1980: NASCE IN OTTOBRE E LO CHIAMANO POPOLO – Angelo Nocent

1980: NASCE IN OTTOBRE

E LO CHIAMANO POPOLO

 

PREMESSA – La più grande maledizione per un albero, è quella di SECCARE. Anche un uomo può essere paragonato ad un albero e, se dovesse seccare, sarebbe una vera sciagura: sempre lì, in piedi, al suo posto, ma “disabitato”, la linfa che non circola, senza vita, senza freschezza, inospitale. Parafrasando il Salmo 1, noi tutti dovremmo essere “come alberi piantati lungo un fiume” che attendono la primavera per fruttificare. Geremia usa un’immagine ancor più espressiva: gente che “verso il fosso tende le radici” (Ger 17, 5-8).


Alberi piantati: è il Battesimo. E’ lì che avviene il trapianto, che affondano le radici nel terreno, che inizia una solida alleanza, un matrimonio da cui la pianta riceve nutrimento e consistenza. La fase due si chiama Eucaristia: un popolo che trova la forza nel pane che viene dal cielo. Il rimando è alla storia di Elia, il profeta scoraggiato e oltraggiato: “Si alzò, mangiò e bevve. Poi, rinforzato da quel cibo, camminò quaranta giorni e quaranta notti, fino al monteOreb, il monte di Dio” (1Re 19,8).

 

LO SPEZZARE IL PANE è il gesto liturgico originale, gesto mai abbastanza compreso, che fa riconoscere l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che FA MEMORIA della sua Pasqua. VIVE del suo Spirito, PRATICA il suo comandamento. Naturalmente, felice di stare insieme, amante della pace, forte contro ogni violenza, pronta adare la vita, perché ama la vita. Questo è il significato dell’ESSERE CHIESA. Senza illusioni: perché il mondo non è nostro, è di Dio, che ha il suo trono nel cielo. (Sal 2).

1980. Dopo secoli, è successore di Pietro un papa straniero, polacco, sportivo, sciatore, nuotatore, affascinante (che non guasta): SAN GIOVANNI PAOLO II. Fra le sue prime parole: Se mi sbaglio mi CORRIGERETE…Non abbiate paura, aprite, aprite, anzi spalancate le porte …”. Un boato! Domenica 19 Ottobre, il Papa all’Angelus in Piazza San Pietro,fa una citazione in latino: vengono in mente le parole del Vangelo di San Luca, alle quali questa preghiera fa riferimento: “Missus est Angelus Gabriel ad Virginem…”(Lc 1,26-27). E precisa: “All’inizio dell’opera alla quale desideriamo servire, si trova la “missione”. La parola che parla della “missione”, cioè della “vocazione”, è in un certo senso la prima parola del Vangelo. E cita la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa:“La Chiesa, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunciare e instaurare in tutte le gento il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio…” (Lumen Gentium 5).

In questa atmosfrra di ardore missionario, nell’ OTTOBRE 1980 esce il PRIMO NUMERO di UN POPOLO IN CAMMINO – Parrocchia dei ss. Nazario e Celso in Monte Cremasco. Rispolverando la dichiarazione d’intenti della REDAZIONE, emerge che NON VANTA alcuna pretesa, ma COLTIVA solo un ambizioso desiderio:

 

  1. instaurare un RAPPORTO più profondo con le famiglie;
  2. diventare un momento di COLLEGAMENTO delle varie esperienze vissute, COINVOLGENDO il territorio;
  3. invitare alla CORRESPONSABILITA’;
  4. aprire a ogni COLLABORAZIONE;
  5. contribuire alla rinascita di una coscienza di POPOLO IN CAMMINO VERSO L’UNITA’;
  6. nella CERTEZZA LIETA DELLA FEDE ereditata.

 

Il primo umero, che più arti

Il Vaticano II ci ha educati a pegianale di così si muore, era cosituito di fogli A4, fotoopiati, piegati e pinzati, con un frontespizio naïf, già allota pensato per la gioia del futuro parroco, il don Roberto di oggi, attuale custode fedele del TESTIMONE tramandatoci.Con questo numero siamo alla 250ma USCITA. Un cammino che ormai dura da 42 anni.

E allora? “Muccesi tutti: Cin Cin! E che il nostro umile ma puntuale INFORMATORE ecclesiale terrotoriale, vivat, crescat, floreat, ossia possa contunuare a vivere, crescere ed a fiorire per noi, “alberi” piantati lungo il “FIUME”. E’ Parola di Dio: Se uno ha sete, si avvicini a me, e chi ha fede in me, beva! Fiumi d’acqua viva sgorgheranno da lui” (Gv 7,37).

Sembra che i buoni propsiti di allora finora siano stati mantenuti. Epperò, vale anche per oggi quell’invito pronunciato all’indomani del Vaticano II. Attingendo alla lettera dell’apostolo Pietro, sjupplica: “Resistite fortes in fide” – “Ma voi, RESISTETE, forti nells fede! E sappiate che anche altri cristiani sparsi per il mondo devono soffrire le stesse difficoltà, come voi” (1Pt 5,9).

Non è un segreto: anche nella Chiesa di oggi regnano momenti ‘incertezza. Si credeva che dopo il Concillio sarebbe derivata una stagione di bel tempo per la storia della Chiesa. Invece, man mano che si procedeva, ci siamo accorti che i mutamenti metereologicini fanno parte del nostro quotidiano e che il pane della serenità va invocato ad ogni nuovo risveglio.

Ai tempi del Concilio Vaticano II (convenuti a Roma cira tremila vescovi di ogni razza, colore, popolo, stato, lingua e latitudine, mai nella Chiesa una simile novella Pentecoste) ero un giovanotto che oggi conserva ancora nel cuore indelebili ricordi. Ad esempio l’esjultanza per la GAUDIUM ET SPES del 7 Dicembre 1965, un soffio di promavera, con il folgorante annuncio al mondo di un episcopato per lo più avanti negl’anni: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri sopratutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze , le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco el loro cuore”.

E’ lo SVILUPPO DELLA PRIMA PEMTECOSTE e finirà quando tutti i popoli, riuniti nella nostra fede, canteranno insieme le meraviglie che Dio ha operato. Nel frattempo, ci tocca di fare la nostra parte.

nsare la Chiesa come POPOLO DI DIO IN VAMMINO NELLA STORIA. Ma in condizioni di ESODO, che è una categoria biblica. I DUE ESODI di Israele sono noti: quello dall’Egitto verso la terra promessa e qello da Babilonia verso Sion. Anche nella tradizione della Chiesa primitiva questa categoria era familiare. Nella lettera a Diogneto si legge che i cristiani erano indicati come nomadi: “Ogni terra straniera è patria per loro; e ogni patria è terra straniera”.

E’ evidebte che “UN POPOLO IN CAMMINO” non è da intendersi come amna scampagnata primaverile nell’Umbria verdeggiante, densa di spiritualità francescana. I numeri pubblicati sono da considerarsi come delle LITTERAE COMMUNIONIS, servite come strumento per veicolare il messaggio evangelico. MA DA GIOIOSI TESIMONI DELLA RISURREZONE. Perchè LA GIOIA CRISTIANA, la gioia di sentirsi fratelli e di amarsi è una potente TESTIMONIANZA della Risurrezione di Gesù. Egli ci ha fatto una promessa: lo Spirito Santo: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro difensore che starà sempre con voi, lo Spirito della verità…e, dovreste rallegrarvi che io vada dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Tutto questo ve l’ho detto prima, perché quando accadrà abbiate fede in me” (Gv 14).

E’ un bene che a noi, un po’ imbambolati, ad ogni due per tre venga ricordato il significato dell’ESSERE CHIESA. Gli appuntamenti alle Assi, a cominiare dalla Pentecoste, sono proprio vuluti per aiutarci a far nostra quella MISSIONE che per prima ha accettato MARIA, la Vergine di Nazareth, Madre della Chiesa.

POPOLO significa collettività dei cittadini che assume questa missione divina insieme con Cristo nello Spirito Santo. Un prendere coscienza che anche noi, picccola Comunità di un paesino più notoa Dio che agli uomini, ci troviamo nello STATO DI MISSIONE . “In statu missioni “ per dirla in latinorum. COMPLICATO? Sbbastanza. D’altra parte, siamo in presenza del mistero. Ma le festività liturgiche delle prossime settimane saranno illuminanti: Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, Assunzione…tutte soste per riprendere fiato e riordinare le idee.

 

Oggi “UN POPOLO IN CAMMINO” assume il significato di SINODO. Cosa significa il termine Sinodo? Per dirla in breve bisogna risalire all’etimologia greca: è una parola composta dalla preposizione” con”(σύν), e dal sostantivo “via” (οδος): indica il “camminare insieme” del Popolo di Dio. I credenti sono dei “sunodoi” – (σύνοδοi), dei compagni di cammino, chiamati a testimoniare e ad annunciare la Parola di Dio. Il nostro periodico parrocchiale è dunque un vademecum (appunti di viaggio) che ci accompagna lungo il percorso e RINVA al Signore Gesù che presenta se stesso come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,16).

L’immagine di un popolo in cammino è suggestivaè suggestiva. Ma la domanda dovrebbe essere: dove sta andando?

Le risposte dell’Apostolo Paolo sono puntuali ma anche sconvolgenti. La lettera a gli Ebrei, citando la Bibbia, ricorda che “IL NOSTRO DIO E’ UN FUOCO CHE DIVORA”. Un’esortazione che andrebbe letta per intero (Eb 13,1ss). A farci coraggio ci pensa il veggente dell’Apocalisse con l’invito ad ALZARE LO SGUARDO PER VEDERE la “città santa”, la Gerusalemme nuova , scendere dal cielo, da Dio, pronta come una SPOSA ADORNA PER IL SUO SPOSO “ (Ap 21,2).

Che dire? Semplivemente: “VIENI, VIENI !”. Un vivere VIGILANDO nell’attesa. Un vivere PELLEGRINI NEL DESERTO. Un popolo in cammino nella PRECARIETA’ NOMADE: “Vieni, Signore Gesù!”.

 

I 250 numeri usciti fin’ora sono come una lunga processione che mi ha fatto venire in mente “Il dottor Živago” , romanzo di successo dello scrittore russo Boris Pasternak. Ero ragazzo quando l’ho letto. Ho perfino memorizzato l’incipit:: “Andavano e andando cantavano eterna memoria. Nelle pause, sembrava fossero i piedi, i cavalli, gli aliti di vento a continuare il canto intonato”.

Strane coincidenze: “Il dottor Živago” è stato l’unico romanzo scritto dall’autore russo che, tuttavia grazie afd esso si aggiudicò il Premio Nobel per la Letteratura nel1958. Purtroppo egli non potè ritirare l’ambìto riconoscimento. Per lìopposizione del governo sovietico, sapeva che, se avesse presenziato alla premiazione, non saebbe potuto ritornare in patria. Sono i corsi e ricorsi sorici…

E’ interessante vedere come la missione, così come la concepisce Gesù, non è mai il lavoro olkitario ed erpico di uno solo , ma sepre il tentativo di essere in comunione almeno con un altro: “Allora chiamò i dodici discepoli e cominciò a mandarli qua e là, a due a due. Dava loro il potere di scacciare gli spiriti maligni e diceva: ‘Quando vi mettete in viaggio, prendete un bastone e nient’altro; né borsa, né soldi in tasca. Tenete pure i sandali, ma non due vestiti‘.(Mc 6,7-9).

Cosa capisco? Che “camminare” non basta, occore CAMMINARE INSIEME. Ma c’è un ma…Con tutte le buone intenzioni, guardandosi attorno, notaomo un sacco di cose che non vanno, che ci destano pajura e smarrimento. Anando verso la festa dell’Assunta , la Voce interiore dello Spirito, compagno di viaggio, accortosi che tendo a guardare in basso e a soffrire di vertigini, da esperta guida alpina mi lancia un grido ammonitore: “Guarda in alto…! Guarda verso l’Assunta”. Se potessi modificare il titolo del nostro peridico, porterei una piccola aggiunta:“UN POPOLO IN CAMMINO CON MARIA”. Non è la Madre della Chiesa? Angelo Nocent

 

RIT – Il tuo popolo in cammino cerca in Te la guida; sulla strada verso il Regno sei sostegno col tuo corpo:
resta sempre con noi, o Signore!

1 È il tuo pane, Gesù, che ci dà forza e rende più sicuro il nostro passo.Se il vigore nel cammino si svilisce, la tua mano dona lieta la speranza.

2 È il tuo vino, Gesù, che ci disseta e sveglia in noi l’ardore di seguirti. Se la gioia cede il passo alla stanchezza,la tua voce fa rinascere freschezza.

3 È il tuo corpo, Gesù, che ci fa Chiesa,fratelli sulle strade della vita. Se il rancore toglie luce all’amicizia, dal tuo cuore nasce giovane il perdono.

4 È il tuo sangue, Gesù, il segno eterno dell’unico linguaggio dell’amore. Se il donarsi come te richiede fede, nel tuo Spirito sfidiamo l’incertezza.

5 È il tuo dono, Gesù, la vera fonte del gesto coraggioso di chi annuncia. Se la Chiesa non è aperta ad ogni uomo, il tuo fuoco le rivela la missiione.

https://www.youtube.com/watch?v=Kv-mA-dezr4

 

 


 

E TANTA GIOIA DENTRO AL CUOR – Angelo Nocent

 

E TANTA GIOIA DENTRO AL CUOR

Con la 251esima uscita del nostro periodico parrocchiale UN POPOLO IN CAMMINO (Ottobre.Novembre 2022) si riprende la marcia. Ma è d’obbligo porci un interrogativo: ci rendiamo conto di dove stiamo andando? Perché per un cristiano il pericolo di sempre è un lamentoso procedere, nostalgico non si sa bene di che cosa e di lasciarsi trasportare dalla corrente: “Andate avanti voi che noi vi seguiamo”. Ma c’è anche un dolorosi atteggiamento mai apertamente dichiarato: “Fate come se non esistessi”, l’equivalente di quella provocatoria e di cattivo gusto, quasi blasfema del Padre Nostro formulata dal poeta francese Jaques Préver: “PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI, RESTACI!”. E non sono pochi i fermamente convinti che che Dio debba star fuori dal perimetro della storia umana. A uomini scettici o delusi e arroganti la religione pare non aver nulla da dire. Chiuso nel cielo dorato della sua trascendenza, Dio

  • non deve DISTURBARE le nostre coscienze,
  • non deve INTERFERIRE nei nostri affari,
  • non deve ROVINARCI i piaceri e i successi.

Il salmo 10,4 è lapidario: “Dice il malvagio nella sua presunzione: “Nessuno mi chiederà conto di nulla. Dio non c’è. Questo è il suo pensiero”.

 

Stando così le cose, meglio sgomberare subito il campo da ogni malinteso: quella del cristiano è una VOCAZIONE. Egli ha ricevuto la proposta autorevole di una META e di un CAMMINO di LIBERAZIONE. Il proponente è GESU’: “Vieni e seguimi”, vieni e ti farò pescatore di uomini. Questa proposta viene fatta ad ogni uomo, anche aciascuno di noi, nessuno escluso ed è la possibilità di uscire dai tanti condizionamenti e paure che ci affliggono.

La Bibbia è concretezza. ABRAMO non era un uomo speciale ed in tante cose ci assomigliava, Per quanto ci è dato di capire di lui, era un pastore, un uomo sedentario, senza grandi prospettive, un amante del quieto vivere, legato e condizionato dall’ambiente comodo, consumistico e godereccio. Un vivere tranquillo e privo di tensioni.

Poi giunge la CHIAMATA DI DIO. E la lettera di Paolo agli Ebrei che invito a leggere, ci dice che lo chiama e lo sradica: “Per fede, Abramo ubbidì quando fu chiamato da Dio, partì senza sapere dove andava” (Eb 11, 8 ss).

 

NON SIAMO SOLI

 

Dal salmo 23,4 che conosciamo a memoria ci vengono tanta luce e tanta consolazione:Anche se anche andassi per la valle più buia, di nulla avrei paura, perché tu resti al mio fianco, il tuo bastone mi dà sicurezza” .

L’ essere un popolo in cammino comporta il dover attraversare sia pascoli erbosi che proseguire anche in presenza della valle oscura. Ogni realtà, per quanto piccola come la nostra, è segnata da sofferenze, incomprensioni, timori, L’incoraggiamento ci viene da Paolo: Noi siamo sicuri di questo: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano, perché li ha chiamati in base al suo progetto di salvezza. Da sempre li ha conosciuti e amati, e da sempre li ha destinati a essere simili al Figlio suo, così che il Figlio sia il primogenito fra molti fratelli.

 

Ora, Dio che da sempre aveva preso per loro questa decisione, li ha anche chiamati, li ha accolti come suoi, e li ha fatti partecipare alla sua gloria” (8,28-30).

 

Alle Assi veneriamo quella Donna che in ogni santuario, sontuoso o modesto, è lì a braccia aperte, pronta a SCIOGLIERE I NODI che affliggono i viandanti che sostano ai suoi piedi. La preghiera del cuore: “Santa Maria della SOSTA, ci mettiamo nelle tue mani.

La Madre parla e suggerisce sempre parole evangeliche, portavoce del Figlio. Lei che si considera un’umile “SERVA”, come dire: “Ha guardato a me che sono niente”.


A chi par di aver smarrito la strada, San Bernardo suggerirebbe: “
Alza lo sguardo, guarda la stella, chiama Maria”. Questo DINAMISMO è opera dello Spirito Santo, dunque affidabile. Perché la Madre e il Figlio non fanno che UNO. Papa Francesco ci ha inculcato la devozione alla Madonna che sciogli i nodi. E chi non ne ha nel cuore?

 

EVVIVA GLI SPOSI !

 

Dopo l’ormai ultimato RESTAURO del nostro santuario, i primi a varcare ufficialmente la soglia in nostra rappresentanza sono stati due giovani sposi novelli che si sono giurati fedeltà per il resto del loro cammino che proseguiranno tenendosi per mano:Io, accolgo te, come mia/o sposa/o. Con la grazia di Cristo, prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.” E’ l’icona del nostro itinerario ecclesiale che pone al centro il CONDIVIDERE EUCARISTICO, “cibus viatorum”, manna che viene dal Cielo per reggere alla fatica del quotidiano. ANIMA MEA, MAGNIFICAT ! – Angelo Nocent

 

SANTA MARIA DELLE ASSI – Lauda polifonica – Angelo Nocent

A SANTA MARIA DELLE ASSI NEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

Santa Maria delle Assi, il popolo di Monte Cremasco che da secoli ti venera nel piccolo santuario dedicato al tuo nome, oggi si unisce a te per invocare sulla nostra comunità, il dono dello Spirito del tuo Figlio Gesù.

Madre della Chiesa nascente, ottieni ai credenti di ogni età il risveglio dei carismi nelle multiformi funzioni, per l’unità comune (1Cor 14, 2-6).
Ora che il Papa ci sprona a portare il Vangelo della Gioia nelle periferie esistenziali, aprici le vie, prendici per mano.

ALLA MADONNA DELLE ASSI NELL’ANNO GIUBILARE DELLA MISERICORDIA 2016

ECCO IL TESTAMENTO:

“Donna, ecco tuo figlio” – “Giovanni, ecco tua madre”

Gv 19, 26-27

LAUDA POLIFONICA
CONCERTO DI CAMPANE
PER UNA SACRA RAPPRESENTAZIONE

Eseguibile sulle note di “Dell’aurora tu sorgi più bella)

RITORNELLO

Tu sei, per testamento, / la Madre della Chiesa.
Vieni a sciogliere i nodi / di tante nostre schiavitù. 2 volte

oppure

Entra nella mia casa, / Donna che tutto puoi. / Vieni a sciogliere i nodi, / o Madre dell’umanità.

1 Siamo qui, o Regina del Cielo / come figli sbandati ai tuoi piedi. / Oggi il Popolo Santo di Dio, / chiede aiuto, conforto, pietà.

2 Tu, la prima credente, obbedisci / al disegno di Dio sulla Storia. / Sei la guida di noi pellegrini, / sei modello che incarna Gesù.

3 Tradizione remota e costante, / ti considera Mystica Rosa / dei muccesi e dei tanti cremaschi / che da secoli vengono qui.

4 La fanciulla orante ai tuoi piedi / rappresenta ciascuno di noi /
che ha bisogno di luce, di pace, / di trovare di nuovo Gesù.

5 Dalla croce Gesù, il tuo Figlio, / ti ha slegato per sempre le mani. / Ora puoi dispensare favori / e parlarGli di ognuno di noi.

6 Genitrice del Figlio di Dio, / ora generi al mondo le membra;
ci fai tralci di Cristo, la Vite. / Non possiamo far senza di te.

7 Nel Cenacolo siedi regina: / tu presidi alla Chiesa nascente.
Se alle Assi intercedi con noi / qui lo Spirito Santo agirà.

8 Grande dono alla Chiesa e al mondo, / protezione, baluardo, sostegno, / Tu, Maria, ci sei necessaria: vieni a stare ogni giorno con noi.

9 Dio ha posto sul nostro cammino / una Donna vestita di sole:
è Maria, la guida sicura; / più sostegno di questo non c’è.

10 Quanta sete nel povero cuore…/ tanta fame di Dio tra la gente…
Quel tormento dei nostri ragazzi…/ che ci chiedono felicità.

11 Noi si vive tra sogni e chimere, / delusioni, frastuoni, tempeste…
Preferiamo star dietro le quinte, / non esporci al rischio Gesù.

12 Tu conosci le nostre tragedie, / tanti cuori in preda ai sussulti;
non è bello morire a vent’anni… / Perché, o Madre, accade così?

13 Con parole e carezze di madre, / ci sospingi a prendere il volo,
testimoni del Figlio risorto, / ma il coraggio vien meno, non c’è.

14 Come fanno i nostri bambini / dopo lunghe rincorse sui prati,

/ ci sdraiamo ansimanti sull’erba / per posare lo sguardo su te.

15 Sei la donna più bella del mondo, / hai negl’occhi la Luce Divina.
Assediati da tante paure, / ci fa bene parlare con te.

16 Oggi, Santa Maria delle Assi, / siamo qui a deporre ai tuoi piedi
i propositi di conversione, / a invocare la tua carità.

17 Un pittore di grande talento / t’ha stampato uno sguardo accogliente;

/ Chi fa sosta, si trova a suo agio: / può parlare a lungo con te.

18 O Maria, non faccio per dire: / ho peccato, ho tanto peccato!
Ma se metti una buona parola / il perdono per me ci sarà.

19 Tra le folte cortine di verde, / proprio in riva al canale Bacchelli,
luogo santo di culto mariano, / le campane invitanti son tre.

20 Chi si ferma a deporre le pene / prende fiato, ossigena il sangue.
E’ più facile poi proseguire, / pesa meno il fardello con te.

21 O Madonna di Monte Cremasco, / il sacello a te dedicato,
all’inizio struttura di assi, / oggi svetta, orgoglioso di te.

22 Santuario a lungo conteso / col vicino Palazzo Pignano,
qui da secoli accorre la gente / mette un cero, il suo peso… e poi va.

23 Corse voce che ad una fanciulla / apparisti per dire qualcosa.

Non ha nome né volto né storia. / Ma che bello fidarsi di te!

24 E del resto, tu parli ogni giorno / dentro il cuore, da vigile madre,
premurosa, attiva ed insonne. / Per chi crede, il miracolo c’è.

25 A noi piace vederti sul trono, / con in braccio il Bambino e una rosa;

/ ma per noi tu sei mamma, una sposa, / come tante ragazze di qui.

26 Non hai più nostalgia del paese, / del profumo di pane, di agnello,

/ della torta di mandorle e fichi / che piaceva a Giuseppe e a Gesù?

27 Non vorresti venire una volta / senza il manto e le insegne regali,
come quando vestivi nel borgo, / per e parlarci…e a prendere il tè ?

28 Sei l’emblema di tutte le madri, / e nel fuoco che t’arde nel petto,
c’è l’amore, la tua compassione / per chi soffre e speranza non ha.

29 Sei lucerna che cerca la dragma: / è quell’uomo svanito nel nulla
che tu vuoi ricondurre all’ovile / fare festa, gioire con lui.

30 In quest’anno di misericordia, / nel tuo grembo materno raduna
i fuggiti da casa, i dispersi. / Siamo ciechi, credenti a metà.

31 E’ il Signore che bussa alla porta, / vuol entrare, cenare con noi.
Come a Cana anche ora ripeti: / “Fate quello che lui vi dirà”. (Gv 2,5).

32 Camminando, si sporcano i piedi. / Questo fango si chiama “peccato”

/ e riguarda fedeli e pastori. / Dei fratelli caduti, pietà.

33 Questo è il tempo del grande perdono / nostalgia di far pace con Dio

/ che il  ritorno sospira ed attende. / Gioia immensa l’abbraccio con Lui.

34 Per tu tramite passa l’amore / di quel figlio che hai partorito,   l’inviato al mondo dal Padre / a redimere l’umanità.

35 C’è chi è schiavo dei sensi di colpa, / chi non osa tornare alla Chiesa.

/ Chiedi al Padre la liberazione / che guariscano le cecità.

36 Sei la figlia, l’eletta, la sposa / dell’ Eterno l’amata per sempre; sei il grembo in cui si fa carne / l’Uomo Nuovo, il Dio-con-noi.

37 Dopo il “sì”, ti ha coperto la Nube, / il tuo grembo quell’ombra / e ti ha resa dimora del Santo / che ha posto la tenda tra noi.

38 “Che avvenga di me come hai detto.” / C’è un miracolo in quelle parole,  perché nulla è impossibile a Dio.

/ E, da Vergine, lei concepì.

39 Sei ascolto, silenzio, stupore, / un’attesa riempita di Dio; / al segnale tu vibri di gioia. / Vorrei essere anch’io come te.

40 Per il grembo che lo ha generato, / ed il seno che lo ha allattato, or sei madre del genere umano, / noi fratelli di Cristo Gesù.

41 La tua prima domanda all’Eterno, / ora a te formuliamo, Maria: / come sia possibile ancora / concepire il suo Verbo pur noi.

42 Anche noi, abitati da Cristo, / siamo casa di Dio, il pietoso. / Per cambiarci il cuore di pietra, / Lui si serve, Maria, di te.

43 Tu icona del Figlio, del Padre, / ogni giorno c’insegni la via dell’amore che accoglie, che dona, / che si spende, che prova pietà.

44 Fedelissima al tuo Creatore, / sei colei che per grazia divina intercedi ed invochi il perdono / per chi ha perso la sua dignità.

45 Come madre di Cristo, Maria, / sei colei che conosce più a fondo / il mistero del darsi di Dio / crocifisso nel Figlio per noi..

46 Per tuo tramite passa l’amore / di quel Figlio che hai partorito,
l’inviato al mondo dal Padre, nuovo patto con l’umanità.

47 Nuova madre di tutti i viventi, / sono tanti i dolori del mondo…
Tu per noi hai compiuto l’innesto: / Dio è dentro, patisce con noi.

48 Ci hai donato Gesù, il necessario, / ora Cristo è tutto per noi; / egli è il nostro eterno destino, / questo mondo ha bisogno di Lui.

49 Nel Magnificat tuo, Maria, / tu ci canti che s’ è ricordato / del suo patto misericordioso / dei prodigi che ha fatto in te.

50 Anche noi lo gridiamo con forza:  / il Signore è aiuto e salvezza  mai di Lui  avremo timore. / Grazie, Madre, Egli è tutto per noi.

51 Tu, la umile serva di Dio, / prendi in mano la mia situazione… / Tu conosci il “nodo”… che opprime / la mia vita, la pena che ho.

52 Tu che mai abbandoni un tuo figlio / che ti chiama, t’invoca, ti vuole, / vieni a sciogliere il “nodo” che assilla

/ la mia vita, Ti prego, pietà.

53 Dolce madre del pronto soccorso / tu accogli, guarisci, conforti / chi è nel pianto, nel lutto, chi soffre, / vie d’uscita non trova,  non ha.

54 Nelle carceri c’è la tristezza, / il rimorso dei passi sbagliati, / l’amarezza di giorno e di notte. / Sono i “soli”, aspettano te.

55 Sei il sole che accende il mattino / e la luna che splende di notte.  nell’attesa del giorno beato / che tramonto mai più rivedrà.

56 Tu sei fonte che spegni la sete, / tu sei guida, la stella polare;  nelle prove non lasci mai soli / e conduci per mano a Gesù.

57 Ti chiediamo l’aiuto, Maria, / di aiutarci a vivere il Dono, / il regalo dell’ultima ora, / quella Cena in memoria di Lui.

58 Luminosi segnali Tu mandi / ad i cuori agitati, nel buio. / Dio non nega a nessuno una stella; tu sei quella che brilla di più.

59 Nella tua Assunzione, Maria, / mai la Chiesa vi ha letto un addio ma quel tuo rimanere per sempre, / radicale restare quaggiù.

60 Col tuo “eccomi” (Lc 1,26-35) / ora sei nostra; / nel tuo grembo s’è accesa la Vita, / quella umana del Verbo incarnato

/ e noi figli nel figlio Gesù.

60 Come parte del Tutto infinito, / scorre in noi quel pulsare vitale, fecondissima grazia divina, / giunta a noi attraverso di te.

61 Peccatori, pentiti e credenti, / dal di dentro, nel cuore avvertiamo le profonde radici del male, / pozzo oscuro di fragilità.

62 Ma lo Spirito Santo di Dio / che in noi vive, in noi prega e ci parla, / ci addita Maria come esempio / del “sia fatta la Tua volontà”.

63 O Signore, sei tu il mio Dio, / mi hai amato per primo e mi ami, / Tu mi cerchi, desideri, vuoi. / La mia anima ha sete di Te.

64 Porta Santa è la Madre di Dio / che ha introdotto il suo Figlio nel mondo. / Ci ha portato il grande Fratello

/ che per sempre con noi resterà (Mt 28,20).

65 Non sei porta soltanto del cielo / ma il portale di tutte le chiese; / tu introduci al cammino di fede / e conduci a Cristo Gesù.

66 La salvezza dell’uomo è una donna, / “benedetta fra tutte le donne“; / è beata “poiché ha creduto” / a parole inaudite quaggiù.

67 Sbalordita all’annuncio celeste, / s’inginocchia davanti al Mistero. / Poi lo accoglie, a lui si consegna / e il prodigio si opera in lei.

68 “Benedetto il frutto del grembo”, / il mistero di un grembo di donna, / una donna di nome Maria, / “una vegine concepirà” (Is  7,14).

69 Ha offerto il suo utero a Dio / e Lui fonda il suo Regno nel mondo: / la Salvezza a portata di mano. / E Bambino sarà il “factum est” (Gv 1,14).

70 E quel Figlio che “nasce da donna! / nella notte più notte del mondo, / è “il Verbo che s’è fatto carne” / e lei, Madre del “Dio-con-noi”.

71 Tu comprendi i nostri pensieri, / quel continuo montarci la testa, / sognatori di gloria e potere / i meschini discorsi tra noi.

72 Quando il cielo è rosso di sera, / noi diciamo; “bel tempo si spera”, / ma per leggere “l’oltre” ci occorre / quel grand’occhio di fede che hai tu.

73 Dilatare il Regno di Dio  / è missione di noi battezzati. / Alla gioia subentra l’affanno:  / non osiamo giocarci per Lui.

74 Chiesa nuova, aperta ai lontani, / ce lo chiede il Papa ogni giorno. / C’è bisogno di “far comunione” / per sentire presente Gesù.

75 Nel paese c’è tanto bisogno / di Parola di Dio masticata / e d’affetto, di gesti fraterni / se il Signore cammina con noi.

76 Da espressioni verbali di fede / non si lascia incantare nessuno. / Ma chi spende la vita per gl’altri, / è credibile molto di più.

77 La pazienza ci chiede il Signore, / fino al giorno del suo ritorno. / Ma è urgente educare alla fede / per far Dio contento di noi.

78 Forse in pochi è viva l’attesa /  e desidera andare all’incontro. / Giubileo è lampada accesa, / adornarsi per quando verrà.

79 Porta Santa, perdono, indulgenze… / perché al mondo non manchi il Vangelo. / Me se il mondo mancasse al Vangelo,

/ Gesù morto invano sarà.

80 “Spalancate le porte a Cristo, / Egli sa cosa c’è dentro l’uomo”. / Spesso l’uomo non sa cos’ha dentro: / che Dio vive e abita in lui.

