di ciascuno con Dio, tanto più facile sarà il vivere la carità e l’umiltà necessaria a fare della famiglia una Chiesa domestica, dove regni l’amore. La preghiera in famiglia, anche nella forma semplice e breve che precede i pasti, è un aiuto grande per vivere tutti insieme alla presenza di Dio.

47. Lo stile della sobrietà

La sobrietà come stile di vita personale e familiare, oltre che come caratteristica dell’agire ecclesiale, è non solo una forma di imitazione di Gesù povero e crocifisso, ma anche la contestazione più credibile dei falsi modelli della società consumistica e dell’edonismo diffuso. Essa si coniuga ad una precisa gerarchia di valori, in base alla quale la vera felicità e il vero bene non consistono nel possedere di più, ma nell’essere di più nella verità e nell’amore, cioè nel dono di sé, davanti a Dio. L’uso maturo e responsabile del proprio tempo, la vigilanza nei confronti dei “media”, tesa a non farsi dominare dai persuasori occulti della propaganda per mantenere vigile e libero il cuore, specialmente nella sfera dei sènsi, sono aspetti importanti di questa sobrietà di vita, di cui altissimi esempi ci hanno dato i santi della Chiesa ambrosiana.

48. La comunione ecclesiale

«Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (San Cipriano, Sul Padre nostro, 24). L’accoglienza e il dono di sé al prossimo non possono essere vissuti pienamente se non si è in piena comunione con i propri fratelli e le proprie sorelle nella fede: la comunione ecclesiale (specialmente tra gli operatori pastorali) è richiesta da Gesù come condizione della credibilità del nostro annuncio: “Da questo sapranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Non fare mai della propria esperienza spirituale o di gruppo un assoluto è condizione per vivere in comunione con tutti: in particolare a ogni battezzato è richiesta una docile obbedienza di fede al Vescovo e a colui che lo rappresenta nella comunità territoriale, a partire dalla parrocchia. Vivere il senso della Chiesa nel dialogo, nella pace, nell’accoglienza reciproca, nell’umile disponibilità ai diversi ministeri e servizi, dà forza alla testimonianza e allontana le insidie dello spirito di divisione e di sopraffazione degli altri.

49. La missione

Chi ha incontrato il Signore nella comunione della Chiesa non può non sentire il bisogno di annunciare ad altri la buona novella dell’amore di Dio di cui ha fatto esperienza. La Chiesa ambrosiana ha dato nel tempo straordinarie testimonianze di generosità missionaria, non solo all’interno del suo territorio, ma anche inviando numerosi suoi figli quali missionari del Vangelo alle genti. Nutrire lo spirito missionario, favorire le vocazioni per la missione, accompagnare con la preghiera e la vicinanza attiva e solidale chi parte e lavora lontano per la causa del Regno, è segno di maturità nella fede e di crescita nella qualità della vita ecclesiale. Ad ogni cristiano ambrosiano domando di verificarsi nella sua partecipazione all’azione missionaria della Chiesa e di investire tempo ed energia perché la Parola del Dio vivo sia annunciata a tutti e raggiunga tutto l’uomo in ogni uomo, come offerta di senso e di vita piena e vera.

50. Preghiera della Redditio

Signore Gesù, mia vita, mio tutto,
Tu mi chiedi di dare gratuitamente
quanto gratuitamente mi hai donato
in questa Chiesa ambrosiana
dove mi hai chiamato a seguirTi.


Aiutami a condividere con gli altri i doni ricevuti
nello spirito del dialogo
e dell’accoglienza reciproca.
Fa’ che io riesca a farmi prossimo
per tutti coloro cui Tu mi invii,
specialmente i più deboli e bisognosi
e quelli che sono più difficili da amare.


Mi stimola in questo l’esempio di tanti santi
che nella storia hai dato
a questa nostra Chiesa:
anche alla loro intercessione mi affido
perché sia vigile e responsabile
nella lettura dei segni del tempo
e testimoni il primato del Padre
nel mio lavoro quotidiano
e nei rapporti familiari e sociali.


Aiutami ad essere sobrio
cercando in tutto l’essenziale,
che piace a Te e mi fa vicino ai Tuoi poveri,
liberandomi da maschere e difese tranquillizzanti.
Dammi amore vero alla Tua Chiesa,
che riconosco mia Madre nella grazia,
perché mi ha generato alla fede in Te
e nel Padre Tuo
mediante il dono del Consolatore.


E fa’ che da una viva e forte esperienza
di comunione ecclesiale
scaturisca nel mio cuore il bisogno
di testimoniare ad altri
con generosità e passione
la bellezza del dono che Tu hai fatto a me,
insieme a tutti coloro che vivono l’ansia missionaria
per il Tuo Regno.


E Tu, Vergine Madre Maria,
che ti sei fatta terreno dell’avvento di Gesù
nell’ascolto umile ed accogliente dell’Angelo
e sei stata attenta, tenera e concreta
nel comunicare ad Elisabetta la gioia
di quanto avevi ricevuto,
aiutami ad essere come Te
vigile ed impegnato nell’accoglienza
e nella trasmissione del dono
che viene da Dio.
Amen. Alleluia!

CONCLUSIONE

Nel consegnarTi questa regola di vita, perché possa accompagnarTi nel cammino dei giorni come costante richiamo al dono di Dio e alla risposta che Lui Ti chiede, vorrei ripetere con Te le parole di gioia, di lode e di speranza con cui la Vergine Maria cantò le meraviglie del Signore in Lei. Maria fa parte dei doni più preziosi che Gesù ha lasciato al “discepolo dell’amore” (cf. Gv 19,25-27), e la familiarità con Lei, nella meditazione dei suoi misteri e nella preghiera perseverante con cui ci affidiamo alla Sua intercessione materna, aiuta ognuno di noi a vivere la “traditio”, la “receptio” e la “redditio” dei beni divini a noi confidati nella Chiesa, come Lei, Vergine e Madre, accolse gratuitamente e gratuitamente trasmise il dono divino. Già Sant’Ambrogio invitava a far esperienza di questa intimità con Maria, che riempie di esultanza e di pace: «Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria ad esultare in Dio» (Expositio evangelii secundum Lucam, 2,26).
Certo, come insegna Ambrogio, «Maria era tempio di Dio, non il Dio del tempio», ma è proprio così che ella rinvia all’Unico da adorare, il Signore che ha operato in Lei («Maria erat templum Dei, non Deus templi. Et ideo ille solus adorandus qui operabatur in templo»: De Spiritu Sancto 3, 11,80: PL 16,829). Con Maria, allora, sul Suo esempio e con il Suo
aiuto, rendiamo grazie all’Eterno che ci ha chiamati alla fede nella sua Chiesa ed ha operato in noi con la grazia del battesimo e dei sacramenti, e con Lei, che ci ha preceduto e ci accompagna, apriamoci a cantare nella vita, con le parole e con l’eloquenza dei gesti, il “Magnificat” della speranza e dell’amore operoso, sforzandoci di vivere con umiltà e fiducia questa regola di vita, che nella fede abbiamo ricevuto:

“L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata.


Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione
la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.


Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.


Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».

O1 – REGOLA DI VITA DELLA COMPAGNIA

03 – REGOLA DI VITA DELLA COMPAGNIA


Capitolo terzo


RECEPTIO:


L’ACCOGLIENZA DEI DONI RICEVUTI


21. Il soggetto della “Receptio”

Chi sono io che ricevo questi doni di Dio? Un uomo che sente la fatica della condizione umana, segnata dall’ingiustizia e dalla fragilità, dall’inadeguatezza e dall’incompetenza; un essere fragile e in ricerca, che ho descritto nella prima parte di questa Regola (Interrogatio) e che sempre ha bisogno di essere sostenuto, nutrito, rianimato dalla misericordia e dalla salvezza che ci sono date in Gesù Cristo.

22. La “Receptio” anzitutto nella preghiera

Questi doni, ricevuti nella Traditio, sono gratuiti, immeritati e inattesi. Il luogo in cui questa gratuità si manifesta, in cui i doni di Dio ci raggiungono nell’oggi e cambiano il nostro cuore è anzitutto la preghiera, sia personale che liturgica. Bisogna però cominciare con qualcosa di molto semplice: le preghiere del mattino e della sera e quelle brevi invocazioni durante la giornata C’Signore, aiutami!”; “Signore, abbi pietà di me!”…) che ci “attaccano” a Dio quando stiamo scivolando sulla parete ripida della quotidianità.

23. Che cosa è la preghiera?

La preghiera è anzitutto risposta alla Parola di Dio che per prima mi interpella e che mi raggiunge nella mia debolezza, ma anche nel mio silenzio e nella mia disponibilità all’ascolto. La preghiera è lasciarsi accogliere nel mistero santo, andando per Cristo nello Spirito al Padre: il cristiano più che pregare un Dio, straniero e lontano, prega in Dio, prega nascosto con Cristo nella Trinità, sorgente e grembo di vita. Quando preghi, allora, più che pensare di essere tu ad amare Dio, lasciati amare da Lui, docilmente, ciecamente, tutto abbandonandoti in Lui, tutto affidando a Lui, in spirito di lode e di rendimento di grazie. Chiediti con me: trovo dei momenti in cui mi metto a tu per tu con Dio, lo ascolto, mi apro a Lui?

24. Preghiera, Sacramenti, Parola, Carità

Da sempre, e sul modello ispirato da Sant’Ambrogio, la Chiesa milanese ha dato grande importanza alla celebrazione dei divini misteri, preceduta e seguita dalla proclamazione del messaggio di salvezza nell’annuncio e nella catechesi e al tempo stesso ricca di frutti di carità vissuta. Preghiera, Parola, Sacramenti, esercizio della carità costituiscono così il tessuto della Receptio, il terreno nel quale riceviamo ogni giorno nella Chiesa i tesori della rivelazione divina e li accogliamo nel nostro cuore inquieto e resistente.
In particolare, l’unità del Mistero proclamato, celebrato e vissuto viene sperimentata attraverso la preghiera della liturgia delle ore, “diurna laus” ricevuta dalla ininterrotta testimonianza della fede dei nostri Padri, in cui tutta la vita del cristiano è custodita con Cristo in Dio e il tempo santificato in ogni sua espressione. Questa preghiera liturgica della Chiesa è nutrimento prezioso del cammino della santità, da raccomandare ad ogni battezzato.

25. La Parola accolta nella “Lectio divina”

Aiuto indispensabile per vivere nella concretezza del nostro tempo la vocazione cristiana è l’ascolto perseverante della Parola di Dio, che apre il cuore a ringraziare Dio dei Suoi doni nel dialogo della fede, fa riconoscere e discernere nel pentimento i peccati che appesantiscono la vita quotidiana e consente di riconoscere le vie di Dio per noi e di rinnovare il nostro sì alla Sua chiamata. Nasce così la Lectio divina che riceve con attenzione e riverenza le parole e i gesti del Figlio (lectio: lettura), in essi ricerca il messaggio perenne che viene dal silenzio del Padre (meditatio: meditazione) e si offre all’azione dello Spirito per entrare nel cuore della Trinità (contemplatio: contemplazione) e imparare a vivere e a scegliere secondo Gesù Cristo, Parola del Padre, Unto dallo Spirito (actio: azione). Sarai felice se ti impegnerai a fare la Lectio possibilmente ogni giorno.

26. La Scuola della Parola

La Scuola della Parola è stata voluta per aiutare in particolare i giovani a fare la Lectio divina e così ad accogliere il grande dono che il Signore ci ha fatto comunicandosi a noi nella rivelazione e a discernere la Sua volontà sulla nostra vita.

27. La vita sacramentale

«Tu ti sei mostrato a me faccia a faccia, o Cristo: io ti trovo nei tuoi sacramenti» (Sant’Ambrogio, Apologia del profeta Davide, 12, 58): nei Sacramenti è Cristo che si fa presente e viene ad incontrare la vita dei cristiani e la storia in cui essi sono posti. Nella parte precedente (Traditio) abbiamo già ricordato il posto fondante del battesimo e la posizione centrale dell’Eucaristia. Qui richiamerò brevemente qualche altro aspetto della vita sacramentale.

28. Il sacramento della penitenza

Decisiva per il discernimento della volontà di Dio su ciascuno è la purezza di cuore: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Chiedo perciò a te che leggi questa Regola di vita di celebrare con fiducia il sacramento della riconciliazione o penitenza, nel quale riconoscere gli innumerevoli doni del Padre nel cammino della tua esistenza (confessio laudis), confessare umilmente ciò che non va nella tua vita, ciò che tu vorresti che non ci fosse stato e che non ci fosse oggi (confessio vitae) e professare la tua fede nella infinita e sempre presente misericordia del Padre che ti perdona per la parola della Chiesa (confessio fìdei). Ti consiglio di rinnovare frequentemente questo incontro con il Padre della misericordia attraverso il ministero di riconciliazione nella Chiesa.

29. L’accompagnamento spirituale

L’incontro costante con una guida spirituale, saggia ed esperta nelle cose di Dio, anche al di là del sacramento della penitenza, è sostegno prezioso nel cammino di santità vissuto nel quotidiano. La vita di tanti nostri santi ambrosiani lo dimostra.

30. La confermazione

Se la regola di vita del cristiano è anzitutto il dono dello Spirito, si comprende quanto sia importante il sacramento della confermazione, in cui il sigillo del Consolatore rende il credente capace di testimoniare in pienezza il dono di Dio nelle diverse situazioni della vita: “Hai ricevuto il sigillo spirituale, lo spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di virtù, spirito di conoscenza e di pietà, spirito del santo timore: conserva quanto hai ricevuto. Ti ha segnato Dio Padre, ti ha confermato Cristo Signore e lo Spirito come pegno si è dato al cuore del tuo cuore.- (Sant’Ambrogio, Sui misteri, 7, 42).

31. Vita secondo lo Spirito

Chiedo perciò a tutti i figli della Chiesa ambrosiana di valorizzare al massimo nella loro vita questo sacramento dello Spirito, sia che lo abbiano già ricevuto, sia che si stiano preparando ad esso. Vivere secondo lo Spirito significa lasciarsi guidare dal dono di Dio, confortati e sostenuti in ogni situazione dalla cel1ezza della presenza fedele di Gesù, che non viene mai meno alle Sue promesse. Lo Spirito Santo attualizza nel tempo la vicinanza del Signore Gesù e lo fa vivere per la fede nei nostri cuori, aiutandoci ad esprimere la conformità a Cristo ricevuta in dono nel battesimo.

32. La Messa domenicale

Chi ascolta fedelmente la Parola e si lascia condurre dallo Spirito si dispone a celebrare con frutto nel giorno del Signore l’Eucaristia, che ci fa Chiesa, perché riattualizza nella nostra vita e nella storia il dono della nuova alleanza. Questo incontro domenicale è stato vissuto come fondante, e perciò come indispensabile, fin dalla Chiesa degli Apostoli: oggi, in un contesto di secolarizzazione, è più che mai necessario.
E una più frequente partecipazione, anche durante la settimana, alla mensa della Parola e del Pane di vita aiuterà straordinariamente la crescita della fede, della speranza e della carità e ci farà passare attraverso il deserto dell’incredulità contemporanea con animo sereno e volto gioioso.

33. I sacramenti della comunione ecclesiale

All’esigenza di porre la propria vita al servizio della comunità risponde in modo particolare il dono che il Signore ci ha fatto nei sacramenti del servizio della comunione, che sono l’ordine e il matrimonio. Attraverso di essi la grazia divina soccorre e consacra i vincoli che si stabiliscono nell’ambito della comunità. Perciò questi due sacramenti conferiscono una missione specifica al servizio dell’edificazione del popolo di Dio.

34. Il discernimento vocazionale

Al discernimento della vocazione di ogni battezzato in rapporto sia a queste due forme sacramentali sia a ogni scelta significativa e seria della vita la Chiesa ambrosiana dedica particolari energie. Ogni persona infatti si realizza se riesce a capire e a vivere il disegno unico che Dio ha su di lei. È necessario perciò che tutti i fedeli riconoscano l’importanza decisiva del discernimento vocazionale e si adoperino perché ciascun battezzato possa crescere nella comprensione della chiamata di Dio e nella realizzazione fedele del progetto del Signore, nella scelta della vocazione alla famiglia o della vita consacrata o della missione presbiterale.

35. Scambio tra le diverse vocazioni

Ritengo una vera grazia, da coltivare e promuovere, lo scambio di doni e di ricchezze spirituali che si può realizzare tra diverse vocazioni nella Chiesa, in particolare tra le varie forme di vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici e gli altri ministeri presbiterali, diaconali e laicali. Questo scambio si attua nel dialogo, nella collaborazione e nella preghiera comune.

36. Il sacramento dei malati

Alla debolezza e fragilità della creatura umana nel tempo della malattia grave e dell’infermità prolungata viene incontro ancora una volta il Signore nel sacramento dell’unzione degli infermi. Esso manifesta la vittoria del Signore sul peccato e sulle sue conseguenze. Gesù infatti «andava attorno per le città e i villaggi… curando ogni malattia e infermità” (Mt 9, 35). Anche agli Apostoli è dato il potere di «scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità” (Mt 10, 1).

37. Il valore salvifico del dolore

Riscoprire nella nostra vita ecclesiale il significato di questo sacramento porta anche a riflettere più in generale sul valore salvifico del dolore, vissuto in Cristo e con Lui per la salvezza del mondo. La compassione fattiva e discreta verso i sofferenti, la solidarietà per aiutarli a vivere essi stessi con fede il loro dolore sono aspetti decisivi di questa riscoperta della nostra crescita nella sequela di Gesù umile, povero e crocifisso.

38. Dalla “Receptio” un modo di essere Chiesa oggi

Così la nostra Chiesa di Milano si sforza di recepire i doni del Signore per mostrare che anche in una società tecnicizzata e urbanizzata è possibile promuovere comunità che vivano il Vangelo nella semplicità e nella gioia. Questi doni sono per tutti i nostri battezzati, ai quali dobbiamo offrire cammini semplici di vita secondo lo Spirito perché continui a fiorire quella “santità popolare” che tanti frutti ha dato e continua a dare fino ai nostri giorni. Ti invito perciò a pregare così con me:

Signore Gesù,
Tu sai come io avverto
la fatica della condizione umana,
il peso dell’ingiustizia e della fragilità,
dell’inadeguatezza e della paura di amare:
grazie per essermi venuto incontro
nella Tua Parola e nei Sacramenti;


grazie per avermi accolto con Te
nel cuore del Padre,
attirandomi nello Spirito
a vivere il deserto fecondo della preghiera,
dove parli al cuore del mio cuore.


Fa’ che io sappia ricevere sempre
con attenzione e riverenza le Tue parole,
per entrare attraverso di esse
nel mistero santo di Dio,
e camminare nei sentieri del silenzio,
sotto la guida e nel conforto dello Spirito.


Aiutami ad attingere continuamente
l’acqua viva della Tua grazia
alle sorgenti sacramentali della Chiesa,
e donami l’umiltà e la docilità di cuore
perché accetti di lasciarmi guidare
con fiducia e con amore
da chi mi offri come maestro e pastore
nelle vie della fede.


Rendimi vigile e attento
nel discernimento della volontà del Padre,
perché io possa in tutto
portare a compimento
la vocazione con cui da sempre Lui
mi ha voluto
e mi ha amato.


Nell’ora del dolore e della prova
donami la certezza di non essere solo,
ma di saperTi e volerTi vicino,
per vivere con Te la mia offerta
nella sequela umile e fiduciosa di Te.


E fa’ che da questa accoglienza
perseverante e fedele dei Tuoi doni
io sia generato sempre di nuovo
come figlio della luce,
e sappia percorrere
con i miei compagni di fede e di vita
cammini di santità,
che facciano di noi il Tuo popolo
risplendente di luce e di speranza.

O1 – REGOLA DI VITA DELLA COMPAGNIA

02 – REGOLA DI VITA DELLA COMPAGNIA

Capitolo secondo


TRADITIO:
I DONI DI DIO
CHE CI SONO TRASMESSI NELLA CHIESA

12. Il Vangelo e lo Spirito, regola di vita

La regola di vita del cristiano è il Vangelo del Signore Gesù, vissuto nella grazia dello Spirito Santo effuso nei nostri cuori, a gloria di Dio Padre: «Tutto è Cristo per noi” (S. Ambrogio, La verginità, 16, 99), «Finché sono in via, sono di Cristo; quando sarò giunto, sarò del Padre; ma dappertutto per mezzo di Cristo e sotto di Lui” (Id., La fede, V, 12, 150). In quanto è lo Spirito a rendere presente in noi il Signore Gesù, è anche lo Spirito – Maestro interiore – ad insegnare a ciascuno che lo ascolti la regola del cammino d’ogni giorno: «Siamo segnati da Dio nello Spirito. Come infatti moriamo in Cristo per rinascere, così anche siamo segnati dallo Spirito per poterne portare lo splendore, l’immagine e la grazia” (Id., Lo Spirito Santo, I, 6, 79). Alle domande vere non rispondiamo noi, ma ci è data risposta lì dove Dio ha parlato nel silenzio, cioè nella croce di Cristo.

13. L’evento del battesimo

La regola di vita semplice e grande, che è il Vangelo del Signore Gesù, ci viene consegnata nel momento del battesimo e viene accolta da noi in quello stesso momento mediante la professione di fede, con cui noi, o i nostri genitori, padrini e madrine, a nome nostro, abbiamo dichiarato di credere in Dio Padre, nel Figlio Suo Gesù Cristo, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra salvezza, e nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita e ci aiuta a camminare in Dio finché il Suo volto sia pienamente manifestato in noi nella Sua gloria. È dunque nel battesimo che veniamo accolti nel cuore della Trinità e la vita e l’amore dei Tre sono comunicati al nostro cuore.

14. La Tradizione vivente

L’evento del battesimo ci inserisce così al tempo stesso nella vita della Trinità e nella Tradizione vivente della Chiesa, che per noi è quella della Chiesa di Sant’Ambrogio e di San Carlo, identica a quella di tutte le altre Chiese. La fede ricevuta e professata nel battesimo illumina le domande vere del cuore e ci permette di trovare risposte capaci di sostenerci nella vita e di fronte alla morte. In questa fede possiamo comprendere qual è la vocazione profonda di ciascuno di noi, quali le condizioni per discernere e vivere la volontà di Dio. Questa stessa fede ci fa capire che siamo chiamati a essere figli di Dio e a vivere come tali, ci insegna il cammino delle beatitudini evangeliche, che ci rendono simili a Gesù, Figlio del Padre.

15. La “Traditio Symboli”

Nel Simbolo della fede noi professiamo di credere in Dio: il “credere in” vuol dire l’atto dell’incondizionata adesione e dedizione della vita e del cuore a Lui, l’affidamento senza riserve alle tre Persone divine che sono l’unico Dio, l’ingresso vitale e trasformante nel dialogo del loro eterno amore. Ogni volta che nella liturgia professiamo il Credo siamo chiamati ad affidare incondizionatamente al Mistero santo di Dio le nostre domande, le nostre inquietudini, la nostra fatica di vivere e la nostra paura di morire. In modo particolare la nostra Chiesa ambrosiana rinnova questa solenne accoglienza della fede nella celebrazione annuale della Traditio Symholi, nel sabato precedente la Domenica delle Palme.

16. Il tesoro delle Scritture

Insieme con il Simbolo il battezzato accoglie la pienezza dei tesori della Chiesa contenuti nelle Sacre Scritture, ispirate dallo Spirito Santo, «che ha parlato per mezzo dei profeti». Tutte le Scritture danno testimonianza su Gesù e vanno interpretate a partire dal mistero della Sua morte e risurrezione. La venerazione e la conoscenza amorosa delle Scritture, insegnata da Sant’Ambrogio a Sant’Agostino, fa parte dell’identità di ogni battezzato e cresce con lui per tutta la sua esistenza. La Parola di Dio sta al principio della nostra vita di fede e continuamente la nutre e la rinnova. Essa è la sorgente che illumina le domande del cuore e rigenera le forze nel cammino. Da essa estraiamo continuamente “cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52), in essa penetriamo “le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13, 35), perché: “in principio è la Parola».

17. Il silenzio contemplativo

Per accogliere la Parola occorre coltivare il silenzio contemplativo, la capacità di rientrare nel nostro intimo, di ritrovare il centro di noi stessi, vincendo l’ansietà e la fretta che ci divorano e fermandoci ad ascoltare le domande vere per ricevere su di esse la luce del Dio che parla. Così faceva Maria di fronte agli eventi sconcertanti e imprevisti che la coinvolgevano. La “dimensione contemplativa della vita” ci è necessaria per cominciare un autentico cammino di fede e perseverare in esso in mezzo alle vicende tumultuose che segnano la nostra esistenza, ai turbamenti e alle contraddizioni che attraversano il nostro cuore.

18. La liturgia e l’Eucaristia, “culmine e fonte”

La Parola si fa carne del Signore nell’Eucaristia, centro di tutta la nostra comunità e della sua missione. Il Signore Gesù, che ha detto «Attirerò tutti a me”, continua ad attrarre a sé l’universo e tutti gli uomini e le donne della nostra terra per unirli a sé nel suo dono al Padre. Egli si offre a noi sotto le specie della debolezza e dell’insignificanza come pane di vita che ci sostiene nel cammino, facendosi compagno compassionevole della nostra fatica di vivere: «non temete… io sono con voi tutti i giorni”.
È nella liturgia che la Chiesa, accogliendo il dono di Dio, si lascia accogliere nel seno del mistero trinitario. Nella celebrazione liturgica tutto viene ricevuto dal Padre per il Figlio nello Spirito ed insieme tutto è offerto al Padre per Cristo nell’unità del Consolatore. La “liturgia delle ore”, fedelmente ricevuta e trasmessa nella tradizione ambrosiana come “diurna laus”, santifica il tempo, riconducendolo alla sorgente eterna, grembo e patria di ogni nostro agire, mentre nella celebrazione dei sacramenti è l’intero scandirsi della vita e della storia umana che viene raggiunto e plasmato dalla Grazia che salva. In particolare, la Parola si fa carne del Signore nell’Eucaristia, culmine e fonte di tutta la vita della Chiesa, centro della comunità e della sua missione…

19. Il senso della vita

Dalla fede professata, nutrita dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia, emerge quel senso della vita, che si può sintetizzare nella frase di Sant’Ambrogio: «Tutto è Cristo per me”. Il cristiano è colui che sempre e dappertutto si sforza di essere con Cristo e di vivere per Cristo nella sequela di Lui. Questo significa vincere il senso di vuoto e di insignificanza che tante volte ci tenta e confessare con la vita Colui che sconvolge continuamente le nostre attese e proprio così dà pace al nostro cuore inquieto. Egli ci sussurra dalla croce: “Sarai con me in Paradiso!” e ci dà così la speranza certa che un giorno saremo con Lui.

20. Tu sei il mio tutto!

Accogliendo sempre di nuovo il dono di Dio, vorrei confessare insieme con te la gratitudine e la gioia che esso suscita in me, nonostante me stesso e tutte le mie povertà:

Mio Dio, tu sei il mio tutto!
Ti adoro,
Ti amo con tutto il cuore,
Ti ringrazio di avermi creato
e di avermi chiamato
ad essere Tuo figlio in Gesù Cristo
per mezzo del battesimo,
facendomi membro vivo di questa Chiesa ambrosiana,
conservandomi fino a questo momento nel
Tuo amore
per la grazia dello Spirito Santo.


Ti offro la mia confessione di lode,
piena di gratitudine e di speranza,
e desidero vivere
secondo la fede ricevuta nel battesimo,
pregando, amando, soffrendo e morendo
come ha vissuto, amato, pregato, sofferto
ed è morto per noi
il Tuo Figlio Gesù Cristo,
nel quale anch’io sono Tuo figlio,
come Tu mi sei Padre in Gesù, mio Signore,
nello Spirito di verità e di amore,
nella comunione della Chiesa cattolica,
vissuta in questa Chiesa di Milano.

01 – REGOLA DI VITA DELLA COMPAGNIA


O1 – REGOLA DI VITA DELLA COMPAGNIA

LA MIA REGOLA DI VITA

E’ GESU’ DI NAZARETH

DETTO IL CRISTO

(Gv 15,15)


“Vi ho chiamati amici,

perché tutto ciò che ho udito dal Padre

l’ho fatto conoscere a voi”

PREMESSA

Domani ( 28 Agosto 2008 ) si celebra festa liturgica di Sant’Agostino, Vescovo d’Ippona e Dottore della Chiesa.

Fra la mole dei suoi scritti, ve n’è uno di poche pagine, titolato ”Regula ad servos Dei”, un progetto di vita adottato nei secoli da tanti Ordini e Congregazioni religiose.

In tale circostanza oso proporre alla COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI, una REGOLA equivalente, scritta dal Card. Carlo Maria Martini ad usum Christifideles laici del nostro tempo, nello spirito della tradizione patristica.  Pensata per i giovani, è piena di sapienza e va benone anche per chi ha i capelli grigi ma ha perso lo smalto degli ardori giovanili.

Anche San Riccardo Pampuri, da giovane medico condotto, scrivendo alla sorella missionaria al Cairo esprimeva il bisogno di avereva di una “regola” per non perdersi. Questo è il motivo per cui s’è fatto religioso dei Fatebenefratelli che vivono secondo il modello di vita comunitaria proposto da Sant’Agostino.

Il vescovo e monaco non ha inventato niente; si è rifatto semplicemente agli Atti degli Apostoli che descrivono la comunità di Gerusalemme:

  • Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”.

  • “La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune.

  • Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia”.


Anche oggi la tentazione subdola è quella di dire: “Ma non basta il Vangelo?”. Certo che basta. Ma la REGOLA giova ancora. E’ uno strumento con una precisa funzione pedagogica:

  • impedirmi  di smarrirmi in un cristianesimo solitario, individualista, fantastico,

  • farmi sentire di non camminare da solo ma in Compagnia…ossia di appartenere all’Ekklesìa, il Popolo di Dio, a una Fraternità di amici: “Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).

Dunque, Fraternità di “pietre vive” che si tramandano le ardenti parole dell’Amico. Le stesse che l’Arcivescovo Martini ci propone, con lo sguardo sempre rivolto a Gerusalemme e attento alla primitiva comunità descritta dall’evangelista Luca.

Suscita sempre nella tua Chiesa, Signore,

lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,

perché anche noi, assetati della vera sapienza,

non ci stanchiamo di cercare te,

fonte viva dell’eterno amore. (Dalla Liturgia)

E concedi un giorno al Pastore,

estensore di questa REGOLA,

la vita eterna,

premio delle fatiche apostoliche

nella Chiesa Ambrosiana

per la fede cattolica. AMEN.

PRESENTAZIONE

Nel 1996 l’Arcivescovo, Cardinale Carlo Maria Martini, indirizzava ai fedeli della sua diocesi la lettera pastorale “Parlo al tuo cuore” che aveva come sottotitolo “per una regola di vita del cristiano ambrosiano”.
I contenuti di quella lettera pastorale vengono ora ripresi in una nuova edizione e presentati come “regola di vita del cristiano”.
L’intenzione è di affidare questa “regola” soprattutto ai giovani, ai diciottenni, agli adolescenti cresimati e cresimandi, a tutti coloro che aprendosi alla vita con scelte ricercate e volute, sentono l’importanza dell’indicazione di una via per accogliere la Parola di Gesù e vivere in comunione con Lui.
È significativo che ciò avvenga oggi, all’inizio del nuovo millennio, in un clima sociale dove si ha l’impressione che le domande creino smarrimento e dove sembra forte la paura di prendere decisioni impegnative per la propria vita.
Questa “regola di vita” prende sul serio gli interrogativi dell’uomo. Non intende offrire risposte facili, invita piuttosto ad un cammino spirituale, interiore e aperto, che domanda innanzitutto di creare lo spazio per lasciare parlare il Signore; aiuta ad affinare lo sguardo per “vedere” Dio vicino all’uomo con diversi segni e molti doni; incita alla testimonianza feconda per la quale ognuno, insieme con tanti fratelli, può essere portatore della speranza che viene da Dio e di un seme di vita in questo mondo.
È certamente una “regola” da meditare lungamente.

Don Gianni Zappa

INTRODUZIONE

La “regola di vita” del cristiano è già tutta nel Vangelo ed è resa vivibile dal dono dello Spirito Santo, che ci è dato nel battesimo e negli altri sacramenti.
Il Signore, però, ha voluto salvarci non isolatamente, ma come popolo radunato intorno ai Pastori e chiede loro di interpretare i segni e i bisogni dei tempi. Pertanto, stimolato dall’esempio di chi mi ha preceduto nel servizio della Chiesa di Milano e dai tanti figli di questa Chiesa che sono stati modelli sulla via della santità, ho pensato di stilare questo breve testo perché possa aiutare chi ha intrapreso il cammino difficile e meraviglioso della fede a progredire in esso in obbedienza alla volontà del Padre.
Ciò che vi chiedo è allora semplicemente di meditare questa Regola. Essa parte dalle domande che sono nel cuore di ognuno di noi (Interrogatio) e si sforza di indicare un itinerario credibile e percorribile di risposta nella sequela di Gesù, attraverso il triplice momento della Traditio (i doni a noi trasmessi nella Chiesa ambrosiana), della Receptio (l’accoglienza e la coltivazione di questi doni) e della Redditio (il ridistribuire questi doni
ad altri).

Ascoltami, ti prego, con lo stesso cuore aperto con cui ti parlo, cominciando dalle domande che entrambi abbiamo dentro.

Capitolo primo

INTERROGATIO:
L’INQUIETUDINE DEL CUORE

1. Ascoltare le domande vere

Vorrei farmi tuo compagno di strada: ascoltare le domande vere del tuo cuore, confessarti le mie. Questo è importante: non è possibile trovare e dare risposte, se non si sono riconosciute le domande. Una “regola di vita” vorrebbe anzitutto essere un tentativo di dare risposte a domande vere (o forse, più modestamente, l’indicazione di un tracciato, lungo il quale cercare e incontrare risposte vere).

2. La domanda radicale: la morte

Provo a mettere in gioco fino in fondo me stesso, ad aprire il mio cuore: se vi guardo dentro, trovo tante gioie e dolori e tante domande aperte, che forse sono anche le tue.
Come stanno insieme i dolori e le gioie della vita? Quando si pensa a tante sofferenze della gente Ce me ne giungono gli echi ogni giorno e ogni ora), qualunque godimento, anche il più legittimo e semplice, sembra scolorire, appare come stonato. Perché invece ha senso? come si conciliano le gioie autentiche di questo mondo con le prospettive di morte? perché la morte nel mondo? perché, se è vero che Dio ci ha salvato, non ci ha liberato dalla necessità di morire? e, dietro la morte, tutti i dolori e le angosce dell’esistenza umana: perché questo immenso cumulo di violenze, ingiustizie e solitudini? Sembra che il non senso l’abbia vinta su tutti i fronti: fare i conti con la miseria che copre la terra significa riconoscere la grande difficoltà che tutti incontriamo nel renderci padroni della complessità, nel trovare ragioni che giustifichino la fatica di vivere.