81 Provenienti da luoghi diversi, / gli abitanti di questo paese / hanno casa nativa in comune: / il Battesimo, proprio così.

RITORNELLO

Tu sei, per testamento, / la Madre della Chiesa.
Vieni a sciogliere i nodi / di tante nostre schiavitù. 2 volte

oppure

Entra nella mia casa, / Donna che tutto puoi. / Vieni a sciogliere i nodi, / o Madre dell’umanità.

LA CHIESA E’ IL CALCO DI MARIA

Lo Spirito Santo, dicevano gli  oracoli dei profeti, avrebbe fatto di Israele un popolo di testimoni (Is 43,10.12.21).

Con l’effusione pentecostale dello Spirito, inviato da Gesù risorto (At 2,32-33), tale vocazione diviene eredità di “tutta la casa d’Israele”

che è ormai la chiesa di Cristo.

Perciò coloro che facevano parte della chiesa di Gerusalemme (gli apostoli, le donne, Maria e i fratelli di Gesù), dopo che “tutti” furono ripieni dello Spirito (At 2,1.4a), diventarono idonei a rendere testimonianza al Signor Gesù, ognuno secondo il proprio grado.

Da quel giorno anche Maria fu illuminata appieno dallo Spirito su quanto fece e disse Gesù. Da allora, è ragionevole pensare che ella cominciasse a riversare sulla chiesa i tesori che aveva fin lì racchiuso nello scrinio delle sue meditazioni sapienziali. Così anche la Vergine diveniva testimone delle cose viste e udite.

Commenta X. Pikaza: “Ella rende testimonianza alla nascita di Gesù, al cammino della sua infanzia: Gesù non sarebbe stato accolto dalla Chiesa nell’integrità del suo essere uomo se fosse mancata la testimonianza viva di una madre che lo aveva generato e allevato.

All’interno della Chiesa, Maria è una parte di Gesù…V’è qualcosa che né gli apostoli né le donne né i fratelli avrebbero potuto testimoniare. Spetta a Maria consegnare questa parola unica e insostituibile al mistero della Chiesa. Perciò ella appare in At 1,14”.

Luca lascia intravedere una non debole analogia tra la discesa dello Spirito su Maria all’annunciazione e sulla chiesa a Pentecoste. Il parallelismo di entrambe le situazioni può essere scoperto mettendo a confronto i rispettivi testi:

Annunciazione Pentecoste
Lo Spirito Santo, energia dell’altissimo (Lc 1,35) 

viene sopra Maria (Lc 1,35)

“E Maria disse:

L’anima mia magnifica il Signore;…

grandi cose ha fatto in me il Potente…”

L’energia dello Spirito Santo, dall’alto (Lc 24,49) 

scende sopra gli apostoli (At 1,8) tutti ne furono ripieni (At 2,4)

e cominciarono ad annunziare in altre lingue ( At 2,4.6.7.11)

le grandi opere di Dio,

come lo Spirito donava loro la capacità di esprimersi

I punti di contatto fra i due grandi eventi pare siano questi. Da una parte vi è Maria: adombrata dallo Spirito nell’intimo della propria persona (Lc 1,35), erompe quasi all’esterno, sulle montagne della Giudea, per annunziare le grandi cose compiute in lei dall’Onnipotente. Dall’altra vi è la Chiesa apostolica di Gerusalemme.

Corroborata dal vigore dello Spirito (Lc 24,49; At 1,8) mentre erano radunati all’interno della casa (At 2,2), lascia il suo ritiro per proclamare pubblicamente le grandi opere del Signore (At 2,4.6.7.11.12). L’illuminazione dello Spirito consente sia a Maria che alla chiesa di essere testimoni profetici di ciò che Dio ha fatto per il suo popolo.

All’annunciazione, l’angelo aveva rivelato alla Vergine che il nascituro dal suo grembo ad opera dello Spirito avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (Lc 1,31-33); la sua missione materna al riguardo del re-messia contraeva, quindi vincoli speciali verso il popolo di Dio del patto nuovo. E’ infatti, nel giorno in cui lo Spirito suscita la chiesa di Cristo come un’assemblea di “testimoni”, Maria siede tra i discepoli quale “madre di Gesù” (At 1,14; 2,1-4).

Luca, che tanto si era diffuso sulla vocazione di Maria nella genesi umana del Salvatore, non spende più di un versetto per lei, quando descrive l’intervento dello Spirito nella nascita della Chiesa. Eppure di quel frammento v’era il tutto. Guidata, infatti, dal medesimo Spirito, la nuova comunità dei credenti sarà sollecitata nel porre a confronto At 1,14 con il complesso narrativo del vangelo lucano. Il risultato sarà quello di riconoscere nella vicenda di Maria la filogenesi della Chiesa. La Chiesa è il calco di Maria.

DISTRATTI & SVAMPITI ACCORRETE, C’E’ POSTO – Angelo Nocent

OH! – RAVI’, BERGE’, DOVE SIETE ?

252 Monte RAVI' 252 Monte RAVI'

 

Un bambino per venire alla luce deve passare attraverso quella fase che si chiama “TRAVAGLIO”. Calzante l’analogia con il nostro tempo: non solo un tempo di crisi ma di travaglio, ossia della nascita del “NUOVO” che necessariamente passa attraverso il dolore e il cambiamento, a volte radicale. Papa Francesco ci ha ormai abituato a renderci conto che non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca. Perciò, oggi non basta essere ripetitori del passato.Bisognerebbe avere il coraggio di nuovi inizi profetici. IL NATALE DI GESU‘ è opporunità da non perdere.

Un giorno a Nazareth squilli di tromba richiamano gli abitanti sulla piazza. Un soldato romano, maestoso nella sua corazza, dal suo cavallo, puro sangue arabo, domina la folla. Al cenno, il BANDITORE declama l’EDITTO dell’imperatore: “Nel nome di Cesare Ottaviano Augusto, ottimo massimo, Cirino preside di Siria, bandisce un CENSIMENTO GENERALE di tutte le genti soggette alla potestà di Roma. Secondo l’uso e il costume della regione, ognuno si faccia iscrivere nei registri della popolazione”. Il soldato ritira l’ordinanza, sprona il cavallo e si allontana in una nuvola di polverone. La gente, dapprima attonita e stordita, reagisce con insulti ed imprecazioni. Il guardiano della Sinagoga sente il bisogno di manifestare lo sdegno gettandosi in ginocchio. Poi si cosparge il capo con la polvere della strada e gridare: “Come peccore ci conta il padrone, come pecore da tosare”. Quando si accorge di Giuseppe, ne ha anche per lui: “Come non fremi, Rabbi Giuseppe, come non ribolle il sangue nelle tue vene; il tuo sangue che è sangue di David?”. E lui, pacatamente: “Perché mi chiami “Rabbi”? Con questo nome si chiamano i maestri della Legge. E io non lo sono”. Poi ammutolisce e rincasa per riferire del bando a Maria, ormai prossima a partorire. I loro sguardi s’incontrano. Lui vede negl’occhi di lei una luce. I lineamenti gentili, il profilo perfetto del viso, tradiscono la lontana discendenza dalla regale stirpe di David. Forse entrambi pensano la stessa cosa: Cesare, comandante di milioni di persone, assoluto padrone delle loro vite, anche lui non può far altro che OBBEDIRE al decreto dell’Eterno emanato per bocca del profeta Michea:”Tu Betlemme… non sei certo la meno impotante…da te uscirà un capo che guiderà il mio popolo, Israele” (5,1-5). Ma non c’è tempo da perdere. Raccimolate le cose indispensabili, caricato l’asino e messa in sicrezza la sposa sulla cavalcatura, Giuseppe si mette in viaggio. Lui che tiene labriglia e guida l’animale, si gira e sorride a Maria, ravvolta in un ampio mantello, per rassicurarla. I chilometri da percorrere sono almeno 150. E li farà tutti a piedi. Ma in quanti giorni non s’è mai saputo.

Il seguito è arcinoto, perciò veniamo a noi.

Entos Hymōn: IN NEZZO A VOI C’E’ UNO CHE VOI NON CONOSCETE.” (Gv 1,6-8 . 19-28) – Si tratta del Regno di Dio, una realtà discreta, modesta, granello di senape, pizzico di lievito nella farina, tesoro sepolto, perla confusa tra tante cianfrusaglie (cfr. Matteo 13,31-33.44-46), ma già in azione. Questa è la nosra fede.Ma IL RISCHIO che corriamo ogni anno è di trasformare il Vangelo dell’infanzia di Gesù a sola tradizione o a puro folklore, perché, se prevale il sentimento sul significato, il FATTO può trasformarsi in leggenda o in una bella favola che si affianca a quella di Babbo Natale.Passate le emozini, tutto viene riposto con gli addobbi e le luci e si torna quelli di prima, perdendo di vista i fondamentali: un popolo, una meta ed il senso del nostro cammino.

Il BANDITORE DI DIO, possente voce dell’ Altissimo, adesso è l’evangelista Giovanni. In età avanzata ricordava ancora che erano circa le quattro del pomeriggio” quando incontrò lo sguardo di Gesù e udì il suono di quella voce: ”Vieni e vedi”.(Gv1, 38-39). Con mano tremante ma mente ancora lucidissima, scrive alle chiese da lui fondate: Nessuno ha mai visto Dio: Il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere (Gv 1, 1). Parole forti e confortevoli che giungono dopo secoli di invocazioni dei nostri padri: “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, E dalle nubi piova chi rende giustizia”. Avvero la scena “s’ illumina d’Immenso”:Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Ora essa ha illuminato il popolo che viveva nell’oscurità. Signore, tu hai dato loro una grande gioia, li hai fatti felici. Gioiscono davanti a te come quando si miete il grano o si divide un bottino di guerra. È nato un bambino per noi! Ci è stato dato un figlio! Gli è stato messo sulle spalle il segno del potere regale. Sarà chiamato: «Consigliere sapiente, Dio forte, Padre per sempre, Principe della pace». ”(Is 9,1-3.5-6).

E’ sbalorditivo! Regnante a Roma l’imperatore Cesare Augusto, l’Evangelista rincara la dose: DIO SI RIVELA NEL FIGLIO: Colui che è “LA PAROLA” è diventato un uomo e ha vissuto in mezzo a noi uomini. Noi abbiamo contemplato il suo splendore divino.”(Gv 1,14). Come a dire che:

- COLUI CHE E’ ETERNO, senza tempo, è entrato nel breve TEMPO dell’uomo;

- L”ONNIPOTENTE e INFINITO si è immesso nello spazio della DEBOLEZZA e
del LIMITE;

- VERBO, perché PAROLA DI DIO, in cui Dio nel Figlio DICE SE’ STESSO;

- NATALE di un Bambino avvolto in FASCE e deposto in una MANGIATOIA;

- SPLENDORE e grandezza da CONTEMPLARE in un POVERO SEGNO;

- CARNE, ossia UOMO che si può vedere, ascoltare, toccare…VERBUM CARO – DIO UOMO.

Mi asssale un brivido. E quando mi faccio la barba, lo specchio mi dice la verità: più che un CONTEMPLATIVO, sono un pietoso ABITUDINARIO. E mi martella un ritornello del repertorio natalizio: “E’ NATALE, E’ NATALE SE LO VUOI…A NATALE PUOI…A NATALE SI PUO’ FARE DI PIU…”. Per esempio, USCIRE DAL GRIGIORE. Già. Perché non bastano le luminarie, i doni o una tavola ben imbandita. E nemmeno il PRESEPE. Nè la suggestiva Messa della Notte, come da tradizione. Cose bellissime, legittime, perfino doverose…Ma attenzione!

GIUSEPPE UNGARETTI, il poeta dalle parole nude, il 26 dicembre 1916, da Napoli, in un momento di congedo dal fronte della prima guerra mondiale, lascindosi alle spalle i giorni drammatici vissuti a San Martino del Carso dove aveva assistito alla morte di molti commilitoni e alla distruzione di interi villaggi, tracciava un Natale che risuona particolarmente attuale: “Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade – Ho tanta stanchezza sulle spalle – Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata – Qui non si sente altro che il caldo buono – Sto con le quattro capriole di fumo del focolare”.

Oggi le quattro capriole di fumo del focolare sono solo nei ricordi di chi ha una certa età. Prima dell’avvento dell’energia elettrica, del gas, il focolare era il centro della vita domestica: nel camino c’era il paiolo con il quale si cuoceva il cibo per tutta la famiglia; il fuoco del focolare era la fonte di riscaldamento per tutta la casa; da esso si attingeva la brace e la cenere per gli scaldini dei letti e delle camere.

Oggi, nonostante il progresso, dietro i vetri di tante finstre, ci sono sì i caloriferi, ma spenti per contenere le spese e ci sono persone che preferiscono stare in disparte, prendere le distanze da tutto e da tutti. Come il poeta, non chiedono solo di essere lasciate in pace, ma addirittura di essere considerate come “una cosa posata in un angolo e dimenticata“. E’ una tragedia quella degli INVISIBILI che si consuma sia a livello locale che planetario, nel totale nascondimento, vissuta da anziani e malati come un’umiliazione che suscita pensieri cupi, inquietanti. E che “Gesù, il Re del Cielo, scenda dalle stelle e venga in una grotta al freddo e al gelo”, per l’umanità è uno schiaffo morale che più grande non si può.

Nei prossimi giorni la meta di Un popolo in cammino” quale ci consideriamo, è Betlemme per sostare alla GROTTA e mescolarci i tra i pastori convocati dagli Angeli. La mia simpatia è per il più famoso, conosciuto come “RAVI’, che significa l’ESTASIATO, il rapito, l‘ incantato. Nei presepi figura sempre in prima fila. Per la tradizione popolare si tratterebbe di un poveraccio, un sempliciotto, continuamente distratto, perchè sempre trova un motivo per DISTRARSI, AMMIRARE, ESTASIARSI, anche davanti alle più insignificanti realtà. E riesce a vedere il lato buono di ogni cosa, di ogni persona. Così dove passa non sa che scandire degli incredibili OH !.

Epperò, quando, un po’ affannato, lui arriva a visitare il Bambino appena nato, è con le MANI VUOTE. La sua presenza viene immediatamente notata ma non è gradita e subisce rimbrotti da parte di molti. Vale la pena sentire i commenti.

RAVI’ l’ INCANTATO alzava in alto le braccia dicendo:

–Mio Dio, com’è bello un uomo che era infelice e diventa felice.

–Mio Dio, com’è bello un uomo che era fannullone e che è preso dalla voglia di lavorare.

. Un tale: Tu Ravì, cominci a seccarmi.

– Se ti infastidisco, ti domano perdono.

. Un altro: Ho! Tu parli di lavoro e non hai mai fatto niente nella vita.

– Io ho guardato gli altri e li ho incoraggiati.

Ho detto loro che erano belli e che facevano delle belle cose.

. Ma non è che ti sia stancato molto…

. E non hai nemmeno portato un regalo!

Interviene LA SANTA VERGINE: “Non ascoltarli, INCANTATO. Tu sei stato posto sulla terra per meravigliarti. Hai compiuto la tua missione, RAPITO, e avrai una ricompensa. Il mondo sarà meraviglioso sinché ci saranno persone come te capaci di MERAVIGLIARSI…

Se non l’avete, cercate di procurarvi la statuina e collocatela magari vicino a un altro povero diavolo come “LE BERGE’ au chapeau”. Anche lui non ha portato nulla al neonato, tiene in mano il CAPPELLO e non ha altro da offrire se non la propria PRESENZA, la personale stupefatta adorazione.

TUTTI CON LE MANI COLME DI DONI. E loro due? Adoperano le mani per esprimere lo stupore. Senza questi tipi “distratti” nei quali identificarci, che Presepio sarebbe? Verrebbe a mancare un elemento ESSENZILE rimarcato dall’evangelista Giovanni: LA PAROLA” è diventata UN UOMO e ha vissuto in mezzo a noi uomini. Noi ABBIAMO CONTEMPLATO il suo splendore divino”. (Gv 1,14).

NB – Come Betlemme, anche la Parrocchia è CASA DEL PANE che sforna per la nostra fame di eternità. Poveri i SEGNI, mirabile lo scambio, grande il Mistero, beata la Vergine il cui grembo meritò di portare il Signore Gesù. Venite, adoremus! Angelo Nocent


 

FABELLO & GIUSSANI: due paternità a confronto – Angelo Nocent

FABELLO & GIUSSANI: due paternità a confronto – Angelo Nocent

La visione profetica: comunione dei doni.
Il punto di convergenza: l’ospitalità.


  • Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo. Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono. (1Tess 5,19-20)

Fra Raimondo Fabello o.h. priore provinciale

Ripristinare la verità, nella carità, per un avvenimento di collaborazione tra Fatebenefratelli e Comunione e Liberazione, prima che un obbligo morale, dovrebbe essere una necessità, benefica per entrambe le parti.


Ad un certo momento storico, due che non si conoscono, un frate silenzioso e nascosto, Fra Raimondo Fabello ed un prete che fa tanto parlare di sè, Don Luigi Giussani, s’incontrano, si parlano, ragionano, s’intendono e decidono per una collaborazione.

Entrambi possiedono una paternità spirituale: Il frate è Priore Provinciale del Lombardo-Veneto, padre di una benemerita e plurisecolare famiglia religiosa, i Fatebenefratelli; il prete è padre di una realtà in movimento ed espansione che ha un nome atipico, Comunione e Liberazione, CL per comodità.

Ad un certo momento del loro percorso, entrambi si accorgono di avere bisogno l’uno dell’altro. In mezzo c’è una figura emergente nella Chiesa. E’ un giovane medico della mutua che, dopo tre anni di convento, il tempo di irrobustire la sua santità, muore da santo e finisce sugli altari: San Riccardo Pampuri.

Nell’Ospedale “Sant’Orsola” di Brescia, dove il santo aveva fatto il noviziato e la professione religiosa, tra il 1971 e il ’74, è mandato come priore proprio il nostro Fra Raimondo. Ha solo 29 anni e deve prendere in mano un prestigioso istituto e guidare la comunità religiosa.


Nel 1983 tornerà a Brescia a maturare nuove esperienze ma questa volta nell’altro Ospedale FBF, quello psichiatrico “Sacro Cuore di Gesù”. Vi resterà fino al 1986, quando verrà eletto Provinciale fino al 1988, carica che dovrà lasciare per insediarsi a Roma, eletto al Capitolo Generale IV Consigliere Generale dell’Ordine.

A fine mandato, tornerà ad assumere la carica di Provinciale tra il 1995 ed il 2001.

Le date sono importanti se si vuole scoprire, a posteriori, la logica di Dio con i suoi progetti, i suoi tempi, le sue vie.


Nell’Ottobre 1984, la Jaca Book pubblica un libro di quel prete che fa tanto parlare di sé, dal titolo suggestivo: “Alla ricerca del volto umano – Contributo ad una antropologia”.


Per uno che vive da sempre in mezzo a volti sofferenti, educato a vedere Dio in ogni volto – “l’avete fatto a me” – questa ricerca del “volto umano” lo mette sull’attenti.

Entrambi sono vigili e sensibili ad ogni segnale proveniente dalla terra ma hanno anche le antenne svettanti nei Cieli da dove captano indicazioni per l’esercizio della loro paternità spirituale.


A scrivere la prefazione del libro è chiamato nientemeno che il grande teologo Hans Urs Von Balthasar, il quale si fa garante della originale riflessione di Giussani. Egli così scrive: “Il padre e fondatore del grande movimento cristiano Comunione e Liberazione offre in quest’opera ai suoi figli e alle sue figlie ma anche a tutti i cattolici una testimonianza, straordinaria per profondità e chiarezza, della sua meditazione e della sua matura esperienza con il movimento”.


Far comprendere a chi non ha letto il libro e non lo ha a disposizione, non è impresa facile. Perciò proverò a riportare altri passaggi salienti del teologo. Essi, dopo vent’anni, mantengono l’originale freschezza ed aiutano a ri-pensare l’oggi.


Egli ritiene che la presa di posizione dell’autore si era resa necessaria, proprio perché la fondazione era cresciuta, le attività si erano diversificate e bisognava incrementare l’auto-coscienza negli aderenti. Nelle sue parole noi riusciamo ad intravedere una svolta determinante del movimento, chiamato a non isolarsi chiudendosi in se stesso: “Chi conosce un po’ il movimento, si meraviglierà forse dei toni decisi in apparente contrasto con il suo nome. “Comunione” non va intesa anzitutto come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma – pienamente in linea con S. Agostino – come comunione del singolo con Cristo sempre presente, che è la sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creazione e la sua chiesa”.


Si può non essere d’accordo su questo punto? Poteva fra Raimondo lasciarsi sfuggire questa formidabile sottolineatura, importabile anche nella sua famiglia religiosa?

Ma ascoltiamo Von Balthasar che ci introduce ulteriormente nella meditazione di Giussani: “Già l’analisi dell’antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso – Abramo, questo singolo popolo, questo profeta – per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei popoli sono astrazioni, solo Jahvé è vivo, l’unico Dio e questa concretezza di Dio culmina nell’incarnazione del suo figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo.


L’uomo è creato in vista di Cristo, quindi per l’ALTRO, nel quale solamente il suo io, la sua persona, la sua libertà trovano adempimento nella donazione, nell’obbedienza e nella disponibilità. Se manca questa trascendenza che sola garantisce la “Liberazione”, l’uomo resta chiuso in se stesso, annega nel moralismo e nel fariseismo”.


Si può non essere d’accordo su un punto così essenziale che riguarda tutta la Chiesa e, quindi, anche la vita religiosa ? Fra Raimondo ha assimilato questa lezione. E lo si comprende maggiormente ora che non è più. Ma non si è fermato qui; il Provinciale Fabello cerca di scoprire l’oltre.


Prima riflessione:”In Dio stesso “Persona” è sempre relazione all’Altro: il Padre è tale solo in quanto genera eternemente il Figlio. Anche Cristo, in quanto uomo, è persona divina unicamente nella sua relazione al Padre.
Seconda riflessione fondamentale: “L’uomo approda alla vera libertà solo quando la libertà divina, l’Amore di Dio infuso nella sua anima, lo Spirito Santo gli dona la comunione con l’assoluta libertà di Dio”.
Ne risulta il paradosso mai sufficiente meditato: “L’uomo è tanto più libero quanto più perfettamente obbedisce a Dio e alla sua volontà.
Raimondo, come tutti noi, ha studiato a scuola la tesi di Platone. Secondo il filosofo greco l’uomo diventa migliore nella misura in cui partecipa alla bontà assoluta. Qui avviene il ribaltone: “Il cristiano, invece, sa che questa bontà assoluta è il Dio libero e trino apparso a noi in Cristo e comprende così anche il paradosso secondo cui chi più partecipa alla libertà di Dio è nello stesso tempo il più obbediente e più libero”.


L’autore Giussani che non si avvale solo di un consolidato impianto teologico, ma anche dell’esperienza ricca e sapiente di grande educatore, ritiene che sottolineare questo principio metodologico non può fare che bene. A questo punto è interessante andare alla fonte e leggere le indicazioni di “metodo con cui il movimento cerca di ottenere il suo scopo”. Egli scrive: “Il principio metodologico che anima l’esperienza di Comunione e Liberazione è l’obbedienza, vale a dire quella dinamica umana che è stata storicamente alle origini dell’esperienza cristiana. “Seguitemi”, diceva Gesù a coloro che volevano essere suoi discepoli, ed essi hanno vissuto con lui, camminato con lui, mangiato con lui e ascoltato le sue parole nuove e sconvolgenti.
E’ questo un atteggiamento dinamico ed attivo, un’adesione totale, consapevole, ricercata e continuamente ripresa ad un progetto di salvezza per noi, che preesiste a noi stessi.


Il nostro naturalismo istintivo tende a vivere un’aggregazione di fedeli, una comunità, un movimento come un ambito ricco di spunti e di provocazioni che permettano alla nostra personalità di perseguire quegli scopi che via via una socialità può far balenare all più diverse ambizioni e desideri”.
Ed ecco il passaggio giustificativo del metodo: “Sottolineare invece questo principio metodologico ha il pregio di riportare una comunità di cristiani al suo valore ultimo che può essere solo quello di mettersi insieme per vivere la memoria di Cristo. Ogni volta che ci si discosta da questo valore ultimo, la “forma” di una aggregazione di cristiani, anche se fossero frati o suore, prevale, prevarica su ciò che dà forma e l’esperienza si svuota diventando appunto formale.


E’ la signoria di Dio che siamo chiamati a servire, perché uomini siamo chiamati a diventare. E’ a questa obbedienza che si cerca di maturare nella amicizia del nostro movimento”.


Giussani rinforza la sua tesi citando una lettera di Pietro da dove emerge che la rigenerazione avviene mediante la Parola (1, 22-24) :”22Ubbidendo alla verità, vi siete purificati e ora potete amarvi sinceramente come fratelli. Amatevi dunque davvero, intensamente: 23perché voi avete ricevuto la nuova vita non da un seme che muore, ma da quel seme immortale che è la parola di Dio, viva ed eterna.

24Così dice la Bibbia:Tutti sono come erba,
e tutta la loro gloria è come un fiore di campo.

Secca l’erba, appassisce il fiore; 25ma la parola del Signore dura in eterno.
E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunziato.”


La riflessione di Giussani si fa ancora più acuta, scava, sgretola le resistenze del cuore di pietra: “Questa obbedienza, che ha senso solo se è obbedienza alla verità, è il punto genetico di ogni conseguenza in ogni aggregazione di cristiani, Perché allora obbedire, o seguire, è come crescere, crescere per penetrazione osmotica della ricchezza che Dio ci ha fatto incontrare e che ci ha commossi, con cui ci ha chiamati, con cui ci ha meravigliati, con cui ci ha fatto rinascere la speranza, “Ripetimi, Signore, la parola con cui ci hai ridato la speranza”.


Poi citerà la lettera di Paolo agli Ebrei 5,8: “8pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek.”

1995- Fra Raimondo viene rieletto Provinciale. Sempre nello stesso anno, per la Rizzoli esce nuovamente “Alla riceca del volto umano”. Questa volta l’introduzione è di Don Giussani e porta la data del 22 febbraio. L’autore descrive la confusione che regna dietro la fragile maschera del nostro io. A provocarlo, in parte, è un influsso esterno alla persona, quello che il vangelo chiama “il mondo”, nemico del formarsi stabile, dignitoso e consistente di una personalità. Riporta un’affermazione di Giovanni Paolo I: “Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole”. Giussani, che possiede l’ottimismo cristiano, scrive: “Lo Spirito, che è l’energia con cui Dio opera nel mondo, non smette di suscitare in uomini e donne lo stesso identico stupore di Giovanni e Andrea di fronte all’avvenimento cristiano. In luoghi lontani, nelle più sperdute terre, rivive l’avvenimento cristiano – e anche nei luoghi soliti del lavoro e della famiglia, così spesso tragicamente “deserti” d’umanità. Ancora, come e forse più che nell’epoca del grande movimento benedettino, i cristiani comunicano al mondo una positività di esperienza, un impeto di carità che serve a tutto il popolo”. Poi la zampata conclusiva: “Ciò accade dove il cristianesimo non è ridotto a “discorso”, a “Parola” e al conseguente soggettivismo, ma esiste come esperienza di un avvenimento nel presente. Quel che non esiste come esperienza presenre non esiste: essere contemporanei a CRisto è l’unica condizione perché inizi realmente la conoscenza di Lui come consistenza di tutte le cose (Col 1,17).


Il Provinciale Fra Raimondo sente il bisogno di portare la sua grande famiglia ospedaliera, fatta di religiosi, professionisti laici e di donne e uomini dal volto sfigurato dalla sofferenza, alla scoperta o ri-scoperta dell’avvenimento cristiano. Le riforme istituzionali sono possibili solo se gli uomini sono colti da un grande stupore. Gli scoraggiati, gli avviliti, i depressi, non solo faticano ma rallentano la marcia dell’intera carrovana. Egli non ama tenere discorsi. Lascia ai suoi confratelli sacerdoti di fare buon uso del servizio della Parola. Lui si ritaglia lo spazio che gli appartiene: creare per tutti le condizioni affinché giunga a quanti più possibile di fare nel presente l’esperienza dell’Avvenimento cristiano.


Oggi, più che un tempo, il Priore Provinciale di un Ordine Religioso come quello dei Fatebenefratelli, da un certo punto di vista, assume una responsabilità che è superiore a quella del Priore Generale, chiamato a dare gli “orientamenti generali”. Il compito di concretizzarli è demandato al Priore Provinciale con il suo Consiglio, giacchè i contesti socio-politici sono diversi in ogni Stato dove i religiosi operano.


Egli, dunque, conosce la realtà che lo circonda e non si fa illusioni: non bastano le riunioni, le tavole rotonde, il viaggi, le pubblicazioni. Dalla tradizione ha sempre ha sentito dire che l’esempio trascina. Realisticamente crede nel miracolo del “contagio”. E lo provoca. Il tentativivo che pone in atto con Don Giussani è di immettere nel circuito surriscaldato, l’olio lubrificante: è l’energia nuove di donne e uomini “appassionati” di Cristo e del Vangelo ma anche validi professionisti. Entrambi credono che il portare una ventata di freschezza giovanile, di ardore missionario in contesti stagnanti, la partecipazione ai nuovi carismi che lo Spirito suscita nei Movimenti che si moltiplicano, possa rinverdire l’albero secolare che patisce per la siccità.

Oggi tanti si chiedono: era opportuno, necessario? Non so a quali altre alternative avrebbe potuto aggrapparsi. Egli, non avendo la stoffa del “fondatore”, non ha pensato di assumersi l’iniziativa di dare vita alla creazione di un movimento Juandiano laicale con il medesimo DNA dell’Ordine, come è, ad esempio, nei movimenti francescani. Stimola certamente i collaboratori laici a partecipare attivamente allo spirito dell’ istituzione, incoraggia le iniziative locali ma si rende anche conto dei limi e delle difficoltà reali di attuazione che s’ incontrano nell’applicare le sollecitazioni del Capitolo Generale sulla promozione dei laici. Chi non lo sa che nella nostra Penisola essi faticano a trovare il loro spazio anche nella Chiesa locale che, a sua volta denuncia la scarsa partecipazione e l’arretratezza culturale in campo biblico-teologico? Nulla s’improvvisa; tutto richiede tempi di maturazione.

Anche il Giussani è realista: “Andare a Cristo per avere la vita non è costruire ragionamenti, ma seguirlo attraverso ciò con cui egli ci chiama…

Cercare di fare da sé, tentare di convocare le proposte di Dio al tribunale dei propri criteri sarebbe la vanità più grossa: sarebbe il peccato di Lucifero, che pretese il significato della sua persona da sé…

  • La vita è una strada e occorre seguire un altro che guida…

  • Seguire non vuol dire copiare in modo meccanico. Esso è un fenomeno umano, proprio della persona, che quindi richiede l’impegno delle energie più caratterizzanti la personalità, cioè l’intelligenza e la volontà, e che perciò senza un profondo e libero impegno non troverà la sua realizzazione…

  • Seguire non è un atteggiamento passivo, quasi un agire in stato di suggestione senza sapere quel che si fa…

  • Seguendo con gli occhi spalancati, con attenzione viva, si capisce e si impara, ciè s’ingrandisce nello spirito…

  • Seguire non può essere un gesto automatico, un essere trasportati una volta per tuttw, in modo irreversibile, da una corrente, ma è una decisione personale che diventa un gesto continuo della propria libertà…

  • Seguire è insomma amare, poiché è proprio affermare un altro come se stessi…


Il cammino del Signore è semplice come quello di Giovanni e Andrea, di Simone e Filippo, che hanno cominciato ad andare dietro a Cristo: per curiosità e desiderio. Non c’è altra strada, al fondo, oltre questa curiosità desiderosa destata dal presentimento del vero.” Partivano da questi presupposti, i due, convinti che “l’avvenimento cristiano ha come inevitabile conseguenza l’inaugurarsi di un nuovo tipo di “moralità”, che avviene secondo la dinamica ben compresa da Romano Guardini: “Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito”.

Mi convinco sempre più: parole così efficaci che circolano in questi giorni di lutto, non possono venire che dal cielo. Le intendo come il “regalo di nozze” che ci fa il nuovo intercessore Fra Raimondo. Sono quelle espressioni che ogni religioso vorrebbe sentir proferire dal suo superiore, condivise in comunita, all’ordine del giorno in ogni Comunità Teraputica. E lui, che conserva la paternita conferitagli, adeguandosi ai tempi, ce le fa pervenire via internet. L’operatore è solo uno strumento: le capta, le digita, le fissa. Perché non vederci il miracolo dela tecnologia moderna a disposizione anche del cielo?

Non potendo moltiplicare le citazioni, mi limiterò a questa: “Ogni obbedienza ad una qualsiasi aggregazione , se non è un ripercorrere e percorrere quella strada per rintracciare ogni più piccolo segnale, se non è ricerca attiva della memoria di Cristo, è assurda e alienante; rende preda comunque di meschine soggezioni alle proprie e altrui piccolezze. Diceva S:Ambrogio: “Quanti padroni finiscono per avere coloro che rifiutano l’unico Signore!” E’ la scintilla di questa coscienza che il movimento di Comunione e Liberazione vuole accendere in coloro che si sentono mossi a parteciparvi“.


Il teologo Balthasar mette sull’avviso sia CL che le famiglie religiose che i movimenti ecclesiali: “
Se il movimento dovesse chiudersi in sé, contento di se stesso e dei suoi successi, si allontanerebbe dal suo programma, perderebbe anche ogni drammaticità che risulta proprio dal continuo, nostalgico sforzo di andare oltre se stesso. Accontentarsi significherebbe essere arrivati, significherebbe riposo; ma questo riposo equivarrebbe alla morte“.


Anche questi sono petali di rosa che ci piovono addosso. E’ ancora lui, il perenne sconcontento, sempre desideroso di andare oltre se stesso e di portarci anche gli altri, confratelli e collaboratori. Ma questa si chiama “ascesi”. Non so se la sua serietà ascensionale è stata recepita e apprezzata. Comunque, se desta ammirazione il Raimondo frate, austero, autorevole ma dialettico, è perché lo si scopre camminare su questa line d’obbedienza. E’ la stessa sulla quale si va muovendo anche il prete di Desio. E’ su questo binario che matureranno i punti d’incontro e d’intesa tra i due. Il Fabello viene da un’esperienza consolidata. Ma il don Gius è alla ricerca del volto umano.
Il punto in comune è questo: “l’accoglienza e la condivisione sono l’unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l’infinito”;”
E’ per questo che nell’accoglienza di un povero e in quella della persona più amata ultimamente deve vivere la stessa gratuità“.


Balthasar ci aiuta a carpire il senso. Si tratta di quella “
mortificatio” paolina senza la quale non si dà vera “vivificatio” in Cristo. Poichè il Cristo è il fondamento della creazione (Ap. 9,14) e della redenzione (Col 1,19s) non può esserci per il cristiano una vera tensione tra spiritualità e lavoro culturale. Questo è autentico solo se svolto con lo sguardo rivolto alla Totalità di Cristo in cui converge (Ef 1,10) anche tutto quanto vien fatto sulla terra. Dal canto suo la spiritualità non è avulsa dal mondo, ma consiste nell’autentica sequela di Cristo fin dentro al mondo, fino alla morte in croce”.
Balthasar cita Francesco d’Assisi come miglior esempio di unità dei due aspetti .

Ma avrebbe potuto benissimo citare San Giovanni di Dio o il nostro giovane Pampuri, sul quale, ad un certo momento, si poseranno gli occhi di Giussani: “Proprio lui che ha ricevuto le stigmate può amare autenticamente la creazione di Dio. Nel lavoro culturale del cristiano diviene attuale la sua liberazione, raggiunta tramite la comunione con Dio: la sua obbedienza non è legata alla lettera, ma è mediata dalla sua libertà e quindi dalla sua responsabilità. Dio prende sul serio la libertà umana, in tutta la creazione essa è il dono supremo che può essere concesso alla creatura. Non si deve tuttavia pensare che Dio abbandoni l’uomo nel vuoto; lo accompagna invece costantemente con la sua presenza, di modo che l’uomo, anche quando è impegnato nel lavoro culturale, può e deve rivolgergli costantemente lo sguardo“.

Mi chiedo ancora una volta se si i può essere in disaccordo con questa riflessione così critica e che riguarda ognuno da vicino. Da queste considerazioni il ritratto di Fra Raimondo ne esce esaltato e pienamente riabilitate certe sue scelte da tanti non condivise. Che, se, nonostante tutto, alcuni componenti delle due famiglie parlano bene e razzolano male, i padri possono rammaricarsi, soffrire ma non sostituirsi ai figli. Epperò, se si preferisce leggere fatti ed avvenimenti solo in chiave utilitaristica, ossia nei termini di “perdite e profitti”, in tal caso, cade tutto il discorso.

L’illustre teologo conclude le sue osservazioni con un augurio che vale per tutti: “E’ mia convinzione che il padre di Comunione e Liberazione ha donato al movimento con queste sue cristalline dissertazioni un definitivo radicamento nella sapienza cristiana e quindi anche garanzia della sua autentica fecondità.


Possa egli essere ascoltato, compreso e seguito! Solo in questo caso il movimento, secondo la sua intenzione, potrà divenire un modello di cattolicità in tutto ed evitare quel settario chiudersi in se stessi che sta diventando esiziale per alcuni nuovi movimenti”.


A conclusione di queste riflessioni verrebbe spontanea una battuta: “
Chi può capire, capisca !”

Non so quanti hanno letto il libro di Don Giussani, edito da PIEMME – Religio, “Il miracolo dell’ospitalità – Conversaioni con le Famiglie dell’accoglienza“. La prima edizione è del 2003. Ma il Primo capitolo, “La ragione della carità”, riporta l’intervento di monsignor Luigi Giussani intitolato Fondamenti antropologici e metodologici della condivisione, in Accoglienza, volto del gratuito, Atti del Convegno organizzato dall’Associazione Famiglie per l’Accoglienza, Milano 8 Giugno 1985, EDIT Editoriale Italiana, Milano 1985, pp.1-9.


Questa lunga citazione è necessaria sempre per una comparazione di date che vengono a coincidere con un “movimento dello Spirito” in entrambe le direzioni. Così, dire “FABELLO & GIUSSANI due paternità – La visione profetica: comunione dei doni. – Punto di convergenza: l’ospitalità, non è un titolo azzardato perché ci sono buoni e fondanti motivi per ritenere che entrambi non si sono mossi di propria iniziativa.


Don Giussani arriva al “Miracolo dell’ospitalità” quasi condotto per mano dagli avvenimenti sui quali poi si posa la sua riflessione, ricavandone le parole da trasmettere al movimento perché le incarni. Sono circostanze contingenti in cui si vengono a trovare singoli membri che poi si aggregano, convinti che un’amicizia stabile “costituisce un luogo di confronto e di dilatazione della propria umanità che le istituzioni non possono dare”.

Egli si accorge dell’ evolversi del movimento dal quale, date le premesse, vede sorgere il carisma e moltiplicarsi quasi naturalmente, come una necessità vitale del cuore trasformato dall’ Evento Gesù. E’ un carisma in divenire che potrebbe benissimo integrarsi con quello dei Fatebenefratelli, i “fratelli ospedalieri” che da sempre privilegiano l’attenzione su alcuni settori della comunità umana: la malattia fisica e psichica. Potrebbe essere il connubio religiosi-laici auspicato dalla Chiesa, dove i primi vivono nella realtà temporale ma come segno escatologico, ed i secondi vivono nella carne a tutto tondo.


Il Fabello si è formato alla scuola di San Giovanni di Dio e all’ospitalità ha persino legato la sua vita con un voto solenne davanti alla Chiesa. Ma non si è fermato lì. Ha respirato l’aria che circola, ha recepito ciò che il prete va sussurrando all’orecchio di tanti giovani: “Il modo per fare crescere la fede è “rischiarla, confrontarla con ciò che accade”… con le circostanze tutte, piccole o grandi; perché la vita è questa trama di circostanze che, assediandoti, ti toccano e ti provocano… perché Cristo è la risposta… è la forma, è il significato del vivere”. I presupposti ci sono ed entrambi ci provano perché non temono il rischio ed hanno una comune visione della realtà che trovo ben sintetizzate sulla copertina del volume:

In una società dove spesso si invoca una diversa qualità della vita, raramente si evidenzia quell’elemento fondamentale che consente alla vita d’essere vissuta: l’ospitalità.

Essa è l’imitazione più grande che l’uomo possa vivere dell’amore stesso che costituisce la vita di Dio: una totalità di disponibilità di fronte ad una totalità di presenza.
Supremo esempio dell’accoglienza è Dio, che ha avuto una tale pietà per l’uomo da diventare uno fra noi e da morire per noi.

L’accoglienza è perciò la realizzazione in sommo grado della carità, vale a dire del riconoscimento di Cristo, di Dio che ci ha amati.

Accogliamo, infatti, perché siamo accolti; amiamo, perché siamo amati.


  • La parola
    ospitalità, di cui l’adozione è un concreto sinonimo, è significativamente espressiva di tutto il fenomeno dell’accoglienza: non esiste oggettivamente atto più grande.

  • Ospitare una persona è implicarla nei confini stessi della propria vita.
    A differenza di tutte le altre forme di caritò, l’ospitalità riguarda la persona intera, non un aspetto o un bisogno particolare di essa.

  • Nel gesto di accoglienza e di ospitalità rivive allora la persona e si rende sensibile l’amore di Cristo all’umano.

  • Dice san Paolo: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degl’angeli senza saperlo” (Ebrei 13,2).


Nell’omelia per il trigesimo della morte, P. Luca Beato OH lo ha paragonato al Battista: “
Fu capace di andare controcorrente. Come il Battista è stato spesso un precursore, anticipando le linee strategiche di ciò che altri avrebbero poi realizzato.” Trovo significativa la convergenza di vedute. Infatti, in altra parte, appunti non ancora in circolazione, a me è parso di vedere in lui alcune sembianze del profeta Elia. Il suo ruolo nell’Ordine, per chi lo ha conosciuto, già intuibile nel Fabello ragazzo, non sarà quello del fondatore. Egli è chiamato a “camminare innanzi con lo spirito di Elia, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo [la Fraternità] ben disposto” (Lc 1,15-17)

E cosa dice testualmente il Vangelo? Questo: “molti si rallegreranno. 15Egli infatti sarà grande nei progetti di Dio. Egli non berrà mai vino né bevande inebrianti ma Dio lo colmerà di Spirito Santo fin dalla nascita. 16Questo tuo figlio riporterà molti Israeliti al Signore loro Dio: 17forte e potente come il profeta Elia, verrà prima del Signore, per riconciliare i padri con i figli, per ricondurre i ribelli a pensare come i giusti. Così egli preparerà al Signore un popolo ben disposto.” (Lc 1,15-17).


Cos’è questo “spirito e forza di Elia” ? Ce o spiega Sant’Ambrogio commentando il passo evangelico: “
Elia ebbe una grande virtù e grazia: la virtù di convertire gli animi dalla incredulità alla fede, la virtù di una vita mortificata e paziente e lo spirito della profezia”.

Raimondo non si sente profeta, né un dottore della legge o un maestro della Parola, non assume atteggiamenti da convertitore carismatico. E’ uno che sta semplicemente davanti a Jahvé: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1). Questo è il segreto della sua forza: “Oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo” (1 Re 18,36).

E’ stato un servitore fedele che conosce i pensieri del Re, che ascolta dalla viva voce i suoi comandi e li esegue prontamente. 

Come vive Fra Raimondo la ricerca del Dio solo, lo stare alla sua presenza, il regolarsi soltanto sulla parola del Signore? Come Elia:


· Egli non ha paura di nessuna autorità umana;
· Egli non ha paura del giudizio della gente
· Egli è pieno di zelo per il Signore
· Egli vive la solitudine spirituale, senza temerla

Sono atteggiamenti che andrebbero esplicitati ma già sufficientemente indicativi di una dimenticanza di se stesso, nella povertà di spirito, nella riverenza adorante.


Il 28 gennaio 1996, Fabello povinciale, Giussani al Direttivo Nazionale delle “FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA” così esordisce: “
In questi tempi mi ha sorpreso il fatto che capisco , a settantatre anni, cose che ho sempre dette: a settantatre anni capisco che le capisco ora”.

Il 22 giugno 1991, in analoga circostanza aveva esordito così: “Quando si diventa vecchi, si diventa saggi e il pensiero di Dio diventa abituale, si capisce che sarebbe inutile fare qualsiasi cosa, se non ci fosse Iddio. Diciamo perciò una preghiera alla Madonna, la prima che ha accolto in sè il “grande diverso”, ha accolto in sé Dio”.


E’ il periodo in cui quel germe timidamente e confusamente sbocciato, quello delle Famiglie per l’accoglienza, di cui non era promotore diretto ma di cui atto nel 1985, va sviluppandosi fino a farsi quercia e dalla sua penna escono parole sull’ospitalità meritevoli di grande attenzione e memorizzazione. Il suo atteggiamento è sempre di grande stupore; non si vede all’altezza, si sente soltanto graziato: “
Ho visto una giovane mamma che imboccava il figlio spastico con un cucchiaio che si perdeva sulla faccia: è divino, è grande come Dio! Per questo io avevo vergogna a vinire da voi”.


Fra Raimondo, l’uomo di Dio per la sua Provincia, scruta gli orizzonti, annusa l’espandersi di un carisma che da San Giovanni di Dio è ormai nella Chiesa e per la Chiesa, proprietà di nessuno, pilotato solo dallo Spirito. Memorizza, fa sue parole che sono care a Don Giussani e rivelatrici del carisma a lui affidato:
· l’amicizia
· la dimora
· l’amore a Cristo
· la memoria
· l’offerta
· il senso del destino
· il compito della vita
· la moralità
· il sacrificio
· il carisma
· la verginità
· il popolo
· la compagnia
· la libertà…

Egli, perfettamente consapevole della situazione dell’Ordine in casa e nel mondo, (vedi 20 servo e profeta – o.donnell ) le condivide perché sono chiavi che possono aprire compatimenti a stagno, sbloccare situazioni arrugginite. Sono sentieri, itinerari, o, meglio, binari sui quali può transitare a velocità sostenuta il treno della sua ospitalità che rischia ritardi storici sulla tabella di marcia. Egli è solo davanti a Dio e con le mani legate ad una realtà mastodontica, una struttura plurisecolare, un apparato istituzionale che, per forza di cose, non può essere che strutturato, radicato, stabile. E’ realistico pensare che un ospedale, un centro, non possono avere le ruote, non sono realtà mobili; sono fisse, rigide per natura.


Ma i tempi mutano e le situazioni devono adeguarsi profeticamente al mutamento. Così egli, con lo spirito e il coraggio di Elia, “
Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1), forte dell’intuizione ispirata che quel movimento agile, dinamico, capace di penetrazione nel tessuto sociale, carismatico e additato dalla Chiesa, sempre più sensibile all’ABBRACCIO DEL DIVERSO, incoraggiato dal fondatore a volare sulle ali dell’ospitalità, prova, come abbiamo detto, a gettare un ponte tra l’Ordine e Comunione e Liberazione. Egli è convinto che, attraverso questo aggancio, il carisma si dinamizzerà, potrà uscire dall’istituzione, sconfinare, dilatarsi, penetrare nel tessuto sociale, coinvolgere il territorio, farsi Chiesa locale che accoglie “ ogni diversità”.


Ora che Fra Raimondo non c’è più, è doveroso tenere in vita la visione profetica e porre attenzione ai segnali che lo Spirito non mancherà di ripetere. Come non rendersi conto che,
se Benedetto XVI nella sua enciclica Deus Caritas Est pone all’attenzione della Chiesa universale San Giovanni di Dio, accanto a un San Francesco d’Assisi, è segno che è scoccata l’ora della rinascita. Abbiamo soltanto bisogno di imboccare coraggiosamente sentieri che lo Spirito non cessa di additare a coloro che si pongono nell’atteggiamento di Elia: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto(1 Re 17,1)


“Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo.
Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono“. (1Tess 5,19-20)


Quando ho saputo da Fra Raimondo che avrebbe dovuto sottoporsi a trapianto di fegato, mi sono permesso di dirgli: “
Ma è proprio necessario? E se ricorressimo a San Riccardo Pampuri ? “


La risposta è stata: “
Sarebbe bello. Solo che fra Riccardo non fa miracoli ai frati “. Mi sembrava strano questo ragionamento perché i miracoli determinanti li ha fatti proprio a Gorizia, “Villa San Giusto” e alla “San Giuseppe” di Milano, grazie ai frati che lo avevano invocato.

Poi l’ho assicurato che, nel giro delle persone di mia conoscenza, compresi alcuni di CL, avrei sollecitato preghiere affinché alla fine si rivelasse inutile l’intervento. E lui di ciò era molto contento.

Poi un giorno, sempre tornando sull’argomento mi ha detto al telefono: “Io san Riccardo lo prego…Ma ho più fiducia in Don Giussani. Anzi: mi piacerebbe tanto che il suo primo miracolo lo facesse a me, a uno dei Fatebenefratelli, perché noi lo abbiamo trattato male. Abbiamo trattato male un santo…Capisci?”. Poi naturalmente non è entrato in particolari e non ha fatto nomi, com’era suo solito, per non colpire o anche soltanto sfiorare qualcuno.


In quale modo stiano esattamente le cose non lo so. Nè mi compete indagare. Ma testimoniare, questo sì; posso e devo farlo, in omaggio ad
un caro amico, compagno di cordata sulle pareti rocciose dell’ hospitalitas.

 

L’11 Giugno 2007 ho diffuso la mail che mi ha inviato:

 

 

Sono stato inserito in lista d’attesa. Ora resta ancora la possibilità di pregare il Signore (fiduciosi nella intercesione del nostro Medico) perché la mano del chirurgo vada sicura e il pezzo di ricambio sia di buona qualità.
Il Signore vede e provvede.


Saluti e se vuoi collaborare……………..


fra raimondo fabello o.h.


IRCCS “Centro San giovanni di Dio-Fatebenefratelli” – Brescia


Caro Fra Raimondo,

siamo memori delle parole dell’Apostolo :

Chi tra voi è nel dolore, preghi.Pregate gli uni per gli altri per essere guariti.
Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. (Giacomo 5, 13.16)Unisciti a noi che ci uniamo ai tuoi confratelli per pregare CON SAN RICCARDO per la tua richiesta di fiducioso abbandono.

Noi preghiamo per lo staff chirurgico che ti prenderà in cura e per il povero donatore per il quale invochiamo che venga compensato con il Regno dei Cieli…Ma chiediamo, fiduciosi, che il tuo intervento, all’ultimo momento, sia cancellato perché non serve più e che il fegato a te destinato, passi al successivo in lista d’attesa.


Se osiamo chiedere il miracolo è perché non ci appoggiamo ai nostri meriti ma alla fede della Chiesa. Chiediamo che il tuo fegato si rigeneri per la Potenza che viene dall’Alto, cui nulla è impossibile.

Chiediamo che questo “segno” giovi ad aumentare la fede della comunità.Chiediamo che tu possa ritornare nella Comunità Ecclesiale con rinnovate energie a proclamare le Sue misericordie e a realizzare la tua vocazione di frate-sostegno per chi è nella sofferenza, dopo esserci passato in prima persona ed aver vissuto l’ansia delle interminabili e logoranti attese.

E tu, San Riccardo Pampuri, non dimenticare che stiamo parlando di un tuo confratello. Prega con noi per lui, tu che ormai conosci il “punto debole” di Dio.”

VIOLENZA IN TELEVISIONE – MARTINI

 

Pubblichiamo l’intervento del Cardinale Arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, all’incontro promosso il 26 marzo dalla Rai a Roma.

Questo il tema della “lezione” di Carlo Maria Martini: “Troppa violenza in televisione”

di Carlo Maria Martini

Esprimo un vivo ringraziamento al Presidente e alla dirigenza della Radiotelevisione Italiana e un cordiale saluto a tutti gli operatori e partecipanti al nostro incontro. Ricordo di essere venuto in questa sala decine di anni or sono, in qualità di consulente biblico, per collaborare con Roberto Rossellini che preparava una serie di filmati sul libro degli Atti degli Apostoli. Ora sono lieto di ritornare per rispondere al vostro invito e onorare un’iniziativa che ritengo molto interessante e degna di attenzione. Naturalmente non ho competenza sufficiente per trattare temi riguardanti i problemi della comunicazione sociale, che diventano sempre più complessi: mi mancano inoltre i parametri per valutare l’impatto del mercato e dell’audience sulla qualità della produzione televisiva. Cercherò quindi di offrire qualche riflessione propria di chi sta all’esterno e condivide con la gente certe preoccupazioni per la nostra società e per quella sorta di specchio opaco della società che sono appunto i mass media. Nella lettera di invito mi é stato chiesto di parlare sull’informazione e il ruolo del servizio pubblico, e cito un passaggio: “Mantenere ferma la natura di servizio pubblico che persegue e soddisfa esigenze e interessi di carattere generale e, nello stesso tempo, rispettare i vincoli di economicità, competitività e modernità, che garantiscono la sopravvivenza di un’impresa che agisce in un sistema di mercato, è una sfida che richiede, assieme ad adeguate strutture politiche e amministrative e ad elevati livelli e motivazioni professionali, anche una costante percezione e sintonia con le aspettative dei cittadini e della società“. Mi sono fermato a lungo su questa frase, colpito in particolare dalle parole “sfida“ e “aspettative dei cittadini e della società“. Penso che il mio ruolo consista nel chiarire quali possono essere alcune aspettative rispetto a tale servizio pubblico, soprattutto in questo momento sociale e culturale, e userò il linguaggio simbolico a me più consono del linguaggio tecnico dei media. Non intendo proporvi un’esegesi dei testi sacri e nemmeno intendo fare una lezione biblica; impiegherò semplicemente immagini e simboli che traggo dalla Sacra Scrittura e che fanno parte del tesoro della letteratura mondiale, del patrimonio comune dei popoli europei e dunque dei nostri valori più cari. Ho pensato a una serie di immagini che inizia con la parabola dei talenti e riprende poi altre icone da me evocate in precedenti occasioni a proposito dei media: i mercanti cacciati dal tempio, la tunica insanguinata di Giuseppe e il lembo del mantello.

I – La parabola dei talenti

1. La parabola evangelica è abbastanza nota: un servitore riceve cinque monete di grande valore e le fa fruttare in modo da ricavarne altre cinque. Riflettendo sulla corrispondenza dei cinque talenti che ne rendono cinque, né più né meno, ci viene suggerito che ciascuno dei talenti ha reso la sua parte, che nessuno di essi é stato impiegato male e che il servitore ha tenuto conto di un insieme, di una totalità da salvare e da far fruttare. Notiamo che la parabola dice lo stesso dei due talenti che fruttano il doppio, non però dell’unico talento; l’unico non entra nel ciclo fecondo che moltiplica i beni e possiamo intuire una certa diffidenza verso il talento lasciato a se stesso, alle sue dinamiche interne, e sottratto, per così dire, a un insieme. 2. Come applicare la parabola? Prendo il servitore dei cinque talenti a simbolo di una società, o meglio dell’insieme delle forze sociali, pubbliche, private e miste – o comunque le si definiscano – che devono servire al bene comune. Questa società dispone di talenti singoli e in essi leggiamo i nomi specifici dei beni di interesse pubblico, che il servitore è chiamato a utilizzare. Sono beni come la sanità, l’istruzione, l’ordine pubblico, l’ordine internazionale (cioè la promozione della pace e la rimozione della guerra) ecc. In ogni caso uno di questi talenti è indubbiamente quello della comunicazione pubblica che non può essere considerato soltanto come un bene in sé, con i suoi fini, le sue dinamiche, le sue leggi proprie. Fa parte di un insieme di talenti e va fatto fruttare in relazione e in armonia con tutti gli altri. Fuor di metafora, la comunicazione pubblica é parte di un insieme che comprende sanità, cultura, ordine pubblico, giustizia, pace e così via. Non serve considerare ogni talento per conto suo; ciò che importa è ottenere una somma di beni e di servizi che si aiutino reciprocamente per un risultato complessivo. 3. Leggo qui una prima richiesta e attesa fondamentale che sale dalla società verso il servizio pubblico nel campo dei mass media e della comunicazione sociale: che il servizio pubblico si ponga come elemento che assicuri garanzia ed esemplarità al processo di sviluppo globale della società, vivendo le proprie dinamiche (mass mediali e anche economiche) non in isolamento, non facendo riferimento soltanto al proprio ambito, bensì nell’insieme di cui è parte. Questo vuol dire che c’è una responsabilità condivisa e un’interazione tra sanità, cultura, istruzione, ordine pubblico, pubblica moralità, grado di educazione di una società, promozione della pace e dell’intesa tra i popoli e la comunicazione sociale. Essa è parte di un insieme di tale importanza da avere la priorità su tutte le pur legittime esigenze e i condizionamenti particolari del mercato e dell’audience. Si ha spesso timore che la concezione dei cinque talenti presi globalmente conduca a vincoli o a censure che limitino la libertà dei media o li rendano fragili nella competitività del mercato. Ciò può essere vero se libertà e mercato vengono visti come sganciati da tutti gli altri valori sociali, civili e morali che fanno una società giusta. Non è però così se si considera che libertà ed efficienza economica sono funzioni non di una realtà isolata – dei media e basta -, ma di un corpo sociale complessivo a cui va assicurato quell’insieme di valori e di beni che fanno di una società una realtà libera, efficiente, vivibile, educata, colta, amante della pace e del dialogo. L’uso spericolato e slegato di un talento, senza tener conto degli altri, può produrre vantaggi immediati e tuttavia alla fine danneggia l’insieme e logora la libertà e il profitto che sembrava volesse perseguire. Un talento che va per conto suo è dunque sprecato. In una società democratica, il modo migliore per convincere ciascuno a usare bene dei propri talenti non sta nella repressione o nella censura, bensì nello stabilire esempi e modelli che mostrino cosa vuol dire promuovere l’interesse di tutti e rispondere ai bisogni di libertà, sincerità, buon vicinato e serietà che ciascuno ha a cuore. 4. Mi pare si collochi in tale contesto la prima responsabilità di un servizio pubblico nel campo dei media, responsabilità che risponde a una grande attesa sociale. Si tratta di una responsabilità talmente grande, talmente importante, che definisce anche alcune prerogative del servizio pubblico e – diciamo così – alcune libertà specifiche che pure sono parte dell’attesa della gente: la libertà dalla schiavitù dell’audience e dalla dipendenza dal solo criterio del maggior guadagno. Queste libertà devono, di per sé, essere in qualche misura proprie di tutto il mondo dei media, e una società dovrebbe poterle esigere, quindi promuovere presso tutti coloro che entrano in questo campo. Una società può però affidare in maniera specifica a un servizio pubblico di essere garante di tali beni e di tale globalità, e di mostrare come una realtà mass mediale è capace di promuovere non soltanto se stessa, ma l’insieme di beni e di valori che sono essenziali per la convivenza civile. Se a tutta la comunicazione pubblica si chiedono livelli adeguati di qualità, intelligenza, eleganza, questi livelli sono tanto più attesi da un servizio pubblico che é anche chiamato a fare da contrappeso a tendenze degradanti. Non c’è infatti solo la banalità del mele; c’è pure il male della banalità che è un venire meno alle aspettative proprie di ogni cultura tesa a un di più di umanità, di civiltà, di bellezza, di correttezza, di eleganza.

II – L’icona dei venditori cacciati dal tempio

Da quanto ho espresso seguono delle conseguenze, che mi limito a richiamare per quanto riguarda alcuni problemi seri della comunicazione pubblica di carattere ‘negativo’. Penso, in particolare, al modo con cui i media trattano o possono trattare della violenza, della criminalità, della guerra, delle contese tra etnie e nazioni. 1. Passo allora alla seconda immagine che ho evocato soprattutto lo scorso anno parlando ad un’assemblea di giornalisti riuniti a Graz, in Austria: è l’icona dei venditori cacciati dal tempio. A Graz, infatti, gli operatori della comunicazione, provenienti da ogni parte del mondo, si interrogavano seriamente sul rapporto tra media e violenza. Alcuni di loro erano testimoni oculari di eventi drammatici accaduti in Rwanda, altri erano stati anche vittime. Molti avevano negli occhi e nel cuore episodi che comprovavano le ricerche dei sociologi sul crescere della violenza in tutti i campi: familiare, urbano, civile, politico, religioso. Del resto tali episodi sono sotto gli occhi di tutti, dalle violenze sulle donne e sui minori fino agli attentati orrendi di Israele. Ora non possiamo ignorare che il modo della comunicazione pubblica non è estraneo a tutto questo, anche se non è la prima causa dei fenomeni di violenza e se vi è diversità tra immagini di violenza ed episodi della stessa. E’ chiaro comunque che vi é modo e modo di parlare della violenza e si può descriverla – come fa la Bibbia – senza incitare ad essa. Nell’analizzare il rapporto perverso che può instaurarsi tra violenza e mass media, mi è venuta alla mente l’icona biblica dei mercanti cacciati da Gesù dal tempio, per indicare come i comunicatori, che si fanno moltiplicatori di violenza, meritino il grido drammatico di Gesù: fuori dal tempio! Quello della comunicazione è un tempio in cui devono venire promossi rapporti autentici: chi ci sta é invitato a contribuire per rinsaldare tali rapporti, non a romperli o a renderli impossibili. 2. Vedo, in proposito, una grande responsabilità del servizio pubblico verso quel fermentare di modi e di rapporti violenti che sta avvelenando anche le relazioni sociali del nostro paese. Rispetto ad altre società, quella italiana è sempre stata una collettività caratterizzata da relazioni umane pacifiche. Le eccezioni, pur gravi, a questa regola, rimangono eccezioni e talora sono dovute persino a un eccesso di paciosità e di acquiescenza che si lascia strumentalizzare o manipolare. In ogni caso la bontà dei rapporti è una caratteristica che viene messa a rischio quando le relazioni correnti vengono rappresentate, nei media, come contrassegnate in prevalenza da conflittualità e violenze. Anche dal punto di vista della corretta informazione si crea uno squilibrio tra il costume quotidiano e la sua rappresentazione pubblica. Voi sapete com’é grande la preoccupazione delle famiglie che vedono apparire con sorpresa nei loro figli parole, gesti ed atteggiamenti non riscontrabili nell’ambiente in cui vivono, ma solo nei media e nei gruppi che li imitano. E’ dunque importante l’esistenza di un servizio che, volendo davvero essere specchio del paese, lo sia pure nella sua qualità di un paese amante della pace, della buona educazione, della correttezza sociale.

III – L’icona della tunica insanguinata di Giuseppe

Quanto detto sulla violenza può dirsi per altri fenomeni negativi o devianti: la pornografia, la droga, la furberia, l’ipocrisia, la menzogna e ogni altra forma di esaltazione di costumi e abitudini che non rispondono alla realtà civile e morale della collettività. Una menzione particolare meritano le notizie cosiddette drogate. Parlando qualche tempo fa a giornalisti, ho richiamato, dal libro della Genesi, la storia della tunica di Giuseppe figlio del patriarca Giacobbe; tunica imbrattata di sangue di animali dai fratelli, per far credere al padre che il figlio fosse stato divorato da una bestia selvaggia. In realtà, erano stati i figli di Giacobbe a tradire e vendere il fratello Giuseppe. Togliendogli però la veste e rendendola insanguinata al padre costruiscono, con spezzoni veri, una notizia falsa e, per di più, atta e suscitare ira, sdegno, commozione intensa e, alla fine, e dirottare le indagini che il padre avrebbe potuto fare sulla sorte del figlio. Mi pare si possa parlare, al riguardo, di “notizie drogate“, di notizie imbastite di particolari singoli veri ma combinati o titolati in modo da suscitare scandalo, vendetta, furore, ben al di là dei limiti dell’oggettività della notizia e, anzi, capaci di depistare ogni ricerca della verità. So perfettamente che è difficile definire in astratto che cosa significhi l’oggettività di una notizia. Tuttavia è chiaro che esistono almeno delle graduatorie, delle approssimazioni all’oggettività che definiscono una informazione come il più possibile corretta e onesta. Mentre l’audience, intesa in senso generale, può gradire una notizia drogata perché sensazionale, il pubblico, inteso in senso qualificato e cioè come colui che esige un servizio a favore dell’interesse di tutti, ricerca una notizia oggettiva, corretta, onesta. Non sempre l’audience numerica equivale al pubblico reale, a quello che chiede il servizio e lo giudica; ed è a quest’ultimo che deve rispondere chi compie una funzione sociale di interesse comune. C’è quindi motivo di preoccupazione e di allarme per quanto avviene nel mondo della comunicazione di massa sia rispetto al valore educativo che al valore informativo. Spesso viene usata in proposito la categoria dell’ambiguità, ossia di uno strumento neutro che può essere impiegato bene o male. Vi ha fatto riferimento anche Giovanni Paolo II in un recente discorso del 16 gennaio. Parlando del prossimo Giubileo del 2000, il Papa lo designava come il primo “dell’era telematica“, notando che la Chiesa non può non cogliere tale novità. Ma ricordava che “attraverso essi (i mass media) hanno modo di entrare nelle case messaggi e proposte di vita talvolta lontani dal Vangelo, sconvolgendo tradizioni e consuetudini secolari“, affermando tuttavia che “è possibile usare degli stessi mezzi per alimentare l’intesa e la solidarietà tra gli individui e i popoli“. Le parole del Papa mi spingono ora, dopo aver richiamato alcuni problemi e pericoli, a sottolineare in positivo le grandi possibilità e le occasioni favorevoli che può avere un servizio pubblico di fronte all’intera società.