3. Il silenzio di Dio Perché il Signore sembra tacere? perché Lui, che è l’Onnipotente, non si manifesta con lo splendore della Sua verità e lo sfolgorio della Sua onnipotenza? perché quella Sua apparente indifferenza davanti alla quotidiana commedia e tragedia della nostra vita? è proprio vero che Gli stiamo a cuore? che siamo importanti per Lui? tutti e ciascuno? Non stupirti che sia anch’io a farmi queste domande: me le porto dentro e ogni giorno inquietano la mia fede e mi rendono pensoso e in ricerca. Anche nel cuore del Vescovo abitano gli interrogativi che ci fanno umani, così fragili davanti alla vita, alla malattia, alla morte.

4. Dall’interrogare all’essere interrogati

A pensarci bene, tutte le domande che ho ricordato sono rivolte a Dio: è per noi quasi spontaneo chiederGli conto e ragione di questo mondo.
Se Dio c’è, è Lui che lo ha voluto, così come esso è. E tuttavia, non è forse la critica smaliziata del pensiero moderno che si è abituata a chiamarLo in giudizio davanti alla clamorosa smentita che il dolore del mondo darebbe della Sua provvidenza e del Suo amore? In questo siamo un po’ tutti figli dell’epoca moderna, della sua ragione cosiddetta “adulta ed emancipata”. E se provassimo a capovolgere la domanda, a passare dall’interrogare all’essere interrogati? e se consentissimo a Dio di porci Lui le Sue domande?

5. L’invadenza dell’Io

Mi chiedo allora quali potrebbero essere le domande di Dio: se penso al Suo
giudizio, se mi immagino davanti a Lui, al Suo sguardo penetrante e creatore, non posso non riconoscere come il mio cuore sia mosso tante volte da motivazioni spurie, o, per dirla tutta,
da un’invadenza dell’Io, che vuole stare al centro e misurare su di sé tutte le cose, e perfino l’agire di Dio! Anche per un’epoca come la nostra, che non percepisce la consistenza e la drammaticità del peccato, non dovrebbe essere difficile riconoscere le conseguenze di questa invadenza nella vita degli uomini: penso alla fatica che tutti facciamo ad uscire dalle pastoie delle nostre motivazioni egoistiche; penso alla facilità con cui ci lasciamo prendere da logiche particolaristiche, incapaci come siamo di guardare al di là del nostro piccolo calcolo. Le domande che Dio ci fa sono spirito e vita, perché ci invitano a riconoscere le ragioni del nostro disagio di vivere e della nostra mancanza di felicità e di pace anzitutto in noi stessi, nella fatica e nella paura di amare che ci portiamo dentro, nel sospetto di non essere amati, nella diffidenza di fronte a ogni atteggiamento di amore gratuito.

6. La perdita dell’ingenuità È così che capisco la verità su me stesso: è come un prendere coscienza del proprio egoismo e della propria fragilità, che fa cadere l’ingenua magia di pensare che bastino le buone intenzioni per cambiare il mondo e la vita. C’è veramente una differenza stridente fra l’altezza dei buoni propositi e la presenza del male e dell’egoismo in ciascuno di noi: forse è questo ciò che Dostoievski chiamava “l’abisso dei doppi pensieri”. Fai qualcosa di bene e t’accorgi che dentro il tarlo del tuo lo non ti abbandona. T’accorgi che è sempre grande la potenza del peccato. Gli alti e i bassi si susseguono con un’impressionante frequenza: e non solo sul piano psicologico, ma su quello più profondo delle scelte del cuore, degli orientamenti della vita.

7. La via più difficile

Certo, occorre imparare a convivere con noi stessi, ad accettare questa permanente instabilità psicologica e spirituale. Ma ciò esige di capirne il perché, domandandoci come anche attraverso questo cammino contorto Dio ci ami e voglia farci suoi figli. Accettare che dalla morte venga la vita ci ripugna: eppure deve essere proprio così, se il Signore ci lascia in questa lotta, che sembra pervadere l’universo intero. Forse, però, è proprio questa ripugnanza ad accettare e scegliere la via dell’amore fino alla morte che mostra al tempo stesso la condizione tragica del peccato e il bisogno che noi tutti abbiamo di imparare ad amare con un aiuto che ci venga dall’alto: in questo senso, la fatica a credere che un Dio sia morto in croce è la riprova della necessità di questa morte. Il cristianesimo non è la risposta banale alla domanda del dolore e della morte, una risposta che giustifichi tutto o tutto copra sotto l’incomprensibile giudizio divino. Il cristianesimo è la “lectio difficilor”, la via più difficile, che prende sul serio la condizione universale di morte e di peccato, e proprio così annuncia la compassione di un Dio che si fa carico di questa morte e di questo peccato per sollevare e salvare ciascuno di noi.

8. Il Dio “sofferente” e la legge della Croce

Il passo ulteriore è dunque arrivare a intuire che Dio sta dalla nostra parte e partecipa al dolore per tutto questo male che devasta la terra. Egli non se ne sta come uno spettatore disinteressato o un giudice freddo e lontano, ma “soffre” per noi e con noi, per le nostre solitudini incapaci di amare, perché Lui ci ama. La “sofferenza” divina non è incompatibile con le perfezioni divine: è la sofferenza dell’amore che si fa carico, la “com-passione” attiva e libera, frutto di gratuità senza limiti. Sempre più, nel cammino della vita, sotto i colpi di luce del Vangelo, il Dio di Gesù Cristo mi è apparso come il Dio capace di tenerezza e di pietà fino al punto da “soffrire” per i peccati del mondo. Un Dio tenero come un Padre e una Madre, che non rinnega mai i suoi figli. Un Dio umile, che manifesta la Sua onnipotenza e la Sua libertà proprio nella Sua apparente debolezza di fronte al male. Un Dio che per amore accetta di subire il peso del nostro peccato e del dolore che esso introduce nel mondo. Proprio così, però, nella morte di Gesù sulla croce, Dio ci insegna a trarre il bene dal male, la vita dalla morte. Appare allora contraddittorio il nostro continuo voler essere gratificati da tutti e da tutto, a cominciare da Dio, mentre lo contempliamo crocifisso.

Come vorrei che tutti a questo punto capissero che il mistero di un Dio morto e risorto è la chiave dell’esistenza umana e il succo del Vangelo e della nostra fede! Eppure contro questa roccia del “mistero pasquale” vanno a cozzare tutte le onde delle nostre resistenze, mentre diciamo con Pietro: «Dio te ne scampi, Signore: questo non ti accadrà mai!» (Mt 16,22). Eppure proprio qui si ricongiungono i nodi del rapporto che lega morte e vita, dolore e gioia, fallimento e successo, frustrazione e desiderio, umiliazione ed esaltazione, disperazione e speranza. Quando la “legge della Croce” ci tocca, ci sconvolge e ne siamo profondamente turbati: ma solo qui si attua la piena liberazione dal male, fino ad accettarne le conseguenze su di sé per perdonarlo e superarlo, come ha fatto Gesù sulla croce.

9. Arrendersi a Dio

Per sciogliere l’apparente assurdità della vita non c’è allora che una via possibile: rimettermi continuamente di fronte ad essa, senza sfuggirvi, e arrendermi contemporaneamente senza riserve nelle mani del Dio umile e sofferente, del “Dio crocifisso”. Solo abbandonandomi perdutamente a Lui, solo capitolando nelle Sue mani potrò riprendere nelle mie il bandolo della matassa intricata della vita. Dio è il Mistero santo, Gesù Cristo in croce è la Custodia silenziosa, in cui riposa il senso della vita e della storia, il senso del mondo.

10. Dal riconoscimento alla riconoscenza

Come arrivo a questa conclusione così certa e definitiva? come la luce del Vangelo raggiunge e afferra quotidianamente la mia vita? come avviene che ancora e sempre di nuovo questa luce getti sprazzi sulle mie domande, e mi aiuti a vivere e ad illuminare per me e per gli altri la fatica di vivere? Posso rispondere solo così: io mi sento amato, sommamente, da Qualcuno piÙ grande di noi tutti. Mi sento chiamato e attratto, come uno che non può fare a meno di Dio, del Dio di Gesù Cristo. Anche se difficile e contrastata, sento e so che questa scelta è l’unica valida. Non è volontarismo: è riconoscimento.
Riconosco che al termine di tutte le mie domande senza risposta c’è il suo Mistero santo, e c’è precisamente come il Signore Gesù ce lo ha rivelato sulla croce: mistero di amore infinito che si consegna, Trinità dell’Amante, dell’Amato e dell’Amore, che ci accoglie nel Suo grembo, e ci custodisce negli abissi di amore della Sua vita. E il riconoscimento si trasforma in riconoscenza: sono grato al mio Dio perché mi so amato da Lui, «nascosto con Cristo in Dio» (Col 3,3), anche quando non riesco a sentirlo con i miei poveri sensi umani.

11. Nella Chiesa

Mi potresti obiettare: “Ma questa è la tua esperienza, non la mia. Tu sei un privilegiato. Per me non è così. Se puoi, insegnami come si fa a vivere la propria vita in Dio”. Vorrei allora risponderti che proprio per questo ho scritto questa Regola di vita, per dirti in forma semplice e breve dove è possibile incontrare il Dio che è il nostro Tutto, il Dio della compassione e della misericordia, il Dio che si fa compagno del nostro dolore e ci aiuta a portarne il peso, dandogli senso. Questo Dio puoi trovarLo nella Chiesa: nel suo annuncio, che è il Vangelo di Gesù e dei fatti storici e indubitabili della sua vita; nei suoi Sacramenti, che sono la presenza sensibile di Lui, che si è offerto per noi alla morte e ci ha donato la vita; nella compagnia di quanti, credendo, sono stati resi fratelli e sorelle nello Spirito di Gesù e - pur con tutti i loro limiti – si sforzano ogni giorno di imparare a credere, sperare ed amare. Il dono di Dio è ricevuto e trasmesso nella Chiesa, Suo popolo: ed è in essa che ci si accorge che la vita vera viene dal di fuori, da Dio, in un contesto ragionevole, serio, segnato dalla fragilità, ma significativo e liberante. Nella Chiesa mi riconosco amato e reso capace di amare, nonostante me stesso, le mie contraddizioni e paure. Credo veramente che anche per te possa essere così. Perciò voglio parlarti di ciò che questa Chiesa – la nostra, cattolica e ambrosiana al tempo stesso – ci trasmette (traditio); di come noi riceviamo in essa il dono dall’alto (receptio); di come a nostra volta possiamo trasmettere ad altri con gratuità quanto gratuitamente abbiamo ricevuto (redditio). Prova ad ascoltarmi: rivolgo anche a te la parola di Gesù ai primi due discepoli: «vieni e vedi»…

LA CHIESA AL SERVIZIO DELL’AMORE PER I SOFFERENTI – A cura di Fra Salvino Zanon oh

XVIII Giornata Mondiale del Malato

«La Chiesa a serviziodell’amore per i sofferenti»


Il documento “La Chiesa a servizio dell’amore per i sofferenti” ripropone, commentandolo e approfondendolo, il Messaggio che il papa Benedetto XVI ha scritto in occasione della XVIII Giornata Mondiale del Malato.

Nella prima parte è richiamato il mistero pasquale di Cristo, mistero di passione, morte e risurrezione dal quale la sofferenza umana attinge senso e pienezza di luce. Questo mistero sintetizza e rappresenta il culmine di quella che fu la missione di Gesù, ossi annunciare la buona novella del Regno di Dio, attraverso parole e gesti di amore, di perdono, di misericordia e di offerta della propria esistenza a beneficio di tutti coloro che lo accostavano. In questo modo, Gesù ha dimostrato di essere il Servo di Dio (cfr. Is 53) che prende su di sé ogni infermità, la sopporta e dà ad essa un valore di redenzione, di salvezza, liberando l’uomo dal male e indirizzandolo verso una meta di gioia e di felicità.

Così, inoltre, Cristo manifesta in modo concreto l’amore e la vicinanza di Dio stesso all’umanità, l’interessamento per la sua creatura. Una percezione che, però, sembra venir meno in molte persone che soffrono e non accettano la loro condizione di fragilità e vulnerabilità e domandano ragione del male e della sofferenza. Riferendosi a questa comprensibile difficoltà il documento annota: “Attraverso ogni tappa del cammino della vita, imprevedibile e spesso tortuoso, il Padre vuole farci suoi figli. Lo Spirito Santo plasma in noi la forma del Figlio, donandoci la fecondità del chicco di grano (Gv 12,24) e aprendoci a comprendere che dalla morte viene la vita”.

Per questo il cristianesimo non nega la sofferenza e la morte, ma annuncia la compassione di Dio che si fa vicino ad ogni uomo per dimostrare che Lui sta dalla sua parte e partecipa al suo dolore. È un Padre colmo di tenerezza e amore, di umiltà e di bontà che proprio nella croce del suo Figlio trae il bene dal male, la vita dalla morte, la gioia dal dolore, il successo dal fallimento, la speranza dalla disperazione, l’esaltazione dall’umiliazione.

La seconda parte del Documento, prendendo in considerazione la parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37), presenta il servizio della Chiesa verso i sofferenti, un servizio costante ed instancabile, creativo e premuroso che, lungo i secoli, ha visto impegnate persone e istituzioni caritative e religiose. Anche oggi, come nel passato, questo servizio deve essere compiuto con umiltà e attenzione, nella disponibilità all’ascolto e nella consapevolezza che nel sofferente Cristo è realmente presente e in lui si identifica (cfr. Mt 25,36).

Da qui nasce l’impegno di imitare il Samaritano che, nel suo farsi accanto a chi è nel bisogno per prestargli un soccorso efficace, mostra chi sia il “prossimo”, del quale nel testo viene data una chiara definizione: “Il prossimo è il farsi discepolo (…); non solo tutti gli uomini sono da amare, ma tutti gli uomini possono diventare discepoli facendosi prossimo accanto ai propri fratelli”, purché questa “prossimità” non sia episodica o dettata dal semplice sentimentalismo, ma perseverante e motivata da un amore vero.

Questo essere prossimo si manifesta, quindi, in modi concreti, riconducibili agli stessi gesti del Samaritano, che vengono proposti e attualizzati. Innanzi tutto occorre conoscere la situazione, “vedendo” e scorgendo le reali esigenze della persona malata. Serve, poi, vivere la compassione, quale coinvolgimento totale di se stessi nell’amore di Dio, un amore che fa vedere l’uomo bisognoso in una luce diversa e che aiuta a comprendere quali siano i veri valori della vita. Questo porta ad avvicinarsi al malato con un atteggiamento anche ricettivo, perché, pur nella sofferenza, il malato può comunicare e testimoniare grandi valori umani e cristiani. Ancora, occorre compiere un servizio umanizzante e qualificato, impegnandosi nell’educazione e nella promozione della salute, perché le strutture sanitarie garantiscano la tutela della dignità di ogni persona, nella giustizia e nel rispetto dei diritti umani.

Fondamentale è pure la dimensione ecclesiale del servizio al malato per aiutarlo a vivere la sua condizione non in solitudine, ma accompagnato dalla presenza delle persone della sua stessa comunità.

Nella terza parte si richiama l’importanza del servizio sia dei pastori che degli operatori sanitari, ma anche della famiglia e di coloro che fanno parte di associazioni di volontariato verso la persona malata, che deve occupare sempre un posto centrale nella vita e nell’attività della Chiesa. Si sottolinea la necessità che la comunità ecclesiale compia il suo servizio mediate la sua secolare “prassi”, sempre attuale, di formazione, celebrazione e testimonianza (catechesi, liturgia e carità).

Questa prassi ricorda che nessuno è escluso dall’impegno di accostare la persona che soffre, nei diversi modi più appropriati e congeniali alla propria personalità, come, ad esempio, la pratica delle opere di misericordia corporali e spirituali, l’accompagnamento, l’amicizia, la consolazione, il sostegno alle famiglie dei malati, il servizio della parola detta e scritta per far conoscere agli altri i problemi di chi è in difficoltà.

Per realizzare in modo adeguato ed efficace il servizio accanto alla persona ammalata, è indispensabile la formazione che verte ad aiutare a conoscere il mondo della sofferenza, le dinamiche umane e psicologiche che possono caratterizzare e segnare l’esistenza e il comportamento della persona che soffre, poiché il malato vive situazioni non sempre facili, avverte la precarietà della sua esistenza e sperimenta in modo tutto speciale la relazione con gli altri.

In fine, il proprio servizio accanto alla persona bisognosa va realizzato in un sincero spirito di comunione (insieme si può fare molto di più e meglio), di missione (si è “inviati” e si agisce a nome della comunità) e di profezia (sia nell’essere voce delle persone che potrebbero essere inascoltate, sia nell’annunciare a chi soffre la costante e fedele presenza di Dio e per richiamare in modo efficace i valori evangelici a tutela della vita umana in tutte le sue fasi).

In questo anno sacerdotale vi è pure un invito ai cappellani ospedalieri perché, con competenza e professionalità, accompagnino anche gli operatori sanitari e siano consapevoli che “il tempo trascorso accanto a chi è nella prova si rivela fecondo di grazia per tutte le altre dimensioni della pastorale”.

CONFRONTO CON LE DIVERSE CULTURE PER ARMONIZZARE RAGIONE E FEDE – Ravasi – Benedetto XVI

Confronto con le diverse culture per armonizzare ragione e fede

 

Udienza del Papa alle Pontificie Accademie, ricevute in udienza giovedì mattina, 28 gennaio, nella Sala Clementina, in occasione della quattordicesima seduta pubblica.

All’inizio dell’udienza, l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e del Consiglio di Coordinamento tra Accademie Pontificie, ha rivolto un breve saluto a Benedetto XVI, nel quale ha evidenziato come l’incontro avvenga nella memoria di san Tommaso d’Aquino. Era stato proprio il grande domenicano nella Summa Theologiae a definire lo studio teologico come “un’impronta in noi della scienza divina”.

“Le Accademie Pontificie – ha detto il presule – già attraverso il loro numero settenario, simbolo biblico di perfezione, desiderano esprimere il loro anelito alla ricerca di una pienezza spirituale e intellettuale. L’immagine con cui potrebbero essere raffigurate – ha aggiunto – è quella dell’arcobaleno multicolore così come lo descriveva un sapiente biblico, il Siracide”. “In esso – ha spiegato – le iridescenze sono molteplici e variegate, ma insieme creano armonia. Tre, però, sono le principali fasce di colore che spiccano nell’arco simbolico di queste sette istituzioni pontificie”.

Ecco allora che monsignor Ravasi ha presentato al Papa le sette realtà da lui coordinate:  “C’è innanzitutto la teologia, che anima ben quattro Accademie:  da quelle di san Tommaso d’Aquino e di Teologia – quest’ultima sta celebrando proprio in questi giorni il suo quinto Forum Internazionale sul tema della luce, Lumen Christi – alle due che si collegano più specificamente alla mariologia. C’è, poi, l’orizzonte delle Accademie che risalgono alle nostre radici storiche e spirituali attraverso l’archeologia e la memoria dei martiri cristiani delle origini. Infine, ecco l’arte in tutta la ricchezza delle sue forme espressive, esaltata dalla più antica Accademia presente, quella dei Virtuosi al Pantheon”.

Riferendosi nuovamente al Dottore Angelico, l’arcivescovo ha ricordato come “egli confessava che “tra gli impegni a cui si possa dedicare un uomo, nessuno è più perfetto, più sublime, più fruttuoso e più dolce della ricerca della Sapienza”. Ed esortando al rigore dell’analisi, ammoniva che ”il sapiente onora l’intelletto perché, tra le realtà umane, è quella a cui Dio riserva l’amore più intenso”. Per questo invocava Dio di “penetrare le tenebre del mio intelletto con un raggio della tua luce, allontanando da me le doppie tenebre in mezzo alle quali sono nato, quelle del peccato e dell’ignoranza”".

Da qui la conclusione di monsignor Ravasi che “per rendere più viva, creativa e feconda questa ricerca della Sapienza, che è frutto di intelligenza, di fede e di amore”, le Accademie attendono la parola del Papa per “ispirare” un nuovo “inizio, guidarne il progresso e coronare la fine”.

(©L’Osservatore Romano – 29 gennaio 2010)

BENEDETO XVI

 

In un’epoca come quella attuale, fortemente segnata dal relativismo e dal soggettivismo, è necessario entrare in dialogo con le diverse culture, per armonizzare ragione e fede e costruire un autentico umanesimo cristiano. È quanto in sostanza ha detto il Papa alle Pontificie Accademie, ricevute in udienza giovedì mattina, 28 gennaio, nella Sala Clementina, in occasione della quattordicesima seduta pubblica. 

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
illustri Presidenti e Accademici,
Signore e Signori!

Sono lieto di accogliervi e di incontrarvi, in occasione della Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, momento culminante delle molteplici attività dell’anno. Saluto Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie, e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto. Estendo il mio saluto ai Presidenti delle Pontificie Accademie, agli Accademici e ai Sodali presenti. L’odierna Seduta Pubblica, nel corso della quale è stato consegnato, a mio nome, il Premio delle Pontificie Accademie, tocca un tema che, nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, riveste particolare importanza:  “La formazione teologica del presbitero”.

Oggi, memoria di San Tommaso d’Aquino, grande Dottore della Chiesa, desidero proporvi alcune riflessioni sulle finalità e sulla missione specifica delle benemerite Istituzioni culturali della Santa Sede di cui fate parte e che vantano una variegata e ricca tradizione di ricerca e di impegno in diversi settori. Gli anni 2009-2010, infatti, per alcune di esse, sono segnati da una specifica ricorrenza, che costituisce ulteriore motivo per rendere grazie al Signore. In particolare, la Pontificia Accademia Romana di Archeologia ricorda la Fondazione avvenuta due secoli fa, nel 1810, e la trasformazione in Accademia Pontificia, nel 1829.

La Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino e la Pontificia Accademia Cultorum Martyrum hanno ricordato il loro 130° anno di vita, essendo state fondate entrambe nel 1879. La Pontificia Accademia Mariana Internazionale ha celebrato, poi, il 50° della propria trasformazione in Accademia Pontificia. Le Pontificie Accademie di San Tommaso d’Aquino e di Teologia hanno ricordato, infine, il decennale del loro rinnovamento istituzionale, avvenuto nel 1999 con il Motu proprio Inter munera Academiarum, che reca proprio la data del 28 gennaio.

Tante occasioni, dunque, per rivisitare il passato, attraverso la lettura attenta dei pensieri e delle azioni dei Fondatori e di quanti si sono prodigati per il progresso di queste Istituzioni. Ma lo sguardo retrospettivo e la memoria del glorioso passato non possono costituire l’unico approccio a tali eventi, che richiamano soprattutto il compito e la responsabilità delle Accademie Pontificie di servire fedelmente la Chiesa e la Santa Sede, rinnovando nel presente il ricco e diversificato impegno, che già ha prodotto preziosi frutti anche nel recente passato.

 La cultura contemporanea, e ancor più gli stessi credenti, infatti, sollecitano continuamente la riflessione e l’azione della Chiesa nei vari ambiti in cui emergono nuove problematiche e che costituiscono anche settori in cui operate, come la ricerca filosofica e teologica; la riflessione sulla figura della Vergine Maria; lo studio della storia, dei monumenti, delle testimonianze ricevute in eredità dai fedeli delle prime generazioni cristiane, a cominciare dai Martiri; il delicato ed importante dialogo tra la fede cristiana e la creatività artistica, a cui ho voluto dedicare l’Incontro con personalità del mondo dell’arte e della cultura, svoltosi nella Cappella Sistina lo scorso 21 novembre. In questi delicati spazi di ricerca e di impegno, siete chiamati a offrire un contributo qualificato, competente e appassionato, affinché tutta la Chiesa, e in particolare la Santa Sede, possa disporre di occasioni, di linguaggi e di mezzi adeguati per dialogare con le culture contemporanee e rispondere efficacemente alle domande e alle sfide che l’interpellano nei vari ambiti del sapere e dell’esperienza umana.

Come ho più volte affermato, l’odierna cultura risente fortemente sia di una visione dominata dal relativismo e dal soggettivismo, sia di metodi e atteggiamenti talora superficiali e perfino banali, che danneggiano la serietà della ricerca e della riflessione e, di conseguenza, anche del dialogo, del confronto e della comunicazione interpersonale. Appare, pertanto, urgente e necessario ricreare le condizioni essenziali di una reale capacità di approfondimento nello studio e nella ricerca, perché ragionevolmente si dialoghi ed efficacemente ci si confronti sulle diverse problematiche, nella prospettiva di una crescita comune e di una formazione che promuova l’uomo nella sua integralità e completezza. Alla carenza di punti di riferimento ideali e morali, che penalizza particolarmente la convivenza civile e soprattutto la formazione delle giovani generazioni, deve corrispondere un’offerta ideale e pratica di valori e di verità, di ragioni forti di vita e di speranza, che possa e debba interessare tutti, soprattutto i giovani. Tale impegno deve essere particolarmente cogente nell’ambito della formazione dei candidati al ministero ordinato, come esige l’Anno Sacerdotale e come conferma la felice scelta di dedicargli la vostra annuale Seduta Pubblica. 

 Una delle Pontificie Accademie è intitolata a San Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus et communis, un modello sempre attuale a cui ispirare l’azione e il dialogo delle Accademie Pontificie con le diverse culture. Egli, infatti, riuscì ad instaurare un confronto fruttuoso sia con il pensiero arabo, sia con quello ebraico del suo tempo, e, facendo tesoro della tradizione filosofica greca, produsse una straordinaria sintesi teologica, armonizzando pienamente la ragione e la fede. Egli lasciò già nei suoi contemporanei un ricordo profondo e indelebile, proprio per la straordinaria finezza e acutezza della sua intelligenza e la grandezza e originalità del suo genio, oltre che per la luminosa santità della vita. Il suo primo biografo, Guglielmo da Tocco, sottolinea la straordinaria e pervasiva originalità pedagogica di San Tommaso, con espressioni che possono ispirare anche le vostre azioni:  Frà Tommaso – egli scrive – “nelle sue lezioni introduceva nuovi articoli, risolveva le questioni in un modo nuovo e più chiaro con nuovi argomenti. Di conseguenza, coloro che lo ascoltavano insegnare tesi nuove e trattarle con metodo nuovo, non potevano dubitare che Dio l’avesse illuminato con una luce nuova:  infatti, si possono mai insegnare o scrivere opinioni nuove, se non si è ricevuta da Dio una ispirazione nuova?” (Vita Sancti Thomae Aquinatis, in Fontes Vitae S. Thomae Aquinatis notis historicis et criticis illustrati, ed. D. Prümmer M.-H. Laurent, Tolosa, s.d., fasc. 2, p. 81).

Il pensiero e la testimonianza di San Tommaso d’Aquino ci suggeriscono di studiare con grande attenzione i problemi emergenti per offrire risposte adeguate e creative. Fiduciosi nella possibilità della “ragione umana”, nella piena fedeltà all’immutabile depositum fidei, occorre – come fece il “Doctor Communis” – attingere sempre alle ricchezze della Tradizione, nella costante ricerca della “verità delle cose”. Per questo, è necessario che le Pontificie Accademie siano oggi più che mai Istituzioni vitali e vivaci, capaci di percepire acutamente sia le domande della società e delle culture, sia i bisogni e le attese della Chiesa, per offrire un adeguato e valido contributo e così promuovere, con tutte le energie ed i mezzi a disposizione, un autentico umanesimo cristiano.

Ringraziando, dunque, le Pontificie Accademie per la generosa dedizione e per l’impegno profuso, auguro a ciascuna di arricchire le singole storie e tradizioni di nuovi, significativi progetti attraverso cui proseguire, con rinnovato slancio, la propria missione. Vi assicuro un ricordo nella preghiera e, nell’invocare su di voi e sulle Istituzioni a cui appartenete l’intercessione della Madre di Dio, Sedes Sapientiae, e di San Tommaso d’Aquino, di cuore imparto la Benedizione Apostolica.(©L’Osservatore Romano – 29 gennaio 2010)

 

L’UOMO DI FRONTE AL MALE – Bruno Forte

L’uomo di fronte al male (di Bruno Forte)

La ricerca di una speranza dalla filosofia  alla letteratura


Nella serata di giovedì 29 gennaio al Teatro Argentina di Roma si svolge un colloquio  organizzato dall’Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato. Al tavolo dei relatori Pierluigi Celli, direttore generale dell’università Luiss Guido Carli, e l’arcivescovo di Chieti-Vasto. Dell’intervento di quest’ultimo anticipiamo ampi stralci.

di Bruno Forte

Di fronte al male si misura l’impotenza dell’uomo, la condizione tragica del suo esistere. Tragico è il non poter fare il bene che vorremmo e il non riuscire a impedire il male. L’apostolo Paolo ha descritto con incisività la condizione tragica dell’essere umano sfidato dal male nel capitolo settimo della Lettera ai Romani:  è la condizione dell’”io”, impotente di fronte al bene che non fa e al male che fa.

Per Paolo è questa impotenza che il Figlio di Dio ha fatto propria, per la forza di un amore senza misura, grazie al quale il tragico viene a essere accolto negli abissi della divinità. È l’inquietante rivelazione di Romani:  Dio “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (8, 32), costruita sul modello del sacrificio che Abramo si dispone a fare del suo figlio amato, Isacco (Genesi, 22).

Abissalmente proiettato in Dio, il tragico è abitato dal suo Spirito, i cui gemiti – descritti in Romani – segnalano la distanza fra il male presente e il promesso bene, fra l’esperienza e l’attesa. Il tragico in Dio diventa così la vera rivelazione di ciò che siamo:  solo grazie a questa rivelazione è possibile percepire in tutta la sua tragicità la contingenza del mondo.

Proprio così, però, la redenzione è possibile:  se Dio abita l’impotenza, questa è redenta. Solo l’infinita compassione riscatta la scena di questo mondo che passa, senza indebolirne la contingenza, esaltandola anzi nella sua dignità perché fatta propria dal Redentore.

Un’attenta lettura della Lettera ai Romani dimostra che il messaggio cristiano è tutt’altro che la distruzione del tragico attraverso un moralismo a buon mercato, bensì l’evoluzione del tragico nella condizione stessa di quanti sperimentano la debolezza e la sofferenza, pur essendo stati giustificati per la loro adesione a Cristo.

Il tragico cristiano coinvolge non soltanto il Figlio, ma anche Dio che non lo ha risparmiato per noi, e lo Spirito che condivide il nostro gemito e quello di tutta la creazione. Solo un Dio che abita la tragicità porta in essa la buona novella della grazia:  solo il Dio umano, che si carica del peso del male che devasta la terra, può liberarci e liberare il mondo.

Il male è stato assunto in Dio, l’unico che così poteva vincerlo. Questo dice la Lettera ai Romani, di così bruciante attualità di fronte al nostro presente e alla sua condizione di naufragio, che non cerca salvatori a buon mercato, ma una prossimità altra e profonda capace di restituire il senso del cammino comune. È Paolo a dirci che in Cristo Dio si è fatto compagno del dolore umano, e proprio così fondamento della speranza possibile:  in questa “follia” il suo messaggio.

Nel paradosso di questo “vangelo tragico” sta tutta la sua provocatoria attualità:  è qui che la speranza cristiana si mostra per quello che è, non evasione consolatoria, ma anticipazione militante dell’avvenire entrato in questo mondo nel Figlio, che ha abitato il nostro dolore, il male che ci ferisce e la morte.

Alla condizione “tragica” dell’esistere umano ha dedicato la sua attenzione più alta Fëdor Dostoevskij:  scavando nelle profondità del cuore umano, da vero “psicologo del sottosuolo”, egli ne scopre le ambiguità strutturali, l’abisso dei “doppi pensieri”. “Chiunque sia passato per Dostoevskij e abbia sofferto con lui – afferma Nikolaj Berdjaev – ha conosciuto il mistero dello sdoppiamento, ha ottenuto la conoscenza degli opposti, si è armato nella lotta contro il male di una nuova potentissima arma, la conoscenza del male”.

E proprio in questo Dostoevskij è cristiano, in quanto unisce in maniera inseparabile, e al tempo stesso carica di eccezionale tensione, il problema di Dio e il problema dell’uomo, che solo nel cristianesimo si sono incontrati fino all’abissale esperienza del Dio crocifisso nelle tenebre del Venerdì Santo:  “Dostoevskij è lo scrittore più cristiano in quanto al centro della sua opera c’è sempre l’uomo, l’amore umano e la rivelazione dell’anima umana. Egli stesso è la rivelazione del cuore dell’essere umano, del cuore di Gesù”.

Pellegrino nei meandri dello spirito, Dostoevskij ne esprime la radicale e costitutiva ambiguità. Attraverso paradossi spinti fino all’estremo, in cui esercita tutta la sua potenza di negazione, egli scopre la tragicità dell’esistenza nel suo essere permanentemente assediata dal nichilismo:  il nulla fascia lo spirito nella sua conoscenza del vero, nella sua volontà del bene, nel suo sentimento del bello.

Lungo le vie della conoscenza del vero, la questione del male si presenta come la sfida alla fede in un Dio, che sia la verità eterna e assoluta del mondo. Il ragionamento è stringente, terribile:  se Dio esiste, l’orrore del male che devasta la terra è senza fine. Ma questo orrore è infinito:  dunque, Dio esiste.

Al tempo stesso però l’argomento si rovescia nel suo contrario:  se Dio esiste, non può essere ammesso l’orrore di un male infinito. Ma questo orrore c’è:  dunque, Dio non esiste. Dal paradosso non si esce che per una radicale conversione del concetto di Dio:  solo se Dio fa sua la sofferenza infinita del mondo abbandonato al male, solo se egli entra nelle tenebre più fitte della miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte.

Questo è avvenuto sulla Croce del Figlio:  perciò Cristo è la verità, alternativa alle presunte verità che la ragione è capace di costruirsi con le sue dimostrazioni. La “singolarità del Vero”, la verità incarnata in un Singolo, identificata con la sua persona, è quanto di più lontano possa esserci rispetto a un pensiero euclideo.

È quanto Dostoevskij sceglie, precisamente in alternativa all’esito nichilista della metafisica occidentale:  “Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo, anziché con la verità”.