IV – Il lembo del mantello

Riprendo l’immagine del lembo del mantello, che esprime la pars costruens del rapporto società-media e del rapporto Chiesa-media perché dice tutte le speranze che la Chiesa, pur convinta di una certa marginalità dei media rispetto al grande tema dell’evangelizzazione, nutre nel ruolo di questi strumenti per la comunicazione interpersonale, per la stessa comunicazione evangelica e, più in generale, per la pace nel mondo, per la solidarietà e l’intesa tra individui e popoli. Sintetizzo così la scommessa: come la donna del vangelo, che fa parte di una folla nascosta e anonima che circonda e preme Gesù da ogni parte, viene risanata, esce dall’anonimato, assume un volto, una dignità e il pieno possesso del suo corpo, grazie al contatto con il lembo del mantello di Gesù, non potrà anche un uso retto dei media aiutare tanti a passare da massa a persone, da moltitudine a popoli, dando coscienza, dignità, cultura, slancio, capacità comunicativa? Se non é il caso di dare ai media un posto centrale nel grande processo di rifare umana l’umanità, non potranno essere almeno una frangia, un lembo del mantello, cioè del potere comunicativo e risanatore che è attribuito, nella grazia del vangelo, al linguaggio umano e alla comunicazione tra gli uomini? E’ questa la grande scommessa dei media su cui punta la Chiesa e su cui deve puntare ogni società che vuole un servizio pubblico propositivo: fare sì che gli strumenti detti di massa diventino fattori personalizzanti nella vita sociale e civile. E’ la scommessa espressa nell’immagine del lembo del mantello; è la fiducia nella possibilità di vincerla che ha permesso all’insegnamento della Chiesa cattolica, negli ultimi decenni, di trattare dei media collegandoli addirittura col mistero comunicativo della Chiesa, con la stessa comunicazione divina ed evocando persino il mistero della Trinità. La Chiesa cattolica avverte, nel suo sensorio profondo, che deve pur esserci, nell’emergenza dei mass media nel nostro secolo, una grande intenzione divina salvifica, un qualche bene per la comunità umana, anche se spetta a noi scoprire e mettere in atto potenzialità che il Creatore ha posto nelle sue creature. Proprio in questo senso il Papa, nel discorso citato, ha sottolineato che i mass media sono “strumenti di enorme diffusione che possono senz’altro facilitare le relazioni tra gli uomini rendendo il mondo un villaggio globale“. Simili sottolineature positive erano risuonate nel Convegno della Chiesa italiana tenutosi a Palermo nel novembre 1995. Il messaggio finale, ad esempio, affermava: “Poiché la comunicazione, e in specie quella di massa, è forgiatrice di cultura, ci faremo interpreti con la parola e con la pluralità di iniziative, del desiderio di una comunicazione vera, capace di far crescere le persone“. Vorrei insistere sull’espressione “comunicazione forgiatrice di cultura“. In essa è menzionato un aspetto fondamentale del servizio pubblico, che è corresponsabile del progresso culturale di un’intera nazione. Vi sono state in questi anni, nel campo scientifico, letterario e filosofico iniziative importanti, che vale la pena continuare e non penalizzare relegandole ad ore impossibili. E’ un dono fatto a tutti. Anche in mancanza di un’audience immediata molto consistente, ce ne sarà una più ampia di tipo mediato per l’accresciuto livello di coscienza civile che suscitano tali programmi culturali.

V – L’esperienza di un Vescovo e le sue attese

Ho esposto alcuni aspetti positivi, incoraggianti, nel desiderio di dare conforto e stimolo al vostro lavoro spesso difficile e di aiutarvi ad affrontare la sfida. Per quanto riguarda questi aspetti, la mia esperienza di Vescovo mi rende consono con simili attese fiduciose. Ho potuto infatti sperimentare, nel mio contatto con i mass media, in particolare con la radio e la televisione, che esistono vie possibili di comprensione e anche di collaborazione. Ci sono tanti giornalisti e operatori attenti, coscienziosi e intelligenti; esiste una buona volontà di operatori e comunicatori di servire il pubblico con sincerità e di dare notizie oggettivo e non drogate. Rimane tuttavia vero che navigare sulle onde dell’opinione pubblica servendosi delle barche o delle navicelle dei mass media comporta rischi di strumentalizzazioni, semplificazioni e travisamenti, e ha bisogno di conseguenza di attenzioni e correzioni continue. Vi è sempre, a ogni ora del giorno a della notte, a ogni battito di comunicato di agenzia, la possibilità di essere ingoiati dalle acque, di essere spruzzati in maniera indebita, di essere agitati da onde che fanno il gioco di altre onde e venti nascosti. Tuttavia, rifiutarsi di entrare nel mare della comunicazione pubblica equivale alla scelta che Gesù avrebbe potuto fare non scendendo a Cafarnao ma rimanendo nella tranquilla Nazaret. Avrebbe certamente avuto più pace, più silenzio, meno guai; però molto meno capacità di entrare in contatto con le gente. Occorre quindi scendere e anche un poco rischiare. Nessuna grande istituzione pubblica (la Chiesa non fa eccezione) può oggi sfuggire al rapporto quotidiano con i mass media, e Giovanni Paolo II lo ha capito perfettamente. La domanda però più pungente che il Vescovo si pone di fronte all’ambiguità dei media riguarda in maniera particolare il loro modo di trattare le notizie religiose e specialmente quelle del mondo ecclesiastico, della Chiesa. Non é più lo stesso problema! Il parlare della Chiesa come società richiede correttezza di informazione, capacità di valutazione globale della complessa vita di una grande realtà mondiale. E il parlare di temi religiosi, riferiti alla Chiesa cattolica o a qualunque altra realtà, richiede il senso del mistero, dell’oltre, del trascendente, del totalmente altro. Per questo i media, soprattutto la televisione, possono essere specchi riduttivi o addirittura deformanti del fatto religioso; essi tendono, infatti, a ridurre a moduli o a schemi di facile lettura verità di ordine trascendente. Ci si domanda, da parte di tanti, quale sia l’attitudine, ad esempio, di un programma televisivo a recepire ed esprimere quel mistero che è affidato ella comunicazione interpersonale nella parola e nel gesto sacro. Contro tali riserve – legittime e che mettono in trepidazione quanti trattano temi di religione e di Chiesa – sta il significato positivo pubblico di tante parole e gesti del Papa trasmessi per televisione; sta il successo di programmi seri non basati solo sull’effimero; sta il desiderio di molti di ascoltare parole dense di senso. Credo si possa chiedere a un servizio pubblico nel campo della comunicazione, non soltanto di essere attento e sensibile a valori millenari che sono alla base della nostra società e al modo di esprimerli con competenza e rispetto, ma pure di rendersi un po’ empatico con quei supplementi d’anima che fanno sì – come diceva B. Pascal – che l’uomo superi infinitamente l’uomo stesso. La mia esperienza attesta che non mancano registi, produttori, giornalisti capaci di empatia profonda.

Conclusione: il tesoro delle Scritture ebraiche e cristiane

In conclusione, al di là dei simboli e delle immagini richiamate e con cui ho cercato di dare voce ad alcune attese riguardanti il ruolo del servizio pubblico nel campo dei mass media, voglio dire una cosa importante. Il fatto che le Chiese cristiane e in genere tutto il mondo occidentale posseggano il tesoro delle Scritture ebraiche e cristiane, offre – ne sono convinto – una possibilità particolare di promuovere la buona Comunicazione anche mediante i media. Lo dico per una persuasione interiore profonda e perché l’esperienza mia e altrui lo conferma. La Bibbia parla molto alla gente di oggi e il suo linguaggio, i suoi metodi narrativi, il suo uso frequente di simboli sono qualcosa di assai vicino a ciò di cui ha più bisogno il linguaggio dei mass media per essere incisivo. La Bibbia é una miniera inesauribile anche per un’etica corretta dell’informazione e per una dinamica dei processi informativi. I processi medianici di oggi non sono di natura del tutto diversa da quei processi informativi che sottostanno al mondo della Scrittura e che hanno prodotto un universo comunicativo che ha riempito di sé l’universo. Sotto la Bibbia sta lo Spirito del Signore ed esso, come leggiamo nel libro della Sapienza, “riempie l’universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce“ (1,7). Ben prima che le diverse onde dei processi mediatici abbracciassero il globo, il globo era già tutto pervaso dalle onde di quello Spirito che promuove comunicazione, vita, giustizia e pace. Dio infatti, dice ancora il libro della Sapienza, “ha creata tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale“ (1,14-15). E’ questa la fiducia che desidero infondere in tutti i comunicatori affinché affrontino coraggiosamente le sfide da cui sono nati questi incontri tra la dirigenza e i giornalisti della Rai e i rappresentanti di diverse realtà del nostro paese.

(Documento inserito il 21 aprile 2005)

SAN GIOVANNI DI DIO: FOLLIA O CONVERSIONE? – Angelo Nocent

SAN GIOVANNI DI DIO:  IL PUNTO DI PARTENZA? – PARTIRE DAL CUORE DELL’UOMO

di Angelo Nocent

 

Fra le tante disavventure in cui è incorso San Giovanni di Dio, c’è anche quella di essere stato diagnosticato affetto da sindrome schizofrenica, per via di una caduta da cavallo durante la vita militare. Picchiando la testa, sarebbe rimasto tramortito per alcune ore.

 

LA CADUTA DA CAVALLO

 

Quando si parla di San Giovanni di Dio, il punto di riferimento è ed è sempre stato Francesco de Castro, suo primo biografo, considerato come la fonte più autentica. Lui stesso esordisce dicendosi chiamato a “risuscitare la verità che col passare del tempo è stata sepolta e messa in oblio…essendo mancato chi mettesse in scritto le cose essenziali della sua vita, ed essendo egli stato un uomo silenzioso, che poche volte parlava di cose che non riguardassero la carità e il soccorso dei poveri, non abbiamo notizia di molte cose che appartengono a questa storia, di molte cose, cioè, notevoli che gli accaddero dopo la vocazione avuta da Dio… Pertanto, ciò che si riporterà qui è ciò che si è potuto sapere con molta certezza e verità”.

 

Del Castro il Padre Gabriele Russotto si sente di scrivere: “Storico e narratore onesto, come e più di tanti storici e narratori moderni, il Castro merita la più assoluta credibilità”.

 

La premessa mi serve per introdurmi più serenamente nel Cap. VII che narra DELLA CONVERSIONE DI GIOVANNI DI DIO AL SIGNORE, argomento cruciale e delicato.


Questo il fatto narrato da primo da Castro: “Giunto ad età conveniente, costui lo mandò in campagna insieme agli altri suoi servitori che guardavano il gregge. Ivi attendeva a prendere e portare l’approvvigionamento necessario con ogni diligenza, perché, essendogli venuti a mancare i genitori in così tenera età, procurò di compiacere e servire questo brav’uomo nella menzionata e come pastore tutto il tempo che stette in casa sua. Per questo i suoi padroni gli volevano molto bene, ed era amato da tutti.

 

Essendo ormai giovane di 22 anni, gli venne la volontà di andare in guerra, e si arruolò in una compagnia di fanteria d’un capitano di nome Giovanni Ferruz, che allora il conte di Oropesa inviava al servizio dell’Imperatore per soccorrere Fuenterrabía, che era stata occupata dal re di Francia.

Mosso Giovanni dal desiderio di vedere il mondo e godere di quella libertà che comunemente sogliono prendersi coloro che vanno in guerra correndo a briglia sciolta per il cammino largo (benché faticoso) dei vizi, incontrò in essa molti travagli e si vide in molti pericoli.

 

Trovandosi, infatti, in quella frontiera, un giorno a lui e ai suoi compagni venne a mancare l’approvvigionamento. Essendo egli giovane e molto volenteroso si offri per andare a cercare da mangiare presso certi casali o fattorie, che si trovavano un po’ distanti da loro. Per potere andare e tornare più presto, montò su una giumenta francese, che era stata presa ai nemici. Arrivato a circa due leghe da dove era partito, la giumenta, riconoscendo i luoghi nei quali di solito andava, cominciò a correre furiosamente per rientrare nella sua terra.

 

Siccome, però, non aveva per briglia che una cavezza, con la quale Giovanni la guidava, non fu possibile trattenerla, e corse tanto per le falde di un monte che lo scaraventò contro alcune rupi, dove rimase per oltre due ore, senza parola, buttando sangue dalla bocca e dalle narici, completamente privo dei sensi, come un morto, senza che vi fosse alcuno che potesse vederlo ed aiutarlo in tanto pericolo.

 

Ripresi i sensi, tormentato dal colpo ricevuto per la caduta e visto il rischio di incorrere in altro non minor pericolo di esser fatto, cioè, prigioniero dai nemici, si sollevò da terra come meglio poté, senza quasi poter parlare, si mise in ginocchio e, alzati gli occhi al cielo, invocò il nome di nostra Signora la Vergine Maria, della quale fu sempre devoto, cominciando a dire: «Madre di Dio, venite in mio aiuto e soccorso, pregate il vostro santo figlio che mi liberi dal pericolo in cui mi trovo e non permetta che venga preso dai miei nemici».

 

Poi, sforzandosi alquanto e preso in mano un palo ivi trovato, col quale si aiutava, si mise in cammino e piano piano giunse dove stavano i suoi compagni ad aspettarlo.

 

Avendolo visto così mal ridotto e credendo che lo avessero incontrato i nemici, gli chiesero che cosa fosse accaduto. Egli raccontò loro quanto gli era occorso con la giumenta, ed essi lo fecero mettere a letto e sudare, ponendogli molti panni addosso. Così di lì a pochi giorni, guarì e stette bene”.

 

LE VOCI DISCORDANTI

 

Quel volo contro le pietre del bordo della strada, dove rimase per due, tre, cinque…ore privo di sensi, privo di parola, di conoscenza, come morto, gli procurarono una commozione cerebrale? Una lieve frattura della scatola cranica? Probabilmente sì.

Qualcuno ha insinuato che la “pazzia” di San Giovanni di Dio, ossia le sue “stranezze” manifestate durante la conversione origino da questo infortunio. Nessuno è in grado di provarlo. Jean Caradec Cousson o.h. sostiene che il Castro ha il pregio di riferire fedelmente i fatti ma l’abitudine a interpretarli a modo suo. Ad esempio, “per lui è evidente che Giovanni Cidade ha recitato la parte del folle. Ora, contro questa opinione illogica, si leva la descrizione così viva dello stesso Castro che descrive Giovanni Cidade impegnato in atteggiamenti e attività esplosive, incoercibili e non dirette a calcolare come lo sarebbe necessariamente degli atti simulati: inoltre, conviene prendere alla lettera le parole di Giovanni che non mentiva: “Fratello mio, che Nostro Signore vi ricompensi per la carità che mi avete testimoniato in questa casa di Dio, per tutto il tempo che sono stato malato. Ora mi sento bene e in grado di lavorare; per amor di Dio, lasciatemi dunque uscire!”.


Carade Cousson, autore di “GIOVANNI DI DIO dall’angoscia alla santità” – Città Nova, pag 61) conclude così il ragionamento: “In breve, la Vita di Giovanni di Dio secondo il suo contemporaneo Castro, letta attentamente ed interpretata secondo i criteri scientifici moderni, come anche le testimonianze concordi dei notabili di Granata, del direttore dell’ospedale regio e del paziente stesso, ci permettono di dedurre molto verosimilmente che : “No, Giovanni di Dio non ha simulato la follia. Egli è stato malato, come lo esprime lui stesso in termini moderni e dignitosi: “He estado enfermo” .

 

Nelle note a piè di pagina si legge: “Per provare che Giovanni Cidade non ha simulato la follia, l’autore invoca la testimonianza dei notabili e del direttore dell’ospedale, ma non condivide affatto il loro punto di vista sullo stato reale del suo eroe.

 

Alcuni lettori del Capitolo V (apparso sul “Lien Hospitalier” del novembre 1972 sembrano però supporlo, nonostante l’esposizione di un’opinione diversa, forse un po’ diluita nel corso del capitolo. Per togliere ogni equivoco in merito, ecco, in termini concisi la convinzione dell’autore. “ Giovanni Cidade, affetto da uno shock nervoso acuto e breve, di forma angosciosa, conserva, nonostante tutto, la propria lucidità, ma diventa preda momentanea di impulsi disordinati, irresistibili, accettati, d’altra parte, con soddisfazione, perché appagano i suoi profondi desideri di espiazione”.

 

Quest’opinione è confermata dai gesti e dalle parole di Giovanni Cidade, riferiti fedelmente da Castro. Infatti, “dopo alcuni giorni di ospedale, Giovanni dichiara di essere uscito dall’angoscia” (Ya me siento sano y libre…del dolor y angustia…).

 

La CHEMIOTERAPIA dello spirito è già in atto.

Nelle lunghe pause, Giovanni ha sfogliato i libri ascetici che vende e s’è fatto una modesta cultura. La vita ascetica è farcita di norme: non fare questo, non fare quello…Noi oggi diremmo che la norma morale è un “semaforo”. Epperò, dietro ogni comportamento deviante di chi non rispetta la segnaletica e passa con il “rosso”, c’è un uomo che non sempre ha coscienza del reato e magari neppure ha il senso del peccato.

In Giovanni ribellione, disarmonia e smarrimento, entrambi sono presenti e pulsano dentro di lui.

Per occhi attenti, colpisce sempre questa dimensione molto umana, di umana fragilità e spesso di umana inconsistenza, che si cela dietro ogni nostro comportamento deviante. E il “giudice” che gli si troverà davanti, il santo Giovanni d’Avila, ha la consapevolezza della “personalizzazione della colpa”.

Se i suoi sermoni attirano è perché il popolo percepisce che dietro il “giudice” del confessionale c’è l’uomo di Dio che in ogni comportamento deviante sa scorgervi la persona, la sua ribellione o il suo smarrimento. Il suo compito di fondo è di restituire la libertà alla persona che ha di fronte, sottraendola proprio alla ribellione, allo smarrimento, alla disarmonia interiore in cui per tanti e oscuri motivi si è imprigionato con le sue stesse mani.

Il messaggio contenuto nel panegirico è lacerante: Giovanni si sente come sul banco degli imputati, avverte che è giunto il momento, adesso, qui, ora, di uscire dall’ambiguità.

Alla “verità dell’oscuro”, farà seguire la terapia contenuta nel salmo 50: “crea in me”, “rendimi la gioia”. Ed il punto di partenza per comprendere la sindrome da Miserere che colpisce il quarantacinquenne avventuriero è di assimilare il Testo:

 

3

Pietà di me, o Dio, nel tuo grande amore;

nella tua misericordia cancella il mio errore.

4

Lavami da ogni mia colpa,

purificami dal mio peccato.

5

Sono colpevole e lo riconosco,

il mio peccato è sempre davanti a me.

6

Contro te, e te solo, ho peccato;

ho agito contro la tua volontà.

Quando condanni, tu sei giusto,

le tue sentenze sono limpide.

7

Fin dalla nascita sono nella colpa,

peccatore mi ha concepito mia madre.

8

Ma tu vuoi trovare dentro di me verità,

nel profondo del cuore mi insegni la

sapienza.

9

Purificami dal peccato e sarò puro,

lavami e sarò più bianco della neve.

10

Fa’ che io ritrovi la gioia della festa,

si rallegri quest’uomo che hai schiacciato.

11

Togli lo sguardo dai miei peccati,

cancella ogni mia colpa.

12

Crea in me, o Dio, un cuore puro;

dammi uno spirito rinnovato e saldo.

13

Non respingermi lontano da te,

non privarmi del tuo spirito santo.

14

Ridonami la gioia di chi è salvato,

mi sostenga il tuo spirito generoso.

15

Ai peccatori mostrerò le tue vie

e i malvagi torneranno a te.

16

Liberami dal castigo della morte, mio Dio,

e canterò la tua giustizia, mio Salvatore.

17

Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca canterà la tua lode.

18

Se ti offro un sacrificio, tu non lo gradisci;

se ti presento un’offerta, tu non l’accogli.

19

Vero sacrificio è lo spirito pentito:

tu non respingi, o Dio, un cuore abbattuto

e umiliato.

20

Dona il tuo amore e il tuo aiuto a Sion,

rialza le mura di Gerusalemme.

21

Allora gradirai i sacrifici prescritti,

le offerte interamente consumate:

tori saranno immolati sul tuo altare.

 

A proposito del “Pietà di me o Dio nel tuo amore”, il Martini è illuminante: “La prima parola è racchiusa in un verbo ma, in realtà, è la radice. di un sostantivo. Quello che in italiano traduciamo con: «Pietà di me, o Dio», in ebraico è semplicemente: «Grazia, fammi grazia, riempimi della tua grazia». Si chiede dunque a Dio che sia per noi grazia, che prenda interesse per chi sta male, per chi si trova in difficoltà, che ci dia una mano. È l’esperienza di Maria che canta: «Signore, tu hai guardato alla povertà della tua serva e mi hai fatto grazia, mi hai riempito della tua grazia».

 

Ed un’altra osservazione ci è preziosa e ci sarà di aiuto: “Dio è dono gratuito, è l’essenza della gratuità. Quando noi diciamo che Dio non può aver alcun interesse a pensare a noi, ad occuparsi di noi, riveliamo di avere un’idea falsa di Dio. Abbiamo di Lui, per dirlo con una parola tecnica, un’idea farisaica, che cerca cioè di capire Dio partendo dalle categorie del calcolo. Dio gode nel poter donare qualcosa a chi ha bisogno di essere sostenuto, a chi non si sente nessuno, a chi si sente in basso. Egli vuole versare il suo valore in noi e non giudica il nostro”.

 

Va spesa una parola a proposito dei Salmi. André Chouraqui fa una considerazione che merita di essere rilevata. Egli scrive che “Noi nasciamo con questo libro nelle viscere. Un piccolo libro: centocinquanta canti, centocinquanta gradini eretti tra la morte e la vita; centocinquanta specchi delle nostre rivolte e delle nostre fedeltà, delle nostre agonie e delle nostre resurrezioni. Più che un libro, un essere vivente che parla – che vi parla – che soffre, che geme e che muore, che resuscita e canta, sulla soglia dell’eternità – e vi prende e vi porta con sé, voi e i secoli dei secoli dall’inizio alla fine”.


La sottolineatura è importante perché la vedremo posta in essere in Giovanni Cidade, alle prese con il suo dramma esistenziale. Pur non proferendo parola, il salmo 51 respira con lui, i battiti del cure scandiscono uno ad uno i ventuno stati d’animo che lo compongono. Tanto da assistere ad una reazione liberatoria che si verifica sì nella sua coscienza ma si manifesta anche esteriormente, tanto da essere notata, annotata e trasmessa a noi come un “fatto”, lì per lì irrazionale ma chiaritosi nel tempo, pur con le diverse e talora opposte interpretazioni.

 

Dall’Avila, ministro della Parola, Giovanni riceve una chiara indicazione:

 

  • Non ci può essere riconciliazione di nessun genere senza conversione del cuore.
  • La conversione del cuore comprende delle tappe che non sono ad libitum: non è possibile saltarle o disattenderle.
  • E’ un itinerario che va acquisito e percorso perché è fatto a partire dal cuore dell’uomo.
  • Il cammino penitenziale personale ha ripercussioni sul mondo: Giovanni di Dio accelera in sé la riconciliazione umana e cosmica.

 

LA CONFESSIONE

 

Giovanni, prima ancora di recarsi dal confessore d’Avila, fa una confessione pubblica. Ma non è tanto un’autoaccusa: ho fatto questo, ho commesso quest’altro…ho fatto ciò che non dovevo fare, ho sbagliato…Il rischio dell’autocritica è proprio l’ autogiustificazione che non necessita del perdono di Dio. Nel nostro caso c’è piuttosto un dialogo intimo, personale, filiale con Colui che lo ha cercato, atteso all’appuntamento, amato: “ho fatto ciò che ai tuoi occhi è male”. Non ho fatto male soltanto contro la tua legge ma quello che è male “ai tuoi occhi”.

 

Ovviamente Giovanni non procede con questa visione schematica ma sotto l’impulso della Parola (Spirito) che lo ha braccato, amorevolmente ferito come una lancia nella sua parte più vulnerabile: l’orgoglio. In ginocchio, sul pavimento gelido di una chiesa, il 20 gennaio 1539, capisce che è giunto il momento di “decidersi per Dio”. E fa la sua scelta, la sua solenne “professione religiosa”, non prevista, non programmata, con una liturgia non canonica. La consacrazione è in questi termini: “Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù”. E’ l’anticipazione dei quattro voti che professeranno i suoi discepoli.

 

Non veste un abito, non professa una regola, non appartiene a una famiglia monastica, non ha un Cardinale protettore. E’ uomo del Vangelo. Nudo, povero, libero obbediente alla Voce del “Maestro interiore” ed al suo “ministro” che gli a posto al fianco come guida: il sacerdote Giovanni d’Avila.

 

CAMMINO PENITENZIALE

 

Da questo momento inizia il suo cammino penitenziale.

 

Il “grazie” per queste riflessioni va detto al mio Arcivescovo, il Cardinale Carlo Maria Martini per il commento al Salmo 50 che fece tra il 1983-84, quando convocò in Duomo i giovani per ascoltare e per pregare con il loro Arcivescovo, dando vita a quella esperienza contagiosa organizzata dall’Azione Cattolica Ambrosiana, che va sotto il nome di SCUOLA DELLA PAROLA. Ricordo benissimo quei tempi perché si è trattato di uno dei momenti più forti e significativi della sua esperienza episcopale insieme ai giovani, che ha lasciato un segno duraturo. Non più giovane, (allora avevo 41 anni) necessitavo anch’io proprio di questa riconciliazione con me stesso e le sue riflessioni mi hanno segnato profondamente.

 

Da quelle sue meditazioni ho tratto due insegnamenti fondamentali:

 

  1. La chiave di lettura della “conversione” di Giovanni di Dio, risultata “eccessiva” per i suoi contemporanei, tanto da farlo internare nel manicomio dell’Ospedale Regio di Granada.
  2. La linfa che potrà alimentare anche le generazioni future che sempre assomiglieranno a Davide, il peccatore pentito.

L’unico a vederci chiaro, sarà proprio San Giovanni d’Avila, con il quale Dio aveva predisposto l’incontro che avrebbe modificato definitivamente l’itinerario del suo penitente. Perché l’iniziativa, il punto di partenza di ogni cammino di conversione del cuore è sempre un’iniziativa divina: Dio, il leale, l’affidabile, il fedele, il buono, il tenero, il costante nell’attenzione e nell’amore, espressioni riassumibili in una: il Misericordioso è sempre il primo a dare la mano;il piatto della bilancia pende sempre dalla parte della Sua bontà”.

 

Le parole che c’introducono, sono semplici e brevi: “Pietà di me...”. La parola forte, il pugno nello stomaco è il termine “peccato”. Nel testo ebraico il significato è più precisato, usa tre parole che andrebbero lette così:

 

  • …cancella la mia ribellione,
  • lavami da ogni disarmonia,
  • mondami (tirami fuori da ogni mio smarrimento) ”.


Senza bisogno di scomodare psichiatri e psicologi, la vera risonanza magnetica che non mente è la Parola di Dio che ci dice per filo e per segno cos’è accaduto a Giovanni di Dio all’Eremo dei Martiri in quel lontano 1539. Di suo egli ha messo solo quell’eccesso di esteriorizzazione mal interpretato che solo degli innamorati come lui, folgorati da una luce interiore accecante sarebbero stati in grado di comprendere. Tant’è che l’unico a non meravigliarsi sarà proprio il “provocatore” della situazione Giovanni d’Avila. Un miracolo della Grazia che ha dato vita non solo a una personale conversione ma ad una nuova famiglia religiosa e fatto di lui un vir misericordiae” additato alla Chiesa universale. Da un evento personale, a un progressivo mutamento di mentalità ecclesiale che perdura.

 

Giovani di Dio all’Eremo non ha da presentare a Dio che la sua fragilità: egli si percepisce come uomo peccatore. Epperò avverte che Dio è attivo su di lui: lo sta lavando, lo monda, sente che è in corso una purificazione, una dialisi potremmo dire; egli sta sperimentando una cosa inedita: che il Dio della sua vita è buono, è verità, è misericordia.


Anche se non trova le parole giuste come Davide, le sue sillabe, le lettere dell’alfabeto che farfuglia, vengono trasformate dallo Spirito che prega in lui:
«Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Romani 8, 26-27).

 

Bello! Nella Lettera a Proba, Agostino scrive: «Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi. Dio infatti “pone davanti al suo cospetto le nostre lacrime“(Salmo 55, 9), e il nostro gemito non rimane nascosto (cf. Salmo 37,10) a lui che tutto ha creato per mezzo del suo Verbo, e non cerca le parole degli uomini» (2).

Risuona il monito di Gesù. “Quando pregate, non pensate di ottenere attraverso il vostro molto pregare, perché il Padre sa benissimo ciò di cui avete bisogno”. Tuttavia Gesù stesso ci insegna a esprimere i nostri bisogni. Non tanto però – dice Agostino – con la moltiplicazione delle parole in quanto tale, bensì con una moltiplicazione che esprima il gemito del credente. Viene così introdotta la nozione di «gemito» che ritroviamo nella pagina di san Paolo.

In Giovanni di Dio accade proprio questo: la preghiera di richiesta di vita nuova parte dal cuore, non è superficiale, più che di parole, assomiglia a un gemito, un desiderio profondo. Gemere, infatti, significa anelare a qualcosa di cui si ha estremo bisogno; anche fisicamente il gemito è l’espressione di chi, mancando di aria, cerca di aspirarla.

Egli si appropria, per così dire, della sua povertà e miseria; riconosce il suo stato di uomo peccatore, ammette la sua incapacità ad armonizzare la sua vita morale, si dichiara bisognoso di perdono. Questo quarantacinquenne avverte che Dio vuole sincerità nel cuore e non esita ad accettare il poco, il niente che è. Questa confessio vitae è corrispondente ai vv. 5-8 del salmo 50 ma sfugge, non è capita dalle persone chi gli stanno attorno. Solo Giovanni d’Avila si rende conto del miracolo della Grazia che è in atto e non esita a riconoscerlo. Per gli altri è uno che merita solo commiserazione; un poverino uscito di senno. Ma egli, dopo l’elettrochoc provocato dalla Parola di Dio, a poco a poco, avverte che Dio è capace di fare in lui qualcosa di nuovo. Lui che ha sperimentato la sua insufficienza morale, non esita a riconoscere l’azione dello Spirito in atto e accetta di fare pace con se stesso: è la confessio fidei : “Lavami, e sarò più bianco della neve”.

La gioia, la letizia, non arrivano subito. Il “Ridonami la gioia di chi è salvato; mi sostenga il tuo spirito generoso.”(v.14), verrà. Ma lui ormai è stato collocato sul binario giusto e la potenza di Dio non tarderà a manifestarsi.

Il passato è passato. Dio, che gli ha fatto grazia di guardare in avanti, ora gli mette in cuore la confessio laudis. Ha sperimentato il soffio di vita, la forza di Dio? Qui riceve l’investitura: va e annuncia quanto Dio ha fatto per te, sìì testimone della salvezza che hai ricevuto: Ai peccatori mostrerò le tue vie e i malvagi torneranno a te”(v. 15).

D’ora innanzi dovrà essere un predicatore del Dio che salva: “Dona il tuo amore e il tuo aiuto a Sion, rialza le mura di Gerusalemme”.(v.20) E’ la missione che avrà nella Chiesa. A cominciare da Granada. La sua croce sarà la sua gioia, ora che è stato reso capace di annunziare le grandi opere di Dio. Il suo motto sarà “Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù”.

E’ evidente che questo percorso di ri-conversione del cuore non si è esaurito nell’arco di una giornata. Ha compreso delle tappe che il nuovo Giovanni non ha potuto disattendere o saltare. Quanto più cercheremo di ripercorrere quel processo che abbiamo chiamato sindrome da Miserere, tanto più ci convinceremo che si è trattato sì di vera follia ma di quella contagiosa del Signore Crocifisso e Risorto. Non lo ha scritto proprio l’apostolo Paolo che “la parola della croce sembra una pazzia a quelli che vanno verso la perdizione”, mentre “per noi che Dio salva, è la potenza di Dio?” Paolo sa bene di non dire una cosa nuova e cita le Scritture dei padri: “Sta scritto infatti: ”Distruggerò la sapienza dei sapienti e squalificherò l‟intelligenza degli intelligenti” (1Cor 1, 18-19).

 

E poi aggiunge di suo: “Dio ha deciso di salvare quelli che credono, mediante questo annuncio di salvezza che sembra una pazzia. Gli Ebrei infatti vorrebbero miracoli, e i non Ebrei si fidano solo della ragione.

Noi invece annunziamo Cristo crocifisso, e per gli Ebrei questo messaggio è offensivo, mentre per gli altri è assurdo.

Ma per quelli che Dio ha chiamati, siano essi Ebrei o no, Cristo è potenza e sapienza di Dio. Perché la pazzia di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini.

 

Guardate tra voi, fratelli. Chi sono quelli che Dio ha chiamati? Vi sono forse tra voi, dal punto di vista umano, molti sapienti o molti potenti o molti personaggi importanti? No!

Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignoranti, per coprire di vergogna i sapienti; ha scelto quelli che gli uomini considerano deboli, per distruggere quelli che si credono forti.

Dio ha scelto quelli che, nel mondo, non hanno importanza e sono disprezzati o considerati come se non esistessero, per distruggere quelli che pensano di valere qualcosa. Così, nessuno potrà vantarsi davanti a Dio.

Dio però ha unito voi a Gesù Cristo: egli è per noi la sapienza che viene da Dio. E Gesù Cristo ci rende graditi a Dio, ci dà la possibilità di vivere per lui e ci libera dal peccato. Si compie così quel che dice la Bibbia: Chi vuol vantarsi si vanti per quel che ha fatto il Signore” (idem 21-31).

 

La riflessione potrebbe estendersi ulteriormente ma ci porterebbe molto lontano, perché la Bibbia è un pozzo senza fondo. Vorrà dire che sarà per un’altra volta.

 

Si noti l’antica iconografia: Giovanni di Dio è ripetutamente riprodotto con il simbolo della somma follia: la Croce.

 

San Giovanni di Dio affascina non per le cose dette o scritte, che sono poche, ma per la la testimonianza. La sua esistenza, del resto come quella di ogni altro uomo, in qualunque sistema sociale ed economico si inquadri, è un evento attraversato, segnato dalla croce: dal dolore, dall’affanno, dalla sofferenza e dalla morte. Oggi come ieri, come domani.

 

La Costituzione Conciliare Lumen Gentium al par. 50, sulla santità è illuminante:

  • Il contemplare infatti la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, è un motivo in più per sentirsi spinti a ricercare la città futura (cfr. Eb 13,14 e 11,10);
  • nello stesso tempo impariamo la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo e secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno [157], potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità.
  • Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo (cfr. 2 Cor 3,18), Dio manifesta agli uomini in una viva luce la sua presenza e il suo volto.
  • In loro è egli stesso che ci parla e ci dà un segno del suo Regno [158] verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni (cfr. Eb 12,1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati”.

Per queste ragioni San Giovanni di Dio ci parla ancora.

Angelo Nocent

 

FRA RAIMONDO FABELLO – Per la morte – Angelo Nocent

MONDO fratello mio carissimo,

non solo il tuo Ordine Religioso ma anche il Friuli  sente di aver perso un caro figlio. E perfino noi della COMPAGNIA…, pur così insignificanti, avvertiamo di non avere più in terra il riferimento di un caro fratello che ci ha compresi ed ha voluto condividere comuni ideali.

Un dolore così forte per la perdita di un amico non lo ricordavo. Lo è per tante ragioni ma mi limito a ricordarne due sole:

  • la prima è che la nostra fede affonda le sue radici, appartiene al ceppo del Patriarcato di Aquileia, la Chiesa dei Santi Martiri Ermacora, Fortunato, Crisogono, dei fratelli Canziani, del vescovo Cromazio…;
  • la seconda è che ho seguito con trepidazione la lunga preparazione al trapianto, la tua dieta ferrea, le lunghe pedalate sulla ciclette per perdere chili di troppo, l’ansiosa preoccupazione del quando e da chi, l’attesa di un donatore del tuo gruppo, non facile da reperire, il lavorio interiore della Grazia per sostenerti nell’ora della prova e conservarti la fede, quel mettere in conto che potrebbero anche essere gli ultimi giorni…

Dalle telefonate mi accorgevo che, mentre ti alleggerivi fisicamente, guadagnavi in spessore spirituale. Era nel tuo temperamento di frate “friulano” quel pudore dei sentimenti e quella riservatezza, coperti di una scorza di timidezza, capace di mettere in rispettosa ma involontaria soggezione, tipica dei nostri uomini tutti d’un pezzo. Epperò non mi impedivano di intravedere dagli spiragli della finestra dell’anima la fisionomia dell’atleta spirituale.

Permettimi di entrare in punta di piedi nel chiostro della tua esistenza e dei tuoi sentimenti, per ricordare…

Ricordo che fin da ragazzo eri intelligente, sapiente, buono, studioso, attento, riflessivo, severo con te stesso, cocciuto, rigoroso…(Povero il mio vocabolario traditore e presuntuoso che si permette di qualificarti!)

Amavi l’altare e Padre Tarcisio Morini ti aveva affidato l’incarico di “cerimoniere” nelle funzioni religiose del collegio. Spesso avevi tra le mani il testo delle “norme”, tantissime, che studiavi e facevi scrupolosamente osservare. Talvolta poteva sembrare che il rubricismo avesse il sopravvento sul senso della liturgia. Ma poi è arrivata  la “Sacrosantum Concilium” e la costituzione  sulla Sacra Liturgia ha cambiato la tua e la nostra mentalità.  Il “Culmen et fons” ha influito radicalmente sulla tua persona, costretta a fare i conti, nei ruoli di superiore, con una realtà non sempre ricettiva del fondamentale substrato teologico contenuto nel documento conciliare più lungamente dibattuto dai Padri.

Eri portato per le scelte audaci, non retoriche. Eri una presenza attiva ma senza rumore. Solo che le opzioni difficili corrono il rischio di essere maledettamente incomprese perché esigono fondamenta stabili e viaggiano sui tempi lunghi della gestazione: un paziente maturare insieme.

Come l’incontro con Don Giussani al quale ti sei rivolto nell’ora storica più propizia. Vi siete parlati, vi siete capiti, avete cominciato a collaborare in sintonia per introdurre in sanità laici preparati non solo professionalmente ma anche spiritualmente. Eri consapevole che il tutto e subito non paga ma presume la metànoia, il cambiamento di mentalità che non è mai facile per nessuno.

Quando ne abbiamo parlato, ho capito che sarebbe stato necessario sintonizzarsi sulla stessa frequenza, possedere un lessico comune, condividere un progetto obiettivo, frequentare la “scuola di comunità” seguire il “per-corso” che ha forgiato migliaia di giovani, attuare un mirabile scambio di doni e carismi per trasmettere e con-dividere il carisma dell’ospitalità, termine abusato e inflazionato che può risultare obsoleto, incomprensibile e frainteso se ci si ferma al significato più superficiale.

Hai tentato una cura di ringiovanimento al tuo Ordine. Gli ingredienti c’erano ma, per tante ragioni, la ciambella non è riiuscita col buco. Ho avuto l’impressione che ti siano arrivate più delusioni che consolazioni che  però hai saputo sopportare nell’ottica della fede evangelica:

  • Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto.
  • Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
  • Se uno mi vuol servire mi segua…” (Gv 12, 20-33)

T’ho perso di vista per almeno trent’anni per un salto nel buio. Sono proprio quelli che ti hanno visto in posti di responsabilità: priore, superiore provinciale, definitore generale, ecc. Nulla so di quegli anni né mi compete indagare. Altri sapranno dire più e meglio di me.

Poi t’ho ritrovato ed eri l’amico di sempre. E sei stato il primo discepolo di san Giovanni di Dio che ha compreso il senso un po’ colorito della COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI ed hai voluto dare la tua adesione, arruolandoti in un progetto ideale che già vivevi e che  vorrebbe radicare e diffondere nella Chiesa locale, nella sanità pubblica,  il carisma dell’Hospitalitas, lo spiritum hospitalitatis,  in sintonia con il Magistero Pontificio e le Conferenze Episcopali.

Avevi fatto la tua iscrizione al sito il 1 Aprile 2006 perché condividevi l’idea di uno sforzo per aprire un varco, creare uno spazio, indicare un itinerario evangelico, nello spirito di una tradizione monastica, la tua, condivisibile anche dai laici, perché segno dei tempi.

Ricordo quel 1 Aprile.

Sembrava trattarsi di uno scherzo, di un vero “pesce d’Aprile” .

Ma in quell’ acrostico che ti avevo affibbiato nel darti il benvenuto, (un enorme pesce),

precisavo che nella rete non era finita una comune sardina ma un bel tonno.

L’immagine o il nome del pesce (ychthus) è sempre stato usato dai primi cristiani per identificarsi.

Perché in questa parola si trovano le iniziali di Yesus Christos Theou Uios Soter cioè Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.

Tutto mi faceva pensare che dietro quella tua apertura espressa con la tua adesione, si celasse il Signore Gesù, in vesti dimesse, senza paroloni e senza frastuono. Speravo, ma non hai voluto metterti in mostra. Ma eri sempre in prima fila per non perdere nessuna battuta. C’eri ma più semplicemente più per condividere che per insegnare, come mi sarei aspettato. . .

Alle espressioni dei testi liturgici che ascolteremo all’Eucaristia esequiale di mercoledì 5 Settembre, ore 15.30 nel Duomo di Brescia, vorrei che risuonassero nei nostri cuori le parole rivolte da san Paolo al discepolo Timoteo, dopo aver combattuto la buona battaglia della fede.

Sei stato un uomo di Dio, impegnato a “conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento” e a diffondere la dottrina salvifica del Signore Gesù, in attesa della sua definitiva manifestazione. Hai vissuto anche un’esistenza operosa, che fu una continua ascensione alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza.

Negli anni giovanili abbiamo vissuto insieme, con grande trepidazione, il Concilio Vaticano II:

  • Cristo! Cristo nostro principio, Cristo nostra vita e nostra guida! Cristo nostra speranza e nostro termine!…
  • Nessun’altra luce sia librata su questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo; . . .
  • Nessun’altra aspirazione ci guidi, che non sia il desiderio d’essere a Cristo assolutamente fedeli”. (Insegnamenti di Paolo VI, I [1963] 170)

È qui la radice degli atti e dei gesti di cui hai cercato di riempire le tue giornate di servizio alla Chiesa e al tuo Ordine. Da Cristo parte e a Cristo conduce quell’umanesimo plenario che  il nostro indimenticabile Pontefice ci ha iniettato nelle vene, lui che  fu intrepido assertore:

  • Se nel volto d’ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle sue lacrime e dai suoi dolori, possiamo e dobbiamo ravvisare il volto di Cristo . . .
  • e se nel volto di Cristo possiamo e dobbiamo ravvisare il volto del Padre celeste . . .
  • il nostro umanesimo si fa cristianesimo e il nostro cristianesimo si fa teocentrico, tanto che possiamo enunciare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo” (Ivi, III [1965] 731).

In quegl’anni abbiamo respirato quest’aria e, nell’ampiezza di tale cornice, siamo stati segnati da un nuovo ordine sociale che il Papa andava delineando, generatore di quella pace fondata sulla giustizia, che gli uomini non possono dare: “La civiltà dell’amore prevarrà sull’affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell’umanità finalmente cristiana” (Ivi, XIII [1975] 1568).

Oggi mi sento di poter attribuire anche a te, nel tuo piccolo, l’elogio alla tua fedeltà. Ai “Pilastroni”, in  quella Brescia che ti ha accolto dodicenne, sei stato coltivato come un pulcino, innaffiato come un tenero alberello, avviato incontro alla vita, per ritrovarti nuovamente, alla fine di molteplici incarichi, a chiudere i tuoi giorni tra i malati di alzahimer del prestigioso Istituto che hai diretto e portato a significativi primati di ricerca scientifica in tal campo.

Non credo tu abbia fatto testamento spirituale. Ne dubito. Proprio per quella tua ritrosia a metterti in mostra. In attesa di essere smentito, provo io a tessere l’elogio della tua fedeltà. Lo attingo dall’umiltà di Papa Montini. Infatti da una sua testimonianza sulla verità della fede ne è scaturita come una confessione testamentaria che che ritengo ti si addica benissimo, ora che stanno per spegnersi i riflettori della tua scena pubblica:

  • Ci sentiamo, a questa soglia estrema, confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»;
  • Anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» . . . Ecco, fratelli e figli, l’intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. «Fidem servavi» possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito il «santo vero» . . .
  • In questo impegno offerto e sofferto di magistero a servizio e a difesa della verità, noi consideriamo imprescindibile la difesa della vita umana
  • Abbiamo fatto programma del nostro pontificato la difesa della vita, in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa” (Insegnamenti di Paolo VI, XVI [1978], 322-523).

Sai, mi sovvengono in questo momento anche le accalorate esortazioni al presbiterio romano di Giovanni Paolo I, il papa dei 33 giorni: “La grande disciplina esiste soltanto se l’osservanza esterna è frutto di convinzioni profonde e proiezione libera e gioiosa di una vita vissuta intimamente con Dio”.

Da questa finestra intravedo, come attraverso uno spiraglio, il fondamento e la ricchezza della tua vita interiore. La fase terrena del tuo viaggio si è conclusa rapidamente, contro le fervide speranze e gli unanimi auspici con i quali ti abbiamo accompagnato prima e dopo il trapianto del fegato .

In tanti abbiamo pregato per te in questi giorni. Chiedevamo poco, una cosa ovvia: un corpo ristabilito, una buona riparazione meccanica al fegato e che fosse rimandata la tua “partenza”.A conti fatti, quel “qualche anno in più” della nostra supplica, al buon Dio è parso inutile ed ha ritenuto di mutarlo subito in qualcosa di eterno: ”vita mutatur, non tollitur”. Così ti ha trasformato la vita che può agire ancor più e meglio per noi e con noi, povera Chiesa pellegrina sulla terra .

E ora, col capo chino dinanzi alla imperscrutabile volontà della Provvidenza, a nomi di tutti gli amici mi rivolgo a te per implorare che voglia intercedere presso Dio per ottenere alla Chiesa, al tuo Ordine, alla Compagnia…le grazie di cui ognuno ha bisogno nel difficile passaggio del momento presente.

Ma permetti al mio cuore di piangere l’amico e di guardare a Cristo che è risurrezione e vita.

Sono qui a parlare di te, uomo di Dio, solo ieri dal Signore Gesù chiamato a sé. Sono qui a parlare con te, alla vigilia della tua sepoltura.

Tu, Adolfo, sotto il nome di Fra Raimondo sei stato servo di Dio, consacrato per il ministero dell’hospitalitas nella Chiesa e nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio; tu, secondo le parole dell’Apostolo, hai teso alla giustizia, alla pietà, alla carità, alla pazienza, alla mitezza (1 Tm 6, 11).

O amico di Dio! Davanti al tuo feretro, ringrazio Colui che si è degnato di chiamarti dopo averti permesso “di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tm 6, 14).

Quello del tuo ministero fu un tempo salutare, un tempo utile, complesso; non sempre sei riuscito a farti comprendere, ma hai lasciato tracce sulle quali sarà utile RI-FLETTERE. Non solo io, ma anche tanti altri non dimenticheremo, raccomandando all’eterno Padre il frutto della tua vita.

O uomo di Dio: a te, sotto il nome di frate Raimondo, è stato dato di combattere “la buona battaglia della fede”. Oggi diciamo: raggiungi “la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni” (cf. 1 Tm 6, 11-12): la Chiesa e i tuoi Fratelli.

Oggi noi tutti, a diverso titolo, sentiamo il bisogno di chiedere

  • a Colui che è “il Re dei regnanti e Signore dei signori”,
  • a Colui che solo “possiede l’immortalità”,
  • a Colui che “abita una luce inaccessibile: che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere” (cf. 1 Tm 6, 15-16),
  • a Lui chiediamo di invitare te, servo fedele, all’eterna comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Beati . . . i morti che muoiono nel Signore” (Ap 14, 13). Beato te che ci hai lasciato, perché ci hai lasciato morendo nel Signore. “Sì, dice il Signore, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono” (Ap 14, 13). Amen!

E’ l’ora delle confidenze. Non osavi dirlo perché speravi nel miracolo di San Riccardo Pampuri e più ancora di Don Giussani,  ma tu, Fra Raimondo,  presagivi la fine. Mentre eri in lista d’attesa, alla mia richiesta di qualche tuo scritto da pubblicare, di qualche foto da mettere in circolazione su internet hai semplicemente risposto con un sorriso disincantato che stavi alleggerendo la tua cella, riducendo i bagagli all’essenziale. Così il 10 Giugno u.s. mi hai scritto:

Dal giorno 5 u.s. sono entrato il lista per il trapianto.
Aspettiamo che il nostro “Dottore”, [s.Riccardo Pampuri] anche con l’aiuto di qualche Altro, mi trovi un ricambio di buona qualità e quando sarà il momento dia una mano al chirurgo.

Il Signore ha dato ……………….”

Nel tuo riferimento a Giobbe è chiarissima la professione di fede nella adorabile Volontà di Dio:

  • Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudi tornerò in grembo alla terra;
  • il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore’.
  • In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa”, (Giobbe 1).

Se devo essere sincero, non mi sento di augurarti il “Requiescat in pace”, per il semplice motivo che non ti vedo chiamato a riposare in pace ma piuttosto ad essere attivo nella Pace di Dio. E se vorrai, stanne certo, non ti faremo mancare il lavoro.

In questa tragica circostanza del cuore agitato e della mente confusa, il nostro Santo Padre Agostino, Vescovo d’Ippona che  ci ha insegnato a volare alto, mi offre consolanti spunti di riflessione che vorrei mettere sulle tue labbra di uomo di fede perché le ripeta a ciascuno di noi ( e siamo tanti) come sgorgate dal tuo cuore:

Se mi ami non piangere!

Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.

Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio, dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli al confronto.

 

Mi è rimasto l’affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.

Ora l’amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.
Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!
Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.

Non piangere più, se veramente mi ami! “

 

Il Santo Vescovo ci aiuta anche a capire il senso di ciò che sta avvenendo, commentandoci il Vangelo di Giovanni:

Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se è morto vivrà (Gv 1,25)

Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno”. Che vuol dire questo?

Chi crede in me, anche se è morto come è morto Lazzaro,vivrà, perché egli non è Dio dei morti ma dei viventi. Cosí rispose ai Giudei, riferendosi ai patriarchi morti da tanto tempo, cioè ad Abramo, Isacco e Giacobbe: Io sono il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe, non sono Dio dei morti ma dei viventi: essi infatti sono tutti vivi.

  • Credi dunque, e anche se sei morto, vivrai; se non credi, sei morto anche se vivi. Proviamolo. Ad un tale che indugiava a seguirlo: Permettimi prima di andare a seppellire mio padre, il Signore rispose: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu vieni e seguimi. Vi era là un morto da seppellire, e vi erano dei morti intenti a seppellirlo: questi era morto nel corpo, quelli nell’anima.
  • Quando è che muore l’anima? Quando manca la fede.
  • Quando è che muore il corpo?
  • Quando viene a mancare l’anima. La fede è l’anima della tua anima. Chi crede in me – egli dice anche se è mortonel corpo, vivrà nell’anima, finché anche il corpo risorgerà per non più morire. Cioè: chi crede in me, anche se moriràvivrà. E chiunque vive nel corpo e crede in me, anche se temporaneamente muore per la morte del corpo, non morirà in eterno per la vita dello spirito e per l’immortalità della risurrezione.

Questo è il senso delle sue parole: E chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Lo credi tu? – domanda Gesù a Marta -; ed essa risponde:

  • Si, Signore, io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che sei venuto in questo mondo. E credendo questo, ho con ciò creduto che tu sei la risurrezione, che tu sei la vita;
  • ho creduto che chi crede in te, anche se muore, vivrà, e che chi vive e crede in te, non morirà in eterno.

(S. Agostino, Comm. al Vangelo di Giovanni 49, 15)

R a y m u n d u m,

fratello ed amico carissimo

dal Cielo infinito di Dio,

ricordati anche di noi “globuli rossi”

e continua a far parte della Compagnia…

Mandi, frari. A riviodisi!

PER LA MORTE DELL’AMICO FRA RAIMONDO FABELLO – Angelo Nocent – SAN RICCARDO PAMPURI MEDICO INTERCESSORE – PRONTO SOCCORSO (laporta.altervista.org)

 

PER UNA SALUTARE “SBORNIA” ALLE ASSI – Angelo Nocent

 

 

GIOVANNI DI DIO: FU VERA FOLLIA? – Angelo Nocent

IL PUNTO DI PARTENZA

A PARTIRE DAL CUORE DELL’UOMO


RICCARDO PAMPURI: VANGELO VISSUTO – Angelo Nocent

PRIMA DI PORTARLO IN CIELO perché venisse posto all’attenzione della Chiesa Universale, il giovane ERMINIO-RICCARDO PAMPURI è stato inviato dal Signore in diversi luoghi che ha attraversato con tenacia, tra mille difficoltà, spargendo “SOAVE ODORE”: “Non rendete triste lo Spirito Santo che Dio ha messo in voi come un sigillo come garanzia per il giorno della completa liberazione. Fate sparire dalla vostra vita l’amarezza, lo sdegno, la collera. Evitate le urla, la maldicenza e le cattiverie di ogni genere. Siate buoni gli uni con gli altri, pronti sempre ad aiutarvi; perdonatevi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi, per mezzo di Cristo.” (Efesini 4, 30-32).

E ancora: “Poiché siete figli di Dio, amati da lui, cercate di essere come lui: 2vivete nell’amore, prendendo esempio da Cristo, il quale ci ha amati fino a dare la sua vita per noi, offrendola come un sacrificio gradito a Dio. (”di soave odore)(Ef. 5, 1-2).

Al suo passaggio egli ha lasciato tracce di VANGELO VISSUTO in contesti differenti: famiglia adottiva, ginnasio, liceo, università, parrocchia, attività missionaria, servizio militare, condotta medica… e per ultimo in convento.

In ogni percorso ha messo se stesso a DISPOSIZIONE DI DIO seguendo il GESU’ del Vangelo. E se il progetto è brillantemente riuscito è perché ha saputo coltivare la sua capacità di giudizio, sviluppare in modo intelligente la sua personalità mettendola unicamente al servizio di Cristo, sempre sottomesso all’OBBEDIENZA.

Nei vari contesti ha cercato di scoprire la sua VOCAZIONE PERSONALE, mai separato dalla comunità, sia civile che ecclesiale o religiosa, un “CONSACRATO” ogni volta e in ogni circostanza a tutti i membri del corpo di Cristo, a tutti gli esseri umani, percepiti come fratelli, tralci di un’ unica Vite, anticipando il Concilio Vaticano II. Sulla CONSECRATIO MUNDI, infatti, per definire la funzione sacerdotale del FEDELE LAICO, nella Lumen Gentium, afferma: «Cosí anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo» (LG 34).


Luce posta sul candelabro, lievito nella pasta, consapevole che non a tutti sono date le medesime intuizioni, le stesse grazie, un’unica vocazione, ispirandosi ai santi che man mano veniva a conoscere, in definitiva si è immedesimato nello stampo di GESU’ CROCIFISSO.

Cammin facendo ha compreso che, se si vuol DONARE LA VITA IN MODO TOTALE, non c’è alternativa: il modello unico è IL GESU’ DEL VANGELO, fermento divino della pasta umana.

Ma seguire questa via comporta dei rischi: essere trattato come hanno trattato Lui, il Maestro, visto o come un rivoluzionario o come un povero illuso, e sarà molto duro resistere. Il Pampuri lo aveva capito prima ancora di entrare in convento. E la conferma in seguito gli verrà proprio da San Giovanni di Dio che, nella lettera inviata a Luigi Battista, un ragazzo desideroso di seguire le sue orme, non gli prospetta illusioni.

Chi ne è affascinato e vorrebbe tentare la scalata deve anche sapere che LA FRAGILITA’ non solo non è un impedimento, ma può diventare perfino un punto di forza, perché DIO AMA LE MANI VUOTE. Egli infatti è pronto a versare MISURE TRABOCCHEVOLI a coloro che APRIRONO IL SACCO dell’esistenza: “Non giudicate e Dio non vi giudicherà. Non condannate gli altri e Dio non vi condannerà. Perdonate e Dio vi perdonerà. 38Date agli altri e Dio darà a voi: riceverete da lui una misura buona, pigiata, scossa e traboccante. Con la stessa misura con cui voi trattate gli altri, Dio tratterà voi‘. (Luca 6, 37-38)

Allora una via, per quanto piena di difficoltà e di pericoli, con le sue svolte ed i precipizi di lato, senza barriere umane protettive e sicure, richiedono formazione solida dell’intelligenza, del giudizio, della volontà e del cuore. Occorrerà soprattutto un IMMENSO AMORE, quello che lo SPIRTO DI GESU’ NON FA MAI MANCARE a chi lo chiede.

RICCARDO PAMPURI E IL TERZO MILLENNIO – Nocent Angelo

 

COSA PUO’ DIRE UNO CHE GUARDA IL PAMPURI OGGI?

GRAZIE !
– Grazie anzitutto a Dio, Padre della luce, dal quale viene ogni buon regalo e ogni dono perfetto: Lui solo PUO’ SUSCITARE nel cuore dell’uomo un desiderio efficace di mettere in gioco la vita consacrandola al vangelo.
– Grazie al Signore GESU’ che ha portato a compimento il cammino iniziato da RICCARDO, ha mantenuto salda in lui la decisione, gli ha la forza di superare la sfida del tempo e di portare il peso del quotidiano senza lasciarsi fiaccare da fatiche, critiche, insuccessi, umiliazioni.
– Grazie per averlo mantenuto FERVENTE NELL’AMORE e non aver lasciato INARIDIRE il suo cuore con l’attaccamento a soddisfazioni meschine.
– Grazie alla famiglia che lo ha adottato e nella quali il senso della fede è stato trasmesso con la parola e con l’esempio, con l’amore e col sacrificio.
– Grazie alla comunità cristiane di Trivolzio, al Terz’Odine Francescano, alla comunità di Morimondo, ma non solo, grazie all’Ordine dei Fatebenefratelli che HA TROVATO IL CORAGGIO di accoglierlo nonostante le precarie condizioni di salute.
– Grazie a tutti coloro che hanno accompagnato questo giovane nel cammino di fede con l’annuncio della Parola, con l’insegnamento della fede, il discernimento, con l’Eucaristia, il dono sempre rinnovato e rigeneratore della grazia di Dio.
– Grazie infine a lui per il ‘SI’’ con cui ha risposto alla chiamata di Dio. In realtà ha fatto una scelta saggia perché ha preferito ciò che è più prezioso ed ha potuto cantare col salmista “Sei tu, Signore, la mia eredità, il calice che mi dà gioia; il mio destino è nelle tue mani. Splendida è la sorte che mi è toccata, magnifica l’eredità che ho ricevuto.” (Salmo 16, 5-6)
Ma rimane vero che lui ha rinunciato a cose del mondo che frequentemente sono CONSIDERATE ESSENZIALI per la felicità umana: i SOLDI, il PIACERE SESSUALE, l’esercizio del DOMINIO e del POTERE.
– Grazie dunque a Riccardo , perché HA CREDUTO CHE ESISTE QUALCOSA DI PIU’ IMPORTANTE DELLA GRATIFICAZIONE MATERIALE IMMEDIATA.
– Era chiamato ad annunciare il VANGELO DELLLA GRAZIA: come avrebbe potuto farlo se non fosse stato ‘in stato di grazia’, colmo di gioia per il dono di Dio? – Doveva FARSI PANE nutrendosi dell’Eucaristia, il corpo di Cristo spezzato per la vita del mondo; come avrebbe potuto farlo senza il coraggio di SPEZZARE LA PROPRIA VITA PER LA VITA DEL MONDO?- Dove veniva mandato DOVEVA CONTRIBUIRE ALLA EDIFICAZIONE DELLA COMUNITA’ CRISTIANA come popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo; come avrebbe potuto farlo se non avesse RINUNCIATO liberamente e consapevolmente al SUCCESSO PERSONALE, se non avesse saputo PORTARE onorevolmente IL PESO DELLE BESTEMMIE E DEGLI INSULTI che avvelenano le relazioni umane?
Il suo modello è stato GESU’, VANGELO INCARNATO. A somiglianza del Maestro, Riccardo non ha sposato la RAGIONEVOLEZZA CALCOLATRICE ma l’ECCESSO DELL’AMORE.
Egli ha affermato con la vita ciò che Paolo scriveva ai Galati: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.” (Galati 2, 20).
Riccardo crocifisso? Direi di sì e lo ha fatto senza esitazione. La spiegazione ce la dà l’Apostolo stesso: A MOTIVO DELLA CROCE DI CRISTO, “portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo… di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita”.

FERVENTE NELL’AMORE, – egli non si è lasciato INARIDIRE IL CUORE attaccandosi a soddisfazioni meschine, a situazioni affettive infantili.- Ha saputo risolvere difficoltà comuni ai consacrati di ieri, di oggi, di domani che sono: – sia il prudenziale CALCOLO PRECISO (egoistico) che IL DONO ESAGERATO;- discernere tra AMICIZIE SINCERE e RELAZIONI APPICCICATICCE;- evitare le ESCLUSIONI. – non è diventato STUPIDO per un attaccamento infantile,- non è diventato ARIDO per una ragione strettamente di opportunità. – Ha tenuto saldo il TIMONE DELLA BARCA evitando che, piegandosi al desiderio di tutti, girasse su se stessa.
– I suoi 33 anni di vita non sono stati FACILI. Ma non sono mai facili per nessuno. SANTO DEL SECONDO MILLENNIO, è venuto a dire ai GIOVANI che non saranno facili nemmeno gli anni futuri: anche la loro barca sarà sballottata dalle onde.
– Dovranno essere SALDI DI NERVI e FORTI NELLA FEDE come Gesù per riuscire a dormire a poppa sul cuscino. Ma, pur senza la presunzione di avere una tale padronanza di sé, dovranno puntare DECISAMENTE a essere SANTI DEL TERZO MILLENNIO. – Fiducia in Dio, amore per le persone, disponibilità verso tutti: a me pare sostanzialmente questo IL MESSAGGIO DEL GIUBILEO PAMPURIANO.

Nella preghiera composta dal Card. NEWMAN, suo compagno di banco in Paradiso e che proviamo a recitare insieme, per NOI e per i NOSTRI RAGAZZI, c’è la fotografia di TERESA e RICCARDO, del secondo millennio, che passano il TESTIMONE alle nuove generazioni:

“Caro Gesù / aiutami a diffondere il profumo di Te / ovunque io vada. / Sommergimi con il tuo Spirito e la tua vita. / Entra in me e prendi possesso del mio essere così pienamente che tutta la mia vita possa essere solo / irradiazione della tua. / Risplendi attraverso di me e in me. / Ogni persona con cui entro in rapporto possa sentire la tua presenza dentro di me. / Che osservino e non vedano più me, ma solo Gesù! / Rimani con me! / Allora comincerò a risplendere come tu risplendi; / a risplendere così da essere una luce per gli altri; / la luce, Gesù, verrà tutta da Te, / niente di essa sarà cosa mia; / sarai Tu che risplendi sugli altri attraverso di me. / Che io possa lodarti come tu vuoi; / risplendendo su chi mi sta attorno. / Che io predichi Te senza predicare, / non con la parola, ma con l’esempio:/ con la forza che avvince, / con il fascino attraente di ciò che faccio, / con l’evidente pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per Te. AMEN(J. H. Newman)

 

Pampuri-Giussani – Miscellanea – Angelo Nocent

ALZATI, VA’ A NINIVE

Cosa ci sta a fare il Pampuri ibernato sulle guglie del duomo di Milano?