La verità che dà ragione di tutto e tutto organizza in un’armonia universale, l’”apoteosi della conoscenza” di cui parla Ivan Karamazov, non vale il suo prezzo:  al Dio di questa verità lo stesso Ivan non esita a restituire il biglietto d’ingresso nel suo regno. Solo la verità che è passata attraverso il fuoco della negazione e si è lasciata lambire dal nulla, solo quella verità salverà il mondo:  è la risposta di Alësa a Ivan. “Fratello (…) tu mi hai chiesto dianzi se esiste in tutto il mondo un essere che possa perdonare e abbia il diritto di farlo. Ma questo essere c’è, e lui può perdonare tutto, tutti, e per tutti, perché lui stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto”.

Solo dal suo interno, insomma, il nichilismo si lascia confutare:  dalle tenebre del Venerdì Santo, dove Dio soffre e muore per amore del mondo, è possibile proclamare la vittoria della vita, perché quella morte è la morte della morte. Il Dio che è morto non è che la verità concepita metafisicamente come ragione e fondamento del mondo, garante di questa totalità, tutta pervasa dall’orrore dell’infinita sofferenza umana.

Sta qui appunto la tragicità ineliminabile dalla conoscenza del vero:  non si arriva alla luce che attraverso la croce; non si entra nella vita che conoscendo la morte. Perciò la fede deve passare nel travaglio del dubbio, l’affermazione nella notte della negazione, e la verità farsi strada nello scandalo e nelle tenebre più fitte, dove ci aspetta il Dio vivo. Anche per questo “è terribile cadere nelle mani del Dio vivente” (Ebrei, 10, 31).

La tragicità dell’esistenza umana si affaccia non di meno sul piano etico:  la dignità del patire – che pure appare fra le forme più alte di purificazione e di accesso al bene – si rivela anch’essa ambigua all’uomo del sottosuolo! Egli non esita a smascherare le torbide delizie e l’equivocità della volontà, che si accompagnano tanto spesso alla sofferenza:  “Il godimento proveniva dalla troppo chiara coscienza che avevo della mia bassezza (…) non c’era scampo, non potevo diventare un altro uomo:  che se anche fossero rimasti ancora tempo e fede per trasformarmi in qualche cosa di diverso, io non avrei potuto mutarmi”.

Ma è appunto in questa affermazione tragica di sé, nutrita dei godimenti più ardenti della disperazione, che il nulla s’affaccia:  “Noi siamo nati morti, e già da molto nasciamo da padri che non sono vivi; e ciò ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto”.

Ed è qui che la volontà di vivere impone un rovesciamento morale, un atto coraggioso, che si esprime in un’etica della decisione. L’alternativa è fra l’abbandonarsi al nulla e il reagire. Ma essa può porsi soltanto a chi ha toccato il fondo disperante del nichilismo:  è lì che l’espiazione diventa possibile, precisamente per chi si pone davanti al Dio entrato nell’abisso, come compagno del dolore umano e insieme supremo e misericordioso giudice del peccato del mondo. Solo chi accetta di fare compagnia alla sofferenza di Dio di fronte al male per amore del mondo, può sperare di vincere il male.

È infine sulla via del sentimento, che anela alla gioia e alla bellezza, che si sperimenta la tragicità dell’esistenza umana e possibilità di una via di uscita:  pochi, come Dostoevskij, hanno percepito la rilevanza del piano estetico in ordine alla redenzione del mondo. È al principe Myskin – il protagonista de L’idiota, enigmatica figura dell’innocente che soffre per amore del mondo – che il giovane nichilista Ippolit pone la domanda:

“È vero, principe, che una volta diceste che il mondo sarà salvato dalla bellezza?”. E il giovane – condannato a morte dalla tisi – si sente in diritto di aggiungere: “Quale bellezza salverà il mondo?”.

Lo spettacolo della sofferenza è tale che nessuna redenzione può essere cercata nella direzione di un’armonica conciliazione, che salti sullo scandalo del dolore del mondo. Ecco perché la bellezza deve essere altra rispetto a tutti i sogni e i desideri possibili di armonia:  senza passare attraverso la sua negazione – che è lo scandaloso spettacolo del male che copre la terra – nessuna bellezza potrà salvarsi e salvare.

Ed ecco che è proprio l’avvicinarsi della fine che rivela la bellezza nascosta:  il tempo rimanda all’eternità proprio perché passa con tanta, inesorabile fugacità. Solo la morte conferisce all’attimo la profondità di una totalità e di un’eternità raggiunte:  solo se ci si approssima al nulla del morire si percepisce la meraviglia del tempo, la gioia della vita.

Anche la bellezza si offre allora nel segno dell’ambiguità, sulla frontiera fra l’essere e il nulla, carica di un’aura tragica:  “La bellezza – dice Dmitrij Karamazov – è una cosa terribile e paurosa, perché è indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due rive si uniscono, qui tutte le contraddizioni coesistono (…)

La cosa paurosa è che la bellezza non solo è terribile, ma è anche un mistero. È qui che Satana lotta con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini”. Solo alla fine la bellezza si manifesterà vittoriosa:  “Quando sarà passato il presente e sarà venuto il futuro, allora il futuro artista troverà forme bellissime anche per la rappresentazione del trascorso disordine e caos”.

Nel presente resta aperto verso la bellezza l’approccio della conversione del cuore, del “dono delle lacrime”, di cui parla lo starec Zosima:  “La natura è bella e innocente, solo noi siamo empi e sciocchi, e non vediamo che la vita è un paradiso! Perché basterebbe che noi volessimo capire, e subito avremmo il paradiso in tutta la sua bellezza, e allora ci abbracceremmo piangendo”.

Il piano del vero si congiunge così a quello del bene, e questo alla ricerca della bellezza. Se è la decisione di fede che apre alla singolarità del vero, rivelata nel Dio crocifisso, la via della verità si incontra con quella della decisione morale; e se è la conversione del cuore che apre al riconoscimento della bellezza che salva, la via estetica si congiunge a quella etica.

La rilevanza della dimensione morale emerge in primo piano:  in realtà è proprio in essa che si gioca più intensamente il conflitto fra nichilismo e redenzione. Ed è qui che si rivela il livello più profondo della tragicità dell’esistenza umana, quello che maggiormente è in gioco nell’eticità dell’atto:  il livello della libertà.

In questo senso, la Leggenda del grande inquisitore è il grande apologo dell’eterno conflitto che rende tragica la vita umana:  il conflitto fra l’audacia della libertà e la tentazione rassicurante della rinuncia a essa. Il cardinale inquisitore di cui narra la Leggenda è la figura di chi ha sacrificato la libertà alla felicità; il Cristo, che gli sta davanti come imputato, è invece il paladino della libertà a prezzo anche della felicità.

Il conflitto fra i due è insanabile:  essi rappresentano l’alternativa radicale che si annida nel cuore di ogni uomo. Fra le due opzioni non c’è via di mezzo, soluzione conciliatoria:  l’aut aut è senza remissione, totale. Ecco perché è in ultima analisi nel mistero del Dio crocifisso che la profonda tragicità dell’esistenza umana è rivelata e redenta:  se Dio ha fatto sua la morte, pagando fino in fondo il prezzo della libertà, la via della croce resterà per sempre su questa terra la via della libertà. E, proprio perché l’amaro calice è stato bevuto fino all’ultima goccia dal Figlio eterno, sarà questa anche la via che porterà alla vita.

Della tragicità dell’esistenza sfidata dal male è consapevole anche un genio speculativo come Immanuel Kant. Nel rigore della sua onestà intellettuale egli non esita a riconoscere le aporie della ragione:  idee, ad esempio, come quelle di Dio e della vita futura, non suscettibili di dimostrazione per via speculativa, costituiscono per lui presupposti inseparabili degli obblighi morali che la ragione ci impone.

Ciò che viene a mostrarsi nell’opera sulla religione entro i limiti della semplice ragione è però tutt’altro che la constatazione pacifica del limite della ragione, quanto piuttosto il quadro di una lotta, il disegno di quelle che potrebbero definirsi le “agonie della ragione” lungo il cammino della libertà:  “La lotta che in questa vita ogni uomo moralmente predisposto al bene deve sostenere, sotto la guida del principio buono, contro gli assalti del principio cattivo, non può procurargli, per quanto si sforzi, un vantaggio maggiore della liberazione dal dominio del principio cattivo. Il guadagno più alto che egli può raggiungere è quello di diventare libero, “di essere liberato dalla schiavitù del peccato per vivere nella giustizia” (Romani, 6, 17).

Nondimeno, l’uomo resta pur sempre esposto agli attacchi del principio cattivo, e per conservare la propria libertà, costantemente minacciata, è necessario che egli resti sempre armato e pronto alla lotta”.

In questo quadro, “quello che meraviglia non è che il filosofo prenda in generale in seria considerazione il male (…) bensì il fatto che egli parli di un principio malvagio, e dunque di una origine del male nella ragione e in questo senso di un male radicale”. “Radicale” è tale male “perché corrompe il fondamento di tutte le massime e a un tempo perché, essendo una tendenza naturale, non può essere sradicato da forze umane”.

Il fondamento del male radicale è presentato da Kant come in qualche modo intrecciato con l’umanità stessa e, per così dire, radicato in essa. Al tempo stesso Kant muove dalla considerazione che non può darsi male morale senza libertà:  il fondamento del male, allora, “dev’essere necessariamente un atto di libertà”.

Ciò che emerge è una vera e propria aporia:  come può la libertà essere al tempo stesso la fonte della moralità e il luogo e principio della sua negazione? È giocoforza cercare la causa altrove, fuori del soggetto. Lo ammette lo stesso Kant:  “Risulta facile capire come dei filosofi, poco inclini ad ammettere un principio esplicativo eternamente avvolto nell’oscurità (ma indispensabile), abbiano potuto misconoscere il vero avversario del bene, pur credendo di combatterlo”.

Quest’avversario  il  pensatore  di Königsberg non esita a chiamarlo Spirito maligno (böser Geist), ricorrendo per descriverlo alle parole dell’apostolo Paolo lì dove egli presenta la condizione umana come lotta contro i principati e le potestà. A presentare il principe di questo mondo, il Satana, quale coprotagonista del dramma del male, è dunque il razionalissimo Kant.

Lontano da ogni spirito illuministico accecato, il filosofo descrive con rara efficacia la tragicità della condizione umana facendo ricorso a Paolo:  “La fragilità della natura umana ha trovato espressione anche nel lamento dell’apostolo:  “Io ho senz’altro la volontà, ma mi manca l’esecuzione” (cfr. Romani,in thesi), è un movente invincibile – soggettivamente (in hypothesi), quando la massima dev’essere applicata, è invece il movente più debole (nei confronti dell’inclinazione)”. 7, 18); vale a dire:  io accolgo il bene (la legge) nella massima del mio arbitrio, ma questo bene – che oggettivamente, nell’idea (

Le sorprese, però, non finiscono qui:  l’alterità irriducibile e inspiegabile che si affaccia nel volto conturbante del male radicale, proprio a partire da questa esperienza si affaccia anche in un altro volto, quello della grazia del Dio onnipotente e misericordioso. La domanda che porta Kant a riconoscere quest’altra forma dell’esperienza dell’Altro è l’antica domanda della salvezza, che nasce dalla conoscenza del male:  come essere liberati dal principio maligno?

La risposta del filosofo si muove all’interno della tradizione teologica cristiana:  “Se in virtù di quel bene che è nella fede siamo esonerati da ogni responsabilità, ciò avviene sempre e soltanto per un decreto di grazia pienamente conforme alla giustizia eterna”. La formulazione che Kant dà all’idea della giustificazione per fede giunge a identificarsi alla lettera con quella della più pura ortodossia luterana:  “Certo, si tratterà pur sempre di una giustizia che non è la nostra”.

Non mancano, però, passi in cui la sintonia con la teologia cattolica della giustificazione sembra evidente:  “La ragione non ci lascia del tutto senza consolazione. Essa ci dice infatti che l’uomo che, animato da una sincera intenzione verso il dovere, fa tutto il possibile per adempiere ai propri obblighi (…) può lecitamente sperare che quanto non è in suo potere verrà in qualche modo completato dalla saggezza suprema”. Lo stesso Barth, riscontrando l’ambivalenza delle posizioni, conclude che Kant risulta più vicino all’anima cattolica, che a quella protestante del cristianesimo.

Al di là dell’interesse teologico che queste tesi comportano, ciò che le rende significative è che esse fanno proprio dell’etica senza trascendenza di Kant la testimonianza dell’impossibilità di una simile etica:  mai si affronterà il male e lo si potrà superare senza la presenza dell’Altro, trascendente e sovrano! Negli abissi della stessa forma “a priori” della moralità – il mondo dell’arbitrio libero e della legge morale – è innegabile la presenza conturbante di un’alterità negativa, cui Kant riconosce la dignità di “princi”.

Proprio l’esperienza e il riconoscimento di questo “male radicale” appellano a un più grande bene, che non può esser frutto solo della carne e del sangue, ma viene da altrove. Le kantiane “agonie della ragione” sono così una sorta di prova sub contraria specie della necessità ineliminabile della trascendenza per la vittoria sul male in questo mondo. Il “razionalista puro” in campo etico-religioso riconosce nelle “agonie della ragione” le sorprendenti, ineliminabili e inquietanti “tracce dell’Altro”. Dal male solo Dio ci può salvare:  non un qualunque Dio, ma quello che ha abitato nella nostra condizione tragica, e l’ha fatta sua, per vincerla al posto nostro e per noi. Il Dio della carità infinita:  il Dio di Gesù Cristo.

(©L’Osservatore Romano – 29 gennaio 2009)

SCUOLA MEDICA SALERNITANA

(LAT)

« Si tibi deficiant medici,
medici tibi fiant haec tria:
mens laeta, requies, moderata diaeta. »

(IT)

« Se ti mancano i medici,
siano per te medici queste tre cose:
l’animo lieto, la quiete e la moderata dieta. »

(Scuola Medica Salernitana, Regimen Sanitatis Salernitanum)

La Scuola medica salernitana è stata la prima e più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo (X secolo); come tale è considerata da molti come l’antesignana delle moderne università

I fondamenti e l’importanza della scuola

La Scuola si fondava sulla sintesi della tradizione greco-latina completata da nozioni provenienti dalle culture araba ed ebraica. Essa rappresenta un momento fondamentale nella storia della medicina per le innovazioni che introduce nel metodo e nell’impostazione della profilassi. L’approccio era basato fondamentalmente sulla pratica e sull’esperienza che ne derivava, aprendo così la strada al metodo empirico ed alla cultura della prevenzione.

Di particolare importanza, dal punto di vista culturale, è anche il ruolo svolto dalle donne nella pratica e nell’insegnamento della medicina.

I principi ed il metodo

Le basi teoriche erano costituite dal sistema degli umori elaborato da Ippocrate e Galeno, tuttavia il vero e proprio bagaglio scientifico era costituito dall’esperienza maturata nella quotidiana attività di assistenza ai malati. Con la traduzione dei testi arabi, si aggiunse a questa esperienza una vasta cultura fitoterapica e farmacologica.

La leggenda della fondazione

La fondazione della scuola risale ai secoli bui dell’Alto Medioevo e non vi è nessun documento che possa certificare con precisione una data di riferimento. La tradizione tuttavia lega la nascita della scuola all’evento narrato da questa leggenda:

Si racconta che un pellegrino greco di nome Pontus si fermò nella città di Salerno e trovò rifugio per la notte sotto gli archi dell’antico acquedotto dell’Arce. Scoppiò un temporale ed un altro viandante malandato si riparò nello stesso luogo, si trattava del latino Salernus; costui era ferito ed il greco, dapprima sospettoso, si avvicinò per osservare da vicino le medicazioni che il latino praticava alla sua ferita. Nel frattempo erano giunti altri due viandanti, l’ebreo Helinus e l’arabo Abdela. Anche essi si dimostrarono interessati alla ferita ed alla fine si scoprì che tutti e quattro si occupavano di medicina. Decisero allora di creare un sodalizio e di dare vita ad una scuola dove le loro conoscenze potessero essere raccolte e divulgate.

 La storia

Nella storia della Schola Medica si possono distinguere tre periodi:

IX-X secolo

Le origini della Scuola dovrebbero risalire al IX-X secolo, anche se su questo primo periodo la documentazione è piuttosto scarsa. Poco si sa della natura, laica o monastica, dei medici che ne facevano parte e non è chiaro se la Scuola avesse già un’organizzazione istituzionalizzata.

Fin dal IX secolo vi era a Salerno una grande cultura giuridica nonché l’esistenza di maestri laici e di una scuola ecclesiastica. Accanto ai maestri del diritto vi erano però anche quelli che curavano il corpo e insegnavano i dogmi dell’arte della salute. I nomi di questi medici partono dalla seconda metà dell’VIII secolo quando Arechi II fissò la sua dimora a Salerno fino all’ XI secolo quando il nome di questa città si diffuse in Europa. La venuta a Salerno di Adalberone di Laon, nel 984 per curarsi, ci fa capire la fama dei medici di Salerno.

Di sicuro è noto che nel X secolo la città di Salerno era già molto famosa per il clima salubre e la sapienza dei suoi medici. Di essi si racconta che «erano privi di cultura letteraria, ma forniti di grande esperienza e di un talento innato». Infatti in questo periodo la natura degli insegnamenti era fondamentalmente pratica e le nozioni venivano tramandate oralmente

XI-XIII secolo

La posizione geografica ebbe sicuramente un ruolo fondamentale nella crescita della Scuola: Salerno, porto al centro del Mediterraneo, subisce e metabolizza gli influssi della cultura araba e greco-bizantina. Dal mare arrivano i libri di Avicenna e Averroè, e dal mare giunge a Salerno anche il medico cartaginese Costantino l’Africano (ossia dell’Ifrīqiya) che visse nella città per diversi anni e tradusse dall’arabo molti testi: gli Aphorisma e i Prognostica di Ippocrate, Tegni e Megategni di Galeno, il Kitāb-al-malikī (ossia “Liber Regius”, o Pantegni) di Alī ibn ˁAbbās (Haliy Abbas), il Viaticum di al-Jazzār, il Liber divisionum e il Liber experimentorum di Rhazes (Razī), il Liber dietorum, il Liber urinarium e il Liber febrium di Isacco da Toledo.

Nell’ Alto Medioevo non vi è giurista o medico che sia un ecclesiastico. La chiesa impediva che avvocati o medici fossero ecclesiastici perché presso le chiese l’insegnamento era solo religioso e dogmatico. Nei Cenobi Benedettini, in obbedienza alla regola, che disponeva l’assistenza agli infermi, era necessario che uno dei monaci attendesse a questo ufficio e raccogliesse piante di riconosciute virtù medicinali: ma non poteva esercitare la sua opera fuori dal Monastero. Ciò ci sta a dimostrare che pur non trovando nell’ Alto Medioevo monaci-medici, i Cenobi Benedettini fossero centro di una vasta cultura medica. Perciò nell’ Alto Medioevo vissero a Salerno due centri di cultura l’uno nel monastero l’altro nel territorio cittadino.

Sotto questa spinta culturale si riscoprono le opere classiche a lungo dimenticate nei monasteri. Grazie alla Scuola Medica, la medicina fu la prima disciplina scientifica ad uscire dalle abbazie per confrontarsi di nuovo con il mondo e la pratica sperimentale.

A tale proposito notevole importanza ebbero i monaci: i monasteri di Salerno e della vicina Badia di Cava dovevano avere una certa importanza nella geografia benedettina, infatti notiamo nella città nell’XI secolo la presenza di tre importanti personaggi di quest’ordine: il papa Gregorio VII, l’abate di Montecassino Desiderio (futuro papa Vittore III) ed il vescovo Alfano I (personaggio eclettico: medico, architetto e poeta).

In questo contesto la Scuola di Salerno cresce e si sviluppa fino a raggiungere il massimo del suo splendore tra il X ed il XIII secolo: Salerno ottiene il titolo di “Hippocratica Civitas” (Città Ippocratica), titolo di cui ancora oggi la città si fregia.

A quell’epoca giungevano alla “Schola Salerni” persone provenienti da tutta Europa, sia ammalati che speravano di essere guariti, sia studenti che volevano apprendere l’arte della medicina. Il prestigio dei medici di Salerno è largamente testimoniato dalle cronache dell’epoca e dai numerosi manoscritti conservati nelle maggiori biblioteche europee.

Nel 1231 l’autorità della scuola veniva sancita dall’imperatore Federico II: nella sua Costituzione di Melfi si stabiliva che l’attività di medico poteva essere svolta solo da dottori in possesso di diploma rilasciato dalla Scuola Medica Salernitana.

XIV-XIX secolo

Con la nascita dell’Università di Napoli, la Scuola cominciò a perdere via via importanza. Col tempo il suo prestigio fu oscurato da quello di università più giovani: Montpellier, Padova e Bologna in primo luogo. L’istituzione salernitana tuttavia rimase in vita per diversi secoli finché, il 29 novembre 1811, fu soppressa da Gioacchino Murat in occasione della riorganizzazione dell’istruzione pubblica nel Regno di Napoli. L’ultima sede fu il Palazzo Copeta.

Le rimanenti “Cattedre di Medicina e Diritto” della Scuola Medica Salernitana operarono nel “Convitto nazionale Tasso” di Salerno per un cinquantennio, dal 1811 fino alla loro chiusura nel 1861, avvenuta per ordine di Francesco De Sanctis, ministro del Regno d’Italia.

Sedi

La scuola, nonostante ci siano al riguardo notizie non suffragate da riscontri documentari, ha avuto varie sedi per l’insegnamento e il conferimento delle lauree. Secondo l’illustre storico salernitano Riccardo Avallone, le sedi d’insegnamento, in ordine cronologico e spesso in contemporaneità, furono: la reggia di Arechi o le sue adiacenze; la cappella superiore e inferiore di S. Caterina, nell’atrio e ai piedi della scalinata marmorea del duomo (le odierne sale San Tommaso e San Lazzaro).

A causa dell’inagibilità della cappella di S. Caterina, la principale sede della scuola fu in seguito il palazzo dell’antica pretura, ubicato in via Trotula De Ruggiero. L’ultima sede della scuola fu l’ex seminario arcivescovile.

La nuova facoltà di Medicina

Il 18 ottobre 2005, il ministro dell’istruzione Moratti, il presidente della Regione Bassolino, il presidente della Provincia Villani, il sindaco di Salerno De Biase e il rettore Pasquino hanno firmato il protocollo d’intesa per l’istituzione della facoltà di medicina nell’Università di Salerno.
La nuova facoltà si pone come continuazione ideale della millenaria tradizione della Scuola Medica Salernitana.

L’ordinamento

Il curriculum studiorum era costituito da:

Era inoltre prevista, ogni 5 anni, l’autopsia di un corpo umano.

Da notare che nella Scuola, oltre all’insegnamento della medicina (dove le donne erano ammesse sia come insegnanti che come studenti), si tenevano anche corsi di filosofia, teologia e legge ed è per questo che alcuni la considerano anche come la prima università mai fondata. Si badi bene, però: non fu mai chiamata “università”, giacché fu proprio con la scuola salernitana che nacque la parola.

Materie di insegnamento

Le materie di insegnamento nella Scuola medica salernitana sono a noi note attraverso uno speciale statuto. I docenti della scuola distinguevano la medicina in teoria e pratica. La prima dava gli insegnamenti necessari per conoscere le strutture del corpo, le parti che lo compongono, le loro qualità, la seconda dettava i mezzi per conservare la salute e per combattere le malattie. E, in conformità di tutte le scuole, che anche a Salerno seguirono, i dogmi della medicina i quali avevano il loro fondamento nei principi di Ippocrate e Galeno, che costituiscono le basi dell’insegnamento medico. I testi più antichi dei maestri di Salerno non si discostano da questa tradizione.

Testi antichi ci informano della diffusione in regioni lontane delle dottrine mediche salernitane. Siffatti cimeli sono compresi in un codice che è conservato nella Capitolare di Modena proveniente dall’Abbazia di Nonantola. L’esistenza di tali documenti, mentre ci conferma l’antichità dell’insegnamento medico a Salerno, d’altra parte ci dà la prova che la tradizione della cultura latina non si era spenta e centro di diffusione di essa era Salerno.

Riguardo poi , alla filosofia aveva un dominio assoluto Aristotele. La Scuola, immobilizzata nelle sue teorie, nacque ippocratica e morì tale, senza seguire le nuove correnti mediche e filosofiche, che avevano portato un profondo rinnovamento nel campo scientifico. Le lezioni consistevano nell’interpretazione dei testi dell’antica medicina. Ma mentre la medicina, procedeva lenta, in Salerno una nuova arte si affacciava nel campo scientifico. Questa arte è la chirurgia che per prima in Salerno si eleva alla dignità di una vera e proprio scienza per opera di Ruggiero di Fugaldo. Egli scrive il primo trattato di chirurgia nazionale che trova la sua diffusione in tutta Europa. Perciò fin dal XII secolo Salerno era meta di studenti stranieri specialmente tedeschi. Ma con la diffusione dei libri arabi, l’influenza scientifica della scuola, che si riteneva attaccata alle tradizioni latine andò diminuendo, mentre nelle principali università dell’Italia Settentrionale ebbero notevole sviluppo le dottrine arabe. Di queste era un seguace e divulgatore un alunno della scuola di Salerno, Bruno da Longobucco.

L’Almo Collegio Salernitano

Il Collegio Medico era un corpo accademico indipendente della Scuola. Esso aveva lo scopo di sottoporre gli scolari che avevano compiuto gli anni di studio richiesti ad un rigoroso esame per ottenere il privilegio dottorale, non solo per esercitare la medicina ma anche per insegnare.

Il Collegio Medico era un’organizzazione professionale per la difesa dei propri interessi e della propria dignità e anche per porre un freno all’opera nefasta dei medicastri.

Il primo atto sovrano che convalidò le prerogative del Collegio dando il riconoscimento giuridico ai titoli accademici da esso rilasciati, risale all’imperatore Federico II nel 1200. Tutti i medici della città erano Alunni e anche essi gradualmente avevano il diritto di entrare nel Collegio. Per consuetudine la funzione del conferimento delle lauree si svolgeva nella Chiesa di San Pietro a Corte, o in San Matteo o nella Cappella di Santa Caterina.

Ma all’inizio dell’anno 1000 il conferimento ebbe luogo nel palazzo di città. Il giuramento rappresentava la più alta concezione morale della funzione del medico, il quale giurava di porgere il suo aiuto al povero senza chiedere nulla e nello stesso tempo era una sublime affermazione dinanzi a Dio e agli uomini di serbare una vita onesta e severità di costumi. Per conseguire la licenza all’esercizio della farmacia, cioè in arte aromatariae si richiedevano al candidato qualità morali spiccatissime, onestà e illibatezza di costumi, qualità queste che la Scuola tenne sommamente in pregio. I diplomi di laurea molto spesso rappresentavano la manifestazione più evidente dei sentimenti religiosi dei giovani, che conseguirono il titolo di dottorale in Salerno. L’autenticità dei privilegi dottorali era attestato dal notaio. Il privilegio dottorale, rilasciato dal Collegio di Salerno, aveva valore dovunque il laureato in Salerno si presentasse per predicare l’esercizio professionale. Nei privilegi dottorali non solo era segnata la data in cui il candidato aveva sostenuto l’esame ma anche l’anno del pontificato di chi era stato elevato al seggio pontificio. Il calendario civile, variava secondo i diversi stati ma non variava ovviamente l’anno di elevazione al pontificato. Onde per la stessa universalità della Chiesa cattolica era logico che si tenesse in conto l’anno di riferimento del pontificato, tanto più che il privilegio assai spesso era destinato ad assicurare la capacità scientifica del laureato in paesi stranieri. Ai diplomi non mancava mai il sigillo del Collegio in ceralacca. In questi sigilli di forma circolare è ben visibile nel mezzo lo stemma della città rappresentato dal patrono San Matteo in atto di scrivere il Vangelo.

I docenti della scuola

Occorre fare una distinzione tra il medicus e il medicus et clericus perché segnano due periodi distinti della medicina salernitana. Il medicus rappresenta le origini in cui l’arte è empirismo ed egli ricorre ad espedienti per porgere aiuto al sofferente. Il medicus et clericus si distingue per la conoscenza dell’arte e per dottrina perciò è un dotto. Con Garioponto (che esamina gli antichi scrittori latini prendendo Ippocrate e Galeno a modello) la medicina salernitana comincia il suo periodo aureo. Con Garioponto vediamo la per la prima volta una donna, la famosa Trotula de Ruggiero che ascende agli onori della cattedra, detta preziosi dogmi di medicina e dà istruzioni per le partorienti. All’inizio dell’anno mille a Salerno c’era una scuola ben ordinata la quale sorse per opera di cultori delle discipline mediche. Si ritiene che l’epoca della fondazione della scuola risalga alla comparsa della Societas forse intorno alla prima metà dell’XI secolo. La prima costituzione della Societas si formò per opera di quei jatrophisici, che presero sede sul colle Bonae diei e Salernitam Scholam scripsere. Furono essi che gettarono le basi di quella scuola e di essa tramandarono il ricordo dettando il Flos medicinae, monumento di grandezza e di pietà che parla al popolo con la parola del cuore e ad esso corre incontro per dargli il farmaco che lo sollevi.

L’insegnamento della medicina a Salerno nel Medioevo era esercitata da privati docenti cui veniva dato l’appellativo di medici. All’epoca scarso era il numero dei medici e molti erano avviati all’arte salutare per tradizione di famiglia e ciò perdurò per varie generazioni. La Schola era un istituto con un’organizzazione indipendente, costituita da insegnanti con particolari meriti e di essa era responsabile il Praeses. Fu titolo di merito l’anzianità quando fu creato il Prior come suprema dignità del Collegio. Ma il Praeses non aveva nulla in comune col Prior poiché la sua autorità si svolgeva nell’ambito del collegio sorto più tardi. La Scuola medica salernitana può contare numerosi maestri. Le dottrine mediche diffuse da Garioponto e dai suoi contemporanei non si estinsero con essi; altri maestri seguirono le loro orme. Nella seconda metà del XII secolo tre illustri maestri onorarono i loro predecessori: maestro Salerno, Matteo Plateario junior e Musandino. Notevoli furono del maestro Salerno le sue Tabulae Salernitanae in cui riunì i semplici secondo le loro virtù, Il Compendium che completa le Tabulae e forma con esse un trattato di terapia generale e di preparazione dei farmaci. Matteo Plateario junior apparteneva ad una famiglia di insigni cultori dell’arte medica. Nelle sue Glosse Plateario junior descrive piante e dà cognizioni intorno alla sofisticazione di vari prodotti medicinali. Musandino è il celebre maestro, il Praeses, la somma autorità di quel consesso di dotti, destinati a divulgare i dogmi della medicina. Un eminente figura di prelato, ben degno di stare accanto all’Arcivescovo Alfano, fu Romualdo II Guarna che ebbe una speciale predilezione per l’arte medica. Egli fu chiamato due volte al capezzale di Guglielmo I di Sicilia. Un altro maestro tenuto in gran conto dalla regina Giovanna II di Napoli fu Antonio Solimena che fiorì alla fine del XIV secolo. Egli si distinse per la sua dottrina e per le grandi prove da lui date di sapere. Perciò egli fu elevato all’alto ufficio di Maestro Razionale della Magna Curia. Altra figura nobilissima di patriota e di scienziato fu Giovanni da Procida. Non mancano nei secoli precedenti maestri salernitani che prestarono la loro opera ad operazioni belliche. A servizio dell’esercito di Roberto d’Angiò, duca di Calabria, operante in Sicilia nel 1299 si trovano Bartolomeo de Vallona e Filippo Fundacario. Molte opere di maestri salernitani andarono perse. Ai maestri della scuola spetta il grande merito di aver dettato per la prima volta le norme che il medico deve seguire, quando egli si trova presso il letto del malato. Esse sono un documento prezioso, da cui si rivela quanta importanza quei maestri attribuissero alla missione del medico e quale fosse il loro spirito di osservazione e la profonda conoscenza del corpo umano.

Il Regimen Sanitatis Salernitanum

Per approfondire, vedi la voce Regimen Sanitatis Salernitanum

 

DON VINCENZO CIMATTI SDB

Vincenzo Cimatti, chi era costui?

           Un missionario, un salesiano, un musico, laureato in scienze naturali e filosofia, ma sopratutto un santo. Lui diceva che voleva diventarlo, ma non pensava di esserlo. 

           Lo chiamano il Don Bosco del Giappone. Lui Don Bosco lo vide coi suoi occhi quando aveva tre anni. La mamma gli disse: “Vicenzino, guarda Don Bosco!” E lui lá, in una chiesa di Faenza lo guardò, e se lo ricordò per tutta la vita. Cercò di imitarlo e ci riuscì. Lo amava e aveva un cuore grande come quello di Don Bosco.

           Amò la musica. Suonò e compose per tutta la vita: 950 composizioni musicali e 2000 concerti in Giappone , in Manciuria, nella Corea del Nord e del Sud. 

           Tutti gli volevano un gran bene e conservarono le sue lettere: sono più di 6000. Diceva che voleva bene a tutti, adulti e bambini, uomini e donne e doveva frenare il suo cuore troppo sensibile. Ma più di tutto amava Gesù e “la Mamma”, Maria, come la chiamava lui. 

           Non gli piacevano le cariche, ma dovette sempre accettarle.

           Gran lavoratore, diceva: “Il lavoro è la mia salute” . Ma i soldi furono la sua croce. 

           Era l’uomo più naturale del mondo, nell’agire, nel parlare, nel pregare, con quel suo atteggiamento senza pose che incantava tutti, adulti e piccoli, con un sorriso indimenticabile.

            La sua passione fu il Giappone. Ma quanto ebbe a soffrire…! Nessuno se ne accorgeva, perchè non voleva essere di peso a nessuno.

            Il suo corpo, dopo 12 anni dalla morte fu trovato intatto, ancora soffice e flessibile.

            Per farlo Santo ora ci vuole un miracolo.

Vuoi conoscere don CIMATTI attraverso le sue lettere?

Ecco le prime raccolte:

  1. Lettere 1896 – 1903

  2. Lettere 1904 – 1919

  3. Lettere 1920 – 1922

  4. Lettere 1923 – 1925

  5. Lettere 1926

- Possibilità di ricerca nella raccolta completa delle oltre 6.000 lettere

Raccolta completa delle oltre 6.000 lettere (occorre attendere qualche istante per il caricamento della pagina)

Chi avesse da segnalare grazie ricevute può rivolgersi a:

Don Gaetano Compri  -  Giappone 

 Missionario in Giappone, vice-postulatore della causa del Ven. Don Vincenzo Cimatti. Veronese di nascita, partì per il Giappone nel 1955 a 25 anni.