  • Un medico santo al nostro capezzale per un accurato checkup.
  • Un profeta per capovolgere situazioni stagnanti.
  • Una terapia evangelica radiante contro il sordomutismo (Marco 7, 31-37)

 

Su San Riccardo Pampuri, negli anni ho aperto più di un blog ma sul più bello, dopo tanto lavoro, una mano invisibile decideva, co o senza preavviso, di chiudere baracca e burattini.

Nell’ultima morte annunciata, come ho potuto, ho cercato di salvare il salvabile stipando all’inverosimile un file che poi è rimasto lì in attesa di risurrezione.


PREAMBOLO


Nel posto in cui veniamo a trovarci, due sono le possibilità.

  1. o ci ha collocati Dio
  2. o ha permesso ad altri di collocarvici.

In entrambi i casi è sapienza restarci con spirito di fede.

 

PERCHE’ UN NUOVO BLOG

I motivi sono tanti, ma così riducibili: questo ulteriore sito su San Ricardo Pampuri è pensato per i Religiosi Fatebenefratelli e per i Laici, donne e uomini, di ogni estrazione e qualifica che intendono fare quadrato intorno alla sua persona ed iniziare un percorso di ricerca e di RI-CONVERSIONE.
L’averlo ideato è poca cosa: sarebbe già morto in partenza, se non avesse un seguito di persone disposte a lasciarsi coinvolgere direttamente da lui.

Pur nella sua breve esistenza, egli ha assunto ruoli significativi e indossato particolari e impegnative divise che ha saputo onorare:

  • è rimasto orfano in tenera età,
  • studente,
  • universitario,
  • militare al fronte,
  • medico condotto,
  • terziario francescano,
  • laico impegnato nella Chiesa locale,
  • promotore di esercizi spirituali,
  • una “caritas” parrocchiale ambulante e segreta in contesti di dura povertà,
  • spirito missionario,
  • frate dell’hospitalitas.
  • E in ogni situazione, cercatore di Dio, la Bibbia nello zaino.

Mentre gli chiediamo di implorarci i doni della saggezza e del coraggio, qui lo vorremmo nella duplice veste di provocatore e provocato, interrogante e interrogato.
E noi, ognuno con il suo bagaglio di esperienze, a confrontarci, a muovere osservazioni e promuovere riflessioni.
Procederemo per tappe: ogni tanto sara’ necessario sostare per trarne conclusioni provvisorie ma poi si dovra’ tenacemente ripartire  con nuovo slancio.
E’ un’avventura, una rischiosa avventura dove si può anche naufragare in un mare di parole vuote e sterili.
Ma i giovani chiedono eroismo e a chi non lo è più, è richiesta almeno l’audacia di mettersi in discussione, di stare al gioco e di non puntare al ribasso.

L’idea propulsiva è di provare a mettere a fuoco gli aspetti profetici di cui il santo medico è portatore. Alcuni sono evidenti nelle diverse biografie degli ultimi anni, altri  non emergono o lo sono in modo larvato e necessitano di essere messi in risalto.

Nel chiamare a raccolta i Confratelli di San Riccardo Pampuri ed i Laici seriamente intenzionati a maturare in se stessi la spiritualità che passa anche attraverso la sua luminosa persona,  provo un certo disagio e chi  mi conosce può bene immaginare il perchè.

Ma se oso farlo, è proprio in forza della mia inadeguatezza che mi preserva da ogni presunzione. Ed è lei stessa ad incoraggiarmi, per via del preambolo, a manifestare anche pubblicamente e senza esitazione, il mio sincero stupore per la magnanimità del nostro Dio. uesta è davvero  una bella opportunità che mi permette di esprimere tanta gratitudine anche  a coloro che hanno allietato la mia giovinezza ed ancor più sostenuto doviziosamente quel tratto di strada che ha segnato più marcatamente la mia vita: gli anni della teologia, sferzati dal vento gagliardo dello Spirito che si sentiva aleggiare ovunque nella Chiesa convocata in assise con Maria, la Madre della Chiesa, come veniva per la prima volta invocata, durante il Concilio Vaticano II.

Non occorrerebbe precisare che sono qui in veste di allievo curioso ed appassionato delle cose di Dio e non di docente. Sono sicuro che proprio lo Spirito, invocato e amato, non tarderà a manifestarsi con   stupefacenti sorprese.

 

Innamorato almeno quanto voi della primitiva vocazione, dopo ormai quarant’anni di navigazione, porto anch’io i segni fisici e morali della lunga e faticosa attraversata di mari, talvolta tempestosi.

Non ho collezionato medaglie nè trofei. Con ciò non intendo dire di essere a mani vuote:

  • certamente più smaliziato di un tempo lo sono e meno portato ai facili entusiasmi;
  • ora pompiere più che incendiario, come succede a una certa età…
  • disposto a lasciarmi provocare dalla Parola, lo Spirito Santo che ci è stato donato;
  • bambino, talvolta loquace, noioso, impertinente.
  • Sì, vero: un novizio che non ha ancora raggiunto il punto giusto di cottura.

La sola autentica ricchezza che vanto di aver posseduto è quell’amore trabocchevole di Dio che mi ha sempre pervaso. Mi è stato riversato nella Cresima. Ma poi si è manifestato  sorprendentemente in tantissime altre circostanze, le più immeritevoli. Lui non se n’è mai andato, mai m’ha piantato in asso ed ha saputo sopportare pazientemente tutte le mie non poche giornate di luna storta.


Amici, vengo semplicemente a condividere con chi lo vorrà i risultati di una incessante ricerca spirituale, compresa quella sul Pampuri.


Vorrei che tutto risuonasse come lode al Misericordioso che non ci lascia mai affondare, nemmeno quando ce le andiamo a cercare.
Le pagine già stese in questi mesi e quelle che andrò stendendo,  rispecchiano più e meglio di tutto il modo di sentire e di pensare, peraltro sempre bisognoso di ripensamenti e correzioni che proprio il dialogo favorisce.

Forse troverò qualche curioso lettore. Mi auguro di essere sorpreso anche da qualche corrispondente, deciso ad intervenire per dire la sua ed ampliare gli orizzonti.


Dopo questa premessa introduttiva e tanto per non uscire dal seminato, almeno una piccola confessione pubblica sento  il dovere di farla.


Ebbene, lo confesso: io da giovane, San Riccardo non l’ho mai amato perchè mi sembrava fatto di nulla. Mi piacevano le forti personalità, mi attraevano gli uomini audaci. E lui non mi sembrava di questa stoffa.


Leggevo le sue lettere unitamente agli scritti di Don Primo Mazzolari, sette anni più di lui,  e quelle del “dottorino”  mi sembravano acqua fresca, incapaci di reggere in una competizione col grande prete di Bozzolo che tanto ha infiammato il mio giovane cuore e che ancora riesce ad entusiasmare. Epperò, da quando la Chiesa lo ha proclamato ‘Beato’ e poi ‘Santo’, non ho mai smesso di chiedermi cosa ci trovasse di così straordinario in questo ragazzo di campagna, laureato, pio, devoto e in seguito, le mani congiunte sotto lo scapolare.


Mi veniva spontaneo di pensare che a renderlo interessante era proprio la sua fortuna di possedere una bella laurea in medicina e chirurgia, capitatagli perché ben accasato, ossia grazie all’essere rimasto orfano di madre e poi di padre nell’arco dei primi dieci anni di vita. Se tutto fosse andato per il verso giusto, ultimo di dodici figli di cui otto in vita, lo sarebbe diventato? Probabilmente no. E santo?

 

Probabilmente…!?


Probabilmente cosa ! Meglio evitare i se e i ma e andare al sodo. In un primo tempo mi sono accorto che a stupire un po’ tutti è stata la sua “ordinarietà“. I biografi sono unanimi nel sottolinearlo. Ma le mie obiezioni  sono ben presenti nella biografia del Camilleri che scrive: “Qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia proporre all’attenzione di un mondo che fatica ad accettare  anche l’idea di anima, un personaggio che non ha scelto Dio dopo aver provato quanto sia amaro starne lontani“. Ma proprio da questa unanimità m’ è sorto un ulteriore travaglio: possibile che nessuno ci veda nient’altro e si limiti a girare e rigirare i soliti pochi aneddoti triti e ritriti nella medesima salsa?


Effettivamente, il ritratto che ne esce è proprio quello di un bravo ragazzo che potrebbe anche sembrare di Comunione e Liberazione, se non fosse quel timido e imbranato che appare e perciò molto distante dai disinvolti e determinati ciellini di oggi.

 

Mi chiedo: a renderlo atipico è solo l’attenuante d’esser d’altri tempi o non piuttosto d’ una pasta un po’ diversa?


Non lo so. Me lo chiedo ora per la prima volta.


E mi chiedo inoltre: che sia stato davvero così o ne abbiamo fatto una lettura riduttiva?

La processione di coloro che gli chiedono grazie è sempre in aumento. Ma esisteranno anche gli imitatori di questo straordinario modo d’esser ordinari ?


Tante volte mi sono detto: e se anche i biografi avessero preso un abbaglio? Pensate a Madre Teresa di Calcutta: chi avrebbe mai osato scommettere sulla sua “
notte oscura” che l’ha afflitta per anni, senza che nulla mai trapelasse? Cosa ne capiamo noi dei santi?


Da questo dubbio metodico, a poco a poco m’è sorta la convinzione che se in lui c’è una cosa che non è ordinaria, è proprio questa: la sua “straordinaria vocazione all’ascolto“, perfezionatasi giorno dopo giorno, tra onde di frequenza disturbate e fruscii di ogni genere.


Ma che scoperta! Che sia poco? Fate voi. Quando guardo con onestà e distacco il mio “ordinario” mi faccio semplicemente pena.


Ma vorrei aggiungere un altro aspetto che va convincendomi sempre di più ed è proprio  la ragione dell’apertura di questo nuovo blog: mi sto persuadendo  che in lui sia  stata posta una “bomba a orologeria”, destinata a scoppiare proprio all’inizio del terzo millennio.

 

Anche al fronte, con le stellette, il soldato Erminio Pampuri ha LA BIBBIA NELLO ZAINO.

Pur cercando di accettare il verdetto comune e per non essere tacciato di “bastian contrario“, non mi sono mai voluto pronunciare pubblicamente in modo diverso. Ma non ho smesso di interrogarmi su questa stupefacente ma non so quanto contagiosa ordinarietà.

Chissà, forse è stato un bene ciò che è accaduto, ossia che le sue spoglie mortali non siano state consegnate ai suoi confratelli bensì alla Chiesa locale. Magari avrebbe rischiato la fine che fanno i quadri di valore: vengono esposti in una sala inaccessibile, esibiti ai rari ospiti e servono per aumentare il prestigio del casato.

 

Così invece, la sua Provincia Lombardo-Veneta in particolare ma anche il resto dell’Ordine, dovranno cominciare a desiderarlo e in un futuro, che sento molto prossimo, saranno costretti a rivolgersi a lui per severi ripensamenti non più rimandabili. Così lui finalmente troverà la sua giusta collocazione ed assumerà il ruolo che si merita: di profeta riformatore.

 

Penalizzato da altre voci che hanno saputo farsi più roboanti e invadenti, impadronendosi e soffocando quella di un vero “servo di Dio”, la sua sarà voce persuasiva che non userà le parole sferzanti del Battista ma quelle persuasive della consolazione. Perché di questo hanno bisogno i frati. Sono tanti gli spiriti affranti, smarriti e umiliati, di confratelli senza voce che si son visti gettare allo sbaraglio, sradicati in nome di progetti illusionistici e di falsi miraggi, privati della sola certezza evangelica fondante la vocazione di un fatebenefratello:

  • vivere accanto al malato,
  • essere la sua “consolazione”,
  • condividerne la “provvida sventura”, molto spesso percepita soltanto come inopportuna e maledetta .

LA CARITA’ DI FRA RICCARDO

Forse in questi ottant’anni scritti e biografie non hanno sottolineato abbastanza che il Dott. Pampuri non si è rivolto solo al corpo, ai bisogni fisici degli uomini e della società del suo tempo.

Senza nulla togliere all’importanza del pane materiale, a cominciare da quello della salute, c’è un altro pane forse più importante da imbandire sulla tavola dei popoli e, senza andare sul generico e sul vago, anche sulla tavola degli operatori culturali, sanitari e sociali: il pane del pensiero. Nelle sue lettere quest’ansia è presente e operativa.

A volte si tende a restringere la testimonianza cristiana alla sola carità e alla sola carità materiale. Ma così la si impoverisce e ci impoveriamo. Nell’anno in cui il cristiano intellettuale Rosmini assurge alla gloria degli altari, è indispensabile riscoprire questo aspetto, presente e operante in Fra Riccardo fin dai tempi dell’università. In una società che non ragiona più, perché è in balia di un pensiero unico e che sembra aver rinunciato a capire i valori di fondo dell’uomo, porre al centro della carità riccardiana l’impegno sui valori è una forma alta di carità.

Non solo Hospitalitas, ossia apertura ai bisogni, charitas locale, nazionale, internazionale, ma anche CHARITAS INTELLETTUALE.

Un fatto di cronaca.

In piccoli convegni periodici in quel di Brescia Sant’Orsola, fine anni sessanta, allora studente di teologia, avevo cominciato a radunare il personale laico che già non intendevo come collaboratore dei religiosi ma come “collaboratore di Dio” alla pari dei religiosi per la realizzazione del Suo Regno. Nella sala delle riunioni avevo posto sulla parete, davanti agli occhi dei convenuti, una scritta cubitale in rosso: “COMUNITA’ DI UOMINI NUOVI”.

Per chi no lo sapesse, c’ era una volta a Brescia un simpaticissimo frate dal cuore d’oro e coccolo della comunità che sapeva alimentare di buon umore. Si chiamava Padre Dalmazio Puia, era zio del grande calciatore juventino che noi definivamo un “brocco” per farlo accaldare e, forzatamente, anche mio parente alla lunga per via delle origini Aquileiesi e dello stesso cognome materno. Arguto osservatore, era anche molto critico; appena poteva, sfotteva amabilmente col suo “Mmm! Lasciamola lì” ma si lasciava sfottere da tutti, compreso noi giovani che non perdevamo l’occasione per provocarlo e puntualmente farlo cadere sui punti deboli: i giudizi sui confratelli. Con la solita ironia di me era solito dire: “Buono, ne! Ma che rogna…”.

In quel tempo era attivamente in pensione ma trent’anni prima fu il priore di Fra Riccardo Pampuri proprio nello stesso luogo. E raccontava, lui non dentista, di aver sostituito chissà quante volte il mingherlino dottore, in crisi davanti a un “molare” di quelli ben radicati, da estrarre con prudente ma energica manovra della tenaglia.

Lo ricordo con affetto perché, leggendo quella scritta, era solito mettersi le mani nei bianchi capelli rasati a zero e ridere, sornione, su quel”uomini nuovi” di cui non riusciva o non voleva afferrare il senso profondo. Epperò si rendeva anche conto che l’affluenza c’era e l’interesse pure. Così, stupìto per i tempi in evoluzione, concludeva con il suo solito “Ma!… Lasciamola lì ! ” che alcuni ricordano ancora.

Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22).

 

A non ridere e a prendere seriamente la cosa c’era invece la Teresina Prati, tecnica di laboratorio, un San Riccardo al femminile, sempre in azione, sorridente e straripante di un non so che…

Precisa nel suo lavoro accanto al Dott. Montini, il fratello di Papa Paolo VI, trovava il tempo di visitare i malati. Mai a mani vuote: sempre con un pacchettino di caramelle, di caffé, di biscotti, una letterina… e confortanti parole.

La Messa era il suo pane quotidiano, come la visita ai malati; si preoccupava dei colleghi ed estendeva il raggio della sua azione anche all’esterno dell’ospedale. Di lei ho perso le tracce ma proverò a indagare.

Ma torniamo a noi. Ce lo chiediamo: che cos’era andato a fare in convento il dott. Erminio Pampuri se non a diventare un “uomo nuovo”, a “rinascere in acqua e Spirito Santo?”

Il sito trova anche un ulteriore giustificazione.

Apparteniamo alla schiera, ormai sempre più risicata, di quelli che hanno conosciuto coloro che il Pampuri l’hanno conosciuto di persona.

Possediamo notizie dirette. Insieme, forse potremo trovare qualcosa da aggiungere, da sottolineare, da lasciar detto, sfuggito ai biografi. Essi, per quanto ben intenzionati, hanno dovuto far riferimento soltanto alle carte processuali, alle lettere ed agli appunti della prima ora del Padre Gabriele Russotto. Ma non hanno conosciuto l’ambiente né la mentalità dei religiosi di quel tempo che per noi è istintivo cogliere, dal momento che li abbiamo frequentati.

Sarebbe una grave omissione andare nella tomba e seppellire per sempre le nostre esperienze e conoscenze. Quelli dopo di noi dovranno accontentarsi dei libri. Ma se è già in atto una specie di ostracismo del Santo anziché di una riappropriazione, cosa ne sarà fra qualche anno, quando le nostre voci taceranno per sempre?


Ma nella sventurata ipotesi che la ricerca non approdi a nulla, un risultato ci sarebbe egualmente:

  • il beneficio di ripercorrere quella strada che da Trivolzio ha portato Fra Riccardo in convento,
  • dapprima a Solbiate Comasco per un periodo di prova;
  • poi a Milano dove il Padre Castelletti ha detto sì alla sua ammissione;
  • a Brescia come luogo privilegiato della sua vocazione di frate dell’hospitalitas;
  • a Gorizia, luogo di convalescenza, di lunghe riflessioni e patteggiamenti con Dio;
  • per finire in gloria alla “San Giuseppe”, casa del “bel morire”,
  • prima di tornarsene al suo paese natale, luogo della sepoltura ma anche della fede nel Signore Risorto e segno della Comunione dei Santi che tutt’ora sussiste.

Il percorso avrebbe il significato del pellegrinaggio alla riscoperta di un testimone sempre più apprezzato dai laici e sempre meno dai suoi confratelli. La butto lì: cosa si aspetta a fare nel “San Giuseppe” di Milano, dove il Pampuri è stato reclutato e dove ha concluso la sua  giornata  terrena, a due passi dall’Università Cattolica, un “Centro di spiritualità Riccardiana” nel cuore della  Città ?

La Chiesa c’è. Cos’ altro potrebbe servire? Ben poco e a costo zero.

Mi rendo conto che le mie  possono sembrare battute sconvenienti o interferenze indebite. Ma la prova è negli atti dei Capitoli Generali o Provinciali: egli continua a restare nell’ombra, come un tempo al Sant’Orsola di Brescia, quasi gli fosse stato riconfermato, in virtù di santa obbedienza, il ruolo di “tacere” anche da morto.

In verità, a Brescia era stato autorizzato ad insegnare infermieristica ai frati. Ma ora che disponiamo di scuole alternative, altamente specializzate, buona cosa sarebbe invitarlo a insegnarci teologia biblica, lui che ha trascorso la sua vita all’ascolto della Parola di Dio e a metterla in pratica.

Due date significative ce ne offrono il pretesto:

  1. 21 Ottobre 1927: nel Convento-Ospedale di Sant’Orsola in Brescia il dott. Erminio Pampuri veste l’abito religioso ed assume il nuovo nome: Fra Riccardo;
  2. 24 Ottobre 1928: Fra Riccardo emette la Professione Religiosa.

Pochi di noi avranno la gioia di celebrare il centenario di questi eventi. Di qui allora l’opportunità di farne memoria durante il 2007-2008 nell’ ottantesimo, in concomitanza o come preparazione all’anno paolino indetto dal Papa tra il 28 giugno 2008 e il 29 giugno 2009 indicendo magari, con un suggestivo riferimento storico, le “giornate bresciane” che da qui, anche se in modo virtuale e del tutto informale ma propedeutico, già prendono il via.

Il motivo è presto detto:

  • il prof. Mario Meda, compagno di Pampuri all’università e sotto le armi, ha affermato al processo che anche al fronte Erminio aveva con sè il Vangelo, le Lettere di San Paolo e l’Imitazione di Cristo, che meditava nei momenti di riposo e di silenzio.
  • Egli cercava con ogni mezzo di dare ai malati e ai commilitoni un messaggio diverso, quello della sua fede. Sentiva e comunicava il fascino di Dio.
  • Questo amore per le Scritture è presente con citazioni evangeliche e paoline in molte sue lettere.
  • E allora perché non abbinare le celebrazioni in modo che siano proprio le lettere di San Paolo a rendere ancor più luminoso il nostro fratello santo? Sarebbe bello che la sua urna con le spoglie mortali, sull’esempio della sorellina Santa Teresa di Gesù e del Santo Volto, sempre pellegrinante, facesse ritorno per qualche tempo nella città che racchiude i segreti della sua anima di frate dell’ospitalità, data e ricevuta, in un mirabile scambio di Comunione tra Chiesa e Mondo, e si concludesse nel Duomo di Brescia, come evento ecclesiale.

 

PIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo.

Ma c’è un ulteriore motivo che meriterebbe di aggiungersi: il decimo anniversario della morte del Dott. Pierluigi Micheli, nato il 27 Ottobre 1916  e morto il 22 Giugno 1998,  medico “aggregato” all’Ordine dei Fatebenefratelli.

 

Egli ha svolto per lunghi anni la sua attività-missione presso l’Ospedale San Giuseppe di Milano, in veste di laico coniugato ma con il medesimo spirito di San Riccardo.

 

(Vedi PIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo in

 

 

e www.compagniadeiglobulirossi.org

 

Parlavo di riappropriazione del personaggio. Notate: cosa siamo?

TRALCI DI UN’UNICA VITE

  • A parte don Giussani, di cui abbiamo già riferito e dovremo prendere ancora in considerazione,
  • L’Azione Cattolica Italiana lo sente come il suo primo santo,
  • Il Card. Carlo Maria Martini, per via che Morimondo appartiene alla Diocesi di Milano, lo considera un figlio della Chiesa ambrosiana che fa una gran bella figura sulle guglie del Duomo di Milano, in compagnia di tanti santi e gloriosi martiri,

L’elenco potrebbe prolungarsi…

E NOI ?

Io sostengo che Fra Riccardo è portatore di numerosi carismi. E’ curioso e normale al tempo stesso notare come ognuno sia incline a cogliere il lato che gli è più congeniale.

Prendiamo Don Giussani che su di lui ha puntato i riflettori e lo ha fatto conoscere nel mondo.     E prendiamo l’Ordine. L’interesse che nutre per questo confratello santo e’ zero. Nessuno se ne risenta perché, sì, viene ogni tanto invocato come intercessore, ma finisce lì. Quando mai è preso in considerazione come modello da imitare, facendolo entrare a tutto tondo nella programmazione della vita fraterna e delle opere istituzionali?

 

Del materiale archiviato riporto solo una parte, interessante perché a Parlare del Pampuri e Don Giussani in persona.
Scrivevo anni fa, in piccola polemica con i suoi frati che di lui si ricordano solo il 1 Maggio:

Non basta intestargli case o reparti; bisogna carpirgli  i brevetti di una santità popolare, nata nella Chiesa locale, sviluppatasi nel convento-ospedale, per tornare a irradiare il mondo proprio a partire dalla Chiesa locale che è in Trivolzio. Il fatto, se letto con occhi profetici, la dice lunga: in lui si è già realizzato proprio ciò che chiedono i Vescovi del nostro tempo:

 

PER PROMUOVERE LA SALUTE (coinvolgimento di tutte le componenti del popolo di Dio nella pastorale della salute) n.4

PER DARE VOCE ALLE CHIESE LOCALI (sostenere l’integrazione della pastorale sanitaria nella pastorale d’insieme delle comunità cristiane) n.4

PER EDUCARE ALLA “SPERANZA CHE NON DELUDE” (progettualità…itinerari formativi) n.4

 

EDUCATO ALLA SPERANZA

Così scriveva alla sorella:

  • Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua,
  • e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate, vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri
  • e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza d’amore
  • per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi”.

Da un frammento di lettera quante sottolineature possibili:

  • Opus Dei,
  • io, tu, Chiesa, Mondo,
  • diventare per vedere,
  • gioia, gaudio, pace, riconoscenza…
  • Verbum caro, uomo come noi…

Questo e’ l’AVVENIMENTO ! Cosa ne ricava Don Giussani? Il senso della sua vocazione di uomo e di frate:

 

  1. Questo amore a Cristo si distese in lui in una serie infinita di gesti di attenzione agli uomini e alle donne che incontrava nei loro bisogni elementari, curando e sanando fino alla fine dei suoi giorni”.
  2. Erminio Pampuri era un piccolo medico condotto. All’inizio del secolo si fece frate Riccardo nell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio – i Fatebenefratelli – perché voleva diventare santo.
  3. C’è un modo di intendere questa parola che la identifica con una sorta di eccezionalità strana, quasi una stravaganza legata a particolari doti di carattere e di coerenza etica.
  4. Ma noi sappiamo che  la santità’ nella vita della Chiesa è la “stoffa” della vita di fede.
  5. Dunque l’ideale di tutti e di ciascuno che sia raggiunto e investito dall’Avvenimento cristiano che ha salvato l’uomo dalla distruzione.
  6. San Riccardo ci offre un esempio eclatante di questa grande verità egli fu un uomo vero perché aderì con semplicità e sincerità a una Presenza familiare.
  7. Non è diventato grande per essersi impegnato in un grintoso affronto della realtà, inevitabilmente destinato a delusione per l’originale peccato dei nostri progenitori.
  8. Egli è per noi una testimonianza solare di quanto san Paolo dice di se stesso: “Pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio” (Gal 2,20).
  9. E tutta la vicenda umana di San Riccardo, tanto fu breve quanto resterà per sempre a segnare il destino per cui siamo stati fatti: riconoscere Colui che era tra noi, il volto buono del Mistero che fa tutte le cose, presente qui ed ora, secondo la modalità descritta da San Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: “Il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi”(1,14)
  10. Da quasi duemila anni l’eco di quell’annuncio ha attraversato il tempo e lo spazio e si è comunicato al mondo, come fece con Giovanni e Andrea, i primi due che seguirono Gesù, quel giorno, sul far della sera.
  11. E così è arrivato fino a noi, attraverso i nostri genitori e coloro che ci hanno parlato.
  12. E oggi ci raggiunge anche per via dei segni imprevedibili che san Riccardo opera nella vita di tanti, segni positivi che aumentano la gloria umana di Cristo nella storia.
  13. San Riccardo fu determinato – sentimento, pensiero e azione – dall’amore per cui Cristo si è fatto uomo e da un’energia di abbandono a Lui, che ha già vinto la morte: “E sono persuaso che Colui che ha già iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”(Fil 1,6).
  14. Per questo san Riccardo, come ogni santo, è parte di un popolo, fattore di costruzione di un popolo nuovo, quella realtà insieme umana e divina che Paolo VI chiamava entità etnica sui generis.
  15. Da quando lo abbiamo conosciuto, qualche anno fa attraverso il racconto stupefatto di chi ne ha avuto beneficio nel corpo e nello spirito, san Riccardo è per noi la testimonianza mirabile che la santità come ideale di umanità vera è alla portata di tutti.
  16. Nella sua figura semplice e discreta di medico condotto – che giganteggia nella nostra campagna lombarda – ciascuno di noi ritrova i lineamenti del proprio volto umano autentico. Tanto che non si può non aderire alla verità dell’invito della Didache’: “Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi”.
  17. Il santo dei Fatebenefratelli ci insegna che il grande problema della santità cristiana è riconoscere una Presenza eccezionale che è entrata nella storia del tempo. Così che la creatura generata dall’acqua del Battesimo si erge sulla scena del mondo, come un protagonista nuovo, chiamato a cambiare la terra insieme ai fratelli uomini, fino al suo compimento finale, che sarà come e quando al misterioso disegno del Padre piacerà. Milano, 26 febbraio 1997 sac. Luigi Giussani

Se a noi questi aspetti sfuggono, cos’ha da dire Riccardo? Nulla.

 

Ed è proprio a partire da qui che proveremo a scandagliare la sua interiorità, insondabile, profonda, misteriosa ma non ermeticamente chiusa, dunque accessibile.

Mi chiedo: cosa ne sarebbe stato di lui se, una volta collocato in una bellissima urna di cristallo e compiuti i solenni festeggiamenti della canonizzazione, fosse rimasto là, nella penombra della sua parrocchia di Trivolzio e non fosse passato di lì il Giussani ad azionare la potente leva della scossa elettrica, ossia dello Spirito Santo, avvertita ovunque nel mondo?


I Santi sono per la Chiesa Universale. Va riconosciuto al sacerdote brianzolo di aver saputo cogliere immediatamente in lui il precursore del suo Movimento. E lo vede ben tratteggiato proprio in una lettera alla sorella suor Longina per le feste Natalizie. Quanti di noi hanno letto quella lettera? E che cosa ha detto? Forse nulla. Per Giussani invece, in quelle poche righe, se vogliamo anche retoriche, è la chiave di volta per la lettura del giovane santo:

Fermiamoci un attimo sui fatti di cronaca che riporto da Tracce pp.71 ss / 01/06/2007. Come titola?

 

LA GRATITUDINE DI TRIVOLZIO

Martedì 1 maggio 2007, monsignor Giudici, vescovo di Pavia, ha inaugurato a Trivolzio, nei pressi del santuario di san Riccardo, il piazzale dedicato a don Giussani.

 

Da Trivolzio a tutto il mondo

 

Monsignor Giussani è stato l’artefice della diffusione, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, della conoscenza e della devozione a san Riccardo Pampuri. Da dodici anni, il sabato sera, centinaia di giovani provenienti da ogni parte, anche da molto lontano, vengono qui in chiesa, a Trivolzio, per chiedere tante Grazie a san Riccardo. E la domenica giungono tantissime famiglie con tanti bambini. In un piccolo paese sconosciuto c’è un giovane medico santo, ed ecco che improvvisamente basta un invito perché la sua conoscenza con un passaparola si diffonda ovunque.


Trivolzio vuole dire «grazie» a monsignor Giussani per avere indicato e valorizzato la figura di san Riccardo.


Un uomo vero

 

Avete voluto dedicare questa piazza a don Luigi Giussani perché è un uomo vero. Lo possiamo testimoniare noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo e vivere con lui; ma lo possono riconoscere tutti, anche quelli che non lo hanno mai incontrato, attraverso il prolungarsi della sua opera, l’umanità di chi è stato affascinato dalla sua umanità e lo ha seguito. Don Luigi Giussani seppe cogliere da piccoli avvenimenti l’opera dello Spirito attraverso San Riccardo Pampuri e la indicò. Così divenne anche in questa vicenda strumento dello Spirito per attuare le grandi opere di Dio che stanno davanti ai nostri occhi quasi quotidianamente qui a Trivolzio, come ci testimonia commoventemente, ogni volta che veniamo qui, don Angelo.

Mauro Ceroni, responsabile di Cl a Pavia.


Nel gennaio del 1995 Cristina Bologna, su invito di don Giussani che era rimasto molto colpito dalle vicende che lei gli aveva raccontato, scrisse una lettera alla nostra rivista nella quale descriveva una guarigione inspiegabile accaduta dopo che a una persona gravemente malata era stata data un’immaginetta di san Riccardo Pampuri (cfr. Tracce, febbraio 1995, p. 51). In quella circostanza don Giussani iniziò a suggerire di invocare quotidianamente il Santo medico: «Dite qualche Gloria a san Riccardo Pampuri: dobbiamo valorizzare i Santi che Dio ha creato tra noi, nella nostra epoca e nella nostra terra. Bisogna invocarlo: un Gloria a Pampuri tutti i giorni».


Le parole del Vescovo

 

All’inaugurazione del piazzale il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha detto di don Giussani: «Un cristiano tipico della nostra terra: mite, intraprendente e deciso nel bene da compiere, ma che vive ciò nel nascondimento e senza troppo clamore. Questo stile caratteristico della nostra gente, ci porta a comprendere che vita cristiana è dono gratuito agli altri», ricordando che «oggi con la benedizione di questo piazzale noi ricordiamo anche i sacerdoti che si sono spesi con gratuità per gli altri, sacerdoti a cui l’Amministrazione di Trivolzio ha dedicato nel passato vie del paese».

 

Può essere che a più d’uno le iniziative che si vanno moltiplicando – e qui son state messe in evidenza di proposito e con uno spirito un po’ provocatorio possano far storcere il naso. Ma a cosa varrebbe sognare il “santuario” se prima non sogno il “santo” e lo amo e lo incarno e lo trasfondo e lo faccio conoscere nella mia cerchia ?


Le reliquie sono preziose ma vale la spiritualità del santo  che è patrimonio di tutta la Chiesa. Se prima dimostro di essermene appropriato e di essere capace di trasmetterla, potrebbe anche risultare sensato  avanzare delle particolari richieste al Vescovo. Diversamente, ne uscirebbe soltanto una bega di “primogenitura”.


Qual’è il messaggio che viene trasmesso dalla Parrocchhia di Trivolzio ?

La comunione dei santi e la preghiera

di Lorenzo Cappelletti

San Riccardo Pampuri (1897-1930) è sepolto nella chiesa parrocchiale di Trivolzio, di cui era nativo.


Pubblichiamo il racconto di don Angelo Beretta, parroco di questo piccolo paese fra Milano e Pavia, su come in questi anni, assieme ai miracoli di san Riccardo, sia cresciuta la devozione a lui, e su come, in particolare negli ultimi dieci anni della sua vita, don Giussani l’abbia proposto quasi a immagine vivente di ciò che gli stava più a cuore.

La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri.

Nel febbraio 1995 don Giussani diceva: «Noi siamo in un tale degrado universale che non esiste più niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà creaturale.
Perciò è il momento degli inizi del cristianesimo, è il momento in cui il cristianesimo sorge, è il momento della resurrezione del cristianesimo. E la resurrezione del cristianesimo ha un grande unico strumento.
Che cosa? Il miracolo. È il tempo del miracolo. Bisogna dire alla gente di invocare i santi perché sono stati fatti per questo».


Don Giussani, che anche quando parlava dell’Eucarestia amava dire che furono le circostanze che suggerirono al Signore quell’ “idea”, fra tutte la più geniale, pronunciò quelle parole anche in forza dell’incontro, come racconta don Beretta, con san Riccardo Pampuri.

Nei dieci anni che seguirono, come abbiamo detto, don Giussani ha invitato più volte a rivolgersi a san Riccardo (lo documenteremo in forma più sistematica in un prossimo articolo) e ha continuato a frequentarlo. Ricorda don Angelo Beretta che anche in occasione del suo ottantesimo compleanno (15 ottobre 2002), don Giussani aveva espresso il desiderio di andare a celebrare la messa a Trivolzio, ma varie circostanze glielo impedirono. «Quando ormai pensava che non avrebbe più potuto venire, il 22 gennaio 2003 arriva a Trivolzio. Era una giornata molto fredda. Ha celebrato la Santa Messa stando in piedi e rifiutando la carrozzella che gli offrivano. Ha distribuito la comunione ai presenti e con loro ha pregato per i malati e per tutte le varie necessità. Al termine abbiamo parlato un po’ anche del restauro della cascina per il centro di accoglienza che non eravamo ancora riusciti ad iniziare. All’uscita della chiesa si è intrattenuto con alcuni che stavano venendo da san Riccardo».


Pure le ultime parole pubbliche di don Giussani, per l’intenzione della Santa Messa dell’11 febbraio 2005, giorno anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e liberazione, pochi giorni prima della sua morte avvenuta il 22 febbraio 2005, furono un invito alla dolce memoria di Gesù all’opera nei santi: «R
icordiamoci spesso di Gesù Cristo, perché il cristianesimo è l’annuncio che Dio si è fatto uomo e soltanto vivendo il più possibile i nostri rapporti con Cristo noi “rischiamo” di fare come lui».

 

A chi fosse a suo agio più con termini teoretici che narrativi, si potrebbe far notare che in questa vicenda viene in rilievo la verità dogmatica della comunione dei santi che il Credo degli Apostoli pone tra gli effetti dello Spirito Santo e con cui papa Paolo VI termina il Credo del popolo di Dio, in consonanza non casuale con la sensibilità di don Giussani: «Crediamo nella comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù “Chiedete e riceverete”».

 

 

Note biografiche

 

Erminio Filippo Pampuri, poi fra Riccardo, nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (Pv). Decimo di undici figli, rimasto orfano della madre a soli tre anni, viene accolto in casa degli zii materni, a Torrino, frazione di Trivolzio.     Nella locale chiesa parrocchiale viene battezzato, riceve il sacramento della Cresima e la prima Comunione. Nel collegio vescovile Sant’Agostino di Pavia compie gli studi ginnasiali e liceali, si iscrive poi all’Università di Pavia dove, il 6 luglio 1921, si laurea a pieni voti nella facoltà di Medicina, dopo essere stato militare durante la Prima guerra mondiale e avere ricevuto la medaglia di bronzo per aver portato in salvo i medicinali. Dal 1921 al 1927 fu medico condotto a Morimondo, donandosi con tanto amore agli ammalati (veniva chiamato “il dottor carità”) e collaborando con il parroco alle varie attività della parrocchia.


Nel luglio del 1927 entra nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, assumendo il nome di fra Riccardo.     Muore a Milano il 1° maggio 1930. I funerali si svolgono a Trivolzio, nel cui cimitero viene sepolto. Il 16 maggio 1951 il corpo viene collocato nella locale chiesa parrocchiale, dove tuttora è custodito, visibile e venerato.
Giovanni Paolo II lo beatifica il 4 ottobre 1981 e lo proclama santo il 1° novembre 1989. San Riccardo Pampuri è festeggiato il 1° maggio (giorno della sua morte). Viene ricordato anche il 16 maggio (giorno della traslazione del suo corpo).     Da 30 Giorni / 2006

Da Trivolzio a Rochester

Due lettere a don Giussani. Il ringraziamento di padre Gerry per il dono di una statua di san Riccardo posta nella chiesa di Saint John, a un passo dalla Mayo Clinic. E la testimonianza di don Angelo dopo una messa in onore del santo lombardo

17 gennaio 2003 – Caro don Giussani, ti scrivo per dirti la mia sentita gratitudine per il tuo prezioso dono della statua di san Riccardo. La mia personale esperienza di guarigione fisica e la profonda consapevolezza del significato della Sua presenza mi ha portato a riconoscere il Mistero in modi che non avrei mai immaginato prima di questa esperienza.

Sono profondamente commosso dalla tua generosità e dal tuo desiderio che san Riccardo possa essere presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista, qui a Rochester, Minnesota, alla luce del fatto che nelle immediate vicinanze sorge la Mayo Medical Community, un istituto di fama mondiale.

Dall’arrivo di san Riccardo ho continuato a indirizzare a lui gente di ogni parte del mondo e degli Stati Uniti, che veniva nella nostra chiesa provenendo dalla Mayo Medical Community. Per darti un’idea del numero di pazienti nella nostra città e nella nostra chiesa, dalla Mayo dipendono circa 2.000 medici e c’è un afflusso costante di pazienti che visitano la nostra comunità e la nostra chiesa.

È ormai una consuetudine per me invitare i pazienti a visitare san Riccardo chiedendogli di intercedere per la loro salute. C’è qualcuno che ha appena saputo di avere un tumore al cervello, o che si sta preparando a un grave intervento chirurgico, o ancora che si è appena visto sospendere l’assistenza sanitaria in seguito a un male incurabile, e tutti vengono qui a cercare conforto. Ci sono anche dei medici che hanno cominciato a mettermi al corrente del fatto che nell’incontrare i loro pazienti domandano la presenza di san Riccardo, e sono spalancati nella ricerca della saggezza del Mistero.

Ci sono pazienti che si recano in visita da san Riccardo perché il loro cuore è colmo di gratitudine in seguito a notizie molto positive che hanno ricevuto attraverso la loro esperienza di cure alla Mayo. Le storie sono infinite e le possibilità cominciano ad aprirsi solo ora. San Riccardo ha uno spazio particolare nella nostra chiesa; stiamo preparando un volantino che spieghi la sua storia, e la frase che ci hai inviato sarà collocata permanentemente accanto alla statua di san Riccardo.

Don Giussani, non posso nemmeno immaginare quali possibilità si aprono grazie a questo dono che ci offri, né sono in grado di vedere quello che vedi tu, nel comprendere come la presenza di san Riccardo sarà così profonda e vivificante. Sono particolarmente grato per la particolare assistenza di don Fabio e di Giorgio Vittadini per facilitare tutti i passi necessari affinché san Riccardo potesse arrivare nella nostra chiesa. E ancora, ringrazio te per questa amicizia attraverso il tuo carisma, che realizza e tocca la mia vita e la vita di tante altre persone.

Ho sempre bisogno delle tue indicazioni come di un padre e riconosco umilmente la nostra amicizia. Ho continuamente bisogno di essere stimolato a vivere questa compagnia sul cammino che ho davanti qui a Rochester, Minnesota, Usa. Ti ricordo ogni giorno davanti alla statua di san Riccardo, qui nella nostra chiesa, pregandolo perché ti conceda la benedizione della salute, e sono pieno di gratitudine per il carisma che hai ricevuto e così apertamente metti in pratica nell’annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo. Con affetto. Padre Gerry Mahon, Parrocchia di Saint John, Rochester, Minnesota

25 gennaio 2003     Carissimo monsignore, grazie. Grazie di essere venuto mercoledì 22 gennaio ancora una volta a celebrare la santa Messa in onore di san Riccardo Pampuri in questa chiesa ove è custodito il suo corpo. Grazie di avere fatto conoscere il Pampuri in tutto il mondo indicandolo come il cristiano che ci aiuta a capire che la santità non è un privilegio di pochi, ma tutti, se vogliamo, possiamo diventare santi se, come Riccardo, anche noi mettiamo Dio al centro della nostra vita e cerchiamo di fare ogni cosa con amore nell’adempimento del nostro lavoro quotidiano.     Mentre lei celebrava la santa Messa, io ripensavo ai miei 15 anni a Trivolzio. Sono giunto nel 1988, il Pampuri era beato, io lo conoscevo, ma non avrei mai pensato che la sua devozione potesse diffondersi così tanto. Appena giunto a Trivolzio pensavo in modo particolare all’oratorio, alle attività parrocchiali… Poi nel 1989 ho avuto il privilegio di concelebrare in piazza San Pietro la santa Messa con il Papa per la canonizzazione di Riccardo Pampuri.     In questa nostra chiesa veniva gente a pregare il Santo, ma questa devozione era solo in ambito locale da parte dei Fatebenefratelli. Poi nel 1995 la svolta: lei ha indicato, dopo un miracolo, san Riccardo Pampuri al popolo di Comunione e Liberazione e da allora sempre più persone di tutto il mondo giungono qui a chiedere al medico salute, grazie e guarigioni per il corpo e al santo l’aiuto a capire la propria vocazione e il senso della vita da realizzare con amore.     I giovani, i tantissimi giovani che vengono qui, lo sentono come un amico che come loro ha faticato e tribolato e a cui chiedere aiuto nel cammino della propria vita. Una giovane, tempo fa, mi raccontava che al sabato sera diceva al padre, che non frequentava la chiesa, di andare dal Pampuri e il padre pensava andasse in discoteca; poi, quando ha scoperto che il Pampuri era un santo che distribuisce grazie, ha chiesto di venire qui anche lui.     Vengono poi le famiglie con tanti bambini a chiedere a san Riccardo la forza per il loro cammino quotidiano. Alcuni mesi fa ho trovato rotta una statua di san Riccardo che era in vendita; alcuni miei collaboratori si sono preoccupati, ma alla sera ho trovato in una cassetta una busta con i soldi della statua e con questa letterina: «Per vedere bene la statua l’abbiamo rotta involontariamente. Allora abbiamo rotto il salvadanaio e paghiamo. Chiediamo perdono a don Angelo e a san Riccardo. Saluti, ciao. Sandro ed Emanuel. Perdonaci e san Riccardo ci benedica». Certamente san Riccardo ha perdonato e benedetto quei bambini e io avrei voluto ringraziarli per la loro onestà e l’esempio che ci hanno dato.     Qui oggi è sorto un santuario ed è nato per un disegno di Dio. Io mi sono limitato a non oppormi a quello che lui, il Signore, voleva e il Signore per intercessione di san Riccardo continua a distribuire grazie.     Monsignore, le rinnovo l’invito che le ho fatto al termine della santa Messa: venga quando vuole qui a pregare san Riccardo e a celebrare la santa Messa.     Io la ricordo tutti i giorni a san Riccardo Pampuri perché le sia vicino con il suo aiuto e protezione e lei possa ancora per molti anni essere guida in mezzo a noi e chiedo a lei una preghiera perché io possa essere sempre disponibile e accogliente verso tutti quelli che vengono qui. Don Angelo Beretta, Parrocchia dei SS. MM. Cornelio e Cipriano, Trivolzio, Pavia


Da TRACCE 2003 / n.3

Dieci anni di incontri. Di preghiere di un popolo Renato Farina

L’inizio in una lettera pubblicata da Tracce. La devozione di don Giussani al medico santo dei Fatebenefratelli. In questi dieci anni da tutto il mondo sono giunte preghiere, richieste, notizie di grazie. E ogni domenica la chiesa si riempie di pellegrini.


Una qualsiasi domenica dell’anno, da dieci anni a questa parte (anche se la domenica non è mai qualsiasi). Sull’autostrada che da Milano va a Genova, verso le 10.30 del mattino e poi a metà pomeriggio, molte auto, scorgendo un campanile nella bella campagna, escono al casello di Bereguardo-Pavia Sud. Si entra nel paesino di Trivolzio (poco più di mille abitanti). Qui c’è qualcosa che cattura e non è una fiera, o forse sì, ma di altro genere. Non ci sono mercanzie in vendita, ma ci sono persone che camminano chi svelte, chi piano piano. Ma i volti! È uno spettacolo. I volti sono trasparenti e protesi a commerciare con Qualcuno i desideri più grandi, a mettersi nelle sue mani. È come se tutti fossero costretti da un padrone di casa premuroso a levarsi le armature invisibili con cui ci si protegge dallo stupore. Si entra nella chiesa cinquecentesca dei Santi Cornelio e Cipriano. Sulla porta ad accogliere c’è sempre il parroco, don Angelo Beretta. Ed ecco, c’è una grande teca di cristallo. In essa un corpo nelle nere vesti dei Fatebenefratelli e la maschera argentea sulla faccia. È il corpo di un morto, ma tutti sanno che è per la resurrezione, è così evidente: san Riccardo Pampuri.     Intorno ci sono grandi libri dove si scrivono le invocazioni. Si fa la fila. C’è la santa messa, si recita la preghiera a san Riccardo e poi si bacia la reliquia. Accanto c’è la stanza-museo, dove ci sono oggetti e indumenti del Santo. Si possono raccogliere immaginette e corone del Rosario. Qualcosa, però, accade. C’è un incontro. La medaglietta strofinata Chi scrive è uno dei pellegrini. Impressiona chiunque questa unicità del cattolicesimo: ciascuno è da solo con il Signore, eppure si è un popolo. Lo si capisce leggendo le preghiere che riempiono ormai 143 grandi volumi. Quelle scritte, le altre poi… Ne parliamo ora perché c’è un anniversario. Questo rinascimento religioso (o forse Medioevo d’oro) a venti minuti d’auto da Milano compie dieci anni. Gli inizi sono tutti in una lettera pubblicata da Tracce nel febbraio del 1995. Cristina Bologna racconta la visita «al vicino di casa san Riccardo» con alcune Memores che abitano da quelle parti. La richiesta di una grazia per un’amica malata di tumore. La semplicità dello strofinare un’immaginetta del Santo sulla divisa della banda musicale. «Questo gesto è per sottolineare la fisicità della domanda. Non è un gesto da fanatici, ma perché siamo concreti», spiega Laura che consigliò a Cristina di far così. Data l’immagine all’amica malata, sparì ogni segno del male. Può accadere, non è per forza un miracolo in senso, diciamo così, tecnico. Ma la guarigione era certa. Tracce raccontò questo sotto l’impulso di don Giussani, da allora vivamente devoto a questo Santo, appena proclamato tale da papa Wojtyla (1989). Un giovane medico condotto, che stava tra i ragazzi, poi membro dei Fatebenefratelli. Opere? La carità, «far sempre la volontà del Signore», «aver sempre grandi desideri». Sono anch’io testimone di un miracolo: la trasformazione di un luogo di dolore e morte in qualcosa di risorto. Negli ultimi mesi del 2000 mio padre Guido fu ricoverato per un cancro all’ospedale di Desio. Nulla da fare. Nei mesi precedenti, di fede robusta ma non particolarmente devoto, era stato con la famiglia da san Riccardo e ne fu toccato. Nella sua stanza di malati terminali, di atei, e forse persino di un musulmano, la vita cambiò. Persino quando morì uno di loro, e non era ancora giunto l’infermiere, dinanzi a quel defunto essi pregarono il Requiem e la preghiera di san Riccardo. Io vidi qualcosa di simile solo a Calcutta, nella casa dei moribondi di Madre Teresa. La vita nuova, nella morte.

 

Il “custode” di san Riccardo Don Angelo Beretta è il custode sollecito di tutto questo movimento riccardiano. Racconta di come ormai la fama di questo santuario si sia sparsa nel mondo, e di come gli telefonino da ogni dove, ben oltre i confini di Comunione e Liberazione e perfino del cattolicesimo, per farsi spiegare come arrivare, per domandare una preghiera. Ora racconta con gratitudine: «Mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995, vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in Chiesa appartiene a Comunione e Liberazione e mi mostrano una copia di Tracce, ove c’è il racconto della vita del nostro Santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo.

Da quel momento inizia il pellegrinaggio di tantissima gente qui a Trivolzio, al sabato sera ci sono tantissimi giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. Alcuni di Cl conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri; e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo per avere aiuto nella sua malattia. Era don Giussani ad aver spinto a questo».


Le sorprese del Signore Continua don Beretta: «Io non appartenevo a Cl, ma ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario, morto giovane in montagna. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi. Ho incontrato monsignor Giussani quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da San Riccardo. Vado in piazza della chiesa e lo vedo arrivare. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Dopo la messa, è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio agio. Poi mi chiede perché non compero la cascina che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso, ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano. È stato questo l’inizio del progetto per un centro di ospitalità e di ristoro, dove si possano anche tenere incontri. Almeno per il primo lotto speriamo di inaugurarlo – e ringrazio soprattutto per questo Antonio Intiglietta, Saverio Valsasnini, Mauro Berti – il prossimo maggio». È sempre molto pratico san Riccardo, e lo sono anche quelli che ne continuano la missione. Gli chiedo: come intitolerebbe questi dieci anni? Don Angelo sospira, mentre guarda l’orologio e cerca di fare accomodare i fedeli: «Le sorprese del Signore…».

 

Sì, bisognerà proprio ripartire da lui, il giovanissimo figlio di San Giovanni di Dio. Perché è proprio ciò che chiede il  glorioso Padre e Fondatore, orgogliosissimo di una tale discendenza.

E’ proprio lui a non vede l’ora che ci si affidi al riformatore Fra Riccardo e che venga lasciato libero di prendere in mano la situazione che si presenta senza apparenti vie d’uscita.

Nella sua spiritualità, troppo poco indagata, vi sono le premesse per una corretta interpretazione della Pentecoste Conciliare. Agli allegri e forse troppo disinvolti passeggeri del treno dell’Ospitalità oggi viene offerta la grande opportunità di ripensare i percorsi ad alto rischio di deragliamento, sui quali sta transitando il convoglio. Essi sono facilmente individuabili perchè ormai evidenti.
Sarebbe grave assistere ad un’ecatombe prima che vi si sia posta mano per porvi rimedio. Ormai tutti sanno che, anche una lunga e bellissima storia d’amore può esaurirsi e collassare, se non viene rianimata per tempo.

Il Concilio ha chiesto agli ordini religiosi di revisionare le Costituzioni per allinearle alle indicazioni espresse dai Padri negli Atti. Per anni tutti sono stati coinvolti in una  consultazione di base. Le giornate di convegno, i viaggi e le tavole rotonde non si contano. Poi gli esegeti ed i teologi hanno dato il tocco finale. Il risultato è davvero encomiabile!

Ho appena preso in mano quelle dei Fatebenefratelli. Bellissime! Forse le migliori che mai siano state scritte nei cinque secoli dell’Ordine. Esse sono una sorgente di citazioni bibliche, i documenti del magistero fungono da tessuto connettivo. A confronto, le precedenti impallidiscono.

Ma… Pur mantenuta nella forma e, nonostante le indicazioni contrarie, forse è saltata la Vita Comune. Che non sia da reinventarecome  Fraternità, più che luogo di “appartamento” per il cibo e il riposo? I laici sono sempre più spesso commensali. Ma basta?

Lex orandi, lex credendi: si crede come si prega.”

Ma si potrebbe aggiungere: si ama come si vive.

E’ impressione diffusa che le riforme abbiano riguardato i testi, non le persone che, un po’ alla volta si son fatte i “vade mecum” personalizzati, ossia degli auto-regolamenti molto permissivi, a misura d’uomo, con i quali una percentuale significativa tutela la sua libertà personale che è sacra. Che, se in essi fosse prevista anche la “libera circolazione delle merci”, sul modello della comunità europea, senza il condizionamento dei disgustosi dazi di povertà e obbedienza, tanto cari al pregresso periodo oscurantista, allora la frittata è fatta.
Meglio buttarla in ridere , se non fosse una tragedia.

A ottant’anni dalla sua morte e superati tutti gli esami canonici sulla santità, a me sembra che stia per esplodere il grande carisma di Fra Riccardo, solo apparentemente “riformatore silenzioso“,  ma già all’opera da tempo.
Se fosse vera l’impressione, i primi ad essere “amorevolmente colpiti” saranno proprio i Fatebenefratelli. Che, se da un lato di lui si sentono quasi defraudati, espropriati, dall’altro troppo poco fanno per rivalutarlo e sdoganarlo dal ruolo di comprimario che sembra aver acquisito nel tempo.


AMBULATORIO

SAN RICCARDO PAMPURI

E’ frquentato giorno e notte sul seguente sito:

San Riccardo Pampuri nell’ambulatorio dentistico a Brescia

O santo fratello Riccardo,

figlio del nostro tempo,

povero cuore verginale

solo obbediente a Dio,

votato a Lui per sempre,

meteora di santo

vestito di camice bianco

sull’umile saio,

segno

di vita donata ai fratelli,

ti prende l’amore di Dio per l’uomo

nel Cristo che passa e risana.

Carisma

ti dona lo Spirito Santo:

è tuo il dolore degl’altri

che mescoli a tisica carne,

la tua,

e al Corpo di Cristo.

Ed è comunione.

Hai occhi che vedono Dio

Sul volto dell’Uomo.

Nel dono

è la gioia.

Ed è diaconia.

Tu, giovane medico

chinato a curare

prescrivi ricette di scienza.

Al farmaco credi.

Ma qui non ti fermi:

abbini e trasfondi

per fede

il sangue di Cristo.

Nell’uomo malato,

se inietti la Vita,

recidi i legami profondi del male.

Ed è la missione.

Conosci il Signore,

la Carne risorta.

Il grano che muore

È già nel futuro di pane.

A trentatre anni

Ti fai profezia.

(A. Nocent)

Poni attenzione a questo ragazzo:

è il frate della debolezza,

accolto in convento nonostante la nota sua gracile salute. Chi lo ha ammesso, ha profeticamente intuito che egli aveva qualcosa d’importante da dire e da dare ai suoi fratelli e al mondo intero.

 

Fra Riccardo Pampuri

Fìssalo ora su questa foto di gruppo:

 

Lui è il  primo a sinistra. Il dolore è scritto sul suo viso scarno, emaciato. Una pleurite presa sul fronte del Piave, lentamente lo consuma come una candela, fino ad annientarlo.

Cos’ha da dire al mondo un ragazzo “stroncato”, riuscito a metà, seppur con una laurea di successo  in medicina e chirurgia (110 e lode) ?

Cos’ha da dire un serio professionista, medico condotto,  ma che si ritrova, di fatto, impotente e crocifisso da uno stupido male che degenera e non gli dà tregua, fino a schiantarlo a 33 anni?

 

Fra Riccardo ha posto la sua vita sotto il segno della croce e per questo è diventato sapiente. Di una sapienza che non ha finito di sprigionarsi ancora, là, sulla sua tomba a Trivolzio di Pavia.

Alle lacrime degli innocenti nessuno di noi sa dare consolazione. Fra Riccardo èstato chiamato a parlare con la vita per i sofferenti di questo mondo che si era scrupolosamente preparato a servire al meglio. Il suo quarto voto di ospitalità ha trovato il suo pieno significato, fino a tramutarsi in carisma, proprio prendendo parte alle sofferenze che intendeva combattere e debellare, diventando così un annunciatore credibile della compassione divina. Ciò gli permette di esortarci anche oggi alla compassione umana.

Chi ha lacrime da versare, trova in lui un contenitore. Oggi, il suo ruolo di frate dell’ hospitalitas è di presentarle al trono di Dio.

Elevato agli onori degli altari, posto al centro, ci fa capire che il centro non è la sua persona, ma CRISTO, che egli solo rappresenta. Viene a dirci, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II che lo ha proclamato santo, “mi glorio della mia debolezza”. (2 Cor 12,10)

Nessuno di noi è chiamato a costruire qualcosa per se stesso, non siamo noi a costruire la Chiesa universale: la forza viene da un’altra parte. A noi, l’esortazione dell’Apostolo che fra Riccardo ha preso alla lettera: “Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime.” (2 Cor 12,14)


Inaugurata la prima Odontoclinica Militare.

Èstata inaugurata, alla città militare della Cecchignola, la prima Odontoclinica militare dedicata a “fra Riccardo Pampuri”. La cerimonia di inaugurazione, a cui hanno partecipato tra gli altri il prof. G. Dolci (Presidente del Collegio dei Docenti) ed il dr. G. Renzo (Presidente Commissione Centrale dell’Albo Odontoiatri) si è svolta presso il 16 febbraio presso la Scuola di Sanità e Veterinaria dell’Esercito. L’Odontoclinica militare, che si integra in un panorama già abbastanza nutrito e qualificato di strutture sanitarie militari dedicate all’Odontoiatria, sarà aperta non solo al personale militare ma anche ai familiari e, prossimamente, anche ai civili in generale.

Caro Fra Marco

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SASSO NELLO STAGNO – GIORNO DOPO – Angelo Nocent

IL MEDICO: SACERDOZIO – ARTE – PROFESSIONE – MESTIERE – Dr. Luigi Oreste Speciani

Minerva Medica, 1960

Il materiale documentario per questo saggio, nato da un’inchiesta apparsa sul quindicinale “Il Carroccio Medico”, è stato raccolto di prima mano dall’autore nella sua multiforme attività medica, che va dalla ricerca scientifica alla libera professione, dallo studio dei problemi sociali al giornalismo.

Grazie a questa inconsueta ampiezza di informazione vissuta il libro riesce ad offrire un panorama spesso imprevedibile, anticonformista, talora spregiudicato, ma sempre affascinante e soprattutto vero, della controversa realtà medica attuale, la cui crisi evolutiva interessa non solo i medici e gli studenti, ma anche i pazienti e la comunità sociale nel suo complesso.

Prefazione

trascrizione di Mila Speciani

Lessicalmente «mestiere», nonostante la nobile origine dal vocabolo latino «ministerium», significa arte manuale esercitata per vivere e, nelle arti liberali, «quella che si esercita non con anima e ingegno, ma quasi meccanicamente e per solo lucro».

Nessuno dunque desidererebbe avere al suo fianco nel momento della sofferenza e nell’angoscia di una minacciosa malattia, un medico che della propria arte abbia fatto «mestiere»: e nessun vero medico accetterebbe per la propria professione, abbracciata con giovanile purezza di propositi, una così cruda ed avvilente definizione.

Ma a chi fosse turbato dal titolo che il dott. Speciani ha voluto scegliere per questo suo, saggio appassionato e coraggioso, con l’intento di stigmatizzare un pericolo in atto più che di introdurre un discorso polemico, non posso che consigliare la pensosa lettura di queste pagine dalle quali scaturisce un serio grido di allarme contro il declinare dell’arte medica verso un tecnicismo sperso­nalizzato e socialmente pernicioso.

La problematica che l’A. affronta va tuttavia al di là del generico avvertimento e tende a cogliere con minuta analisi tutti gli aspetti che nella nostra società e nel momento attuale della nostra cultura insidiano il processo formativo tecnico-professionale e morale del medico e lo sviluppo della struttura di una assistenza sanitaria

INTRODUZIONE

Sacerdozio, arte, professione, mestiere: così, per tappe successive raggiunte in lento volger di secoli, salvo l’ultima recentissima e illecita, è decaduta la Medicina nell’opinione del mondo.

Il mestiere di medico, oggi, è un nodo gordiano di controverse opinioni e di pratici paradossi. Sui diversi piani dell’economia, della scienza, dell’etica, della deontologia, del prestigio sociale, della preparazione professionale, sul loro stesso numero, persino sul loro titolo qualificante, si può dire dei medici (e quasi solo dei medici) una cosa e il suo perfetto contrario, con la certezza di essere sempre nel vero, almeno in Italia.

Vogliamo degli esempi? Si dice che i loro guadagni sono iperbolici e scandalosi, ed ecco i concorsi pubblici d’ospedale a posti che offrono mensilmente un po’ meno di quel che la legge Conci impone per le “lavoratrici di case private”. Sono onorati come i salvatori del mondo, e insieme insultati dai pazienti con la discussione delle diagnosi e delle ricette. Sono considerati dei santi, ma anche degli sporchi arrivisti da trascinare nei tribunali. Istituiscono società deontologiche ed escogitano nuove formule di giuramento, mentre in realtà manca ai loro Ordini Professionali qualunque potere, non solo di coercizione ma di persuasione. Ricevono dai grandi della Terra i supremi onori, e sono nello stesso momento considerati come loro servi dai più bassi livelli umani. Escono dagli Atenei tutti quanti onusti di un titolo che in altre parti del mondo è privilegio di pochissimi eletti, e sono praticamente umiliati da un qualsiasi infermiere che sa fare meglio di loro un’iniezione o una fasciatura, solo perché a lui hanno insegnato a farle e agli studenti di medicina no.

Si dice che siano pletora e in Italia esistono oltre tremila centri abitati senza medico residente. Sono per definizione medici chirurghi, padroni per legge della vita dei loro simili, e capaci per decreto di laurea di indicare (se non personalmente di esperire) i modi medici o chirurgici di terapia e fra breve, se si insisterà nel distinguere rigidamente, in sede sia accademica sia applicativa, le infinite specializzazioni e superspecializzazioni che il progresso tecnico ha reso possibili, tutti i medici si vedranno retrocessi di colpo nella scala sociale.

Dalla dignità attuale, confusa ma ancora viva, scadranno al semplice ruolo di “tecnici della salute”, ciascuno con un campo di lavoro strettamente limitato e angusto; condizione non solo insoddisfacente ma, alla lunga, sicuramente dannosa per la corretta esplicazione di una buona Medicina.

L’arte medica, da sempre considerata, e giustamente,  come una felice sintesi mentale e operativa propria a individui singoli dotati di superiori capacità, finirà così con lo smembrarsi in una polverizzazione di albi chiusi professionali, simili a quelli degli engineers americani, che almeno sanno di essere solo degli operai specializzati, anche se guadagnano il doppio della media dei medici italiani.

Cos’è, infine, questa “professione medica” così contradditoria da spaventare, e che vede invece ogni anno nuove valanghe di adepti, attirati probabilmente da chissà quale antico miraggio e ai quali nessuno ha il coraggio di chiarire la situazione presente, nella sua realtà, evitando gli interessati pessimismi e le avveniristiche illusioni? Neppure la legge ci illumina. Infatti, secondo la giurisprudenza (Corte di Cassazione, Sez. III, 16-4-1953, in «Giust. Pen.», 1953, II, 700) essa “è caratterizzata dallo scopo cui è diretta, e cioè dal fine di curare gli infermi, con qualsiasi metodo e con qualunque mezzo che ciascun medico, avvalendosi delle proprie cognizioni culturali, ritenga opportune adottare nei singoli casi”. Ciò che significa, in parole povere, che neppure il Legislatore riesce a coagulare per essa un concetto ben definito, né, tanto meno, univoco.