 Don Compri spera che presto Don Cimatti sia dichiarato Beato, e per questo domanda a tutti di pregarlo affinché interceda presso il Signore che ci conceda il miracolo richiesto per la sua beatificazione. Sente però che Don Cimatti, avendo lavorato per 40 anni nel lontano Giappone, in Italia non è ancora abbastanza conosciuto. Eppure è una figura straordinaria di santità moderna, che non si deve dimenticare. È sicuro che se si leggono le sue lettere, sarà per molti una grande scoperta.

 Indirizzo: Salesian Seminary, Fujimi-cho 3-21-12, Chofu-shi  182-0033 TOKYO  JapanE-mail di Don Compri: compri@v-cimatti.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.www.v-cimatti.com

FATEBENEFRATELLI: I CAMPIONI DELL’OBSEQUIUM PAUPERUM – Antonio Scarcello

I campioni dell’obsequium pauperum:

i Fatebenefratelli


Nel periodo compreso tra la fine del Medioevo e gli albori dell’Evo Moderno, lungo le principali arterie di transito, una fitta e consolidata rete di strutture ricettive assicurava assistenza e protezione a pellegrini e  viandanti, oltre che ai diseredati e indigenti del circondario in cui sorgevano. Anche in Calabria, lungo la via Popilia, vi erano edifici – ospedali, magioni, ospizi – adibiti a tale funzione, soprattutto nei tratti più impegnativi: «le nuove realtà dei monasteri, urbani ed extraurbani, di tradizione greco-basiliana o latino-benedettina – scrive Marco Tangheroni – avevano nell’apertura all’ospitalità dei pellegrini una delle loro caratteristiche fondamentali e potevano perciò costituire – nei casi più importanti anche con appositi xenodochia – una buona alternativa per i viaggiatori»[1]. Più tardi la definizione di xenodochium fu affiancata da quelle di hospitale e hospitium, ed i termini divennero intercambiabili[2]. Nella maggior parte dei casi questi luoghi di assistenza erano retti dai grandi ordini Ospedalieri come quello di S. Giovanni di Dio, detto Fatebenefratelli (dall’intercalare dei questuanti), o come quello del Santo Sepolcro.

Accanto a queste strutture tradizionali adibite all’ospitalità, erano attive anche le diaconie monastiche, «edifici destinati ad accogliere poveri, pellegrini, infermi…»[3], la cui opera contribuiva ad alleviare le mortificazioni della miseria e i disagi di quanti s’incamminavano sull’impervia strada della redenzione, verso le mete di culto di breve percorrenza e in direzione delle cosiddette peregrinationes maiores (Roma, per ammirare la famosa Veronica; Gerusalemme, per visitare i luoghi della predicazione e della passione di Cristo; Santiago di Compostela, per prostrarsi sulla tomba dell’apostolo Giacomo).

Nella rigogliosa fioritura di Ordini religiosi che nel corso del XVI secolo fecero la loro comparsa nella città di Cosenza e nei casali viciniori, una menzione particolare spetta appunto ai Fatebenefratelli, preposti alla cura degli ammalati e a dare sollievo ai bisognosi di assistenza. Fondati nel 1537 dal portoghese S. Giovanni di Dio, divennero presto un punto di riferimento importantissimo per la società coeva, svolgendo una funzione sociale di primo piano, attraverso le opere di carità e la gestione di ospedali e ospizi attivi fuori e dentro la città.

Gli Ospedalieri di S. Giovanni di Dio vennero a Cosenza nel 1593. In un protocollo è riportata la notizia del consenso alla venuta de «li fili de Giovan de Dio per far hospitali et carità alli infermi»[4]. Ad essi fu assegnato il vecchio monastero di S. Chiara, a Portapiana, che divenne casa e ospedale e che prese il nome di S. Maria della Sanità[5]. Con questo titolo liturgico venivano indicate strutture – generalmente monasteri, chiese, diaconie monastiche, ecc. – adibite alla cura degli infermi e all’accoglienza dei forestieri.

Nel piccolo casale di Laurignano, nella seconda metà del XVI secolo, i malati, gli indigenti, i trovatelli, gli orfani, gli emarginati beneficiavano di oboli, elemosine e della munificenza di qualche ricco benefattore. In un atto del notaio Giordano, rogato a Cosenza il 28 settembre 1569, è riportata la notizia che la nobildonna Caterina Sersale lasciò 200 ducati ai poveri di Laurignano e 20 libbre di cera alla chiesa parrocchiale di S. Oliverio[6]. Ma la grave e diffusa situazione di pauperismo che colpiva ripetutamente la Calabria, causata dalle carestie, epidemie, terremoti e altre calamità, non poteva risolversi attraverso slanci di generosità isolati. Occorreva ben altro.

Ed è proprio in un contesto così difficile che s’innesta, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, la presenza nel territorio di Laurignano dei Fatebenfratelli e dei Francescani, la cui attività era mirata a prestare assistenza a poveri, infermi e bisognevoli di cure. Scopo fondamentale della loro missione era l’impegno caritativo quotidiano, l’obsequium pauperum che esercitavano principalmente nei confronti di viandanti e pellegrini e di tutta quella vasta umanità di sofferenti – i pauperes Christi – che popolava la società del tempo.

Sul finire del XVI secolo, come notato in precedenza, un monasterium dedicato a S. Maria della Sanità venne fondato  nella località S. Basilio, l’attuale Turra ‘e Santi, nella zona di Granci, dai Conventuali Francescani. La struttura, con ogni probabilità, oltre che luogo di culto, fungeva anche da struttura di accoglienza per indigenti e bisognosi di cure. Ed è proprio in questo monasterium, verosimilmente, che i Fatebenefratelli svolsero la loro attività a sostegno dei poveri. Hans Conrad Peyer ha scritto che «il ricovero per pellegrini, mercanti e poveri veniva anche indicato con i termini di ecclesia, oratorium, e monasterio, ma spesso non si capisce se queste definizioni si riferissero alla non rara usanza di alloggiare gli ospiti nella chiesa stessa, o invece nei dormitori ad essa connessi»[7].

Il monastero della Stozza, fondato ex-novo o ampliato dai Francescani nel 1591, con il titolo dedicato a S. Maria Assunta, venne indicato successivamente con il termine «romitorio», mantenendo la stessa insegna liturgica. La struttura, trovandosi a ridosso della via Popilia, svolse la funzione di luogo di accoglienza per pellegrini, viandanti in genere e poveri del luogo. Nei Registri parrocchiali di S. Oliverio Martire relativi a tutto il Settecento la struttura è attestata come Romitorio della Stozza o di S. Maria Assunta.

Gli ospizi monastici e le case di accoglienza per malati e indigenti sorgevano spesso, come abbiamo visto, grazie alla generosità di benefattori occasionali, ed erano soggetti al diritto ecclesiastico e alla giurisdizione episcopale[8]. Normalmente erano collegati ad una chiesa o ad un monastero e affidati a religiosi di provata probità. I Conventuali vennero a Laurignano e chiesero la licenza di «pigliare casa» per prendersi cura degli infermi e per compiere «santa opera pia», secondo la rigida applicazione dei decreti tridentini inaugurata da Pio V e proseguita dai suoi successori[9]. Non bisogna dimenticare che gli uomini di chiesa avevano il dovere dell’hospitalitas, in ragione di «precisi codici di comportamento che facevano leva sull’imitatio Christi»[10]. A cavallo tra il XVI e il XVII secolo, quando l’arcivescovo di Cosenza Costanzo chiamò i Fatebenefratelli da Laurignano, per favorire gli ordini regolari nella città[11], le due strutture rimasero attive. Il monastero della Stozza continuò la sua attività sotto il controllo di una piccola comunità di Eremiti.

Al confine tra i territori di Cosenza e Laurignano, nelle vicinanze della via Popilia, sorgeva un ospedale che assicurava la cura agli infermi e assistenza ai viandanti. Nel Liber emortualium della parrocchia di S. Oliverio Martire ricorre frequentemente un «hospedale» e lo «molendino dell’ospedale»[12]. La stessa fonte ci dà la conferma che la struttura esisteva ancora nella prima metà del Settecento. Nicola Valentini, rector della parrocchia, nel 1719, registrò la morte di una certa Perpetua Mauro in «domo ubi dicitur lo molendino dell’Hospedale» e quella di Giulia de Orangis avvenuta nel 1726 nello stesso luogo[13]. L’ospedale era la casa dei poveri – la domus pauperum –luogo dove accogliere e nutrire gli indigenti.

Lungo le principali vie di transito sorgevano anche ospizi, che esplicavano normalmente le stesse mansioni degli ospedali. In prossimità del fiume Busento, a ridosso della via Popilia, nella zona denominata oggi Molino Irto, è probabile che vi fosse un ospizio – o comunque una pertinenza di una struttura ricettiva – adibito a luogo di accoglienza per viandanti e pellegrini, oltre che per i diseredati delle zone limitrofe. La conferma ci è data dal Libro dei morti della parrocchia di S. Oliverio, nel quale sono registrati due atti assai significativi. Nel 1721, il parroco Valentini annotò la morte del ventitreenne Costantino Aiello, avvenuta «in ospitio», mentre dieci anni più tardi, nel 1731, nel Liber è riportato il decesso di Ursula Cubello «in feudo cujus Venerabile Hospitius», gestito «in emphjteusim in loco ditto il Ponte di Basento»[14].

Fino a quasi tutto il Settecento, i Registri parrocchiali ci danno la conferma che anche la struttura posta sul versante del Busento era attiva, abitata e gestita dai monaci Riformati, al servizio di quanti transitavano lungo la via pubblica che costeggiava il fiume. Gli ospedali e gli ospizi del Medioevo e dell’Età Moderna erano bettole di infima qualità, senza i comfort e le comodità di oggi. Le osservazioni del Russo in proposito appaiono quanto mai significative: «quando si parla di ospizi o ospedali o infermerie [...], bisogna allontanare l’idea che se ne ha oggi. In quei tempi infatti si trattava di ben misera cosa: due o tre stanzucce, generalmente addossate alla chiesa , maltenute, con tre o quattro letti, custodite da un salariato, che non si potrebbe nemmeno chiamare “infermiere”. Vi venivano ricoverati i poveri, i nullatenenti, i miserabili, che vi andavano malvolentieri, preferendo morire a casa propria, quando l’avevano. L’attrezzatura poi era poverissima e raramente apprestava rimedi alle malattie. Si capisce perciò come fino ai tempi moderni la mentalità popolare calabrese fosse quanto mai contraria al ricovero nei così detti ospedali»[15].

Il termine hospedale indicava l’edificio ove venivano ospitati poveri e pellegrini in transito. «L’ospedale – ha scritto Bronislaw Geremek – svolgeva la funzione di alloggio temporaneo degli stessi mendicanti e di punto di distribuzione delle elemosine»[16]. Essi avevano il compito del ricovero: offrire un posto per dormire e per la distribuzione periodica o giornaliera dei viveri. Oltre ai poveri itineranti – in primo luogo i pellegrini – gli ospedali e i ricoveri ospitavano i poveri che vi abitavano in pianta stabile[17].

Le rendite dell’ospedale derivavano da fitti di piccole case, da vigneti, dalla vendita di foglie di gelso. Nella “guida” più famosa di tutta la letteratura odeporica del Medioevo, il cosiddetto Liber Sancti Jacobi o Codex Calixtinus, si fa riferimento anche a pellegrini calabresi che si recavano a Compostela, in Galizia, per pregare dinnanzi alle reliquie di S. Giacomo[18]. In tale documento gli ospedali sono attestati come «luoghi santi, case di Dio, riconforto dei santi pellegrini, riposo degli indigenti, consolazione dei malati, salvezza dei morti e soccorso dei vivi»[19].  Edificare questi luoghi santi significava assicurarsi il regno di Dio. Grazie ad essi, i viaggiatori morti di fatica lungo la strada o uccisi dai briganti potevano godere di una sepoltura in terra benedetta, desiderio ardente fino all’ossessione nelle generazioni medioevali[20]. Non bisogna dimenticare che, nei secoli passati, le vie di comunicazione erano insicure, irte di difficoltà e di pericoli, popolate da malfattori che depredavano e razziavano quanti vi transitavano.

Le strade percorse dai pellegrini per raggiungere i luoghi di culto, per tutto il Medioevo, in Calabria, rimasero sostanzialmente gli antichi tracciati romani, la Popilia e le litoranee tirrenica e jonica.  Nella Capua-Reggio si immettevano numerose strade secondarie ed anche semplici diverticoli: insomma, un reticolo viario di adduzione sia ai centri abitati sia ai luoghi di culto, quindi funzionale alle pratiche votive e devozionali assai in voga nella regione e nel territorio laurignanese.

Non a caso i monasteri francescani della Stozza e di Granci vennero fondati a ridosso della «via publica», indicata per lo più come linea confinaria tra varie proprietà e attestata nelle fonti documentarie del ‘500. La via Popilia, viceversa, non compare in nessuno degli itineraria conosciuti, pur essendo tra gli assi viari più transitati di tutto il Medioevo[21]. Il territorio di Laurignano, per il fatto di essere un passaggio obbligato lungo l’importante arteria romana, non fu certo estraneo a queste dinamiche cultuali e religiose. Ma anche su questo fronte, purtroppo, siamo costretti a registrare una carenza di fonti sconfortante, che rende assai arduo il compito di collocare al posto giusto i tasselli di un mosaico tanto suggestivo quanto difficile da comporre.


[1] M. Tangheroni, Forme di insediamento e comunicazioni terrestri, in Le vie del Mezzogiorno. Storia e scenari, Roma 1998, p. 45

[2] M. Salerno, Domus degli Ospedalieri di S. Giovanni di Gerusalemme e vie di pellegrinaggio nel Mezzogiorno d’Italia, in Viaggi di monaci e pellegrini, a cura di P. De Leo, Soveria Mannelli 2001, p. 80

[3] N. Ferrante, Santi italo-greci in Calabria, Roma 1992, p. 37, nota 10

[4] F. Russo, Storia dell’Arcidiocesi…cit., p. 220

[5] Ibidem, p. 220

[6] ASCS, notaio Giordano, anno 1569, sch. 862

[7] H. C. Peyer, Viaggiare nel Medioevo. Dall’ospitalità alla locanda, Bari 2000, p. 130

[8] P. Dalena, Dagli Itinera ai Percorsi. Viaggiare nel Mezzogiorno medievale, Bari 2003, p. 148

[9] F. Russo, I Francescani Minori…cit., p. 84

[10] M. Salerno, Domus degli Ospedalieri…cit., p. 129

[11] F. Russo, Storia dell’Arcidiocesi…cit., p. 489

[12] ASCS, Liber emortualium

[13] Ibidem

[14] ASCS, Liber emortualium

[15] F. Russo, Medici, chirurghi e assistenza sanitaria in Calabria nel medioevo, in Mestieri, lavoro e professioni nella Calabria medievale: tecniche, organizzazioni, linguaggi, Atti dell’VIII Congresso Storico Calabrese, Palmi (RC) 19-22 novembre 1987, Soveria Mannelli 1993, p. 410

[16] B. Geremek, La pietà e la forca…cit., p. 36

[17] Ibidem, p. 34

[18] Per il pellegrinaggio compostellano dei calabresi si rinvia all’ottimo saggio di P. De Leo, Per un’indagine sul pellegrinaggio dei Calabresi a Santiago de Compostela, in Viaggi di monaci e pellegrini…cit., pp. 69-76

[19] P. Caucci von Saucken, Guida del pellegrino di Santiago, Milano 1989, p. 73

[20] R. Oursel, Pellegrini del Medioevo: gli uomini, le strade, i santuari, Milano 1979, p. 66

[21] G. Roma, Le vie dei pellegrini verso la Terra Santa: la via Annia o Popilia, in La via Popillia. Una strada da ripercorrere, Atti del convegno di studi Scigliano-Morano Calabro28-29 settembre 1996, Castrovillari 1999, p. 35

12 – PADRE NOSTRO – LA CONSOLAZIONE NELLE TRIBOLAZIONI – Luca Beato oh

XII 

LA CONSOLAZIONE NELLA TRIBOLAZIONE

( ma liberaci dal male )

 

Di Luca Beato oh

 

L’idea della consolazione richiama per contrapposizione quella della tribolazione e della sofferenza. Si consola chi soffre e chi piange non chi sta bene.

Nell’Antico Testamento ci sono due libri di consolazione. Il primo in ordine di tempo è quello del profeta Geremia, si trova nei capitoli 30 e 31 e si rivolge agli Ebrei del Regno del Nord, deportati dagli Assiri nel 722 a.C. Il Profeta promette loro a nome di Dio il ritorno in Patria. Il secondo è opera del profeta Isaia, più precisamente il secondo Isaia, dal capitolo 40 al 55 e si rivolge al popolo del Regno di Giuda, deportato a Babilonia nel 587 a.C. La Consolazione del ritorno in patria si realizza con l’editto di Ciro, re dei Persiani nel 538 a.C. e culmina con la ricostruzione del tempio di Gerusalemme nel 515 a.C.

 

Le immagini usate dai profeti sono di due tipi: negative se riguardano la schiavitù e positive se riguardano la liberazione. “In quel giorno romperò il giogo togliendolo dal suo collo, spezzerò le sue catene” ( Ger 30,8 ). “La tua ferita è incurabile” ( Ger 30,12.15 ). “Farò cicatrizzare la tua ferita e ti guarirò dalle tue piaghe” ( Ger 30,17). “Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni” ( Ger 31,9 ) … “perchè io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito” ( Ger 31,9 ). “Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui una profonda tenerezza” ( Ger 31,20 ). Il lutto verrà cambiato in gioia. Il popolo sarà felice senza afflizioni. La gioia riempirà il cuore dei giovani e dei vecchi e si esprimerà nel canto e nella danza. Godranno tutti dell’abbondanza dei frutti della terra: grano, mosto, olio; e dei frutti del gregge e degli armenti ( Ger 31,12-13 ).

 

L’azione consolatrice di Dio viene espressa con diverse immagini. Dio è per il suo popolo un pastore molto premuroso “che porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri ( Is 40,11; Ger 31,10 ). E’ come lo sposo che gioisce per la sua sposa ( Is 62,5; 61,10 ), è come la madre che consola il proprio figlio ( Is 66,13 ).

 

Nella terra d’Israele ci sarà gioia e pace perfetta. Verrà eliminato il pianto e l’angoscia di mezzo al popolo, che godrà il frutto del proprio lavoro senza pericolo di razzie; godranno tutti buona salute e vita lunga ( Is 65,19-25 ). Gerusalemme sarà nell’abbondanza e tutto il popolo ne potrà godere. Per esprimere questa realtà viene usata l’immagine del bimbo che succhia felice il seno materno ripieno di latte. “Succhierete deliziandovi all’abbondanza del suo seno”( Is 66,11). Oppure l’immagine del bimbo portato in braccio e coccolato da sua madre. “I suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati ( Is 66,12 ).

 

Il profeta Ezechiele paragona il ritorno del popolo ebreo dalla schiavitù di Babilonia a una “risurrezione”. E’ la famosa visione delle ossa aride, che riprendono vita per la forza di Dio, descritta con straordinario verismo ( Ez 37, 1-10 ) e poi spiegata in questa maniera: “ Queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” ( Ez 37,11-14 ).

 

Risorgere vuol dire riprendere a vivere come popolo libero nella propria terra, dove poter crescere, moltiplicarsi, godendo dei frutti di questa terra, il grano, il mosto e l’olio, ecc. Per gli Ebrei vale sempre il trinomio: Dio – popolo – terra. La salvezza di Dio consiste nell’assicurare una terra al suo popolo.

Più tardi, al tempo dei Maccabei ( Mac 12, 38-45) nel 160 ca. a.C. troviamo una chiara affermazione della fede degli Ebrei nella risurrezione dei morti. Ma al tempo di Gesù i Sadducei non ci credevano ancora ( Mt 22,23 ss; Mc 12,18 ss; Lc 20,27 ss ).

 

Il Consolatore

 

Il consolatore d’Israele è Dio stesso che libera il suo popolo dalla schiavitù e gli permette di vivere una vita serena e pacifica nella sua patria. Ma anche i profeti hanno un compito importante nella consolazione del popolo. “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio, parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità” ( Is 40,1-2; cfr 61,1-9 ).

 

Ma il tanto auspicato ritorno in patria è stato alla lunga piuttosto deludente. Il popolo si trova ridotto a due tribù e mezza ( Giuda, Beniamino e mezza Levi ) quindi molto debole ed esposto alle invasioni. In questa situazione critica i profeti tengono accesa la speranza di un futuro migliore per opera di Dio. Le speranze del popolo si coagulano attorno alla figura del Messia, che avrebbe riportato il Regno di Giuda alla grandezza e allo splendore del tempo di Davide. Col tempo la speranza di salvezza del popolo viene proiettata verso orizzonti inaspettati: non più soltanto un popolo, una terra, una potenza politico-religiosa, ma una nuova èra messianica rivolta a tutti i popoli, perchè il Messia farà “cieli nuovi e terra nuova”.

 

E’ il grande sogno del profeta Isaia ( Is 2,2-4 ). Infine il profeta Daniele nelle sue visioni apocalittiche attribuisce al Messia i poteri divini di governare su tutte le genti e di giudicarle. Egli infatti vede “il figlio dell’uomo” salire sulle nubi del cielo e ricevere da Dio il regno universale ed eterno. “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo serviranno; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà distrutto” ( Dan 7,13-14 ).In conclusione si può dire che nell’A.T. appare chiaro che è Dio che prende l’iniziativa di liberare il suo popolo, stringere con lui un’Alleanza, promettergli una terra feconda dove possa crescere, moltiplicarsi e vivere in pace. E’ Lui che castiga il suo popolo, quando infrange l’Alleanza, ma lo fa per correggerlo e quindi alla tribolazione – che dura poco – fa seguire la consolazione che è destinata a durare per sempre, mediante la risurrezione alla fine dei tempi.

 

I profeti hanno un compito importante in mezzo al popolo. Infatti l’azione salvifica di Dio normalmente non si verifica in modo evidente, bisogna che qualcuno la sappia rilevare e riesca a farla risaltare davanti agli occhi del popolo. Il profeta è la persona capace di fare una lettura teologica della storia, facendo risaltare l’azione salvifica di Dio in mezzo al groviglio delle vicende umane, nel passato e nel presente con proiezioni cariche di speranza nel futuro.

 

Gesù consola e risuscita

 

Al centro della predicazione di Gesù sta l’annuncio dell’avvento del Regno di Dio ( Mc 1,14-15 ). Dio intende realizzare il suo progetto di salvezza per il suo popolo, affermando la sua Signoria, assumendo le funzioni dirette di governo e di direzione del mondo. Questo Regno realizza le promesse profetiche e messianiche, quindi segna il tempo della salvezza, del compimento, del perfezionamento della presenza di Dio nel mondo.

 

La predicazione del Regno di Dio si colloca in un orizzonte apocalittico. Gesù, come tutta la generazione apocalittica giudaico-cristiana ( specialmente S. Paolo ) attendeva l’avvento del Regno di Dio in un futuro imminente. In questa luce si spiega l’insegnamento di Gesù sulla noncuranza della propria vita, del vitto, del vestiario, ecc. E’ in questa luce che vanno interpretate le parabole del Regno: esso è la cosa più importante, per esso si deve sacrificare tutto. C’è grande contrasto tra i suoi umili inizi e il suo grandioso compimento finale. E’ la potenza di Dio che realizza tutto ciò, sconfiggendo le forze del male. Gesù non è soltanto l’annunciatore del regno di Dio come imminente, ma ne è anche il realizzatore nel presente. E’ Lui il seminatore che semina la parola di Dio. E’ Lui che guarisce i malati, risuscita i morti e perdona ai peccatori. E’ Lui che inaugura la realizzazione del Regno di Dio.

 

Gesù si occupa contemporaneamente del già e del non ancora. Tramite Gesù, il Regno di Dio del futuro è già una forza operante nel presente. Il Regno di Dio non è una promessa consolatoria che riguarda il futuro escatologico, una proiezione dei desideri inappagati, come volevano i filosofi “del sospetto” Feuerbach, Marx e Freud. Il futuro è appello di Dio al presente. Già ora bisogna strutturare la vita secondo la prospettiva del futuro assoluto. Il presente è il tempo della decisione alla luce del futuro assoluto di Dio.

 

Anche le beatitudini ( Lc 6,20-2; Mt 5,3-12 ) vanno interpretate alla luce del Regno di Dio. Ci riferiamo alle beatitudini “nuove” di Gesù, non a quelle di tipo sapienziale, che c’erano già nell’A.T. Quando Gesù dice ai poveri, ai sofferenti e ai perseguitati: “Beati voi!” significa che Dio, instaurando il suo Regno, si ricorda di loro per tirarli fuori dalla situazione di sofferenza in cui si trovano, come ha fatto con gli Ebrei quando erano schiavi in Egitto o a Babilonia.

 

La beatitudine è quindi una promessa di Dio che genera gioia subito in chi la ascolta e la fa fiduciosamente propria. Già irrompe nella vita di costui il futuro di Dio, portando con sè subito consolazione. Infatti la presa di coscienza che Dio gli sta innanzi, lo precede, comunica al credente una forza trasformante, anche nelle situazioni più difficili e tribolate.

 

San Luca, già all’aurora della redenzione, nel canto del Magnificat, mette in risalto il modo in cui Dio intende realizzare il progetto di salvezza mediante il Messia, riagganciandosi ai gesti liberatori di Dio a favore del suo popolo nell’A.T. “…ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi; ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia…” ( Lc 1, 52-54 ).

 

Gesù nella Sinagoga di Nazaret fa il suo discorso programmatico, con la citazione del profeta Isaia, che si ispira all’anno sabbatico. “ Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” ( Lc 4,18-19 ; cfr Is 61,1-2 ).

 

Agli inviati di Giovanni Battista, che voleva sapere con certezza se era Lui il Messia, Gesù dà questa testimonianza: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri viene annunziata la buona novella” ( Lc 7, 22-23 ). Tra i miracoli che il Messia compie a favore del suo popolo S. Luca mette espressamente anche la risurrezione dei morti e per avvalorare le parole di Gesù ai discepoli del Battista, immediatamente prima narra la risurrezione del giovane figlio della vedova di Naim ( Lc 7,11-17 ).

 

Anche i miracoli vanno interpretati alla luce dell’avvento del Regno di Dio: sono dei “segni” della sua realizzazione. Le guarigioni e gli esorcismi non sono fine a se stessi, ma sono al servizio del Regno di Dio. Per Gesù infatti l’avvento del Regno di Dio rappresenta la sconfitta di Satana, che perciò vede cadere dal cielo come un fulmine ( Lc 10,18 ). I miracoli illustrano e confermano la parola di Gesù. Un paralitico viene guarito proprio per convalidare la legittimità del perdono dei peccati, pronunciata da Gesù ( Lc 5,24 ). Essi hanno la funzione di segno: il Regno di Dio, attraverso l’azione di Gesù, comincia a realizzarsi ( Lc 11,20 ). Con le sue azioni Gesù non ha ancora edificato il Regno di Dio. Ha posto però dei segni nei quali già splende il Regno che viene: prefigurazioni emblematiche, tipiche, corporee, di quel bene psicofisico completo e definitivo che chiamiamo “ salvezza” dell’uomo.

 

 

Risurrezioni di morti

 

I tre Vangeli sinottici riferiscono della risurrezione di una bambina figlia di Giairo, uno dei capi della Sinagoga, della quale Marco ci conserva anche la frase usata da Gesù: “Talita kum, fanciulla alzati” ( Mc 5,21 ss; Mt 9,18 ss; Lc 8,40 ss ). Luca narra la risurrezione di un giovane, figlio unico di una vedova di Naim ( Lc 7, 11ss ). Giovanni narra la risurrezione di Lazzaro, amico di Gesù, fratello di Marta e di Maria ( Gv 11, 1 ss). Questa narrazione mostra chiaramente, perché è proprio nell’intenzione dell’autore, che la risurrezione di Lazzaro è un segno della risurrezione definitiva; essa offre l’occasione a Gesù di autorivelarsi come colui che risuscita i morti per la vita eterna: “ Io sono la risurrezione e le vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” ( Gv 11,25-26 ).

 

La risurrezione di Gesù Cristo

 

La risurrezione di Gesù è prima di tutto un fatto storico, nel senso che si è veramente verificato, anche se non è stato un fatto verificabile come gli altri avvenimenti della storia. Nessuno infatti è stato testimone oculare della risurrezione. Le testimonianze degli Apostoli riguardano Gesù Cristo già risuscitato, fanno riferimento alle sue apparizioni. D’altra parte Gesù dopo la risurrezione non ha più un corpo materiale come prima, ma un corpo spiritualizzato. Egli è entrato nella dimensione spirituale, trascendente, incommensurabile di Dio. Tutto ciò viene descritto con un linguaggio immaginoso. La parola “risurrezione”, richiama alla mente il ridestarsi dal sonno, il rialzarsi, ma – nel nostro caso – non per un ritorno alla condizione antecedente, bensì per il radicale trapasso a una condizione totamente diversa, a una vita nuova, divina, immortale.

 

La fede degli Apostoli e la prima predicazione ( kérigma ) si fondano sull’avvenimento sconvolgente della risurrezione di Gesù Cristo. La più antica testimonianza del Nuovo Testamento è quella di San Paolo, riportata nella prima Lettera ai Corinzi, scritta negli anni 56/57 d.C. ma formulata dalla Chiesa primitiva molti anni prima e ricevuta da Paolo stesso forse già al momento della sua conversione nel 36 d.C. Vi è riportato un elenco di apparizioni, senza narrarne alcuna.

 

Vi rendo noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale state saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me… Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto”( 1 Cor. 15,1-11 ).

 

La risurrezione degli uomini

 

La risurrezione di Gesù riguarda anzitutto la sua persona, il suo “Io” che entrando nella dimensione di Dio ne esce glorificato, spiritualizzato, completato. Ma da questo fatto riceve luce e significato tutta la sua vita terrena, la causa per cui è vissuto ed è morto. La sua risurrezione, perciò, è anche un fatto salvifico per noi, è un Vangelo, un lieto annuncio per l’umanità.

E’ così infatti che si esprime San Pietro nel suo discorso agli abitanti di Gerusalemme il giorno di Pentecoste: “ Uomini di Israele…Gesù di Nazaret…uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni…voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Questo Gesù Dio l’ha risuscitato dai morti e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che Egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire…Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” ( At 2,22-23.32-34.36 ).

 

Qui occorre fare una precisazione. L’evento pasquale nella sua globalità comprende non solo la risurrezione, ma anche l’Ascensione al cielo, cioè l’intronizzazione di Gesù alla destra di Dio Padre, e la Pentecoste, cioè l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli. Anche se l’Evangelista San Luca per ragioni liturgiche distribuisce questi avvenimenti nell’arco di cinquanta giorni, essi sono aspetti particolari dell’unico evento salvifico della risurrezione. Del resto l’Evangelista San Giovanni fa concludere tutto il giorno di Pasqua.

 

La risurrezione di Gesù e la sua intronizzazione rappresentano il riconoscimento ufficiale da parte di Dio Padre che Gesù è il Cristo (= Messia ), non solo, ma anche il Signore, cioè condivide con Dio Padre la vita divina e la gloria ed ha il potere di effondere lo Spirito Santo e di giudicare le genti nell’ultimo giorno.

 

La risurrezione di Gesù come fatto salvifico per noi è il fondamento della nostra fede nella risurrezione di tutti gli uomini nell’ultimo giorno. Il messaggio che ci viene dalla Pasqua è essenzialmente questo: “ Il Crocifisso vive per l’eternità presso Dio, come impegno e speranza per noi… La vita nuova ed eterna dell’Uno è stimolo e speranza reale per tutti”.

 

Questa affermazione della connessione essenziale tra la risurrezione di Cristo e la risurrezione degli uomini appartiene al patrimonio della fede cristiana fin dalle origini. Il più vigoroso assertore ne è San Paolo. “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede…E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” ( 1 Cor 15,12-19 ). Perciò San Paolo definisce Gesù: La primizia dei morti ( 1 Cor 15,20 ), il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” ( Col 1,18; cfr Ap 1,5 ).

 

Certo la nostra mente a questo punto è portata a pensare: “Troppo bello per essere vero!”. Allora sarà utile fare un’altra considerazione: tutto ciò che esiste è stato tratto dal nulla dalla potenza, sapienza e bontà infinita di Dio. La nostra stessa vita è un dono gratuito di Dio! La fede nella risurrezione dei morti è una radicalizzazione della fede nel Dio creatore. “Chi comincia il suo Credo con la fede in un Dio Creatore onnipotente, può tranquillamente concluderlo con la fede nella vita eterna. Il Creatore onnipotente che dal non essere chiama all’essere, è anche in grado di chiamare dalla morte alla vita”.

 

I cristiani sono risorti con Cristo

 

La caratteristica dei cristiani non è semplicemente la fede in Dio, ma la fede nel Dio che ha risuscitato dai morti Gesù Cristo. Questa fede, unita ai Sacramenti della iniziazione cristiana ( Battesimo – Cresima – Eucaristia ), configura il cristiano al Cristo risorto, già fin d’ora, sul piano oggettivo, in maniera spirituale, misteriosa, ma reale ( mistica ), come anticipazione nel tempo presente di quella partecipazione piena alla gloria del Cristo risorto che avverrà alla fine dei tempi.

 

Questa è la fede della Chiesa apostolica, che troviamo splendidamente esposta nelle Lettere di San Paolo. Per la precisione, il mistero pasquale del Cristo è di morte e risurrezione e così anche la nostra partecipazione. Siccome però la novità appare più evidente nel risultato finale, allora si accentua la configurazione con il Cristo risorto. Citiamo un passo significativo della Lettera ai Romani: “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rom 6,4 ). Il battezzato, risorto con Cristo, è una nuova creatura, un uomo nuovo, membro dell’unico Corpo di Cristo animato dall’unico Spirito, cioè la Chiesa di Cristo ( 6 ).

 

Sul piano operativo i cristiani manifestano di essere dei risorti in Cristo modellando la propria vita su quella di Gesù. “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con Lui nella gloria”( Col 3,1-4 ).

Dalle apparizioni del Cristo risorto la Chiesa riceve la vocazione alla missione, il mandato di continuare nel mondo l’opera redentrice iniziata da Gesù ( Gv 20,19-23; Mt 28,18-20; Mc 16,15-18; At 1,8 ). Essa è il popolo messianico che partecipa dell’ ufficio sacerdotale, profetico e regale del Messia (= Cristo ). Gode di molti carismi dello Spirito Santo per il bene unitario dell’intero organismo, il Corpo di Cristo e per portare la salvezza a tutte le genti.

 

L’attesa della parusia

 

Le comunità cristiane postpasquali hanno visto in Gesù risorto il Messia ( di qui il titolo di Cristo ) che portava a compimento la profezia di Daniele 7,13 ss. Non per nulla le dichiarazioni sul ritorno sono messe in bocca proprio a Lui e riprendono tutte le figure del Figlio dell’uomo che verrà sulle nubi ( Mc 13,18 e paralleli ). Come Figlio dell’uomo, ma seduto alla destra di Dio ( = Signore ), Gesù concluderà lo svolgimento della vicenda umana e si imporrà anche ai suoi avversari.

 

L’attesa della venuta del Signore glorioso si esprime nella acclamazione liturgica MARANA’ THA , Signore, vieni! ( 1 Cor 16, 22; Cfr Ap 22,20 ).

All’inizio l’avvento del Signore risorto era creduto imminente. San Paolo pensa di essere ancora in vita quando verrà il Signore a portare a compimento la vittoria sulla morte ( 1 Tess 4,17; cfr 1 Cor 15,51-52 ). Talvolta l’attesa ansiosa e spasmodica dava luogo a disordini, episodi di fanatismo e abbandono del lavoro ( 2 Tess 3,10-12 ). Per cui l’Apostolo deve intervenire per esortare i cristiani a una vita attiva e pacifica. Però Paolo dichiara con profonda convinzione la provvisorietà di tutte le cose: il tempo si è fatto breve, per cui non vale più la pena di sposarsi o impegnarsi negli affari ( 1 Cor 7,29-31 ).

 

Pian piano si assume un atteggiamento più sereno, di vigilanza nella preghiera, nell’astensione dal male ( Lc 21,34-36; cfr 17,26-30 ) e nell’attività a servizio dei fratelli, come il servo di famiglia in attesa del padrone che tarda a venire ( Lc 12,35 ss ). San Giovanni nel suo Vangelo introduce una novità di rilievo. Egli pone in risalto la presenza attuale del Cristo risorto nella comunità cristiana mediante il suo Spirito, definito l’altro Consolatore ( Gv 14,16 ) (mentre era in vita era Gesù il Consolatore dei suoi discepoli ). Lo Spirito Santo ci conferisce la capacità di conoscere Dio mediante il dono della fede, di amarlo sopra ogni cosa e di testimoniare l’amore fraterno fino a dare la vita per gli altri come ha fatto Gesù ( Gv 14,15-25 ). Egli è il conferitore di tutti i doni o carismi che noi possediamo per il bene del Corpo di Cristo che è la Chiesa, compreso il carisma della cura dei malati e il dono delle guarigioni ( 1 Cor 12,4-11).

 

In altre parole, San Giovanni mette in rilievo quello che Gesù ha “già” attuato con la sua passione-morte-risurrezione ed effusione dello Spirito Santo, cominciata sulla croce e completata il giorno di Pasqua. E’ come se la parusia ( avvento finale del Cristo glorioso ) fosse già in qualche modo attuata. Ora è il giudizio di questo mondo ( Gv 16,11 ); la vita eterna comincia qui ( Gv 5,24 ) e si manifesta nei gesti di bontà che il cristiano compie animato dallo spirito dell’amore.

Tutto questo viene affermato senza togliere nulla alla venuta finale del Signore, come viene detto molto bene nell’Apocalisse, un libro di consolazione indirizzato ai cristiani perseguitati: alla fine Cristo vendicherà il sangue dei martiri con il giudizio di condanna dei malvagi e la premiazione dei giusti ( Ap 11,15 ss; 12,10 ss; 15,3 ss; 19,6 ss). La Gerusalemme celeste è piena di luce e di gioia, “ non ci sarà più la morte, nè lutto, nè affanno, perchè le cose di prima sono passate”( Ap 21,4; 22,4-5 ).

 

Nell’attesa che tutto ciò si compia, bisogna armarsi di pazienza ( Ap 6,10-11 ). Il Signore è fedele alla sue promesse e “verrà presto”, perciò la Chiesa continua a pregare con fiducia: “Vieni, Signore Gesù” ( Ap 22,20 ).

Concludiamo con una citazione di San Paolo, che sottolinea il compito di noi cristiani che proprio perché consolati da Dio, dobbiamo farci consolatori dei fratelli in nome di Dio. “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” ( 2 Cor 1,3-4 ).

 

FATEBENEFRATELLI = CONSOLATORI

 

La Spiritualità dei Fatebenefratelli si può trovare concentrata in queste parole di San Paolo: “ Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perchè possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-4).

 

Come Istituto religioso di vita mista, non corre il rischio come il monachesimo, nato da una diffusa spiritualità di fuga dal mondo, di pensare solo alle cose dello spirito e trascurare i bisogni dei poveri. La spiritualità dei Fatebenefratelli non è assolutamente alienante: non si limita a pregare per i malati, o a organizzare pellegrinaggi ai santuari della Madonna o di Sant’Antonio o di San Riccardo, ecc. per ottenere miracoli.

 

Il voto di ospitalità ci impegna qui e adesso alla cura e all’assistenza dei malati e dei bisognosi, anche con rischio della vita. La spiritualità dei F.B.F. nasce dalla teologia della creazione e dell’Incarnazione, ben illustrata dal Concilio Vat. II, impegna alla trasformazione del mondo, quindi all’azione concreta per la cura e l’assistenza dei malati, alla lotta contro ogni forma di sofferenza che opprime l’umanità, a imitazione di Cristo e di San Giovanni di Dio ( C 21 ).

 

Il Fatebenefratello è chiamato a fare una sintesi della vita contemplativa e della missione caritativa, sull’esempio di San Giovanni di Dio, il quale “visse in perfetta unità l’amore a Dio e al prossimo” ( C 1,1 ). Si rifà allo spirito originario del cristianesimo, che con grande stupore dei pagani, a differenza di tutte le altre religioni che si rivolgevano esclusivamente ai sani, si occupava seriamente dei malati e dei bisognosi sull’esempio di Gesù, al punto che pian piano si è coniata tra i cristiani la definizione di Gesù come medico delle anime e dei corpi ( 8 ).

 

I malati, ai quali è rivolta la nostra missione in forza del carisma dell’0spitalità, sono delle persone che attraversano una fase della vita segnata dalla sofferenza, che sovente non è solo fisica ma anche psicologica, e minaccia di far crollare ogni speranza per il futuro. E’ la persona che con la malattia entra in crisi esistenziale, come Giobbe sul letamaio, abbandonato da tutti, anche dai propri cari. “Lo stato di malattia è accompagnato da intensi sentimenti di ansia diffusa, di insicurezza emotiva e di perdita di sicurezza sociale” ( 9 ).

 

Si consola curando

 

La consolazione consiste anzitutto – questo è evidente – nel restituire la salute al malato. Quindi i nostri Centri devono essere continuamente aggiornati in modo da rispondere sempre a questa esigenza fondamentale. I religiosi e il personale medico e infermieristico devono continuamente aggiornarsi professionalmente. Le strutture, le apparecchiature tecniche, ecc. vanno continuamente rinnovate.

 

Si consola con la comprensione

 

Ma il malato non è un “caso” clinico, è una persona umana, che per di più soffre e spesso nasconde in sè un dramma. Anche di questo dobbiamo farci carico, non solo il Cappellano, ma tutti, religiosi e laici, operatori sanitari e volontari che accostano i malati. Negli ospedali moderni malati di elefantiasi e di supertecnicismo il problema numero uno è quello della umanizzazione. “L’infermiere non è un metalmeccanico” ha cominciato a predicare il sottoscritto ancora negli anni ‘60. “Più cuore in quelle mani” diceva San Camillo e questo motto è ripreso da P. Pierluigi Marchesi come titolo di un articolo significativo appena pubblicato ( 10 ). Ma il problema dell’umanizzazione è stato trattato a fondo dal medesimo Padre quando era Generale dei Fatebenefratelli nel libretto:Ospitalità verso il 2.000.

 

Si consola con la speranza cristiana

 

Se l’umanizzazione deve essere l’obbiettivo di tutti, ai cristiani e ai religiosi viene chiesto qualcosa di più: l’evangelizzazione del mondo della sanità.

La recente esortazione apostolica “Vita consecrata” ricorda ai religiosi e alle persone consacrate “che fa parte della loro missione evangelizzare gli ambienti sanitari in cui lavorano, cercando di illuminare, attraverso la comunicazione del valori evangelici, il modo di vivere, soffrire e morire degli uomini del nostro tempo” ( 83,3 ). Già prima le Costituzioni dell’Ordine ospedaliero avevano recepito questo principio. “Perciò viviamo la nostra assistenza agli ammalati e il nostro servizio a favore dei bisognosi, come annuncio e segno della vita nuova ed eterna conquistata dalla redenzione di Cristo” ( C 21,2 ). E ancora meglio: “Nell’ambiente tecnicizzato e consumista della società moderna, nel quale si scoprono ogni giorno nuove forme di emarginazione e di sofferenza…noi siamo chiamati: – a realizzare la nostra missione con atteggiamenti e modi umanizzanti; – a proclamare, come Gesù, che i deboli e gli emarginati sono i nostri prediletti; – a vivere il nostro servizio come espressione del valore escatologico della vita umana”( C 44 ).

 

Ma noi Fatebenefratelli da diversi anni parliamo di nuova ospitalità per una nuova evangelizzazione. E in questo compito ci sforziamo di coinvolgere anche i nostri collaboratori laici credenti e praticanti, che condividono con noi il carisma dell’ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio. Per meglio raggiungere questo scopo sono stati istituiti dei corsi di pastorale sanitaria aperti ai collaboratori laici maggiormente sensibili ai valori dello spirito.

 

Il compito dei Fatebenefratelli e degli operatori della pastorale sanitaria è paragonabile a quello dei profeti: parlare in nome di Dio, tenere accesa la speranza anche nei momenti più duri, pensare a quello che ha fatto Cristo per noi, alla sua salvezza percepibile già ora nella nostra vita e alla salvezza eterna che Egli ha preparato per noi al termine della nostra vita terrena ( C 44 ).

 

Questo compito è certamente difficile, ma non mancano gli aiuti per impararlo. “La consolazione non è nè semplice ( poche parole convenzionali ) nè facile: è un’arte che s’impara alla scuola della vita propria ed altrui. E, come tale, è un vero mosaico, composto da tante e svariate tessere: silenzio, ascolto, rispetto, sentimento e tenerezza, attesa, sguardi, gesti… La possiamo esprimere ai malati infondendo speranza, illuminando l’interiore, facilitando una verifica, scuotendo a tempo opportuno, proponendo un cammino, pregando con formule o spontaneità”( 11 ).

 

NOTE

 

1 – G.Cionchi, Studiare Religione, vol. I , Ed. Elledici, Leuman ( Torino ), pag. 31.

2 – Id. pag. 104.

3 – H.Kueng, Essere cristiani, Mondadori, 1976, pagg.241-247.

4 – Id. pagg.297-298.

5 – Id. pag. 258.

6 – Id. pag.259

7 – AA.VV. Dossier: Celebrare l’ Avvento del Signore per essere servi della speranza, in: SERVIZIO DELLA PAROLA n. 233, 1991, Queriniana, Brescia, pagg. 5-62.

8 – J.C. Larchet, Teologia della malattia, Queriniana, Brescia, 1993, pagg.73-75.

9 – P.M. Zulehner, TEOLOGIA PASTORALE vol. III, Capitolo secondo:

La malattia, pag. 63. Tutto il capitolo è interessante: pagg.59-86.

10 – P. Marchesi, Più cuore in quelle mani, in: INSIEME PER SERVIRE n. 31, Genn/Mar 1997, pagg. 35-47.

11 – L. Di Taranto, “Consolare gli afflitti”: modelli a confronto, in: INSIEME PER

SERVIRE, n. 31, Genn/Mar 1997, pagg.17-33. Il passo citato è a pag. 30.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

H.Kueng, Essere cristiani, Mondadori, 1976

E.Charpentier, Cristo è risorto, Gribaudi, Torino

W.Burghardt, Invecchiamento, sofferenza e morte, in CONCILIUM, 3 / 1991, La terza età, pagg. 92 ss.

J.C.Larchet, Teologia della malattia, Queriniana, Brescia, 1993

P.M. Zulehner, TEOLOGIA PASTORALE, vol. III, Capotolo secondo: La malattia, pagg. 59 – 86

AA.VV. Dossier: Celebrare l’Avvento del Signore per essere servi della speranza, in: SERVIZIO DELLE PAROLA n. 233 / 1991, Queriniana, Brescia, pagg. 5 – 62

11 – PADRE NOSTRO – IL FASCINO DEL MALE – Luca Beato oh

XI

IL FASCINO DEL MALE

( E non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male )

“Il fascino del male” è il titolo della Rivista CONCILIUM n. 1 del 1998 edito dalla Casa Editrice Queriniana di Brescia. Il male ha un enorme fascino, nel senso etimologico del termine: ci incanta, ci strega. San Paolo esprime bene questa realtà drammatica dell’uomo. Vedo il bene, lo approvo e poi non lo faccio. Vedo il male, lo disapprovo e poi invece lo faccio. Chi mi libererà da questo corpo di morte? ( Cfr. Rom 14,25 ).

Noi abbiamo assistito recentemente a un fatto eccezionale nella storia della Chiesa: Domenica 12 Marzo 2000 il Papa ha chiesto perdono al mondo intero per i peccati della Chiesa contro l’umanità. Egli ne ha enucleati sette, ma si tratta solo di una indicazione che non pretende di esaurirli tutti. Eccone comunque l’elenco.

  1. Deviazioni dal Vangelo. Confessione dei peccati in generale: purificare la memoria e impegnarsi in un cammino di conversione.

  2. Crociate e inquisizione. Peccati commessi nel servizio della verità: intolleranza e violenza contro i dissidenti, guerre di religione, violenze e soprusi nelle crociate, metodi coattivi nell’inquisizione.

  3. Divisioni tra cristiani. Peccati che hanno compromesso l’unità del Corpo di Cristo: scomuniche, persecuzioni, divisioni.

  4. Persecuzioni degli ebrei. Peccati commessi nell’ambito del rapporto con il Popolo della prima alleanza, Israele: disprezzo, atti di ostilità, silenzi anche durante la Shoah voluta dai nazisti.

  5. Conversioni forzate. Peccati contro l’amore, la pace, i diritti dei popoli, il rispetto delle culture e delle altre religioni, in concomitanza con l’evangelizzazione: anche durante la conquista delle Americhe.

  6. Maschilismo e schiavismo. Peccati contro la dignità umana e l’unità del genere umano: verso le donne, le razze, le etnie.

  7. Ingiustizie sociali. Peccati nel campo dei diritti fondamentali della persona e contro la giustizia sociale: gli ultimi, i poveri, i nascituri, ingiustizie economiche e sociali, emarginazione ( CORRIERE DELLA SERA, Merc. 8 Marzo 2000, pag. 5. Per un approccio teologico cfr. TESTIMONI, Ed. EDB, Bologna, n. 6, 30 Marzo 2000, pagg.7-10 ).

Questi peccati ( ed altri non elencati, ad es. Condanna del Modernismo ) hanno un comune denominatore: la violenza, cioè la violazione dei diritti umani: guerre di religione, conversioni forzate, crociate, rogo per le streghe e gli eretici, schiavismo, razzismo, antisemitismo, inquisizione, oppressione delle coscienze, oscurantismo, ricatto morale.

Eppure quando queste cose sono state fatte nel passato, quelli che le hanno fatte credevano di fare delle cose giuste, che fosse loro diritto e dovere esercitare il potere a fin di bene: per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. E’ la sottile tentazione del potere, che, se non stai attento, ti strega e ti acceca così da scambiare il male per il bene e il bene per il male, come già a suo tempo diceva il profeta Isaia ( Is 5,20 ); ti fa credere di vedere, mentre sei cieco, come diceva Gesù alle autorità del suo tempo ( Gv 9, 41 ).

Le tentazioni di Gesù

Gesù viene presentato nei Vangeli sinottici come colui che sa resistere alle tentazioni, a differenza del popolo ebreo nel deserto, che invece aveva tentato Dio, mancando di fiducia e pretendendo dei miracoli. “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7 ). Nello stesso tempo Gesù diventa modello per noi cristiani come singoli e come chiesa. Matteo ha sempre davanti i problemi della chiesa del suo tempo. Le tentazioni di Gesù sono le tentazioni della Chiesa. Gesù le ha superate ma la chiesa ne è ancora soggetta.

Le tentazioni di Gesù sono messianiche, riguardano la sua missione.

Si rifanno al passato: Israele nel deserto, che non le ha superate.

Fanno riferimento alla Chiesa perché le superi, come Gesù.

Tentazioni del popolo ebreo nel deserto

1 – pane: eccessiva preoccupazione, mancanza di fede: La fame di Dio è più importante di tutto il resto.” Non di solo pane vive l’uomo…”

2 – Massa e Meriba: “C’è Dio in mezzo a noi oppure no?”. E’ volere il miracolo a tutti i costi.

3 – Mosè sul monte vede la Terra promessa. La terra come possesso, non come dono di Dio.

Adora il Signore Dio tuo…” ( Bernhard Haering, Perché non fare diversamente?, Brescia, Queriniana, 1993, pagg. 21-28 ).

Ma per non correre il rischio di false interpretazioni, ci affidiamo alla spiegazione del famoso biblista Gianfranco Ravasi ( Secondo le scritture, anno A, Ed. Piemme, 1992, pagg. 63-65 ).

«Il tentatore si accostò a Gesù e gli disse: Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino

pane. Ma egli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Il diavolo lo condusse sul pinnacolo del Tempio e gli disse: Se sei Figlio di Dio, gettati giù…

Gesù gli rispose: Sta scritto: Non tentare il Signore Dio tuo.

Il diavolo lo condusse su un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e gli disse:

Tutte queste cose ti darò se, prostrandoti, mi adorerai. Gesù gli rispose: Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto!» (Mt 4,1-11).

Il racconto delle tentazioni di Gesù è costruito da Matteo su uno spartito che sopra abbiamo cercato di mettere in luce nei suoi movimenti fondamentali: c’è una triplice tentazione diabolica a cui risponde, in contrappunto, una triplice citazione della Bibbia da parte di Gesù («Sta scritto»). Le tre scene risultanti sono accompagnate da due quinte scenografiche. La prima è nel fondale ed è il deserto che evoca allusivamente la crisi di fede di Israele pellegrino nelle steppe del Sinai. La seconda è, invece, quella dell’orizzonte palestinese, la terra promessa col «pinnacolo» ( che è lo spigolo più alto delle mura del Tempio, a strapiombo sulla valle del Cedron ) e col «monte altissimo» che la tradizione popolare ha identificato col Monte della Quarantena che incombe sulla stupenda oasi di Gerico, simbolo di prosperità e di splendore. Con questa «sceneggiatura» appare già un tema caro a Matteo: in Gesù si raccoglie il vero Israele fedele che non cede ai progetti diabolici di potenza e di trionfo. Il tentatore, infatti, fa balenare davanti al Cristo e al suo discepolo tre forme di messianismo e, se si vuole, di religiosità. La prima tentazione, quella delle pietre che diventano pani, potremmo definirla terrenista, legata alla materialità delle cose.

Certo, Cristo è stato spesso dolorosamente colpito dalla fame del mondo. Prima della moltiplicazione dei pani egli si commuove davanti alla folla degli affamati di allora e diogni tempo (Mc 6, 34). Ma, dopo averli sfamati, appena si accorge che lo scambiano per un capo di stato ideale, «sapendo che lo volevano fare re, si ritira subito sulla montagna, tutto solo» (Gv 6, 15).

La seconda forma di messianismo simboleggiata dal tentatore nel volo dal Pinnacolo potremmo definirla taumaturgica. E’ quella di una religione magica, pubblicitaria, da stella dello spettacolo sacro. Essa umilia la vera fede che, pur non essendo assurda, è rischio, è libertà, è un fidarsi della Parola divina. Gesù e Paolo al riguardo sono inesorabili: «Questa generazione adultera e perversa cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato», si legge in Mt 16, 4, mentre nella Prima Lettera ai Corinzi Paolo scrive: «I giudei chiedono miracoli, i greci cercano la sapienza, noi proclamiamo Cristo crocifisso» (1, 22-23).

Ed ecco in crescendo la tentazione più forte, quella del messianismo politico. E’ la religione del potere e del benessere, un’ idolatria implacabile che dal suo fedele esige una totalità assoluta in dedizione, simile a quella che lega il fedele autentico al Dio vivo e vero: «Non potete servire a Dio e a mammona. O odierai l’uno e amerai l’altro o ti affezionerai all’uno e disprezzerai l’altro» (Lc 16, 13). Gesù non si compromette col potere politico, il suo non è un progetto di dominio e di possesso ma di amore e di donazione.

La «tentazione dei pani» si risolve, allora, nell’adesione al progetto di Dio che è più grande dei sistemi economico-sociali. La «tentazione del Tempio» si risolve nel rifiuto della pseudo-religione che, anziché servire Dio, pretende di servirsi di Dio. La «tentazione del monte» si risolve nel rifiuto del potere oppressivo ed egoistico e nell’adesione all’unica signoria, quella di Dio. Ora, Gesù replica alle tre sfide di Satana con un’unica arma, quella della Parola di Dio. Non usa nessuna parola sua ma solo quella «scritta» nella Bibbia. Anche il cristiano, che cammina nella foresta dantesca della vita, popolata dalle provocazioni sottili o plateali del benessere, del successo e del potere, deve avere come guida la Parola di Dio che è «come fuoco che brucia e come martello che spacca la roccia» del male (Ger 23, 29)”.

Bernhard Haering, grande moralista, spiega le tre tentazioni che Gesù ha superato, con chiaro riferimento alla Chiesa, che invece sovente non è riuscita a superarle.

Gesù ha superato le tre tentazioni come progetto subito dopo il Battesimo, inteso come consacrazione a Dio per la missione messianica, da svolgere non con la potenza e la gloria, ma con la non violenza e lo spirito di servizio, come era indicato nei quattro Canti del Servo di JHWH ( Isaia ). ( Cfr. Bernhard Haering, Perchè non fare diversamente?, Queriniana, Brescia 1993, pagg. 20 ss. ).

  1. - La religione come articolo di consumo. Il miracolo come scorciatoia per risolvere il problema dei generi di prima necessità. Chi entra nel Regno di Dio trova la soluzione di questo problema mediante la condivisione dei beni.

  2. - Comportamento sacralizzato pieno di ostentazione e di supponenza, accompagnato da pie massime in luoghi sacri. Gesù ha smascherato questo tipo di religione con il proprio esempio di religiosità vera. Egli gioisce per il fatto che il Padre rivela ai piccoli quanto rimane nascosto ai sapientoni, agli specialisti della religione, che si credono saggi e dotti ( Lc 10,21-22 ). E’ la strumentalizzazione della religione per il proprio tornaconto.

  3. - Religione al servizio del potere: appellarsi al nome di Dio, a idee e posizioni religiose per acquisire così potere sugli altri. La religione al servizio del potere, cioè della schiavizzazione e dello sfruttamento è una tentazione satanica, un inganno diabolico.

Lo stile di vita di Gesù

Le tre tentazioni di Gesù nel deserto, mentre si preparava a cominciare la sua vita pubblica, sono delle anticipazioni di quanto Egli farà effettivamente durante lo svolgimento della sua missione di Messia.

Gesù non ha simpatia per i ricchi, i potenti, le autorità religiose, economiche e politiche del suo tempo. A queste categorie di persone Gesù rivolge una serie di “guai a voi” ( Mt 23, 14-39; Lc 6,9 ). Gesù vuole la Legge a servizio dell’uomo e non l’uomo schiavo della Legge ( Mc 2,27-28 ). Gesù vuole il Tempio come casa di preghiera e non un centro commerciale ( Mc 11,15 ss ). Gesù vuole una Religione che favorisca la fraternità e non fine a se stessa ( Mt 5,23-24 ). Amore di Dio e amore del prossimo devono stare strettamente uniti. Non si può essere religiosi, compiere atti di culto a Dio e poi essere crudeli con gli uomini. La persona umana è al centro delle attenzioni di Gesù. Quindi la sua premura, la sua attenzione, la sua compassione, le Beatitudini sono rivolte a quelli che soffrono. Il popolo semplice e ignorante, i poveri, i bambini maltrattati, le donne oppresse, i malati “oppressi dal diavolo”, i peccatori pubblici scomunicati, esclusi dalla sinagoga e dal Tempio.

Gesù era di condizioni modeste, non aveva titoli di studio. Egli si è circondato di gente semplice. Gli Apostoli erano quasi tutti pescatori: gente semplice e ignorante. Egli ha messo in guardia i suoi discepoli dalla tentazione del potere ed ha insegnato loro con l’esempio e la parola lo spirito di servizio reciproco.

Il discepolato dice dipendenza spirituale verso l’unico Signore e Maestro, Gesù Cristo. Ma i discepoli, tra loro, hanno un rapporto di fraternità che chiama non al potere dell’uno sull’altro, ma al servizio reciproco. La parola più usata per indicare questo servizio è la diaconia, una parola profana che significa in senso stretto il servizio a tavola. E’ a tavola che risalta maggiormente la differenza tra il padrone, che siede a mangiare con gli amici, rivestito di vesti ampie e lunghe, e i servi che si affaccendano in vesti succinte nel servizio della mensa. “Chi tra voi vuol essere grande, sia il vostro servitore a tavola; e chi tra voi vuol essere il primo, sia lo schiavo di tutti ( Mc 10,43 s ).

Questa sentenza ricorre ben sei volte nei Sinottici. Giovanni inoltre la rincara con la narrazione della lavanda dei piedi, fatta da Gesù ai suoi discepoli nell’ultima cena ( Gv 13,1-17 ). Gesù ha compiuto questo gesto per insegnarci che i nostri rapporti vicendevoli devono essere improntati al servizio reciproco, umile, profano, modesto, richiesto dalle situazioni anche banali della vita di ogni giorno. Non era nelle intenzioni di Gesù darci l’indicazione di una cerimonia da farsi in Chiesa una volta l’anno, ma indicarci lo spirito di servizio che deve animare i rapporti interpersonali. Chi poi viene posto in autorità, deve avere uno spirito di servizio maggiore, perché si allargano i confini della sua carità.

Quindi la Chiesa voluta da Gesù non è la Chiesa del “potere sacro”, del “sapere sacro”, della “sacra dignità”, ma la Chiesa del grembiule, la Chiesa del servizio.

Le tentazioni storiche della Chiesa

Purtroppo la storia della Chiesa sta a dimostrare che il popolo di Dio nel suo cammino lungo i secoli spesso non ha saputo imitare il suo Maestro, ma è caduto nella tentazione più allettante ed ammaliante: quella del potere politico-religioso.

Fino al 313 d.C. i cristiani erano una minoranza sparuta nell’ambito dell’impero romano e subivano persecuzioni da parte dello stato pagano. Ma una volta acquistata la libertà, e diventati più numerosi e più forti degli altri, hanno cominciato a perseguitare i più deboli: gli ebrei e i pagani. Ci si aspetterebbe un rimprovero da parte delle autorità religiose, invece Sant’Ambrogio elogia i cristiani che vanno a incendiare le sinagoghe degli ebrei. ( Cfr. CONCILIUM,op. cit. pag. 37 ). E come lui fanno tanti Padri della Chiesa. Questo è solo l’inizio di una spirale di violenza che è andata sempre più sviluppandosi, man mano che aumentava il potere della Chiesa di Roma.

San Bernardo di Clairvaux, da tutti conosciuto come il cantore della Vergine Maria, si rivela sul nostro argomento un fanatico sostenitore della violenza in nome della Religione. Nel libro “A lode dei nuovi soldati” i Templari (1128-1136 ) fa una vera apologia delle Crociate e afferma categoricamente: “Uccidere un nemico per il Cristo è guadagnarlo a Cristo; morire per il Cristo è guadagnare il Cristo per sè”. Quando il soldato di Cristo uccide un malfattore non è un omicida ma un “malicida” e quindi compie un atto altamente meritorio.( AA.VV. Dio, la violenza e la pace, in: SERVIZIO DELLA PAROLA, Queriniana, Brescia n. 304 Gennaio 99 pagg.20-21 ).

I missionari Gesuiti in Brasile applicano alla lettera il testo di Luca 14,23: “Spingili ad entrare”. “Per questo tipo di persone non c’è predica migliore della spada e della verga di ferro” ( CONCILIUM, op. cit. pag. 74 ).

Le popolazioni indigene dell’America erano considerate di razza inferiore ai bianchi conquistatori, per ragioni di natura o di sangue, secondo dati desunti da Aristotele. Gli indios non discenderebbero da Adamo, come i bianchi europei.

L’autorità del Papa in questo tempo è totale, è come Dio in terra. “…nella presunzione di una sovranità vera e propria di ordine economico-politico…Alessandro VI assegnerà ai re di Spagna, per mano di Colombo, tutte le isole trovate o da trovare, scoperte o da scoprire con tutti i loro domini, città, castelli, luoghi e ville, giurisdizioni e pertinenze” e a Colombo darà il compito di indurre queste popolazioni alla professione della fede cattolica ( Ernesto Balducci, Il razzismo nella storia, in: RELIGIONE e SCUOLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 3 , Nov.1990, pag. 31 ).

Come mai è penetrata nel cristianesimo la sete del potere, del dominio, dello sfruttamento? come mai la Chiesa ha finito per organizzarsi in una maniera totalmente opposta all’insegnamento di Gesù e alla prassi della chiesa primitiva? quali strumenti ha adoperato, quali giustificazioni ha portato?

Il modello è quello della società civile dell’impero romano, dove l’autorità dell’imperatore veniva divinizzata. Le giustificazioni bibliche vanno cercate nell’Antico Testamento, dove vigeva quel sistema politico-religioso che va sotto il nome di Teocrazia. Gesù aveva fortemente criticato quel sistema, facendo eco alle voci dei profeti. Questo è stato uno dei capi di accusa che hanno portato Gesù sulla croce.

Quanto al metodo, siccome si tratta di cose giuridiche, per cui vale il principio: “Il diritto sta scritto”, ogni tanto si fanno scoprire nelle biblioteche dei testi giuridici, attribuiti a gente importante del passato, che creano un qualche diritto nuovo. La critica posteriore ha scoperto che si tratta di falsi storici ( Lorenzo Valla, sec. XV ). Ma intanto sono serviti allo scopo di fondare un nuovo diritto.

Lo Pseudo-Dionigi ( sec.VI ) crea la Chiesa gerarchica del Clero in contrapposizione al popolo. ( H. Kueng. Cristianesimo, Essenza e storia, Ed. Rizzoli, 1997, pag.322. Ivi si parla anche di “falsificazioni simmachiane”: prima sedes a nemine iudicatur: il Papa non può essere giudicato da nessuno ).

La “donatio Constantini” ( sec. VIII ) crea il diritto al potere temporale del Papato. ( Id. pag. 352 ). Il Papa Zaccaria consacra re Pipino il breve “gratia Dei” e questi trasforma la falsa donazione di Costantino ( 756 ) in donazione di Pipino.

Le decretali pseudo-Isidoriane ( sec. IX ) rafforzano il potere dei Vescovi e per conseguenza quello del Papa ( Id. pagg. 363-372. Di queste cose si è occupato il XVI Congresso internazionale delle scienze storiche, Stoccarda 1985: dove è emerso chiaramente l’intento di rafforzare sempre più il potere di Roma con qualsiasi mezzo, anche illecito, pag. 369 ).

Siamo al tempo della creazione del Sacro Romano Impero con Carlo Magno, incoronato imperatore dal Papa Leone III nel Natale dell’800, che rappresenta l’affermazione della superiorità di Roma sulla Chiesa d’Oriente, legata all’impero romano d’Oriente che ancora esisteva ( Id. pag. 353 ).

Con Nicolò I ( 858-867 ) mediante i falsi storici su indicati si afferma l’autorità assoluta e suprema del Papa, che la riceve da direttamente da Dio e ne comunica una parte all’Imperatore. Il Papa nomina i Vescovi conferendo l’investitura del Feudo ecclesiastico e questi nominano i preti dando loro la Parrocchia. L’imperatore concede i feudi con l’investitura laica a Vassalli, Valvassori e Valvassini. E’ la società feudale, dove l’autorità piove dall’alto; il criterio di scelta è la fedeltà, sotto giuramento. Il metodo di governo è l’imposizione. Su questa linea si organizza la famiglia e tutta l’educazione della gioventù a casa e a scuola.

Questa mentalità di violenza e di dominio è rimasta intatta, a tutti i livelli, nella società civile fino alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ( 1948 ) e nella Chiesa fino al Concilio Vaticano II (1961-1964 ). Nel mio soggiorno a Milano negli anni 60, subito dopo il Concilio, ho fatto a tempo a conoscere un vecchio esponente della lotta di piazza dei giovani cattolici contro gli anticlericali all’inizio del nostro secolo. Era soprannominato “Trovamala”, il che è molto significativo. Si gloriava, tra l’altro, di essere andato a fischiare la prima della Butterfly di Puccini alla Scala di Milano e di averla fatta cadere, perché esaltava il suicidio.

Veramente il nostro Papa nel suo recente viaggio in Egitto ha compiuto un gesto di coraggio profetico, dopo quello di Papa Paolo VI, quando rinunciò alla Tiara, simbolo del potere temporale, alla chiusura del Concilio. Ai rappresentanti della Chiesa Copta egiziana e di quella Ortodossa d’Oriente ha dichiarato che, se per l’unità delle Chiese occorre mettere in discussione l’autorità del Papato, egli è disposto a farlo radunando a questo scopo teologi e vescovi rappresentanti delle varie chiese. L’unità della Chiesa universale non si fa nella sottomissione a Roma, ma nella comunione della varie chiese sorelle. E’ la chiesa come comunione fortemente voluta dal Concilio Vaticano II, altrimenti detto principio della collegialità nell’esercizio dell’autorità. Il Papa ora ha accanto a sè il Sinodo dei Vescovi; i Vescovi hanno il consiglio pastorale e il consiglio presbiterale; i parroci hanno il consiglio pastorale e la commissione dei beni economici. Certo il cammino è ancora lungo, ma è stata imbroccata la via giusta e si sono fatti anche dei passi importanti, che fanno ben sperare per il futuro.

Quando parliamo dei peccati della Chiesa, di richieste di perdono, di necessità di conversione, di abbandono della mentalità di violenza, non pensiamo sempre agli altri, o alla Curia di Roma, ma a noi stessi: ognuno di noi deve diventare mite e umile di cuore come Gesù, non violento, tollerante, paziente come il Servo di YHWH.

La quarta tentazione di Gesù

L’ultima tentazione di Gesù, non è quella inventata da Scorzese nel film che porta questo titolo, cioè la tentazione del sesso. Ma è la tentazione di Gesù nell’Orto del Getsemani, quella di evitare l’insuccesso, l’umiliazione, la passione e la morte di croce. E’ la paura di essere abbandonati da Dio ( Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ). Gesù ha vinto anche questa tentazione. ( Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu. Mc 14,36 ) Egli ha affrontato la condanna a morte perdonando ai suoi crocifissori ( Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno Lc 23,34 ) e mantenendo la piena fiducia nel Padre suo ( Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito Lc 23,46 ).

“Gesù non è solo il Messia tentato, ma passa attraverso la tentazione del Messia. Si tratta della tentazione a pensare la sua missione secondo le attese predisposte in antecedenza allo svolgersi effettivo degli eventi pasquali, si tratta di vivere la propria missione secondo una logica di potenza che non lascia nelle mani di Dio la propria missione e il proprio destino. Per questo vanno segnalati i tre luoghi dove appare quest’ultima tentazione: essa è quella decisiva.

A metà del cammino verso Gerusalemme la tentazione di Pietro: il rimprovero a Gesù del primo apostolo dopo la confessione di Cesarea ( Mc 8,31-33; Mt 16,21-23 ) viene bollato con le stesse parole rivolte al diavolo: «Va’ via, dietro a me, satana! ». Si tratta della tentazione di pensare lo stile della missione di Gesù, non secondo Dio, ma secondo le attese umane, di prefigurarla secondo uno schema di potenza.

Poi al Getsemani ( Mc 14,32-42; Mt 26,36-46; Lc 22,39-46) Lc stesso presenta l’episodio incorniciandolo entro una duplice esortazione: «Pregate (Levatevi) per non entrare in tentazione» (vv. 40b. 46b.).

Similmente la sfida e lo scherno davanti alla croce ( Mc 15,29-32; Mt 27,39-44; Lc 23,35b-39) riprendono alla fine della missione di Gesù le tentazioni dell’inizio: «Ha salvato altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio, l’eletto» (Lc 23,35; «se sei Figlio di Dio» Mt 27,40). Il Cristo, il figlio di Dio deve salvare se stesso: questa è la suprema tentazione, questo è il nostro desiderio, questa è la lotta che gli uomini sotto il potere del principe di questo mondo ingaggiano dinanzi alla rivelazione della morte di croce. Gesù, però, non fa valere se stesso neppure col pretesto di essere il rappresentante ultimo della verità di Dio, ma si affida in radicale abbandono al Padre suo, assumendo e portando persino la violenza ed il rifiuto peccaminoso degli uomini. E’ proprio tale rifiuto che genera la morte di Gesù. E’ come se noi dicessimo: se c’è Dio – in tal modo pensano i capi del popolo, ma forse anche Giuda, e in misura diversa gli altri, la gente, il popolo, le donne, i discepoli, Pietro, noi stessi – non può agire così, non può abbandonare Gesù, deve sostenere la sua pretesa, deve dar ragione a Gesù, deve confermare lo stile della sua missione…

Il rifiuto di Dio si colloca allora nel cuore della sua manifestazione. Noi non vogliamo accettare Dio così come è in se stesso, come si rivela, vogliamo quasi insegnare il mestiere a Dio. Ma questo non pone in crisi il disegno di Dio, non lo mette in difficoltà, così che Dio debba ripensarlo e rifarlo. Dio, attraverso la dedizione di Gesù, abbraccia, perdona, salva dal di dentro il nostro rifiuto e la nostra negazione. Egli non scambia il nostro rifiuto e il nostro peccato con l’innocenza di Gesù, «facendo pagare» a Lui ciò che dovremmo pagare noi. Come è pericoloso questo linguaggio di scambio! Il Padre assume il nostro rifiuto, lo porta su di sè; mandandoci il Figlio, viene Egli stesso come il Padre suo e ci perdona, ci guarisce, ci circonda, ci fascia le ferite, ci raggiunge là a Gerico, dove ci siamo cacciati lontani da Lui, dove lo abbiamo rifiutato perché ci eravamo costruiti una maschera di Dio

La tentazione del Messia

Tutto questo, però, noi lo sappiamo perché Gesù ha superato l’estrema tentazione. Infatti, c’è un momento (oltre ai gesti e ai detti profetici di Gesù) dove questa domanda trova una spiegazione luminosa: è l’ultima cena. Nel contesto di una comunione particolarmente intima con i suoi, Gesù offre la comunione ultima e definitiva al regno di Dio, attraverso il corpo dato e il sangue versato, cioè attraverso la sua persona, proprio quando è prevedibile che egli venga tolto di mezzo in modo violento.

Egli propone un gesto sconvolgente in cui sembra tolto colui che è donato. L’ultima cena allora, prima di lasciarci un gesto in sua memoria, spiega il lato oscuro della croce. Forse proprio qui si ritrova l’abisso ineffabile di come Gesù ha compreso e spiegato la sua morte: il morire di Gesù, e il morire di croce, è il luogo di una dedizione incondizionata di sè, di una solidarietà assoluta che si realizza precisamente nel non far valere che egli è il Messia. Gesù lascia nelle mani di Dio la sua identità, perché sa che Dio è il Padre suo. E offre ai suoi discepoli il modo con cui continueranno ad entrare in comunione con il mistero di Dio, anche se in maniera così oscura. Gesù non fa valere in questo mondo, davanti agli uomini, il suo amore e la sua carità neppure con il pretesto di essere il Figlio unico; lascia tutto nelle mani di Dio e si espone ad essere frainteso e rifiutato dagli uomini.

Il Messia tentato vince la tentazione del Messia. Questo si rivela nell’eucaristia di Gesù: lì c’è un amore senza condizioni, neppure la condizione che sia accolto come l’amore di Dio. Con la morte di croce, prefigurata nel gesto della cena, egli mostra che il Regno di Dio si realizza superando tutti gli schemi, secondo un disegno che solo il Padre conosce. Possiamo così concludere che la tentazione superata alla fine della vicenda di Gesù è forse il cuore della tentazione vinta già nella lotta con satana all’inizio del ministero di Gesù. Questo spiega la scarna notizia di Marco, ma illustra ugualmente il senso della triplice tentazione di Matteo e Luca” ( Fr.G.Brambilla, Il Messia tentato, in: SERVIZIO DELLA PAROLA n. 275, Brescia, Queriniana, Marzo 1996, pagg. 16 – 19 ).

Quanto sia difficile accettare il messia crocifisso, ce lo fa capire San Luca nell’episodio dei discepoli di Emmaus ( Lc 24,25 ss : Schiocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? Cfr. v.46 ).

Sullo sterminio degli Ebrei è stato fato un film dal titolo provocatorio: “ Quel giorno Dio non c’era”. Anche noi di fronte a qualche disgrazia improvvisa e straordinaria diciamo: “ Come è possibile che Dio permetta queste cose?

La redenzione di Cristo non elimina la sofferenza. La forza dell’amore la trasforma. La risurrezione di Cristo non elimina la sua passione e morte, ma le conferisce il suo significato vero, che prima rimaneva nascosto.

La morte di croce di Gesù è scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per i credenti è potenza e sapienza di Dio ( 1 Cor 1,23 s ). Perciò San Paolo predica il Cristo crocifisso e risorto. Il risorto conserva i segni della passione non solo nelle apparizioni ai discepoli, ma anche presso il Padre celeste per intercedere a nostro favore.

La sorte dei discepoli non può essere diversa da quella del maestro. Anche noi dobbiamo abbracciare la nostra croce quotidiana e seguire Gesù.

Ma le tentazioni sono solo quattro?

Il Vangelo ci parla di queste, perché sono le più eclatanti. Ma ce ne sono altre!

Ricordiamo, per esempio, l’elenco dei vizi capitali:

1 – Superbia, 2 – Avarizia, 3 – Lussuria, 4 – Ira, 5 – Gola, 6 – Invidia, 7 – Accidia.

Noi possiamo diventare schiavi di ciascuno di questi idoli, se non superiamo la nostra vita istintiva, mediante l’uso della ragione per raggiungere la maturità umana e mediante il dono dello Spirito Santo che ci rende nuove creature capaci di vivere da figli di Dio e da fratelli tra di noi.

Gesù Cristo, crocifisso e risorto, che ha vinto per sè e per noi il peccato e la morte, ci conceda lo spirito di fortezza per resistere alle tentazioni, al fascino del male e per seguire Lui, Signore e Maestro, sulla la via della passione e della croce, per potere partecipare alla gloria della risurrezione nel suo Regno eterno.

Non lasciarci cadere nella tentazione, ma liberaci dal male”

10 – PADRE NOSTRO – LA RICONCILIAZIONE FRATERNA – Luca Beato oh

X

LA RICONCILIAZIONE FRATERNA

( Rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori )

 

La grazia di Dio

 

Dio è amore infinito, gratuito, creativo, redentivo, sanante, santificante, immortalizzante. L’uomo è colui che riceve tutto da Dio, la vita fisica, la salute, la felicità, la vita dello spirito, la promessa della vita eterna come partecipazione alla vita immortale di Dio stesso. Quello che Dio chiede all’uomo è il riconoscimento di questo rapporto creaturale e filiale nei suoi confronti. L’amore di Dio verso l’uomo, amore di benevolenza infinita, diventa amore di amicizia soltanto quando l’uomo ricambia con il suo amore, elevato al di sopra di tutte le cose del mondo, l’amore di Dio. “Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”( Mc 12,29-30 che cita Dt 6,4-5). Questo veniva insegnato anche nell’A.T. e si pensa che queste famose parole del Deuteronomio siano state ispirate dal profeta Osea.

 

Gesù conferma che questo è il primo e il più importante dei comandamenti però vi aggiunge subito il secondo comandamento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”( Mc 12,30 che cita Lv 19,18 ), aggiungendo: “Non c’è altro comandamento più importante di questi”, come dire che i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo sono strettamente legati tra di loro da costituire una unità perfetta. Questa è la novità portata da Gesù: non si può pensare di amare Dio se non si amano gli uomini nostri fratelli perché sono anch’essi figli di Dio, oggetto del suo amore paterno.

 

Religione e morale, secondo Gesù, non possono stare disgiunte, come invece avveniva di frequente. Non si può essere graditi a Dio con l’offerta di qualche sacrificio nel Tempio di Gerusalemme, se si hanno dei conti in sospeso con qualche fratello. “Se dunque presenti la tua afferta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” ( Mt.5,23-24 ).

 

La giustizia migliore predicata da Gesù nel discorso della montagna ha delle esigenze molto forti riguardo all’amore del prossimo. Non basta non uccidere, come impone il comandamento di Mosè; non basta quindi rispettare la vita fisica del prossimo, ma occorre avere un atteggiamento fondamentalmente benevolo verso di lui che ci fa evitare anche quelle parole offensive che facilmente ci escono di bocca quando siamo arrabbiati e che rappresentano una scarica della nostra aggressività nei suoi confronti. “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” ( Mt 5,21-22 ).

 

Anche la ricerca della giustizia nei confronti di chi ci fa del male, secondo Gesù non deve basarsi sui codici penali e civili, cioè non si deve rendere male per male ( occhio per occhio e dente per dente ). “…ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” ( Mt 5,38-42 ). E’ la regola della non violenza, del rendere bene per male. E questo comporta la capacità di rinunciare non solo alla vendetta, cioè al farsi giustizia da solo, ma anche al diritto di esigere la giustizia sancita nei codici civili e penali: la pena proporzionata alla colpa o il risarcimento del danno subito.

 

La misericordia deve prevalere sul diritto. “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia ( Mt 5,7. Cfr.6,14). Non giudicate e non sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? Ipocrita…”( Mt 7,1ss ).

 

Ma le esigenze della giustizia migliore non si fermano qui. Gesù supera il particolarismo ebraico ed estende i confini dell’amore anche a quelli che non appartengono al popolo ebreo. L’amore del prossimo deve essere esteso anche ai nemici, ai persecutori, a quelli che ci fanno del male, perché Dio ama anche loro e noi dobbiamo essere imitatori di Dio. “…ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” ( Mt 5,45 ; Lc 6,27-38).

 

Il peccato

 

Il misconoscimento del nostro rapporto filiale con Dio e fraterno con gli altri figli di Dio, è il peccato. Ma Dio, che precede sempre l’uomo nell’amore, continua ad amarlo anche quando egli sbaglia allontanandosi da Lui. Dio chiama continuamente l’uomo alla conversione, al ritorno alla sua amicizia. Egli offre continuamente il suo perdono ai peccatori ed ogni volta che uno si converte si fa festa in cielo. Purtroppo, l’uomo può rimanere sordo all’invito di Dio. Questo è il peccato contro lo Spirito Santo ( Mc 3,29 ) quello che Gesù dice essere l’unico veramente imperdonabile da parte di Dio. E’ il rifiuto ostinato del perdono di Dio. Dio ti ha creato senza di te, ma non ti può salvare senza di te ( S. Agostino ).

 

La conversione

 

La predicazione di Gesù, che riguarda l’avvento del Regno di Dio e che esige dall’uomo la fede e la conversione ( Mc 1,14-15 ), si aggancia a quella del Battista e i primi discepoli di Gesù vengono dai seguaci di Giovanni.

L’annuncio del Regno di Dio si colloca in un orizzonte apocalittico, perché la tensione apocalittica giudaica raggiunge il culmine con la predicazione di Giovanni Battista. Egli predica l’avvento di Dio come giudizio per il popolo d’Israele. Per salvarsi non basta essere figli di Abramo e praticare una giustizia legale e formale. Occorre fare una penitenza diversa da quella delle pratiche ascetiche e cultuali. Occorre la conversione del cuore e la consacrazione totale della propria vita a Dio.

 

Caratteristico è il suo Battesimo di penitenza, amministrato una volta sola e offerto a tutto il popolo. Il Battesimo nel Giordano diventa il segno escatologico della purificazione ed elezione in vista dell’imminente giudizio di Dio. Anche Gesù si sottopone al Battesimo di Giovanni. Il fatto, dogmaticamente scomodo, è ritenuto, proprio per questo, veramente storico.

Ma la predicazione di Gesù si differenzia totalmente da quella del Battista per il suo contenuto. Il Regno di Dio predicato da Gesù non è un giudizio tremendo per il popolo, ma una grazia per tutti. Esso si realizza come eliminazione delle forze del male, non solo della malattia, della sofferenza e della morte, ma anche della povertà e dell’oppressione. E’ un messaggio di liberazione per i poveri, i tribolati e coloro su cui grava il peso di una colpa commessa; un messaggio di perdono, di giustizia, di libertà, di fraternità, di amore.

 

Lo sguardo di Gesù non è rivolto al passato, ma al futuro: un futuro migliore per il mondo e per l’uomo. Egli attendeva una radicale e imminente trasformazione della situazione. Credeva, come molti uomini religiosi del suo tempo, in un dominio universale di Dio che, instaurandosi in un futuro non lontano, avrebbe comportato il finale e definitivo compimento del mondo: la sovranità “ escatologica” ( = finale ) di Dio, il Regno di Dio nel tempo finale. Questo avrebbe dovuto succedere durante la sua generazione ( Mc 9,1; 13,30; Mt 10,23 ), mediante la “rivelazione” definitiva di Dio (apocalypsis, apocalisse = rivelazione ).

 

Gesù è stato un rivoluzionario, ma non come i movimenti rivoluzionari del suo tempo. Non fu un guerrigliero, un golpista, un agitatore del popolo. Non predica la violenza o il ricorso alle armi. Non fomenta gli umori antiromani. Vince le “tentazioni” di un regno umano, fugge quando vogliono farlo re. L’ingresso in Gerusalemme non è un fatto militare, ma un gesto pacifico, simbolico.

 

Gesù fu il più rivoluzionario dei rivoluzionari in questo senso: anzichè annientamento dei nemici, amore dei nemici; anzichè ritorsione, perdono incondizionato; anzichè ricorso alla violenza, disponibilità a soffrire; anzichè canti di odio e di vendetta, esaltazione dei pacifici. La lotta deve essere fatta non contro gli uomini, ma contro le forze del male: odio, ingiustizia, discordia, violenza, falsità, egoismi umani in genere; inoltre contro: dolore, malattia e morte. Per fare ciò occorre convertirsi ( metànoia = conversione), proiettarsi lontano dai propri egoismi, nella duplice direzione, verticale e orizzontale, di Dio e del prossimo.

 

Gesù e i peccatori

 

I peccatori pubblici erano segnati a dito come maledetti da Dio. Incontrandoli, non solo non si dovevano salutare, ma bisognava lanciare contro di loro una serie di scongiuri per evitare il pericolo di contrarre la loro maledizione. Chi infatti entra in contatto con una persona impura contrae la sua impurità, partecipa della maledizione divina che grava su di lei.

 

Nessun fariseo sarebbe mai andato a cena in casa di un pubblicano o di un peccatore pubblico ( Mt 9,11; Lc 19,7 ). E quando per Legge si doveva ammazzare qualcuno, lo si faceva con la lapidazione, cioè con il lancio di sassi per non toccare il condannato ( Gv 8, 5 ss ).

 

Gesù invece conduce la sua vita in mezzo al popolo, non ha paura di essere toccato da gente impura, si lascia circondare dai bambini, ha un seguito di donne quando va in giro a predicare, tocca i malati e perfino i lebbrosi, va a cena in casa di pubblicani e peccatori, si lascia toccare anche dalle prostitute. Non ha paura di diventare impuro e di cadere sotto la maledizione di Dio. Anzi, come iniziatore del Regno di Dio, Egli è portatore della grande benedizione del Padre che si traduce in forza liberatrice dell’uomo da tutte le forme di oppressione gravanti su di lui.

 

Gesù non solo si è occupato dei poveri, dei malati, degli ossessi; non solo ha avuto attenzione per le donne, i bambini e la gente semplice; ma ha avuto anche contatti con persone moralmente inadempienti, palesemente irreligiose e immorali. Questo fu il vero e autentico motivo di scandalo per le autorità religiose del suo tempo.

 

A Gesù non solo fu applicato l’epiteto ingiurioso di mangione e beone, ma anche quello più pesante di amico dei pubblicani e peccatori. Gesù ha frequentato con assiduità provocatoria individui moralmente trasgressivi.

Il vangelo attesta espressamente dei casi di peccatori pubblici, citando anche i nomi: pubblicani ( Matteo e Zaccheo ), prostitute (Lc 7,36-50), adultere (Gv 7,53- 8,11). E le sentenze di Gesù che accompagnano quegli episodi sono rimaste famose: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”; “le sono perdonati i suoi molti peccati perchè ha molto amato”; “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

 

Il predicatore del Regno di Dio non ha recitato la parte del pio asceta che evita i banchetti e soprattutto determinate persone. Gesù, contro tutti i pregiudizi e le discriminazioni sociali, si oppose a che determinati gruppi o infelici minoranze venissero squalificati socialmente. Gesù non tentò di solidarizzare a tutti i costi. Non si abbassò al livello dei peccatori, ma li innalzò al proprio.

 

Gesù inoltre non si limitò a discutere con loro, ma si sedette a tavola con loro. Essere seduti insieme a tavola non vuol dire soltanto gentilezza e affabilità, ma pace, fiducia, conciliazione, fraternità. Il capofamiglia ebreo spezza il pane all’inizio del pasto e recita una benedizione. Chi partecipa al pane partecipa alla benedizione di Dio. Gesù spartiva la mensa al cospetto di Dio con uomini peccatori. Così Egli intendeva offrire pace e riconciliazione anche ai moralmente inadempienti, che i pii ebrei invece emarginavano.

 

Il diritto della grazia

 

Anche il Giudaismo conosceva il perdono dei peccati. Ma il perdono si concedeva a chi si pentiva, faceva penitenza, dimostrava di essersi ravveduto. Si seguiva la trafila giuridica seguente: 1 ) Dichiarazione di pentimento; 2 ) Prestazioni penitenziali; 3 ) Concessione del perdono.

Ma il Dio di Gesù Cristo perdona proprio ai peccatori, gratuitamente, senza richiedere prima delle prestazioni di carattere penitenziale dimostrative del pentimento.

E’ questo modo nuovo e rivoluzionario di rimettere i peccati che genera scandalo.

 

Un tale Dio sarebbe un Dio dei peccatori, non dei giusti!

E’ la religione stessa che viene stravolta dal comportamento di Gesù.

Si dà ragione ai peccatori a scapito dei giusti ( Lc 18,10-14: pubblicano e fariseo ). Si privilegia il figlio fuggitivo a quello che resta in casa ( Lc 15,11-32 ); lo straniero eretico rispetto alla popolazione locale pia e devota ( Lc 13,30-37: buon samaritano ); finiranno poi tutti col ricevere la stessa ricompensa ( Mt 20,l-l6 ).

 

Che si faccia più festa in cielo per un peccatore pentito che per novantanove giusti, non è scandaloso ( Lc 15,7 )?

Chi si è macchiato di una colpa è forse più vicino a Dio di chi si è conservato innocente?

Che le prostitute e i truffatori precedano la gente per bene nel Regno di Dio, non è offensivo?

E che dire dei pagani che precederanno i figli del Regno ( Mt 8,11-12 )?

Non è una follia sovvertire i criteri più sacri di priorità e affermare che gli ultimi saranno i primi ( Mc 10,31 )?

 

Il perdono viene offerto a tutti, non solo agli Ebrei. Quindi cadono tutte le barriere sociali, razziali, politiche e religiose. Anzi, ognuno è già accolto prima ancora di convertirsi! Infatti, prima c’è la grazia di Dio e dopo la prestazione dell’uomo. Viene graziato il peccatore che ha meritato ogni sorta di castigo, basta che riconosca l’azione di grazia del Signore. Gli è donato il perdono: basta che lo accetti e si converta. Gli viene concessa una vera e propria amnistia gratuitamente: basta che ne tragga lo spunto per vivere pieno di fiducia. La grazia prevale sul diritto. O meglio, vale il diritto della grazia. Solo così diventa possibile la nuova giustizia migliore. L’universalità del perdono di Dio è bene illustrata nella parabola del banchetto, imbandito per tutti: accattoni, storpi, zoppi della città e della campagna ( Lc 14,15-24; Mt 22,1-10 ). E meglio ancora nei pasti consumati da Gesù con pubblicani e peccatori.

 

Dio concede il perdono senza riserve. Unica condizione richiesta all’uomo è la fede sorretta dalla fiducia in Dio, Padre misericordioso. Unica conseguenza attesa è una generosa trasmissione del perdono. Chi deve al grande perdono di Dio la possibilità di vivere, non deve rifiutare agli altri il piccolo perdono ( Mt 18,21-35 ) e questo lo deve fare non una volta, non tre volte ( Mt 18,15-18 ), nemmeno sette volte, ma settanta volte sette ( Mt 18,21-22 ), cioè sempre, senza alcun limite ( Cfr Lc 17,4 ).

 

Di fronte all’offerta generosa di Dio occorre decidersi senza dilazioni e senza mezze misure. E’ in gioco la nostra vita: occorre quindi agire con coraggio, risolutezza e intelligenza, talvolta anche in modo spregiudicato, come l’amministratore infedele che sfrutta l’ultima chance ( Lc 16,1-9 ). Chi vuole guadagnare la sua vita la perderà e chi la perde per Dio, la guadagnerà per la vita eterna ( Mt 10,39 ). La porta è stretta (Mt 7,13). Molti sono i chiamati e pochi gli eletti ( Lc14,15-24). La sa1vezza dell’uomo resta un miracolo della grazia di Dio, al quale tutto è possibile ( Mt 19,26 ).

 

Ma come si giustifica questo comportamento di Dio?

 

Risposta ad hoc: ” i giusti ” che non hanno bisogno di penitenza, sono davvero senza peccato ? Anche soltanto il fatto di essere spietatamente insensibili nei confronti degli inadempienti, li fa diventare peccatori come gli altri. Il fatto poi di ritenersi giusti impedisce loro di aprirsi alla chiamata di Dio. Ciò li pone in uno stato di ipocrisia. C’è una colpa dei giusti: credere di non essere in debito con Dio. C’è una innocenza dei colpevoli: affidarsi completamente a Dio nella consapevolezza della propria perdizione. E allora i peccatori sono più veritieri dei pii, perchè non dissimulano la propria condizione. In questo senso Gesù dà ragione a loro e torto agli altri.

 

Risposta più completa di Gesù. Bisogna perdonare, invece di condannare, perchè è Dio che agisce così: Dio non condanna, ma perdona: la grazia viene prima del diritto. Molte parabole indicano questo: il re generoso ( Mt 18,23-27 ), la pecora smarrita, la dracma perduta, il figlio prodigo ( Lc 15,1-32 ), il giudice che ascolta il pubblicano ( Lc 18,9-14 ). Ne risulta un’immagine di Dio dalla misericordia sconfinata ( Mt 20,1-15 ), che l’uomo deve imitare. Così va intesa la supplica del Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” ( Mt 6,12 ss ). Siccome Dio ha perdonato a noi, allora noi, a nostra volta, perdoniamo ai fratelli.

 

Gesù non sviluppa una teologia della grazia. Questa parola non compare neppure nei sinottici. Ma Gesù la mostra in atto, nella sua azione di perdono dei peccatori, azione che è illustrativa del comportamento di Dio verso gli uomini.

Per questo Gesù viene accusato di bestemmia ( = attribuirsi un potere che appartiene solo a Dio ) ( Mc 2,7 ). Egli si discolpa dicendo che è proprio Dio che perdona ( la forma passiva: “ sono perdonati” suppone Dio come agente ). Ma i suoi avversari non ne sono rimasti convinti ed hanno deciso di eliminarlo ( Mc 3,6 ).

 

Il perdono dei peccati nella Chiesa

 

Gli Apostoli hanno coscienza di aver ricevuto il mandato di continuare l’opera della salvezza iniziata da Gesù. Le apparizioni del Cristo risorto culminano nel conferimento della missione di annunciare il Vangelo, di rimettere i peccati e di battezzare tutti i credenti ( Mt 28,16-20; Mc 16,15-16; Lc 24,47; Gv 14,18-21 ).

Il perdono dei peccati, gratuito e generoso, senza penitenze e senza confessione dei peccati né pubblica né privata, viene concesso mediate il Battesimo a partire dal giorno della Pentecoste ( At 2,38 ). Questo è l’unico modo di rimettere i peccati nella Chiesa primitiva. Ma ben presto sorge una “seconda penitenza” ( Pastore di Erma , sec II ), per i peccatori pubblici, penitenza gravosa e da concedersi una volta sola.

 

Al tempo di San Cipriano è sorto un problema nuovo. Diversi cristiani durante una persecuzione avevano defezionato dalla Chiesa, ma cessato il pericolo chiedevano di essere riammessi. I “lapsi”(=quelli che erano scivolati ) furono riammessi nella Chiesa, alla comunione eucaristica, dopo un periodo di penitenza pubblica. Qui la Chiesa riprende la trafila ebraica per la riammissione alla Sinagoga: richiesta di perdono, penitenza, riammissione. Questa viene chiamata penitenza gravosa nei confronti della penitenza gioiosa del Battesimo. Talmente gravosa che i peccatori dei secoli posteriori la rimandavano alla fine della vita.

Ben presto ( sec. VI ) i monaci irlandesi, inventarono la penitenza privata, che si poteva anche ripetere, per secoli deprecata dai Vescovi ( dal 3° Concilio di Toledo del 589 al Concilio di Chalon dell’813 ), ma alla fine fu riconosciuta ufficialmente, mentre quella pubblica pian piano fu abbandonata.

 

Questa penitenza è detta tariffaria perché ad ogni peccato corrisponde una penitenza, secondo una tabella stabilita nel libro penitenziale. La trafila è la solita: confessione dei peccati, imposizione della penitenza, soddisfazione della penitenza e riconciliazione. Questa penitenza ebbe un grande successo.

 

Verso il Mille si ebbe un altro cambiamento: si cominciò a concedere la riconciliazione prima che il penitente avesse soddisfatto la penitenza. In questo modo la Penitenza, riconosciuta come uno dei sette Sacramenti, prima dalla Teologia Scolastica e poi ufficialmente dal Concilio di Trento, è arrivata fino a noi. Infatti la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II non tocca l’essenza di questo Sacramento ma ne caldeggia la celebrazione in modo che davvero aiuti il penitente a mettersi nelle condizioni indispensabili per ricevere fruttuosamente questo Sacramento.

 

Il perdono dei peccati nel Giubileo del 2.000

 

Etimologicamente il termine giubileo si richiama al giubilo ( jubilum ): la gioia che una persona esprime canticchiando o fischiettando senza pronunciare parole precise, ma facendo capire a tutti che il suo cuore è pieno di gioia. Ne sono un esempio certi alleluia gregoriani, che…non finiscono mai.

 

Biblicamente il giubileo fa riferimento all’anno sabbatico, che ricorreva ogni 50 anni ( Lv 25 ), nel quale gli ebrei si condonavano tra loro i debiti, concedevano la libertà agli schiavi e chi aveva dovuto vendere case e campi ne rientrava in possesso. Il Servo di YHWH descrive in questo modo la sua missione: proclamare un lieto annuncio per Gerusalemme, a favore dei poveri, degli schiavi e dei malati, proclamare cioè l’anno della misericordia del Signore ( Is 61, 1-2 ). A questo passo del profeta Isaia si è ispirato Gesù quando ha inaugurato la sua missione nella sinagoga di Nazaret ( Lc 4, 16-19 ): predicare un anno di grazia del Signore. E la missione di Gesù si è svolta proprio su questa linea, perché passò facendo del bene a tutti e liberando tutti quelli che erano oppressi dal diavolo ( At 10, 38 ).

 

Storicamente il primo giubileo, o anno santo, fu indetto nel 1.300 dal Papa Bonifacio VIII ed era rivolto a tutti i cristiani, con esclusione dei Siciliani e dei Colonna. Questo Papa è stato il più grande assertore dell’assolutismo papale: sosteneva essere di diritto divino “omnes subesse romano pontifici”( tutti gli uomini sono soggetti al romano pontefice ): il Papa sarebbe come il Dio in terra. E tutto questo veniva inteso in senso giuridico. E quindi anche il giubileo veniva inteso così. Ecco in che modo.

 

Quando un condannato a morte viene graziato, non viene messo immediatamente in libertà, ma deve scontare la pena che viene subito dopo per gravità cioè l’ergastolo o moltissimi anni di prigione. Il peccatore, reo di colpa grave, sarebbe per sè condannato alla morte eterna nell’inferno, ma Dio nella sua bontà infinita gli fa grazia mediante il Sacramento della penitenza, però gli resta da scontare una pena temporanea molto lunga, mediante le penitenze: quelle inflitte dai confessori, secondo i tariffari di allora: lunghi anni di digiuno e di astinenza, nutrirsi solo di pane e acqua, astinenza dall’uso del matrimonio per tutta la vita, pellegrinaggi ai santuari della Madonna e dei Santi, a Roma sulla tomba degli Apostoli, al sepolcro di Cristo in terra santa, a S. Giacomo di Compostela, ecc. Tutte cose molto gravose.

 

Però il Diritto ammette due possibilità alternative: la procura e la sostituzione della pena. I ricchi non facevano mica le penitenze: pagavano un povero che le facesse al posto loro. E con le oblazioni in denaro si poteva ottenere la sostituzione di una pena molto severa, con una più mite.

 

Il giubileo, in questa mentalità giuridica, è la remissione totale della pena temporanea dovuta ai peccati già perdonati in confessione. Ma non viene concessa gratuitamente, bensì a fronte di determinate prestazioni: pellegrinaggio a Roma, preghiere e offerte stabilite dal Papa. Lo stesso criterio vale per le indulgenze, il cui enorme sviluppo nel tempo ha portato a delle conseguenze tremende: afflusso di grossi capitali a Roma da ogni parte del mondo, invidia degli Stati emergenti contro la potenza finanziaria del Papato, denuncia del sistema da parte di Lutero, ecc.

 

Noi, oggi, dei tempi medioevali dobbiamo imitare la fede dei cristiani, che era grande e il senso spirituale del pellegrinaggio a Roma che aveva lo scopo di andare a pregare sulla tomba Santi Apostoli Pietro e Paolo per ravvivare la fede apostolica.

Questo bisogna dirlo perché dal Concilio Vaticano I in poi, dopo la proclamazione dell’infallibilità del Papa, questi è stato posto al centro dell’attenzione dei cristiani, perciò si va a Roma “per vedere il Papa” e si dimentica troppo facilmente la fede degli Apostoli.

 

Ma dobbiamo abbandonare tutta la mentalità giuridica per far posto a quella teologica, quella evangelica, che tentiamo di illustrare brevemente qui di seguito.

La remissione dei peccati è l’aspetto negativo della vita cristiana, mentre l’aspetto positivo, quello più importante è la vita di grazia. La grazia poi non è un detersivo che toglie le macchie del peccato, ma viene intesa dalla Teologia come amicizia con Dio e con i fratelli. Nella remissione dei peccati si guarda al passato, si pensa in negativo, come punire le colpe, infliggendo pene proporzionate. La gravità della colpa poi è misurata sulla maestà della persona offesa, Dio, Maestà infinita, perciò la pena inflitta non può essere che eterna, cioè l’inferno.

 

Il Vangelo, appunto perché è una buona notizia, non parla così, ma tutto all’incontrario. E’ Dio che ci ha amati per primo, quando eravamo ancora peccatori, ed ha mandato tra noi suo Figlio, non perché venisse a giudicare e condannare il mondo, ma per salvarlo. E per questo scopo l’ha perfino sacrificato sulla croce. Gesù stesso nel proclamare l’avvento del Regno di Dio ha chiamato gli uomini ad aprirsi alla fiducia in Dio, Padre premuroso e misericordioso, sempre pronto ad accogliere il peccatore pentito, a concedere il perdono gratuito, che genera gioia e spalanca davanti un futuro pieno di fiducia e di speranza.

 

Ma come avviene la salvezza, per essere più precisi?

 

All’annuncio del Vangelo, l’uomo si apre alla fede, nel senso di fiducia in Dio e allora riceve l’effusione dello Spirito Santo, che lo rende una nuova creatura, un figlio di Dio per adozione e membro del suo popolo, la Chiesa. La grazia santificante è l’effetto che produce in noi l’azione santificatrice dello Spirito santo: l’essere cioè nuove creature.

 

Tutto questo in forza del Sacrifico di Cristo sulla croce e in linea ordinaria mediante il Sacramento del Battesimo ( e della Cresima ). Dal momento che Dio ci rende suoi figli e ci ama come figli suoi, non c’è più nulla in noi che sia odioso a Dio ( = peccato ).

All’uomo che si accinge a ricevere il Battesimo, viene chiesta la conversione, l’orientamento della propria vita verso Dio, l’abbandono del male e la scelta del bene, l’impegno di amare Dio e il prossimo, una scelta di fondo, detta perciò opzione fondamentale. Cioè si pensa in positivo, si guarda al futuro, a vivere una vita in pace con Dio e con i fratelli, a raggiungere la salvezza escatologica.

 

Ma il cristiano non è impeccabile: è sempre soggetto al limite, alla fragilità, alla tentazione di:

- vivere come se Dio non esistesse: materialismo pratico, consumismo, edonismo;

- chiudersi egoisticamente in se stesso, chiudendo gli occhi e il cuore di fronte ai fratelli che sono nella sofferenza e nel bisogno;

- o peggio ancora coltivare l’odio, la vendetta, prevaricando sugli altri, calpestandone i diritti fondamentali, ecc.

Abbiamo bisogno, quindi, di fare ogni tanto delle verifiche confrontandoci con la parola di Dio, per rinsaldare la nostra scelta di fondo, o per convertirci nuovamente, se ci accorgiamo di essere andati fuori strada.

 

Il Giubileo allora diventa un momento di grazia, in greco un cairòs, un tempo favorevole, che ci offre degli stimoli per la ripresa della nostra vita cristiana, animata da fede viva, speranza certa e carità operosa.

Giustamente il Papa ha esortato tutta la Chiesa a prepararsi spiritualmente al Giubileo in maniera positiva per tre anni, meditando:

  1. sull’azione santificatrice dello Spirito Santo
  2. sull’opera della redenzione compiuta da Gesù Cristo
  3. sull’amore misericordioso del Padre verso tutti gli uomini.

Già San Tommaso d’Aquino, pur essendo ancora nel Medioevo, insegnava che la remissione dei peccati, anche nel Sacramento della Penitenza, avviene quando il peccatore “ex attrito fit contritus”: solo se c’è l’amore di carità il peccato viene perdonato. Questo avviene sempre, sia nel Sacramento che fuori del Sacramento e quindi anche nel giubileo.

Allora vuol dire che dobbiamo usufruire dei pellegrinaggi, delle visite alle Chiese, delle cerimonie sacre, ecc. del giubileo, per conseguire una crescita della nostra fede e per un impegno autentico di vita cristiana.

09 – PADRE NOSTRO – PANE EUCARISTICO E PAMNE QUOTIDIANO – Luca Beato oh

 IX 

PANE EUCARISTICO E PANE QUOTIDIANO

E’ celebre il detto: “A tavola non si va solo per mangiare”. Sedersi insieme a tavola per prendere cibo esprime già di per sè un segno di amicizia, di amore reciproco. A pranzo si ritrovano i familiari, si invitano i parenti e gli amici. Se si invita qualcun altro, si vuol esprimere un gesto che apre all’ amicizia.

Se poi chi ci invita pranzo, o si degna di venire a pranzo da noi, è una persona importante, allora è grande la nostra gioia per l’amicizia inaspettata e inimmaginabile che ci viene offerta.

Gesù, durante la sua vita, contrariamente al Battista e ai Farisei, amava stare a tavola con la gente e non solo per mangiare, ma per esprimere il fatto che Dio si fa vicino agli uomini fino al punto di condividerne la mensa. E questo anche con peccatori. “L’essere seduti insieme a tavola non significa semplicemente gentilezza e affabilità, ma pace, fiducia, riconciliazione, fraternità. E questo…non solo agli occhi degli uomini, ma anche agli occhi di Dio” ( 1 ).

Tra gli evangelisti è soprattutto San Luca quello che mette in risalto la “pastorale conviviale” di Gesù.

Gesù, talvolta, per illustrare qualche aspetto del Regno di Dio ricorre alla parabola di un banchetto: un banchetto di nozze che Dio ha imbandito per suo Figlio, al quale tutti gli uomini, e non solo pochi privilegiati, sono invitati ( Mt 22,1-14 ). Anche la vita eterna è rappresentata talvolta come un sedere a tavola con Dio e i Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe nel clima festoso del Regno dei Cieli ( Mt 8, 11).

I pranzi non sono tutti uguali. Ci sono quelli ordinari e quelli speciali, come il pranzo di nozze, i pranzi celebrativi di feste e ricorrenze o quelli di addio. Noi fermiamo la nostra attenzione sulla cena pasquale. Essa è anzitutto celebrativa della festa annuale della pasqua ebraica. Ma Gesù ne fa anche una cena di addio. E’ ben per questo che si chiama ultima cena.

“Che l’istituzione dell’ Eucaristia sia legata ad un clima conviviale è una delle sottolineature più significative della esegesi recente. Due tipi di banchetto sono i più quotati punti di riferimento: la celebrazione della pasqua ebraica e il banchetto d’ addio di un patriarca o di un capofamiglia” ( 2 ).

La celebrazione non è un semplice ricordo del passato, ma un memoriale, un passato che ha ripercussioni sul presente e sul futuro:

1) mentre si mangia l’agnello si benedice il Signore ricordando le gesta da Lui compiute in favore del suo popolo nei tempi antichi per liberarlo dalla schiavitù dell’Egitto e stringere con esso un’ Alleanza, sancita con un patto di sangue presso il monte Sinai.

2) Si rinnova l’impegno di osservare l’Alleanza, invocando la protezione del Signore.

3) Si guarda al futuro con fiducia perchè Dio è fedele alle sue promesse e benedice chi adempie gli impegni dell’Alleanza, cioè osserva i comandamenti.

Gesù nel contesto della cena pasquale inserisce due gesti suoi propri:

la frazione del pane e la comunione allo stesso ca1ice .

Lo spezzare il pane, all’inizio del pasto, era un gesto che il capo famiglia ebreo faceva, recitando una preghiera di benedizione: la partecipazione allo stesso pane voleva indicare la partecipazione alla benedizione di Dio ( 3 ).

Ma la frazione del pane fatta da Gesù non è quella dell’inizio del pasto.

E’ un gesto nuovo fatto da Gesù e caricato di un significato nuovo espresso dalle parole che l’accompagnano: ( Cfr. 1 Cor 11,23-25; Mt 26,26-29; Lc 22,15-20; Mc 14,22-25 ). Per l’interpretazione e l’armonizzazione dei testi dell’ istituzione si può vedere qualche testo specialistico ( 4 ). Nel Canone della Santa Messa le parole sono queste: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”.

Più sorprendente è il gesto che riguarda il calice, perchè solitamente ognuno beveva al proprio calice di vino nelle tre benedizioni che si facevano durante la cena pasquale. Gesù invece fa bere ad un unico calice. Il gesto simbolico è illustrato dalle parole che 1’accompagnano, che nel Canone della Santa Messa sono queste: “Prendete e bevetene tutti: questo è il Calice del mio Sangue per la Nuova ed Eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”.

Il pane spezzato e distribuito indica la persona di Gesù nell’ atto della donazione suprema della sua vita sulla Croce, cioè nel momento in cui spezza la sua vita per la nostra salvezza. Il calice del vino indica la persona di Gesù che versa il suo sangue per tutti sulla croce e col suo sacrificio sancisce l’Alleanza nuova e definitiva di Dio con l’umanità.

Che cosa hanno capito i commensali ?

Certamente devono aver capito:

- che Gesù alla cena pasquale aveva aggiunto il significato di una cena di addio;

- che questa cena di addio aveva un valore sacrificale, anticipatorio del suo sacrificio sulla croce;

- e che nel sangue di Gesù versato per noi veniva sancita una nuova Alleanza tra Dio e gli uomini, migliore di quella di prima.

 

Fate questo in memoria di me”.

 

Si tratta di un memoriale, non solo di un ricordo storico. Inoltre non si tratta soltanto di ripetere il gesto rituale fino al compimento del Regno di Dio. Ma è la chiamata a seguire Gesù, assumendo uno stile di vita conforme al suo: fare della propria vita un dono per gli altri, fino al sacrificio della propria esistenza.

- Il pane – dato significa la vita vissuta come dono per gli altri.

- Il sangue – sparso significa che bisogna arrivare al gesto supremo di dare la vita per gli altri.

Il Vangelo di Giovanni, che non narra l’istituzione dell’Eucaristia, inserisce al suo posto la lavanda dei piedi ( Gv 15,14 ). Esso non è un gesto rituale, ma un gesto compiuto da Gesù per indicare che la vita dei suoi discepoli, modellata sulla sua, deve essere vissuta come un servizio per gli altri. “Lavare i piedi ( la vita come servizio ), spezzare il pane ( la vita come dono ): questi i comportamenti di Gesù, che il discepolo deve imitare. Gesù ha lasciato espresso tutto questo come in un testamento” ( 5 ).

 

La cena di Agape

 

Nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi ( l Cor 11,20 ss ) l’usanza di riunirsi per celebrare la cena del Signore viene collegata direttamente alla cena di Gesù. Nell’ambito di un pasto comune, detto agàpe, venivano ripetuti i gesti di Gesù: la frazione del pane e la comunione al calice.

Pasti rituali dello stesso tipo della cena di Gesù erano in uso presso gli Ebrei, quindi non erano una novità. La novità consisteva nel fatto che questa cena doveva essere organizzata con l’apporto di tutti, in modo che i più abbienti provvedevano anche ai più poveri. Questa cena si chiamava agàpe, un termine che corrisponde alla nostra solidarietà. “Proprio questo atteggiamento di fraterna condivisione ( agàpe ) giustificherà il fatto che fra tutto quel pane condiviso e quel vino gioiosamente versato nei calici, un pane spezzato e un calice benedetto acquistino un significato più pieno e pregnante, in virtù della memoria del gesto e delle parole del Maestro, origine e causa di quello stare e di quel mangiare insieme: “ Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? ” ( l Cor 10,16 ) ( 6 ).

Il pensiero di Paolo è anzitutto questo: i cristiani celebrando la Cena del Signore partecipano al mistero consumato sulla croce, il mistero della vita di Gesù immolata per la salvezza degli uomini e per la remissione dei peccati.

Ma il pensiero di Paolo è anche un altro. Il “Corpo di Cristo” non indica più soltanto la persona del Cristo storico, ma la Chiesa, il corpo di cui Cristo è il Capo. E più concretamente la comunità dei credenti radunati in Cristo per la celebrazione dell’Eucaristia. “Poichè c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”( 1 Cor 10,17 ) E’ questo il Corpo di Cristo che bisogna riconoscere con la fede e con il quale bisogna condividere tutto, perfino il pane quotidiano.“Chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” ( 1 Cor 11,29 ).

Ma è più facile compiere il rito dell’Eucaristia, che vivere una vita di servizio verso il prossimo come ci ha testimoniato e insegnato Gesù. E’ per questo che sorgono ben presto le sfasature tra liturgia e vita. San Paolo rimprovera ai Corinzi il fatto di non riconoscere il Corpo di Cristo perchè celebrano la frazione del pane ( Eucaristia ) senza fare più la cena fraterna. Ognuno mangia per conto suo: così c’è chi ha troppo da mangiare e chi non ne ha a sufficienza.

Successivamente la Chiesa stessa ha visto l’opportunità di separare le due cose: la celebrazione dell’Eucaristia dal pranzo di solidarietà ( agàpe ) verso i poveri, mantenendo però vivo il significato del legame tra i due gesti, Eucaristia e solidarietà, Liturgia e vita vissuta.

Ci sono testimonianze in Tertulliano e San Giovanni Crisostomo. Dopo la Santa Messa in chiesa, si faceva un pranzo per i poveri, organizzato da persone facoltose e presieduto dal vescovo. “L’aspirazione profonda di queste riunioni agapiche è quella di riprendere l’ ideale della comunità apostolica di Gerusalemme e di anticipare lo stato della comunità messianica, nella quale tutti sono uguali e nessuno è sotto il morso della necessità” ( 7 ).

Comunione con Cristo vuol dire comunione con tutti:

- quello che si fa sacramentalmente nella Liturgia eucaristica deve poi essere realizzato nella vita quotidiana.

- ricevere Cristo, essere in comunione con Lui, vuol dire pensare e agire come Lui; fare propria l’attenzione che Egli aveva per tutte le sofferenze umane. Scrive San Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto “Q Questo è il mio corpo” è il medesimo che ha detto “Voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito”… A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame?…”( 8 ).

Nella nuova celebrazione liturgica della Santa Messa, avvenuta con un tentativo di ritorno alle origini, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II, si sono certamente recuperati in gran parte i valori della cena del Signore e della frazione del pane. L’Eucaristia è un banchetto al quale siamo invitati dal Signore, il quale ci spezza personalmente il pane della parola, il pane eucaristico e il pane della carità.

Ecco come la Teologia spiega questi tre aspetti.

 

1) Spezzare il pane dalla parola

 

La Liturgia della parola, molto valorizzata nella riforma liturgica,

è importantissima. Non di solo pane vive l’uomo. La parola di Dio che alimenta la nostra fede è più importante del pane quotidiano. Per la nostra salvezza è indispensabile riconoscere Gesù Cristo come il pane vivo disceso dal cielo per nutrire la nostra vita nel tempo e per l’eternità ( Discorso eucaristico del Vangelo di Giovanni, cap. 6 ).

Ma non si può riconoscere il Cristo risorto, quando spezza il pane, se prima non si capisce in base alle Scritture il Cristo che soffre la passione e la morte di croce ( Cfr. Discepoli di Emmaus, Lc 24, 25 ss ).

 

2) Spezzare il pane eucaristico

.

E’ propriamente la comunione sacramentale, che tutti i partecipanti alla Santa Messa sono invitati a fare.

Chi partecipa alla Santa Messa e non fa la Comunione è come un invitato a pranzo che non mangia. Tutti si preoccupano di lui, perchè, poveretto, deve proprio star male.

La comunione sacramentale non ci mette in comunione soltanto con Cristo, ma anche tra di noi, che siamo il Corpo di Cristo.

Parecchi gesti della liturgia indicano questa realtà:

- il simbolismo del pane ricavato dalla macinatura di molti grani e del vino ricavato dalla pigiatura di molti acini.

- L’invocazione del canone: “…per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo Corpo”.

- Il gesto di pace prima della Santa Comunione.

- Il cibarsi del medesimo pane alla stessa mensa.

 

3) Spezzare il pane della carità ( o meglio: agàpe = solidarietà )

 

La comunione ( koinonìa ) porta alla diaconìa, al servizio degli altri, alla condivisione dei nostri beni con chi ne ha di bisogno.

E’ chiaro che la colletta che si fa all’ offertorio è solo un gesto simbolico. Quello che Gesù vuole da noi è che mettiamo a servizio del prossimo non solo i nostri beni economici, ma tutta la nostra persona, i talenti, i carismi che abbiamo ricevuto ( 1 Cor. 12-14 ). A imitazione di Gesù, la cui vita è stata definita dal Papa Paolo VI una proesistenza, un’esistenza a favore degli uomini ( 9 ).

 

Un atteggiamento di fondo

 

Il servizio reciproco, simboleggiato dalla lavanda dei piedi che Gesù ha fatto agli apostoli. La Chiesa vera, autentica, evangelica, voluta da Gesù non è quella del potere economico, politico, religioso: ( queste sono le tentazioni che Gesù ha vinto e che anche noi dobbiamo respingere ); non è quella del trionfalismo, ma quella dell’ umiltà e del servizio ; è la Chiesa del grembiule (10 ).

 

Possono, anzi devono variare le forme concrete della solidarietà

 

Non è detto che si debba restaurare il pranzo agapico…

I nostri interventi in favore del prossimo devono rispondere ai bisogni concreti dei poveri che invocano il nostro aiuto. Ecco perchè non basta fare quello che si è sempre fatto ma bisogna aggiornarci, scoprire le nuove povertà, adeguarci alle esigenze della nostra società che si avvicina al terzo millennio.

Si capisce a questo punto perchè il Concilio ha parlato dell’Eucaristia come fonte e culmine della vita cristiana.

Chi celebra bene l’Eucaristia ( leiturghìa ) cresce progressivamente nella fede e sotto l’influsso dello Spirito Santo, lo Spirito dell’amore, lavora per creare la comunione fraterna ( koinonìa ) e impegna la sua vita nel servizio verso il prossimo ( diakonìa ): compie gesti di solidarietà ( agape ), lavora per la giustizia e per la pace al fine di costruire un mondo nuovo, più giusto, più umano.

Chi vive bene la sua vita cristiana con fede viva, speranza certa e carità operosa ha tutti i presupposti per celebrare bene l’Eucaristia, la veste adatta per partecipare al banchetto ( Mt 22,11 ), la carta d’identità per essere riconosciuti davanti al Padre e collocati tra gli eletti ( Mt 25,31 ss ) e così partecipare alle nozze eterne.

Beati, quindi, noi, che siamo invitati a pranzo dal Signore!

 

 

NOTE

 

 

1 – H. Kueng, Essere cristiani, Ed. Mondadori, Segrate, l976, pag. 301

2 – AA.VV. Dossier: celebrazione e solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 238, Luglio-Agosto 1992, pag. 28

3 – H. Kueng, op. cit., pag. 301

4 – La costruzione più probabile delle parole pronunciate da Gesù può essere la seguente: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, che è dato per molti. Fate questo in memoria di me.

Bevetene tutti: questo è il mio sangue, della (nuova) alleanza, che è versato per molti, ( in remissione dei peccati ). Fate questo, ( ogni volta che ne berrete ), in memoria di me”. ( Cfr. E. Galbiati, L’ Eucaristia nella Bibbia, Ed. Ancora, Milano, pag. 123 ).

5 – T. Goffi e G. Piana, Corso di morale, Vol. V – Liturgia – pag. 164

6 – Id. pag. l63

7 – AA.VV. Dossier; celebrazione e solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 238, Luglio – Agosto 1992, Pag. 29

8 – Cfr. G. Cionchi, Studiare Religione, vol. II, pagg. 81 – 82

9 – AA.VV. Dossier: vivere la solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 206/2O7, Aprile – Maggio 1989, pag. l3

10 – G. Pasini, La Chiesa del grembiule, in RELIGIONE E SCUOLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 5, Maggio – Giugno 1994, pagg. 3 ss.

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

X. Léon-Dufour, Condividere il pane eucaristico secondo il Nuovo Testamento, Ed. Elledici, Torino, l983.

T. Goffi – G. Piana, Corso di morale, vol. V – LITURGIA – Ed. Queriniana, Brescia 1986 , ( L’ Eucaristia, di A. Santantoni ), pagg. 155 – l92.

AA.VV. SACRAMENTUM MUNDI, Vol. III, Morcelliana, Brescia, l975, voce EUCARISTIA, coll. 669 – 692.

G. Florio, SHALOM, Ed. Queriniana, Brescia 1990, pagg. 323 – 338.

AA.VV. Dossier: Celebrazione e solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 238, Luglio – Agosto 1992, pagg. 3 – 50.

AA.VV. Dossier: Vivere la solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 206/207, Aprile – Maggio 1989, pagg. 3-15.

G. Pasini, La chiesa del grembiule, in SCUOLA E RELIGIONE, Ed. Queriniana, Brescia, n. 5, Maggio – Giugno I994, pagg. 3 – l3.

 

08 – PADRE NOSTRO – LA SOLIDARIETA’ – Luca Beato o.h.

VIII

LA SOLIDARIETA’

( Dacci oggi il nostro pane quotidiano )

 

Gesù non ha simpatizzato con i detentori del potere politico, economico e religioso. Spesso lo troviamo in polemica con i Sadducei, i principi del popolo, i dottori della Legge e i Farisei. Ignora il monachesimo degli Esseni e di Qumran e non predica ascetismo di sorta. Vive una vita normale e ama anche stare a tavola. Non ha alimentato alcun movimento di rivolta contro i Romani, ma è venuto a portare nel mondo la rivoluzione dell’amore. Ha preso le difese degli svantaggiati: la gente semplice e ignorante, i poveri, i bambini, le donne, i malati e i peccatori, con grande scandalo dei devoti e degli osservanti della Legge.

 

Dalla parte degli svantaggiati

 

Gesù ha inteso realizzare la sua Missione tra il popolo come uno straordinario giubileo, un anno di grazia del Signore a favore dei più sfortunati: liberazione degli schiavi, restituzione delle terre ai proprietari d’origine, condono dei debiti, guarigione dei malati ( Discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret: Lc 4,16 ss. Cfr. Is 61,1-2: la missione del Servo di Dio ).

Gesù rivolge la sua parola e la sua azione ai deboli, ai malati, ai negletti. Gesù così facendo offre una possibilità di essere uomo a chi la società riteneva ignobile e spregevole. Egli rompe il muro della loro emarginazione e apre il loro cuore alla speranza. Egli si rivolge all’uomo intero; si occupa non solo della sua spiritualità, ma anche della sua corporeità. Si mette a disposizione di tutti gli uomini: non solo dei forti, dei giovani, dei sani, ma anche dei deboli, degli anziani, dei malati, degli invalidi.

Nei Vangeli non si parla di orfani, di vedove, di ospiti da trattare con riguardo, come invece facevano i profeti. Certamente perché le comunità ebraiche erano già sensibili a questi problemi. Gesù affronta i problemi del suo tempo: i poveri, il popolo ignorante, le donne, i bambini, i malati e i peccatori. Per fare questo, Egli ha dovuto superare tutta una serie di pregiudizi derivanti dalla Legge ebraica: ha dovuto fare una vera rivoluzione.

Il popolo ignorante, quindi inosservante della Legge nelle sue minuziose prescrizioni sulle purità legali, sui cibi puri e impuri, sulla separazione dai peccatori, ecc. veniva considerato sotto la continua maledizione di Dio.

Le donne erano considerate quasi sempre impure a causa delle perdite vaginali di sangue, per le mestruazioni, per il parto, ecc.

I malati erano considerati dei maledetti da Dio per i loro peccati, o personali o dei loro antenati, specialmente infrazioni di tabù. Nei casi di epilessia si vedeva proprio il diavolo che si era impossessato del malato.

I peccatori pubblici erano segnati a dito come maledetti da Dio. Incontrandoli, non solo non si dovevano salutare, ma bisognava lanciare contro di loro una serie di scongiuri per evitare il pericolo di contrarre la loro maledizione. Chi infatti entra in contatto con una persona impura contrae la sua impurità, partecipa della maledizione divina che grava su di lei.

Il Sacerdote e il Levita, nella parabola del buon samaritano ( Lc 10, 31-32 ) non soccorrono il ferito perché temono di toccare il sangue e quindi di cadere sotto la maledizione di Dio. Il centurione si dichiara indegno di ricevere Gesù nella sua casa ( Lc 7,6-8 ) perché rispetta le credenze religiose degli ebrei, che non devono entrare in contatto con i pagani. La samaritana al pozzo si meraviglia che Gesù chieda di bere al suo recipiente ( Gv 4,9 ). L’emorroissa, quando viene guarita, chiede scusa a Gesù di averlo toccato ( Lc 8,47 ). Nessun fariseo sarebbe mai andato a cena in casa di un pubblicano o di un peccatore pubblico ( Mt 9,11; Lc 19,7 ). E quando per Legge si doveva ammazzare qualcuno, lo si faceva con la lapidazione, cioè con il lancio di sassi per non toccare il condannato ( Gv 8, 5 ss ).

Gesù invece conduce la sua vita in mezzo al popolo, non ha paura di essere toccato da gente impura, si lascia circondare dai bambini, ha un seguito di donne quando va in giro a predicare, tocca i malati e perfino i lebbrosi, va a cena in casa di pubblicani e peccatori, si lascia toccare anche dalle prostitute. Non ha paura di diventare impuro e di cadere sotto la maledizione di Dio. Come annunciatore e iniziatore del Regno di Dio, Egli è portatore della grande benedizione del Padre che si traduce in forza liberatrice dell’uomo da tutte le forme di oppressione che gravano su di lui.

Gesù e i poveri

 

Gesù ha dichiarato di essere venuto ad annunciare la lieta novella ai poveri. Ad essi la sua prima parola di incoraggiamento, di consolazione, di salvezza, la sua prima beatitudine. Ma, chi sono i poveri? A chi si rivolge la prima beatitudine? Per S. Matteo i poveri in spirito sono i poveri in senso religioso, sono i poveri di YHWH, cioè gli umili, che confidano unicamente in Dio. Ma per san Luca ( Lc 6,20 ss ) si tratta dei poveri in senso sociale, della gente veramente povera. Dato che il testo di Luca è più antico, è probabile che così abbia inteso parlare anche Gesù.

Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati… ( Lc 6,20-21 ).

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.

Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame… ( Lc 6, 24-25 ).

Ma qual era la condizione sociale di Gesù?

Gesù era povero. La stalla, il figlio del falegname, il patibolo sono cose vere, non fantasie. Non era schiavo, non era lavoratore dipendente. Era artigiano, quindi un piccolo borghese. Durante la vita pubblica, il suo peregrinare da un luogo all’altro era informato alla massima frugalità.

Gesù si è circondato di gente semplice: gli apostoli erano per lo più pescatori, comunque gente non colta, salvo, forse, Giuda.

Gesù si schierò dalla parte dei poveri, degli afflitti, degli affamati, degli uomini senza successo, senza potere e senza significato. Il “guai” ai ricchi, che fanno del denaro un idolo e ne diventano schiavi, è da prendersi sul serio. La ricchezza è un grave ostacolo all’ingresso nel Regno dei cieli. Gesù però non predica lo spossessamento dei ricchi, nè parla di vendetta contro gli sfruttatori e gli oppressori, ma di pace e di rinuncia al potere. Non esige, come i monaci di Qumran, la cessione di ogni sostanza alla Comunità. Chi rinuncia alle proprie sostanze, deve farlo per distribuirle ai poveri, non per riunirle in una proprietà collettiva. Ma non chiede a tutti la rinuncia totale. Pietro, Levi, Marta e Maria hanno cose di loro proprietà. C’è chi dà tutto e chi dà metà dei suoi beni ai poveri ( Zaccheo ). Certo, chi segue Gesù lascia tutto, ma non vive di aria. Le persone che seguono Gesù ( Lc 8,1-3; Mc 15,44 ) specialmente le donne, provvedono con i propri mezzi al gruppo apostolico. San Luca idealizza un po’ la Chiesa primitiva, esasperando in senso rigoristico certe frasi di Gesù. In realtà neppure la comunità primitiva conosceva una generale rinuncia ai beni materiali.

Gesù non esalta la povertà, non la trasfigura; non somministra oppio alla gente. Povertà, sofferenza, malattia, fame significano miseria, infelicità, non beatitudine. Sono qualcosa di male per l’uomo. Ai poveri, ai sofferenti, agli affamati Egli dice: “Beati voi, felici voi”. Ciò significa che Dio, instaurando il suo Regno, si ricorda di loro per tirarli fuori dalla situazione di sofferenza in cui si trovano. La Beatitudine è una promessa di Dio che genera gioia subito in chi la ascolta e la fa fiduciosamente propria. Già irrompe nella vita di costui il futuro di Dio, portando con sè subito consolazione. Infatti, la presa di coscienza che Dio gli sta innanzi, lo precede, comunica al credente una forza trasformante, anche nelle situazioni più difficili.

Allora la povertà, da situazione sociale, diventa una “povertà in spirito”, come dice Matteo: un atteggiamento fondamentale di vita sobria, senza pretese, vissuta con fiducia e serenità; una libertà interiore dai beni materiali, che viene richiesta a tutti i credenti in Cristo.

C’è quindi una povertà da combattere e da eliminare, ed è propriamente parlando la miseria, la condizione sociale in cui l’uomo manca del necessario, di quello che serve gli per soddisfare le esigenze primarie della vita: mangiare, bere, vestire, avere un ricovero per la notte, ecc. ( La beatitudine di San Luca ). Per noi oggi anche aver accesso alle cure per la salute e alla istruzione almeno elementare, ecc.

C’è una povertà da abbracciare come stile di vita dei cristiani: una vita sobria, lontana dall’ingordigia, dal voler raggiungere quelli che stanno meglio di noi, che seguono la moda, il consumismo, lo status simbol: vesti firmate, pellicce di lusso, auto fuori serie, case ai monti e al mare, ecc… quelli che non sono mai contenti, che si lagnano sempre, che non hanno mai abbastanza, che credono di valere molto perché possiedono molto, ecc… una vita, quindi, caratterizzata dalla fiducia in Dio, Padre

buono e provvidente, che se provvede a sfamare gli uccelli del cielo, non farà certo mancare del necessario i suoi figli ( Lc 12,22-31 ). Tutto questo non per favorire la passività e l’inattività, ma per mettere un freno al nostro desiderio insaziabile di possedere e credere di valere nella misura in cui si possiede, mentre di fronte a Dio e agli uomini noi contiamo per quello che siamo ( La povertà in spirito, di Matteo ).

Ma anche la povertà da abbracciare come stile di vita, ha lo scopo di combattere la miseria della povera gente. Io rinuncio a qualcosa non perché sia cattiva in se stessa o mi faccia del male, ma perché c’è qualcuno che si trova in necessità e non posso chiudere il cuore di fronte al suo grido disperato. Il pensiero di Gesù è semplicemente questo: sia i ricchi epuloni che i poveri Lazzari devono sparire dalla faccia della terra.

Chi erano i ricchi al tempo di Gesù?

In un’epoca in cui predomina l’agricoltura e la pastorizia, la ricchezza viene dalla terra. I ricchi sono i grandi proprietari terrieri. In Palestina i grandi possedimenti erano in mano principalmente ai Sadducei, dal cui gruppo veniva fuori sempre il Sommo Sacerdote. Questi padroni avevano sotto di sé una grande quantità di schiavi e un certo numero di operai pagati a giornata. Il tempio di Gerusalemme, oltre che centro religioso, era anche il centro economico e finanziario. I pellegrini dovevano cambiare i soldi per le offerte e comprare gli animali per i sacrifici. Così i poveri andavano ad aumentare la ricchezza di quelli che erano già ricchi sfondati e a monte erano i loro sfruttatori. E’ questo in ultima analisi il motivo per cui Gesù caccia, indignato, i venditori dal tempio ( Mc 11,15-19 ). Per Gesù, infatti, non si può essere religiosi, zelanti del culto del Tempio ed essere contemporaneamente degli oppressori, degli affamatori della povera gente o inumani e crudeli verso chi ha bisogno di soccorso, come il sacerdote e il levita della parabola del buon samaritano ( Lc 10.31-32 ).

Tutti i beni di questo mondo, in sé, sono buoni. Essi sono opera di Dio e sono per il bene dell’uomo. La ricchezza di cui si parla nel Vangelo è la concentrazione dei beni questo mondo nelle mani di pochi. Allora essa diventa cattiva per due ragioni.

Primo, perché rende l’uomo superbo al punto che pensa di non aver più bisogno di Dio ( Lc.12,15-21 ).

Secondo perché questo accumulo di beni viene fatto a scapito di tanta gente che si trova così priva del necessario per vivere. Il caso più emblematico è la storia-parabola del ricco epulone e il povero Lazzaro ( Lc 22, 19-31 ).

Per questo Gesù dice che è impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli ( Mc 10,23-27 ). O meglio, è possibile solo se Dio gli cambia il cuore, lo converte, così che serva Dio e non Mammona ( Lc 16,13 ), o venda i suoi averi e li dia ai poveri per poi seguire Gesù ( Mc 10,17-22 ).

Gli Atti degli Apostoli testimoniano la solidarietà a livello della prima Comunità cristiana di Gerusalemme. I cristiani, forse non tutti, ma sicuramente alcuni, come per es. Barnaba ( At 4,36-37 ), vendono le loro proprietà e ne consegnano il ricavato agli

Apostoli, non per scopo di tipo ascetico e nemmeno per farne una proprietà

collettiva, ma perchè nella comunità scompaia l’indigenza ( At 2,45 ). Con l’istituzione dei diaconi la comunità cristiana, sull’esempio di quella ebraica, provvede agli orfani e alle vedove ( At 6,1 ss ).

Ma la più antica testimonianza di solidarietà economica nel Nuovo Testamento ce la offre S. Paolo. Nelle Chiese da lui fondate in Asia minore e in Grecia egli organizza una grande Colletta a favore della Chiesa di Gerusalemme, che si trova in grandi ristrettezze economiche ( 1 Cor 16,1-4 ).

San Paolo è il principale assertore della Comunità cristiana come Corpo di Cristo. I cristiani sono membra di questo Corpo, di cui Cristo è il Capo, e si devono aiutare gli uni gli altri. I carismi di ciascuno devono essere messi al servizio di tutti ( 1 Cor 12,12 ss ). L’Eucaristia per essere autentica deve essere celebrata nel contesto di una cena di solidarietà dei ricchi verso i poveri, perché per mangiare degnamente il Corpo del Signore e bere degnamente al suo calice, bisogna riconoscere il Corpo del Signore, costituito dalle membra della comunità ( 1 Cor 11, 20-29 ). Nel giudizio finale Cristo premierà i buoni perché ritiene fatte a sé le opere di misericordia da loro compiute verso i poveri e bisognosi ( Mt 25,31 ss ).

La solidarietà dei ricchi verso i poveri si inserisce, quindi, nel quadro della comunione fraterna in Cristo e della solidarietà verso i più deboli e bisognosi di aiuto: i sani devono aiutare i malati, i sapienti devono consigliare gli ignoranti, ecc. Ma è il bisogno altrui, non il mio progetto, che deve guidare la mia azione. Per cui devo farmi prossimo di chi è nel bisogno e fare tutto quello che è possibile da parte mia. E non soltanto verso i miei parenti o i membri del mio popolo, come sostenevano gli Ebrei ( questo è settarismo ), ma verso chiunque ha bisogno di me, anche un nemico, come viene indicato molto bene nella parabola del buon samaritano ( Lc 10,30 ss ).

Se nel “Padre nostro” si parla del pane quotidiano, si vuole indicare la cosa più importante nell’ordine delle cose materiali, da cui dipende la salute e la vita stessa, ma non si vuole certo escludere tutto il resto di cui l’uomo ha pure bisogno per vivere.

 

D’altra parte l’invocazione a Dio perché assicuri il pane quotidiano a tutti gli uomini, implica l’impegno dei credenti a fare tutto quello che è possibile perché questo scopo si realizzi. Altrimenti sarebbe una tentazione di Dio. Del resto Gesù, quando compie il miracolo della moltiplicazione dei pani ( Mc 6,35 ss ), prima di compiere il miracolo dice ai discepoli: “Voi stessi date loro da mangiare” e poi si fa dare tutto quello che hanno, cinque pani e due pesci e, solo dopo di ciò, fa il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

La tradizione cristiana più genuina, per tutti i secoli passati, ha realizzato quello che sinteticamente ha indicato san Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto “questo è il mio corpo” è il medesimo che ha detto “voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito”…“A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando Lui muore di fame?”.

 

I cristiani hanno sempre praticato l’elemosina e tanti Santi hanno creato gli orfanotrofi, i ricoveri per vecchi, gli alloggi per i pellegrini, gli ospedali, ecc. Ricordiamo almeno San Basilio, San Benedetto, San Bernardo, Santa Caterina da Siena, Santa Caterina da Genova, San Giovanni di Dio, San Camillo, San Vincenzo de’ Paoli, ecc. Molti di loro hanno dato vita anche a un Istituto religioso che assicura nel tempo la prosecuzione dell’attività caritativa da loro iniziata.

 

Nella riforma della Liturgia della Santa Messa è stata valorizzata la Colletta, la raccolta di offerte, intesa come gesto simbolico della solidarietà che i cristiani devono

praticare nel quotidiano verso i membri più deboli e più poveri della comunità cristiana, della società civile e di tutta la famiglia umana.

A partire dalla rivoluzione Francese ( 1789 ) il mondo cambia radicalmente. La società feudale, organizzata in modo piramidale, con l’autorità che piove dall’alto e governa con le monarchie assolute o le Dittature, cede il posto, pian piano, alla Democrazia. La rivoluzione industriale toglie all’agricoltura il monopolio della produzione della ricchezza, fino quasi ad azzerarne l’importanza. Ma il mondo del lavoro presenta una nuova forma di schiavitù che è il proletariato sfruttato dal capitalismo. La reazione più forte al capitalismo è il comunismo di Marx ed Engels, autori del famoso manifesto: “Lavoratori unitevi”, comunismo realizzato poi nell’ U.R.S.S. con il socialismo reale dal 1917 al 1989.

 

Per quanto riguarda la difesa dei diritti degli operai cattolici e comunisti si trovano d’accordo e danno vita alle leghe bianche i primi e ai sindacati rossi i secondi. Ma per quanto riguarda la proprietà privata c’era tra i due estrema opposizione. I Comunisti la volevano abolire per creare l’uguaglianza sociale, i cattolici invece la difendevano come elemento basilare di autonomia e libertà per l’uomo singolo e per la sua famiglia. L’Enciclica “Rerum novarum ” del Papa Leone XIII ( 1891 ) si colloca in questo contesto storico.

 

Il Concilio Vaticano II ( 1961-64 ) e più recentemente l’Enciclica “ Centesimus annus” di Papa Giovanni Paolo II ( 1991 ), dopo la caduta del muro di Berlino, affrontano più serenamente il problema della proprietà privata, dando pienamente rilievo alla destinazione universale dei beni di questo mondo, cosa che prima veniva trascurata e vista come una concessione al Comunismo. Quattro sono i principi che vengono affermati.

 

1 – Destinazione universale dei beni della terra. “ Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare alcuno” ( 31 ).

 

2 – La proprietà privata. “ E’ mediante il lavoro che l’uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominare la terra e ne fa la sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro”.

 

3 – La funzione sociale del lavoro. “ Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno” ( 31 ).

 

4 – La solidarietà. Essa è affermata sia a livello delle singole nazioni che a livello dei rapporti internazionali. “E’ stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano”… “Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le sono proprie ( = il libero mercato), esiste un qualcosa che è dovuto all’ uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell’umanità” ( 34 ).

 

All’inizio del terzo millennio ci troviamo ad affrontare la bomba demografica: siamo 6 miliardi di uomini sulla faccia della terra. Come sfamare tutte queste bocche? Gli affamati sulla terra crescono a vista d’occhio. Le prospettive per il futuro sono terribili. E’ possibile risolvere questo grave problema?

 

Teoricamente parlando, la terra ha possibilità di produrre, con le tecniche attuali, cibo sufficiente per il doppio dell’attuale popolazione.

I beni di questo mondo, però, sono spartiti male :

 

  • Il 18 % della popolazione ( Nord ) si è accaparrata l’ 82 % dei beni della terra.
  • L’ 82 % della popolazione ( Sud ) ha a disposizione soltanto il 18 % dei beni terreni.
  • Ci sono 800 milioni di persone affamate o denutrite che lottano ogni giorno per la sopravvivenza” ( Giovanni Paolo II, anno 1997).

 

( Dopo il fallimento del piano quinquennale della FAO, a Maggio del 2002, la gente che rischia di morire di fame è di 1.200.000.000. I più esposti a questo rischio sono i bambini )

 

Subito dopo il Concilio Vaticano II, i vescovi dell’America Latina riuniti a Puebla hanno deciso di prendere le difese dei poveri. La decisione di questo Sinodo è stata poi estesa alla Chiesa universale.

 

Senza interventi correttivi a livello mondiale, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. Il mercato mondiale penalizza le materie prime del terzo mondo nei confronti dei prodotti fini dei paesi industrializzati.

 

La conseguenza immediata di questa sperequazione mondiale è stato il fenomeno delle migrazioni di massa dai paesi poveri a quelli ricchi. E siamo solo agli inizi. Soltanto degli interventi massicci dei paesi ricchi per lo sviluppo dei paesi poveri del terzo mondo può risolvere a fondo questo problema. Nel frattempo noi non possiamo limitarci a deplorare questo stato di cose, ma dobbiamo fare tutto il possibile come individui e come comunità cristiane, per salvare il maggior numero possibile di persone dalla morte di fame, con particolare riguardo ai bambini che sono maggiormente esposti a questo rischio: ne muoiono ogni giorno ben 40.000, una città grande come Bassano del Grappa. Se ce ne stiamo inerti cadiamo nel peccato di omissione, che i Padri Conciliari del Concilio Vaticano II hanno rimproverato al popolo di Dio di fede cattolica, per cui l’hanno introdotto nel Confiteor della S.Messa.

Attualmente si sta facendo parecchio mediante gli Istituti missionari, le Associazioni benefiche e gli organismi non governativi, che usufruiscono anche dei Fondi dell’8 per mille, ma occorre una azione collettiva dei Cattolici per la solidarietà internazionale, per cambiare le regole del mercato, per favorire l’acquisto diretto delle merci che vengono dai paesi poveri e per le Banche benefiche.

 

 

Povertà evangelica

 

Per quanto riguarda il modo di vivere la povertà nel nostri Istituto Religioso c’è stato un grande cambiamento. Prima non si aveva mai un soldo mi tasca, bisognava dipendere dal superiore anche nelle minime cose. Tutto questo settore stava sotto l’obbedienza. Ora invece c’è uno spazio di autonomia in cui siamo chiamati a usare la nostra responsabilità personale.

Il punto di riferimento resta Cristo. Però ora lo conosciamo meglio di una volta. C’è una povertà da combattere: la grotta di Betlemme e la nudità della croce sono delitti della cattiveria umana. Ma c’è una povertà da imitare: Cristo che si guadagna il pane con il lavoro a Nazaret.

 

Cristo non è un grande proprietario terriero, che vive di rendita, con salariati e schiavi sotto di sè. Per questa gente ci sono i guai a voi, o ricchi!

Ma Egli non è neppure uno schiavo, né un lavoratore dipendente. Cristo è un lavoratore autonomo: vive in uno stato medio, che gli permette di dedicarsi alla predicazione durante la bella stagione. Nella predicazione itinerante non disdegna il sostegno economico delle donne che lo seguono.

 

Inoltre c’è da dire qualcosa circa lo scopo della povertà religiosa. Esso risulta chiaro negli Atti degli Apostoli: perché nella Comunità cristiana non ci sia nessun indigente ( At 4,34 ). Inoltre l’Eucaristia, secondo la narrazione di Paolo, viene celebrata nel contesto di una cena di solidarietà dei ricchi verso i poveri ( 1 Cor 11, 17-34). La povertà cristiana non è dettata da motivi ascetici, ma dall’esigenza dì essere solidali con i poveri. Chi ha dei beni deve darli ai poveri. La povertà dei singoli religiosi non è per la ricchezza del Convento, ma per la condivisione dei beni con i poveri.

 

Gesù e gli ignoranti

 

Tanti uomini e donne, umili e ignoranti non possono o non vogliono osservare la Legge. In genere non si tratta di cattiva volontà, ma dipende dal fatto che non conoscono la Legge o non ne capiscono il valore come gli specialisti. Le autorità religiose li considerano peccatori, degni dei castighi di Dio. Gesù invece loda le persone semplici e ignoranti perché le trova aperte nei confronti dell’annuncio del Regno di Dio. E le contrappone ai dotti e ai sapienti che con tutte le loro sottigliezze giuridiche restano impermeabili alla sua parola di salvezza.

 

Gesù e le donne

 

Al tempo di Gesù le donne non contavano nulla. Nelle Sinagoghe erano separate dagli uomini. Al tempio non si potevano avvicinare quanto gli uomini. Non potevano neanche leggere la Sacra Scrittura, ma ascoltarne la lettura dal marito. In pubblico non potevano neppure parlare con i maschi. Non avevano i medesimi diritti degli uomini in fatto di divorzio, in caso di adulterio, ecc. Presso gli Ebrei vigeva un maschilismo più forte che presso i Romani, che la Religione con le leggi sulle purità legali aveva fortemente accentuato. Gesù invece si circonda di donne con sorprendente naturalezza: durante le peregrinazioni apostoliche, alcune donne provvedono a Gesù e agli apostoli ( Lc 10, 38-42 ); sul calvario ci sono delle donne ( Mc 15,40 ; Mt 27, 55-56; Lc 23,49 e 24,10 ). Gesù difende la donna dal sopruso del marito circa il divorzio ( Lc 16,18) e salva l’adultera dalla condanna a morte ( Gv 8,1-11 ).

 

Gesù e i bambini

 

I bambini non avevano diritti. Dovevano stare in casa con le donne. Gesù invece “si indigna” con i discepoli che li volevano allontanare da lui, li accarezza e li benedice ( Mc 10,13-16 ). Li propone ai discepoli come modello di fiducia in Dio per la prontezza che essi hanno ad accettare doni dagli adulti con naturalezza, senza sospetto di calcoli e secondi fini ( Mc 10,15 ).

 

Gesù e i malati

 

La mentalità del tempo, come abbiamo già detto, vedeva la causa delle malattie nei peccati commessi. I malati, perciò, si pensava, erano responsabili delle loro disgrazie. Gesù sconfessa questa mentalità ( Cfr Gv 9, l-3 ) e quindi anche ogni forma di ostracismo sociale.

 

Per la storicità basti dire che Gesù operatore di miracoli è attestato dalla più antica tradizione cristiana al pari di Gesù predicatore. Per non accettarlo bisognerebbe eliminare una buona metà del Vangelo di Marco. Fatte alcune riserve: possibilità che qualche miracolo sia stato inventato, secondo le usanze di quei tempi in campo religioso; che qualche altro sia stato ingrandito ( es: moltiplicazione dei pani: da una a due; da 4.000 a 5.000 persone; da un cieco a due ciechi; da un demonio a una legione di demoni, ecc.); dobbiamo però anche dire che da nulla non nasce nulla e quindi se a Gesù viene attribuita una grande attività taumaturgica a favore dei malati, essa deve avere un fondamento storico.

 

Inoltre, l’accusa di scacciare i demoni in nome di Beelzebul ( magia ), l’accusa di guarire in giorno di Sabato e la guarigione della suocera di Pietro ( data la stima del celibato immediatamente successiva nella Chiesa ) sono elementi a favore della storicità dei fatti, in quanto elementi sgradevoli e sicuramente non inventati.

 

Certamente devono essersi verificate delle guarigioni di malati di vario genere, sorprendenti per la gente di quel tempo. In particolare devono aver avuto luogo delle guarigioni di indemoniati. Sovente la malattia era messa in relazione con il peccato e questo, a sua volta, con i demoni. Questo discorso vale soprattutto per l’epilessia, la quale veniva attribuita a un demone che possedeva il malato. La guarigione veniva considerata una vittoria su questo demone. Del resto, la concezione che le malattie fossero causate da spiriti maligni era diffusa in tutto il mondo antico e non solo presso gli Ebrei. Per Gesù l’avvento del Regno di Dio rappresenta la sconfitta di Satana, che cade dal cielo come fulmine ( Lc 10,18 ).

 

Miracoli come “segni”

 

Le guarigioni e gli esorcismi non sono fine a se stessi, ma sono al servizio dell’annuncio del Regno di Dio. Illustrano e confermano la parola di Gesù. Un paralitico viene guarito proprio per convalidare la legittimità del perdono dei peccati pronunciata da Gesù ( Lc 5,17-26 ). Hanno la funzione di segno: il Regno di Dio, attraverso l’azione di Gesù, comincia a realizzarsi.

 

Gesù si rivolge con simpatia e compassione a coloro ai quali non si rivolgeva nessuno: ai deboli, ai malati, ai negletti, agli emarginati. E’ questa la novità sconvolgente! Tutti fuggono dai lebbrosi e dagli ossessi, Gesù invece li avvicina e li tocca. Gesù non conosce il culto della salute, della giovinezza e della capacità, come fanno tutte le altre Religioni, come fanno gli Ebrei e come fa Qumran, la quale diceva apertamente: “Folli, dementi, balordi, alienati, ciechi, paralitici, zoppi, sordi, minorati, di costoro nessuno va accolto nella comunità, perchè angeli santi sono al suo interno”. La descrizione del Regno dei cieli fatta da Gesù ai discepoli del Battista suona in maniera completamente opposta: “I ciechi vedono e gli zoppi camminano, i lebbrosi guariscono e i sordi odono, i morti vengono risuscitati e i poveri ricevono la lieta novella” ( Mt 11,14). La Missione dei Dodici ( Lc 9,1-8 ), la missione dei settantadue ( Lc 10,1-20 ), la Missione definitiva dopo la risurrezione ( Mc 16,15-18 ) comportano sempre un duplice mandato: la predicazione del Regno di Dio e la guarigione dei malati.

 

Il messaggio del Regno di Dio mira all’uomo in tutte le sue dimensioni: non solo all’anima dell’uomo, ma all’uomo intero nella sua esistenza spirituale e fisica, nella concretezza del suo mondo pieno di sofferenza. Ed è un messaggio che vale per tutti gli uomini: non solo per i forti, i giovani, i sani, i capaci, che il mondo tanto volentieri esalta; ma anche per i deboli, i malati, i vecchi, gli incapaci, che il mondo tanto volentieri dimentica, ignora, trascura.

Gesù non si è limitato a parlare, è anche intervenuto nella sfera della malattia e dell’ingiustizia. Egli ha non solo il potere di predicare, ma anche il carisma di guarire.

 

Non è semplicemente annunciatore e consigliere. Egli è al tempo stesso risanatore e soccorritore. Per questo motivo la tradizione cristiana antica parla di Gesù come medico delle anime e dei corpi.

 

I moralmente inadempienti

 

Gesù non solo si è occupato dei poveri, dei malati, degli ossessi; non solo ha avuto attenzione per le donne, i bambini e la gente semplice; ma ha avuto anche contatti con persone moralmente inadempienti, palesemente irreligiose e immorali. Questo fu il vero e autentico motivo di scandalo.

 

A Gesù non solo fu applicato l’epiteto ingiurioso di mangione e beone, ma anche quello più pesante di amico dei pubblicani e peccatori. Gesù ha frequentato con assiduità provocatoria individui moralmente trasgressivi.

 

Il vangelo attesta espressamente dei casi di peccatori pubblici, citando anche i nomi: pubblicani ( Matteo e Zaccheo ), prostitute (Lc 7,36-50), adultere (Gv 7,53- 8,11). E le sentenze di Gesù che accompagnano quegli episodi sono rimaste famose: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”; “le sono perdonati i suoi molti peccati perchè ha molto amato”; “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

 

Il predicatore del Regno di Dio non ha recitato la parte del pio asceta che evita i banchetti e soprattutto determinate persone. Gesù, contro tutti i pregiudizi e le discriminazioni sociali, si oppose a che determinati gruppi o infelici minoranze venissero squalificati socialmente. Gesù non tentò di solidarizzare a tutti i costi. Non prese parte alla caotica attività di cerchie equivoche. Non si abbassò al loro livello, ma le innalzò al proprio.

 

Gesù inoltre non si limitò a discutere con loro, ma si sedette a tavola con loro. Essere seduti insieme a tavola non vuol dire soltanto gentilezza e affabilità, ma pace, fiducia, conciliazione, fraternità. Il capofamiglia ebreo spezza il pane all’inizio del pasto e recita una benedizione. Chi partecipa al pane partecipa alla benedizione di Dio. Gesù spartiva la mensa al cospetto di Dio con uomini peccatori. Così Egli intendeva offrire pace e riconciliazione anche ai moralmente inadempienti, che i pii ebrei invece emarginavano ( Cfr. Capitolo X ).

 

La salvezza

 

Per gli Ebrei la salvezza riguarda la vita presente: Dio assicura al popolo una terra dove possa vivere a lungo nella libertà, crescere, moltiplicarsi e godere i frutti della terra. Vale sempre il trinomio: Dio – popolo – terra. Solo tardivamente si fa strada l’idea della vita futura con Dio ( Libro dei Maccabei ).

 

Per Gesù il Regno di Dio ( progetto di salvezza ) riguarda la vita presente, ma in prospettiva escatologica: vita beata ed eterna con Dio, gli angeli e i santi. Riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini. Il centro dell’attenzione è la persona umana, nel suo aspetto fisico e spirituale. Essa è più importante della Legge e del Tempio. Se si trova nel bisogno occorre andare in suo soccorso.

 

Per la Chiesa Feudale ( Clericale, giuridica e verticista ) la salvezza riguarda solo l’anima e si realizza nella vita eterna. La vita presente è destinata alla sofferenza, il mondo presente è una “valle di lacrime” ( Salve Regina ), ecc. Bisogna offrire a Dio la propria sofferenza accettata con rassegnazione, in attesa del premio futuro.

 

Il Concilio ci ha fatto riscoprire il Gesù storico, uomo ricco di umanità, che porta un annuncio di salvezza che comincia a realizzarsi subito ( il già ), qui e adesso, ma che raggiungerà la sua pienezza nel futuro escatologico di Dio ( il non ancora ). La salvezza parziale che Egli dona ai malati con le guarigioni ( sanitas ) è un segno e un anticipo della salvezza piena ed eterna del Paradiso ( salus ).

 

Ospitalità secondo lo stile di S. Giovanni di Dio

 

La teologia del voto di ospitalità nasce dal fatto che Cristo non si è limitato a predicare l’avvento del Regno di Dio, ma ha svolto contemporaneamente un’assidua azione taumaturgica a favore dei malati. E le guarigioni dei malati rappresentano dei segni che il Regno di Dio si sta già realizzando con l’allontanamento delle forze del male che opprimono l’uomo.

 

In questo settore il problema del rinnovamento è molto vecchio, visto che già Pio XI diceva ai nostri Superiori: “Spirito antico, ma mezzi moderni”.

Le trasformazioni del mondo sanitario e ospedaliero sono semplicemente vertiginose e nessun superiore da solo può ragionevolmente pensare dì avere le ricette in tasca per risolvere tutti i problemi. I religiosi verranno sempre più coinvolti personalmente nelle scelte da farsi, anticipando magari le norme legislative. E in questo devono anche avvalersi dell’aiuto degli esperti del settore, che sono dei laici.

 

I nostri ospedali devono essere all’avanguardia sotto l’aspetto tecnico-assistenziale. E già per fare questo ci vuole un impegno notevole di uomini e mezzi, perché i problemi si susseguono con ritmi forsennati e le risorse umane e i mezzi finanziari non sono sempre adeguati.

 

Ma il Concilio ha detto che lo scopo precipuo della presenza dei religiosi negli ospedali è l’annuncio del Regno dì Dio nel mondo della sanità. I religiosi, quindi, dovranno demandare ai laici tante prestazioni di tipo manuale c/o professionale e riservare le poche risorse umane disponibili all’azione dell’apostolato sanitario e ospedaliero. In questo settore poi si dovrà superare il sacramentalismo e mirare soprattutto a una nuova evangelizzazione.

 

I religiosi devono essere gli animatori della comunità ospedalira composta di religiosi, collaboratori laici dipendenti, volontari e malati. Non possono più demandare l’apostolato sanitario-ospedaliero unicamente al Cappellano.

Il progetto di collaborazione con i laici nel mondo sanitario-ospedaliero (insieme per servire ) non nasce dal fatto emergente della mancanza di vocazioni, ma dal concetto di Chiesa come popolo di Dio, sancito dal Concilio.

 

Avendo come punto di riferimento il popolo di Dio che lavora con noi a favore dei malati o ci aiuta dall’esterno, o simpatizza per noi, ecc. la nostra animazione spirituale deve rivolgersi a tutti questi settori, in vari modi: questo è il taglio spirituale con cui va affrontato il discorso dei gruppi o movimenti, cui partecipare il carisma dell’ospitalità secondo lo spirito di San Giovanni di Dio.

 

La CARTA D’IDENTITA’ dell’Ordine parla:

 

  • di ospitalità olistica, che riguarda la persona intesa come unità fisica e spirituale
  • della sanitas (guarigione dei malati) come obbiettivo primario che gli ospedali devono raggiungere usufruendo di tutti i mezzi che la scienza e la tecnica mettono a nostra disposizione
  • della umanizzazione degli ospedali perché si crei un ambiente sereno per tutti quelli che vi entrano
  • ma anche della salus ( salvezza eterna ) come obbiettivo dell’apostolato ospedaliero ( ultimo nell’esecuzione, ma primo nell’intenzione ).

 

Domande

 

1 – Vado dietro ai potenti, ai ricchi? Cerco la carriera ecclesiastica?

O anch’io, come Gesù, sono amico dei poveri, degli oppressi, dei malati, degli ignoranti, dei deboli, degli emarginati, degli ultimi, dei senza-speranza?

2 – Le idee di fondo che guidano il mio apostolato ospedaliero sono quelle della Chiesa medioevale: la salvezza dell’anima? O sono quelle di Gesù: approccio dell’uomo sofferente nella ricerca di fare tutto quello che è possibile per lui?

3 – Nel contatto con i malati mi presento come Gesù, uomo ricco di umanità? Ho la pazienza di ascoltare i loro lamenti? Mi interesso ai loro problemi? A quelli delle loro famiglie?

4 – Penso ancora che l’apostolato ospedaliero sia esclusivo dei preti, o mi adopero per creare una chiesa ospedaliera dove tutti gli operatori cristiani si sentano coinvolti ad operare attivamente a favore dei malati sul piano fisico e spirituale ( pastorale d’insieme )?

5 – Cosa penso della nuova evangelizzazione? Sono ancora un seguace di Giovanni Battista, che minaccia i castighi di Dio ( “razza di vipere”! )? O seguo Gesù che annuncia un tempo di grazia per tutti? Sono apportatore di speranza nel mondo della sofferenza?

6 – Nella celebrazione del Sacramento della Penitenza mi atteggio a giudice severo ( al posto del Padre eterno )? Oppure mi presento come ministro del perdono gratuito di Dio che riempie il cuore di gioia e trasforma i cuori?

7 – Cosa penso del sacramento degli infermi? Un Sacramento che agisce automaticamente e che bisogna dare a tutti i costi, anche contro voglia o quando il malato non capisce più niente? O è l’espressione della volontà della Chiesa che vuole fare tutto il possibile per il bene del malato e prega Dio per la sua salute e per la sua salvezza? ( Cfr Rituale, introduzione, n. 5 ).

 

Bibliografia essenziale

 

AA.VV. Diaconia della carità nella pastorale della Chiesa locale, Gregoriana, Padova, 1988.

T.Goffi e G. Piana, Corso di morale, 5 volumi, Queriniana, Brescia, 1983

T.C. Larchet, Teologia della malattia, Queriniana, Brescia, 1993

P.M.Zulehner, Teologia pastorale, 4 volumi, Queriniana, Brescia, 1992

G. Pasini, La Chiesa del grembiule, in: RELIGIONE E SCUOLA, Queriniana, Brescia, n. 5, Mag/Giu 1994, pagg. 3-13.

 

07 – PADRE NOSTRO – L’AMORE DEL PROSSIMO – Luca Beato oh

  VII

L’AMORE DEL PROSSIMO

 

Gesù chiede anzitutto un radicale e integrale orientamento della vita umana verso Dio. La “metànoia”( Mc 1,15 ), cioè la conversione ( non la penitenza ), consiste in una decisiva trasformazione della volontà, un nuovo atteggiamento di fondo, una opzione fondamentale a favore di Dio. Non si richiede la confessione dei propri peccati, ma il rifiuto della propria vita peccaminosa, della propria vita precedente e un orientamento verso il futuro migliore che Dio promette e dona con l’avvento del suo Regno. A questo futuro l’uomo si deve dedicare totalmente, senza voltarsi indietro dopo aver posto mano all’aratro ( Lc 9,62 ).

 

L’uomo deve consacrare il suo cuore a Dio e a niente altro: non al denaro e ai beni materiali ( Mt 6,19-21.24-34; Mc 10,17-27 ); non al diritto e all’onore ( Mt 5,38-42; Mc 10,42-44 ); neppure ai genitori e alla famiglia ( Lc 14,26; Mt 10,39 ). Chi vuole essere discepolo di Gesù deve “odiare” ( = mettere in secondo piano ) padre, madre, fratelli, sorelle, moglie, figli e perfino se stesso. Già, perchè l’esperienza insegna che il nemico più forte della nostra conversione è proprio il nostro io. La realtà invece è questa: chi ama la propria vita la perderà, chi invece la perde per Cristo e per il Vangelo, la ritroverà ( Lc 17,33; Mt 10,39 ).

 

Il discepolo di Gesù, per sè, non è che debba compiere degli atti di eroismo, ma deve vivere continuamente nella gioiosa gratitudine di chi ha trovato il tesoro nascosto nel campo o di chi è riuscito ad acquistare la perla preziosa. Il modello di questo atteggiamento è il bambino, non per la sua presunta innocenza, ma perchè ha totale fiducia nei suoi genitori, si lascia aiutare da loro naturalmente ed accetta spontaneamente e con riconoscenza i loro doni. L’invito di Gesù alla conversione del cuore è un invito alla gioia. E devono gioire anche gli altri ( il fratello del figlio prodigo ), come gioisce il Padre celeste per un peccatore pentito. Nei confronti di Dio noi ci dobbiamo sentire come figlioli nella casa del proprio Padre e non come schiavi sotto il Padrone. I rapporti tra noi e Dio non sono regolati da leggi scritte o da statuti giuridici, ma dall’amore gratuitamente offerto da Dio e fiduciosamente accolto dall’uomo.

 

 

 

La volontà di Dio è il bene dell’uomo

 

Da quanto è stato detto finora dovrebbe apparire chiaro che Dio non vuole niente per sè. La volontà di Dio è il bene dell’uomo, la vera grandezza dell’uomo, la sua dignità suprema.

 

In tutta la Bibbia viene detto diffusamente che la volontà di Dio è una volontà di salvezza sia del singolo uomo che di tutti gli uomini. Più precisamente all’inizio si tratta della salvezza del popolo ebreo e dei singoli nell’ambito della salvezza del popolo; ma poi si fa strada l’idea che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini.

 

Questa volontà di salvezza si traduce in aiuto e liberazione, difesa e protezione, risanamento e risollevazione. Dio vuole la vita del suo popolo, la sua gioia, la sua libertà, la sua pace, la sua salvezza, la sua felicità completa e duratura.

 

L’annuncio, che fa Gesù, dell’avvento del Regno di Dio, significa per l’uomo un annuncio di salvezza completa offerta gratuitamente da Dio, un annuncio di redenzione, di pacificazione, di felicità. In Gesù si ha proprio una radicale identificazione della volontà di Dio con il bene dell’uomo. Dio non viene visto senza l’uomo, l’uomo non viene visto senza Dio.

 

Le conseguenze di questo insegnamento sono logiche e immediate:

- Non si può essere per Dio e contro l’uomo.

- Non si può essere persone pie e comportarsi in modo disumano.

Tutto ciò sembrerebbe una cosa ovvia, ma invece non lo è, nè oggi nè al tempo di Gesù. Questa invece è la novità assoluta portata da Gesù: il vino nuovo che gli otri vecchi non possono contenere; il tessuto nuovo che non si può usare per rappezzare quello vecchio.

Poichè è in gioco l’uomo:

  •  
    • Gesù, che solitamente è rispettoso della Legge, non esita ad andare
    • mangiare e nel bere.
    • Gesù rigetta l’osservanza rigida del riposo del Sabato perchè disumana e dichiara esplicitamente che il Sabato è fatto per l’uomo.

 

La Legge non è un assoluto

 

Gesù ha relativizzato la Legge. La causa di Dio non è la Legge, ma l’uomo. Questo vuol dire: umanità al posto di legalismo, istituzionalismo, giuridismo, dogmatismo. Non si tratta di abolire norme ed istituzioni, ma di valutarle in funzione dell’uomo, di umanizzarle. Non si vuole, certo, sostituire la volontà dell’uomo a quella di Dio, si vuole significare che la Legge non è un assoluto, ma ha la funzione di favorire il bene dell’uomo. I comandamenti esistono per l’uomo, non l’uomo per i comandamenti ( Mc 2,27 ) .

 

 

Il Tempio non è un assoluto

 

Gesù relativizza il Tempio. Non si tratta qui solo dell’edificio sacro, ma dell’intero ordine del culto a Dio, il servizio divino. “Prima riconciliati con tuo fratello, poi vieni a presentare la tua offerta” ( Mt 5,23 ). Alla riconciliazione fraterna e al servizio quotidiano fatto al prossimo va accordata la priorità rispetto al servizio divino e all’osservanza del giorno riservato al culto divino.

Gesù non abolisce la Liturgia, anche se predica la fine del Tempio, ma la vuole vedere al servizio delle esigenze umane. La Causa di Dio non è il culto, ma l’uomo: umanità invece di formalismo, ritualismo, liturgismo, sacramentalismo.

Certo, il servizio umano non sostituisce il servizio divino; ma il servizio divino è in funzione del servizio umano. Non si può prendere in seria considerazione Dio e la sua volontà, senza prendere contemporaneamente in seria considerazione l’uomo e il suo bene.

Gesù, quando prende le difese dell’uomo, non esita ad assumere atteggiamenti di combattività ed aggressività contro persone ed istituzioni. Gesù non è la figura dolce, mite, arrendevole, quieta, umile, paziente che certo pietismo e devozionismo vorrebbe farci credere.

 

Amore di Dio e del prossimo

 

Anche il Giudaismo parla sporadicamente di un amore su due piani: Dio e il prossimo. Gesù fa una originalissima riduzione e concentrazione di tutti i comandamenti a questi due dell ’amore di Dio e del prossimo, annodandoli strettamente tra di loro in una indissolubile unità. Dopo di Lui, non è più possibile dividere la religiosità dal comportamento. L’ unico amore si deve esprimere in atti di culto verso Dio e in gesti d’amore verso il prossimo.

 

Sia ben chiaro che per Gesù Dio e l’uomo non sono la stessa cosa. Dio resta Dio e l’uomo resta uomo. Dio detiene il primato assoluto e va amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze ( Mt 22,37 ). Ma amare Dio non vuol dire fuggire dal mondo, cercare l’unione mistica con Dio nella solitudine. L’amore di Dio senza l’amore dell’uomo è vuoto e illusorio. L’amore del prossimo, però, è distinto dall’amore di Dio e non può diventare strumento dell’amore di Dio. Cioè, io devo amare il prossimo per se stesso, perchè Dio vuole che io ami tutti i figli suoi. Quando aiuto il prossimo che è nel bisogno non devo fare discorsi pii. Il samaritano presta soccorso al ferito che incontra sulla via senza addurre motivazioni religiose. E’ il suo gesto di carità che è per se stesso gradito a Dio. I benedetti del giudizio finale si meravigliano che le opere di misericordia fatte al prossimo, Dio le consideri come fatte a sè. Amore del prossimo non vuol dire amore dell’umanità in genere. L’umanitarismo non costa nulla, è facile a praticarsi. Ma la prestazione concreta fatta al singolo malato, affamato, oppresso, impegna seriamente e profondamente.

 

E’ al vicino che dobbiamo guardare: in famiglia, in parrocchia, nella scuola, nel campo professionale, ecc. E’ più facile solidarizzare con poveri dell’India e dell’Africa, che con i marocchini, che vengono qui da noi. Quanto più lontano è il prossimo, tanto più agevole risulta una professione verbale d’amore.

 

Gesù invece vuole l’amore pratico e concreto. Per Gesù l’amore non è solo amore dell’uomo, ma essenzialmente amore del prossimo. E nell’amore del prossimo trova la sua realizzazione pratica l’amore di Dio. Dall’intensità del mio amore per il prossimo, ho la misura dell’intensità del mio amore per Dio.

 

“Come te stesso”

 

Il prossimo va amato “come te stesso”( Lv 19,18; Mt 22,39 ). Noi amiamo istintivamente noi stessi e sappiamo bene quello che vogliamo gli altri facciano a noi. Quello che istintivamente vogliamo per noi, uscendo dal nostro egoismo, lo dobbiamo volere e fare anche al nostro prossimo. Non è che dobbiamo estinguere il nostro io, come voleva una certa ascetica del passato, ma aprirci agli altri: essere vigili, attenti, disponibili a venire in aiuto agli altri. Denominatore comune dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo è quindi il ripudio dell’egoismo, la volontà di dedizione. Dio non mi chiama dalle nuvole e nemmeno dal fondo della mia coscienza, ma soprattutto attraverso il prossimo: un appello che non si spegne mai, che ogni giorno torna a raggiungermi in mezzo alla mia vita quotidiana nel mondo.

 

Chi è il mio prossimo

 

Per gli Ebrei ( Lv 19,18 ) si tratta dei membri del proprio popolo; gli altri sono nemici. Gesù non dà una definizione del prossimo, ma con la parabola del buon samaritano indica che il prossimo non sono soltanto quelli della propria famiglia, della cerchia deg1i amici; quelli del mio partito, del mio popolo, ma anche gli estranei. Il prossimo è imprevedibile. E’ chiunque ha bisogno di me. Inoltre l’inversione della risposta (” Chi ti sembra sia s