La cosa può anche non stupire: significa tuttavia che il Legislatore non dispone in questo momento di elementi sicuri e stabili sui quali appoggiare il suo giudizio.

In verità, la Medicina (e la professione ne è solo una fugace espressione ambientale) sta ora attraversando una delle crisi più gravi della sua esistenza; il travaglio di questa crisi, che può dar vita a un fenomeno superiore oppure a un mostro teratologico (e fino ad ora le probabilità sono uguali, forse addirittura a vantaggio del mostro) interessa contemporaneamente l’interno della Medicina, e anche l’esterno.

Nell’intimo c’è crisi tra l’arte tradizionale e la tecnica ingigantita, crisi di equilibrio tra le funzioni, crisi di fiducia, di verità e di vocazione. All’esterno la crisi di rapporto rivela infiniti problemi piccoli e grossi, che tutti insieme possono essere riassunti in uno solo, fondamentale e di principio, che riguarda il modo di seguire senza troppe sofferenze e disastri e soprattutto conservando all’arte del guarire il suo significato, la fatale evoluzione della medicina da fenomeno di carattere individuale e di natura privata in un altro di carattere collettivo e di interesse pubblico.

Così, per capirci finalmente qualcosa, non resta che scegliere una strada diversa: studiare la professione nella sua esplicazione pratica, vedere come funziona e perché, e come si adatta all’ambiente o ne viene condizionata.

La sintesi ultima ci potrà dare, se non un universale, per lo meno le caratteristiche attuali d’uso o di funzione e potrà servire a delineare le esigenze minime che il mestiere, nella sua proiezione sul mondo moderno, richiede a quelli che intendono seguirlo.

Ciò comporta, di necessità, una ricerca analitica dei fattori interagenti, che sono l’ambiente comune al medico e a tutti gli altri uomini (il mondo indifferenziato dei sani); il malato; la medicina; il medico; l’atto medico; il rapporto professionale.

Queste varie “categorie” non sono fisse, ma variabili nel tempo. Negli ultimi cinquant’anni quasi tutte hanno assunto, per ragioni intime o d’ambiente, caratteri, forme, metodiche ed espressioni profondamente diverse dall’antico.

Sarebbe piuttosto facile, ma fors’anche intinto di faciloneria, sostenere che la crisi della medicina, e in particolare della professione medica, sia qual è, cioè grave e apparentemente insolubile, proprio perché essa vuole applicare, a una mutata realtà presente, schemi teorici e funzionali sorpassati o logorati dal tempo.

Probabilmente invece la realtà è alquanto diversa, e come sempre molto più difficile da interpretare. Gran parte della evoluzione che la Medicina ha subìto nell’ultimo cinquantennio, e che comprende il progresso tecnico in tutti i suoi settori, la conseguente impossibilità per un uomo singolo a dominarne le infinite espressioni particolari, il suo costo in progressivo aumento, e infine l’esigenza sociale della difesa della salute a spese della comunità, è in realtà solo forma ambientale e non sostanza. La sua sostanza è sempre l’uomo, l’uomo singolo, individuale e non ripetibile, nella sua duplice caratteristica di numero statistico sulla carta, ma insieme di sofferta umanità privata quando si ammala, guarisce o muore.

Il disagio moderno della medicina, e probabilmente il suo più serio peccato sociale, sta nel dimenticare troppo spesso questa realtà. Dentro la capsula spaziale non c’è solo la tecnica perfezionata, ma l’uomo che la condiziona per il successo o per la sconfitta; anche nel fondo della “medicina collettiva” o della “medicina strumentale” esiste l’uomo, sintesi di corpo e d’anima che come tale va inteso e avvicinato, e rispettato, sotto pena di insuccesso e di insoddisfazione privata e pubblica.

Per questa ragione è possibile che la crisi sia intervenuta, in medicina, non dal contrasto sostanziale tra la sua essenza tradizionale e quella “moderna”, ma dall’aver trascurato la necessità di approfondire sempre di più il lato interiore e metafisico dell’arte e i rapporti con l’uomo totale, man mano che la sua espressione esteriore si allargava. Al momento attuale esiste comunque uno squilibrio, ed è piuttosto urgente  riconoscerlo e mettervi rimedio. Per poter disporre degli elementi indispensabili al giudizio diventa così necessario, anche se faticoso, rivedere analiticamente la realtà moderna, almeno nei suoi rapporti con la medicina nelle sue varie forme e modalità.

Solo alla fine dell’analisi sarà lecito trarre delle conclusioni, interpretando con rigore sperimentale gli elementi raccolti, e soprattutto il loro significato. Ma, già in questo momento è possibile - e indubbiamente lecito - stabilire che le conclusioni dovranno concernere esclusivamente le modalità operative della medicina, e non la sua sostanza intangibile, di rapporto intimo e insostituibile dell’uomo con l’uomo.

La “medicina collettiva”, sia essa di gruppo privato o statale, ha edificato nel corso di alcuni decenni un corpus ormai quasi perfetto di schemi e regole e tabelle attuariali. Alla raggiunta perfezione sul piano organizzativo non corrisponde però, al momento attuale, una soddisfacente “erogazione” del bene per il quale gli Enti collettivi sono stati istituiti; il fenomeno non è locale, ma si estende senza eccezioni a tutti gli esperimenti finora compiuti nel mondo; dunque l’errore - se c’è - dev’essere radicale e profondo. E c’è: consiste nel dimenticare l’uomo, o nel considerarlo artificiosamente solo numero economico o statistico.

È stato recentemente scritto che “una buona Medicina (collettiva) è fatta per un terzo da buone medicine e per due terzi da buone leggi”; dov’è dunque l’uomo, in essa? L’uomo medico e l’uomo malato, intendiamo, in quale ulteriore inesistente “terzo” vengono confinati?

Proprio per questo spirito di soddisfatto formalismo esteriore, che rifiuta di scendere alla radice dei fenomeni, la Medicina è malata. Sia quella collettiva per lo schermo dei numeri e degli inquadramenti, sia quella “strumentale”, per l’ingombro eccessivo e maldigerito della tecnicizzazione ipertrofica.

Dunque sarà questione di studiare, e al caso di modificare, le presenti metodiche applicative, per adeguarle all’essenza antica della Medicina. E non, mai, il contrario.

Perché, se accadesse questo, la Medicina puramente nominale finirebbe con l’usurpare, nel suo intimo, una delle più importanti conquiste dell’umanità: cioè quello stimolo affettivo primordiale che sospinge a chinarsi sul proprio simile sofferente, ed è la sola caratteristica sociale che distingue l’uomo dagli animali.

LA MEDICINA

Il progresso è scomodo

La storia della Medicina dimostra che l’arte medica ha prodotto le figure più brillanti di clinici e di diagnosti nei periodi di relativa stasi scientifica. A rifletterci bene, non stupisce affatto che l’epoca aurea dei dottissimi consulti a quattro, cinque o dieci fosse proprio quella in cui, dopo interminabili discussioni infarcite di latino, di greco e di arabo, la cura consigliata, vincessero gli iatrochimici, o gli iatromeccanici o i vitalisti, era in ogni caso unica: salasso e purga.

Ma vi è di più, cioè, per quanto possa sembrare paradossale, lo stesso paziente ne ricavava un vantaggio.

Infatti, solidamente ancorato a teorie ritenute esatte in lungo volger di secoli, e sicuro in ogni caso della terapia che avrebbe in seguito applicata col consenso unanime dei colleghi e dei pazienti, il medico poteva dedicare quasi tutto il suo tempo allo studio personale e individualizzato del suo particolare malato, contribuendo in larga misura, durante il decorso della malattia, ad aiutarlo spiritualmente conferendogli la sua stessa tranquilla fiducia nei poteri di guarigione. La suddetta fiducia, pur nella scarsezza e nell’inadeguatezza dei mezzi di cura, veniva puntualmente confermata nella maggioranza dei casi, soprattutto perché, quando non sia disturbato nella sua ripresa da erronei interventi esterni, è statisticamente accertato che l’organismo umano supera, assolutamente da solo, almeno due terzi delle malattie che lo possono colpire (non per nulla è ancor oggi valido, e lo sarà sempre, l’aforisma ippocratico del «Primum non nocere».

Infine, considerando le poche e spuntate armi di cui disponeva, nonché l’intimo convincimento che la sua «scienza» (nella quale il malato riponeva totale fiducia) era in realtà una massa di tradizioni e di teorie spesso contraddittorie, il medico antico si sentiva sospinto al fianco del paziente e sul suo medesimo piano, nella lotta contro il mistero del male, che veniva perciò condotta in umiltà ed era permeata di dedizione. Dal che nasceva immediatamente un sentimento profondo di solidarietà umana assai favorevole, comunque andassero le cose, al mantenimento di una fiducia basata sulla mutua comprensione, sulla considerazione e la gratitudine verso il curante, sul rispetto e l’amore verso il sofferente.

In grazia di questo atteggiamento spirituale, mantenutosi di necessità quasi universale fino all’inizio dei tempi veramente «scientifici», la Medicina aveva conservato il riflesso, sia pure sempre più pallido nei secoli, della investitura semideistica propria dello stregone e dello sciamano, cioè all’unico uomo di tutta la tribù che aveva il coraggio di avvicinarsi al malato per opporsi, con le sue sole forze, alla «collera degli Dei» mentre gli altri, capo compreso, si allontanavano presi dal terrore.

L’antica dignità

Ne deriva logicamente, in caso di guarigione, l’attributo allo stregone di una potenza uguale a quella degli Dei sconfitti, e una dignità preter-umana o almeno sacerdotale, assai spesso superiore, sebbene su un piano diverso, a quella strettamente naturale del capo tribù.

Con la fondazione della scienza, questo carattere è stato progressivamente perduto dalla Medicina, e sostituito, man mano che le conoscenze mediche si organizzavano in teorie sempre più logiche e generali, da un continuo accrescersi della «coscienza scientifica». Questo fenomeno ha conferito una nuova e tutta umana superiorità al medico nei confronti del malato, ma come fatale contropartita ha reso sempre più difficile l’immediato contatto spirituale tra i due, per la progressiva scomparsa di quell’amore che il grande e controverso Paracelo poneva invece, definendolo «charitas et pietas» alla base stessa della professione medica.

La carenza di amore nell’atto medico è ormai divenuta quasi una necessità, mentre la sua importanza non è così trascurabile come si crede: le statistiche dei brefotrofi, dove l’igiene e l’assistenza sono ineccepibili, segnano quote di complicanze e di mortalità, nelle malattie infantili, assai più alte di quelle domiciliari per gli stessi casi. Ciò che manca nei brefotrofi, ed è invece offerto dalle madri in tale quantità da compensare eventuali inefficienze igieniche non è altro, appunto, che l’amore dato e ricevuto.

Ed oggi finalmente, in colpa della troppo orgogliosa scienza e della troppo poca umanità, il ciclo sta per chiudersi su se stesso: i tempi moderni e gli ultimi anni in specie hanno recato una massa tale di conquiste chimiche, biochimiche, chemioterapiche, ormonali e psicosomatiche da mantenere allo stato perennemente fluido gli stessi concetti basilari della Medicina, creduti immutabili per decine di secoli. Ne risulta che persino di fronte ai fondamenti della sua arte, ogni medico meno che superficiale si trova in condizioni di insicurezza e bisognoso di un continuo aggiornamento, che non può tuttavia concedersi in misura sufficiente, distratto com’è dal convulso «surmenage» della pratica professionale.

Medicina facile

Inoltre i potentissimi medicamenti moderni, che sembravano aprire le porte ad un’era di medicina «facile» dove la terapia, in ogni caso efficace, avrebbe potuto precedere lo sforzo diagnostico, hanno persino cambiato alcune delle malattie descritte classicamente come invariabili nei testi, né basta sapere che la patologia è oggi modificata dagli antibiotici, per potersi orientare d’un colpo sull’esatta diagnosi.

Una volta, per esempio, la polmonite veniva diagnosticata con comodo sui rilievi di percussione e di ascolto, che procedevano di pari passo durante diversi giorni, man mano che la zona di polmone infiammato s’induriva e si riempiva di essudato, o ancora oltre, quando lentamente si riassorbiva l’essudato, e il respiro riaffluiva negli alveoli; e un segno esterno importante dell’affezione era l’herpes labiale, che segnalava al medico la reazione di difesa dell’organismo. Oggi, appena uno si mette a tossire e ha la febbre, di propria iniziativa si imbottisce di sulfamidici, e magari anche di penicillina, prima di chiamare il medico; e questi si trova di fronte a un quadro complesso, nel quale il più delle volte i diversi sintomi non concordano come dovrebbero.

Così il medico pratico di oggi, di fronte alle difficoltà sempre crescenti della professione, rinnova spesso il medesimo atteggiamento di sfiducia in se stesso che sembrava un superato «handicap» del suo antico collega. Ma disgraziatamente non sa più valersi, per difetto di abitudine, di educazione e di tempo, delle ampie risorse umane, delle quali si nutriva un tempo la stima e il rispetto verso il curante, di tale grado ed intensità da mantenersi inalterati qualunque fosse l’esito della cura.

Quel che è peggio, la «crisi di sicurezza» è spesso avvertita dal malato, in grazia dell’acutezza che lo stato d’infermità conferisce ai sensi, e da lui viene per lo più interpretata, grossolanamente, nel senso univoco di «incertezza». Ciò è tanto più facile quanto più largamente il paziente si è nutrito, sulla stampa ebdomadaria o quotidiana, di frammentarie ed elementari nozioni del suo male particolare, tanto chiaro da capire e tanto facile da guarire, almeno nell’aulico periodare di qualche incosciente scribacchino.

Così accade che, superficialmente saccente, ma in fondo ignaro affatto del travaglio di spirito e di tecnica che conduce oggi a una diagnosi esatta e soprattutto confermabile da altri a distanza anche breve di tempo, l’infermo giunge a criticare l’operato del medico per le più opposte ragioni: se scrive medicine banali e di poco prezzo perché «non conosce le cure nuove»; se ne scrive troppe e costose perché «esagerato»; se non fa esami perché «cura all’antica»; se ne fa molti perché «tormenta inutilmente il povero malato», e via di seguito.

In persona del suo rappresentante più vicino al pubblico, il medico pratico, la medicina paga con ciò lo scotto della perdita progressiva dell’umiltà.

«Quantizzare» analiticamente i rilievi obiettivi è stata la base di partenza per lo sviluppo scientifico della medicina, e costituisce ancora oggi il fondamento della diagnosi e la conferma della terapia.

Ma si ripete purtroppo anche nell’ambito della medicina la cattiva sorte che il progredire della civiltà delle macchine ha donato all’umanità: le conquiste tecniche sempre più avanzate ingenerano il «tecnicismo» e gli uomini, invece di dominare per mezzo delle macchine, ne subiscono, oltre al fascino, anche la dittatura.

Il tecnicismo

In campo sanitario questo atteggiamento ipocritico (dal quale restano immuni pochi spiriti eletti, che probabilmente sarebbero stati grandi medici anche in altre epoche) ha condotto a diversi sviluppi, tutti egualmente perniciosi:

  1. la specializzazione e l’ultraspecializzazione;
  2. il mito dell’infallibilità dei mezzi tecnici e dei loro referti, tanto più radicato quanto meno ciascun medico ne ha diretta conoscenza (e con ciò l’esatta nozione delle possibilità di errore), che quindi raggiunge logicamente la sua massima esasperazione nei profani;
  3. come conseguenza, l’abdicazione frequente del medico ai suoi mezzi umani, considerati a torto insufficienti e «tecnicamente obsoleti» di fronte a quelli extraumani;
  4. la difficoltà di riassumere in una sintesi operativa la mole crescente dei risultati parcellari raccolti con gli esami complementari (nella prescrizione dei quali la moda momentanea e le simpatie del paziente giocano talvolta un ruolo poco dignitoso), ciò che allarga enormemente il numero degli elementi da interpretare, moltiplicando - secondo che insegna la statistica - l’errore probabile;
  5. la frattura, ogni giorno più larga, tra scienza medica e pratica professionale. Qualcuna di queste categorie, soprattutto la prima, la terza e la quinta, meritano una trattazione meno schematica.

La specializzazione

Siamo tutti d’accordo sul fatto che lo sviluppo esponenziale dimostrato nell’ultimo cinquantennio da ogni branca dello scibile umano (e in particolare da quello medico), ne renderebbe impossibile il dominio anche ad un odierno Pico della Mirandola. Da qui insorge la necessità della specializzazione tecnica, quale esigenza preliminare affinché tutte le infinite applicazioni, per esempio della medicina, alla vita sociale, alla salute, alla malattia, ricevano l’adeguato approfondimento.

Ma se la «divisione del lavoro» è fruttuosa sul piano scientifico e di studio, la sua trasposizione nel piano pratico è foriera di conseguenze spiacevoli.

La medicina specializzata, partita originariamente dalla suddivisione degli apparati, è giunta ormai a quella di organo o addirittura di parcelle topografiche (proctologia, ecc.)

Con ciò le riesce ogni giorno più difficile di sfuggire al pericolo di un esclusivo meccanicismo, e a quello di trascurare la correlazione del danno locale con l’integrità organica e psichica della persona umana.

Di fronte ai referti di analisi, che assumono spesso per malinteso rigore scientifico, la veste di algoritmi sempre meno comprensibili per il medico pratico, questi soggiace, abbastanza facilmente, ad un vero complesso di inferiorità tecnica; né vi è da stupirsi considerando la somma di esami che «si possono» compiere sui malati moderni.

Quanti «esami»?

Ecco un caso semplice e diffuso: l’iperteso. Se il curante vuole evitare il rischio di restare interdetto di fronte alla cortese sufficienza di un eventuale consulente, che gli richiederà proprio i risultati di quelle analisi sofisticate alle quali non aveva ricorso, dovrà, secondo i moderni dettami scientifici, sottoporre il paziente ad oltre una quarantina di esami, i referti dei quali gli saranno probabilmente chiari, almeno in parte, come se fossero redatti in cinese.

La lista, sicuramente incompleta, può comprendere: esame clinico completo; pressione arteriosa; oscillometria; misura della fragilità capillare; radiografia cardioaortica; elettrocardiogramma, balistocardiogramma; esame neurologico; esame endocrino; campo visivo; pressione oculare; esame del fondo oculare; esame chimico completo dell’urina; eventuali albuminuria e glicosuria; sedimento urinario; azotemia; concentrazione ureo-secretoria; rapporto emato-urinario di Cottet; coefficiente di Van Slyke; diuresi provocata secondo Vaquez; esplorazione della funzionalità glomerulare; test di Volare; pielografia; test del freddo; test posturale; test del sonno; test del tetraetile; colesterolemia; glicemia; cloremia; uricoemia; protidemia; metabolismo basale; esame emocromocitometrico e formula; R.W. e collaterali sul sangue e liquor; prova dell’istamina; prova della dibenamina; prova del regitin.

Tutto questo, naturalmente, nel caso eccezionale in cui nessun organo risulti per suo conto sofferente, altrimenti per ciascuno di essi c’è pronta un’altra consimile serie.

Il medico generico può compiere solo i primi due o tre esami; sia per il numero sia per l’apparente importanza, è la folla degli altri a prevalere. È possibile dunque che il curante, il quale conosce le sue limitatezze umane, e crede tanto più infallibili i referti delle analisi quanto meno li sa leggere, giudichi erroneamente trascurabile il suo apporto personale al rilievo degli elementi diagnostici. Ciò conduce a poco a poco alla trascuratezza dei rilievi clinici (comoda oltretutto per il risparmio di tempo) e quindi, fatalmente si arriva ad una conferma della loro inefficacia, chiudendo con ciò il circolo vizioso di un equivoco paradossale.

Così, come conseguenza di questa ingiustificata petizione di principio, una quota sempre più larga di medici va perdendo quella peculiare finezza di sensi e di rilievi che permetteva ai grandi Clinici del passato (ma anche ai loro Assistenti educati con passione e costanza) le diagnosi quasi miracolose, che oggi raggiungiamo con maggior fatica e con oneroso dispendio di mezzi.

È come un serpente che si morde la coda; la medicina attuale fa di tutto perché l’aratro mentale dei medici pratici si arrugginisca. Che meraviglia dunque ch’esso non brilli più come prima, e tagli assai meno profondo?

Gli equivoci e le antinomie della medicina moderna

Chiunque rifletta, con distacco impersonale, sullo stato attuale della Medicina, viene immediatamente colpito dalla impossibilità di inquadrare tutta la materia in un sistema logico omogeneo. Al di là del travaglio evolutivo, sia teorico, sia pratico, che investe ognuna delle sue multiformi espressioni, l’unico punto concorde ……………….. una per una e tutte insieme.

Questo, se su un piano logico si risolve in una babele semantica, sul piano pratico condiziona una serie di equivoci non risolti, fattori gravissimi di malessere per ciascun medico, di incoerenza e di disturbo per la Medicina. È assolutamente certo che se nessuno degli interessati, cominciando dai grandi responsabili, deciderà di dedicare del tempo e del cervello alla chiarificazione dei termini medici e dei fenomeni che gli stessi delimitano, il medico appena laureato continuerà come ora a essere gettato allo sbaraglio professionale senza idee guida, senza principi fondamentali, senza una preparazione, anche embrionale, a quello che veramente lo attende nella realtà, appena al di fuori dei portoni istoriati delle università.

Tanto per esemplificare i principali motivi di equivoco, e le antinomie più palesi, raggruppate eterogeneamente nel termine falsamente univoco di medicina, chi ha mai detto al neolaureato se la «strada» che esso ha scelto, e che crede ingenuamente identificarsi con la cura ed il sollievo del malato, debba intendersi come una scienza o un’arte, come una accademia od una professione, come un rapporto privato o come un servizio pubblico?

Arte o Scienza?

Oggi la medicina è tutto questo, e molto altro ancora; ma le scuole di «medicina» a che cosa singola, di questo universo, preparano?

A tutte, certamente no. A qualcuna certamente assai bene. Ma siamo sicuri che queste siano le più importanti, sia dal punto di vista statistico, sia da quello funzionale?

È proprio questo il nucleo da discutere, e da chiarire pregiudizialmente con la collaborazione di tutti.

Agli inizi del secolo, quando un numero ormai cospicuo di invenzioni e di tecniche cominciava ad essere applicato all’«arte del guarire» veniva spesso dibattuto l’argomento se la medicina fosse una scienza o un’arte; il dilemma nasceva dalla equivalenza dei mezzi umani e di quelli tecnici, presente nella medicina d’allora. Oggi, con l’espansione della medicina scientifica, il dilemma teorico si è risolto in una pratica antinomia.

Il sofisma antico risiedeva nel comprendere in un unico concetto («la medicina») tanto l’insieme delle nozioni che costituiscono la «materia medica», quanto l’applicazione delle medesime conoscenze al singolo malato. Il problema nuovo, ben più complesso di quello antico tutto accademico, sta nel determinare se, ed eventualmente in qual modo, sia possibile oggi raggiungere una soddisfacente sintesi operazionale tra le due distinte «medicine», senza che l’una venga soffocata o addirittura annullata, dalla prepotenza dell’altra.

È impossibile negare, al giorno d’oggi, che la «materia» della medicina sia della vera scienza, con qualche isolata riserva. Quando parliamo di «costanti biologiche» ci riferiamo oramai a dati quantitativi di valore non opinabile, e che, confermati dall’analisi statistica, rivestono la caratteristica di criteri assoluti sia in teoria, sia nella loro applicazione pratica allo studio di una «entità nosologica».

Il colloquio singolare

Ma l’esercizio pratico della medicina, cioè l’applicazione delle scienze mediche all’uomo individuale, per fini diagnostici e curativi che lo investono nella sua integrità corporale e psichica, è cosa totalmente diversa.

L’esame del malato, il suo interrogatorio, il modo di esporgli la diagnosi e il trattamento, la capacità di inspirargli la necessaria fiducia e , caso per caso, o la speranza nella guarigione, o la sopportazione del suo stato; la abilità a suggerirgli per gradi insensibili, nei casi disperati, il miracolo della rassegnazione e ad infondergli tuttavia ad ogni incontro una sempre rinnovellata tranquillità; in una parola il «colloquio singolare», fondamento peculiare dell’incontro professionale, resterà sempre la pratica di un’arte anche quando la scienza medica si sarà ancor più allargata e matematicizzata di adesso.

È appunto alle diverse capacità reattive del medico nel corso di questo incontro, ed alla sua abilità di armonizzarsi senza sforzo apparente con l’ambiente psichico ogni volta imprevedibile che avvicina, che debbono essere attribuite le differenze talvolta enormi di successo professionale, tra medici usciti dalla stessa scuola, cioè dotati di uguale preparazione scientifica.

È ben chiaro che il «successo», cioè l’abilità professionale, dipende assai più dalla personalità profonda piuttosto che dalla istruzione ricevuta, ma occorre anche ammettere, onestamente, che l’attuale ordinamento universitario trascura totalmente la fase professionale, e si dimostra in genere poco adatto alla preparazione strettamente pratica del neolaureato.

Non si fa qui riferimento alla penuria dei mezzi didattici, considerata dai più come l’unica ragione della crisi universitaria, e che invece ha il carattere di una semplice contingenza, anche se di lenta e faticosa risoluzione. Il problema di fondo è la natura ben più seria, e riguarda l’indirizzo generale degli studi, che – in quasi tutti i paesi d’Europa – è prevalentemente «accademico» cioè, almeno nell’intenzione, scientifico puro invece che «professionale».

Ora, se si considera la realtà statistica che solo il 6% circa degli studenti si dedica dopo la laurea alla ricerca o alla carriera di docente, risulta chiaro che il restante 94% è costretto ad imbottirsi di nozioni che in pratica non userà quasi mai e, all’incontro, dovrà costruirsi del tutto individualmente, in altra sede che non l’universitaria e sotto l’assillo della fretta, quella tecnica professionale minima, indispensabile all’esercizio pratico. Ciò viene compiuto (salvo i casi fortunati di frequenza ospitaliera) a spese dei primi pazienti, con molta fatica, inorganicità e pericolo di errori.

La condizione del 6% di «élite» non è, peraltro, più felice; essa soffre dello scarso approfondimento degli studi, dovuto all’enorme sciupio dei mezzi, pariteticamente distribuiti, pur senza alcuna utilità presente o futura, anche alla restante pletora di concorrenti al medesimo indifferenziato diploma.

Il problema è già stato praticamente affrontato in alcuni paesi, ma le soluzioni proposte non sono ancora soddisfacenti. Nell’U.R.S.S. la durata temporale e la profondità della preparazione sono già diversificate, e lo sono anche i titoli «medici» ai quali danno accesso. Ma il sistema, che presenta effettivamente dei vantaggi funzionali relativi a quel paese, sembra poco accettabile alla mentalità occidentale perché declassa estesamente la dignità e il prestigio del medico pratico, se non quello della Scienza Sanitaria e della ristretta cerchia dei suoi cultori.

In alcune università scozzesi si è pensato invece di inserire dei corsi di tecnica professionale nel piano organico degli studi di Medicina: in attesa di una radicale riforma di principio, questa metodica potrebbe dimostrare un suo valore contingente, contribuendo almeno a restringere l’attuale distanza tra lo studio e la sua applicazione alla realtà.

Comunque, se si vorrà por mano a una riforma strutturale o funzionale dell’insegnamento, occorrerà tener conto di questa fondamentale necessità, criticamente rivelata dalla moderna «produzione di massa» dei medici e che un tempo si risolveva da sé. Quando però, in grazia del piccolo numero degli studenti, e della consuetudine giornaliera col Maestro, si trasmettevano con caratteri quasi invariati dall’Uno agli altri non solo le tecniche diagnostiche e gli schemi di terapia, ma anche l’arte di avvicinare il paziente. Tanto che era spesso possibile riconoscere, nel comportamento tecnico e in quello umano del medico, il trasparente riflesso degli insegnamenti creditati, con la parola e con l’esempio, da questo o da quel Caposcuola.

La crisi di sviluppo della Medicina moderna, insorgente da molteplici motivi di intimo travaglio, risulta oggi acutizzata ed esasperata dall’interferenza di un fattore assolutamente estraneo ad essa, cioè le cosiddette «istanze sociali» sollecitate e in qualche caso imposte dagli «uomini politici».

La medicina socializzata

Prima di legiferare insindacabilmente che la Medicina deve essere estesa a tutto il complesso sociale, parificandola così a un qualunque servizio di pubblica utilità finanziato dalle imposte, sarebbe giustificato che i sullodati «uomini politici» si chiedessero se la società moderna dispone di medici preparati alle nuove esigenze in numero sufficiente, o se almeno fa tutto il possibile per procurarseli. A una disamina obiettiva risulta vero, purtroppo, il caso opposto. Onde è perfettamente inutile voler imporre delle soluzioni di forza, giustificandole con la «democratica» prevalenza numerica degli assistibili sui sanitari, se non viene pregiudizialmente risolto il problema dei medici.

Soprattutto della massa d’urto di quelli pratici e generali, sulla cui preparazione, efficienza e convinzione, prima ancora che sulla reperibilità dei mezzi di finanziamento, deve basarsi per necessità qualunque programma di assistenza collettiva che aspiri ad essere serio e non solo di figura.

Altrimenti sarebbe come voler costruire, perché richiesto a furor di popolo (mosso inizialmente da agitatori più o meno interessati), un imponente edificio pubblico, valendosi di mattoni crudi o di malte senza cemento: probabilmente crollerebbe sulla testa dei convenuti già durante la bella festa e le tronfie discorse inaugurali.

È pacifico che il voler cominciare la casa dal tetto finisce sempre in un disastro, né la Medicina può fare eccezione alla regola. Eppure in gran parte del mondo civile, mentre i piani di sviluppo economico vengono sottoposti al parere dei tecnici più qualificati, e si preparano fondamenta ben salde prima di procedere alla erezione di programmi ambiziosi, la malintesa urgenza delle «istanze sociali» spinge a bandire programmi sempre più vasti di assistenza totale, spregiando dilettantescamente non solo i consigli, ma addirittura il contrario avviso dei tecnici responsabili.

Persino l’esperimento inglese di assistenza totale gratuita (cioè pagato dalle tasse) che è stato il primo in ordine di tempo (5 luglio 1948) e che poteva avere quasi tutti i motivi di perfetto successo poggiando la sua struttura sui risultati di uno studio ventennale, presentato nel 1942 al Governo di Sua Maestà dal liberale Lord Beveridge, ha dimostrato, in fase applicativa, e soprattutto nei primi anni di funzionamento, delle pecche abbastanza serie, tanto da portare alla sconfitta elettorale il governo (laburista) che l’aveva trasformato in legge funzionante.

Il fatto è che persino il grande economista Beveridge aveva trascurato di tabulare, nello studio sociologico preliminare, proprio il fattore fondamentale dell’assistenza, cioè la crisi evolutiva attuale della Medicina; alla chiarificazione e alla possibile soluzione di questo sfuggente fattore di base possono dare un efficiente contributo soltanto i medici, e soltanto dopo averli risolti per loro. Il che, ancora oggi, non è. Tuttavia anche l’esperimento inglese, paradigma di tutti gli altri, non ha insegnato nulla ai politici. Questi «tirano dritto» dovunque, e al momento attuale sono già arrivati a «mutualizzare» o «nazionalizzare» su queste premesse errate almeno il 60% della popolazione europea, e circa l’80% di quella italiana. Così tutti hanno ampie ragioni di giustificato scontento: i malati, che non si sentono curati; i medici, che vedono snaturata la loro arte; e i governi o gli enti assicuratori, impotenti a frenare le emorragie finanziarie.

In questo clima assurdo, che interferisce negativamente sul sereno esercizio e sulle possibilità stesse della professione in qualsiasi sua branca, si trova proiettato senza alcuna istruzione pratica il neolaureato in Medicina, ed è costretto, per poter vivere della sua arte, a dominarlo, oppure ad adattarvisi; o infine a subirlo.

È perciò di grande interesse gettare una occhiata sulle modalità pratiche dell’esercizio professionale moderno, sulle difficoltà che lo inaspriscono, e sulle sue differenze, supposte o reali, nei confronti del passato.

Le difficoltà dell’inserimento nella professione

In quasi tutto il mondo e particolarmente in Italia, il laureato in Medicina, abilitato più o meno «provvisoriamente» ad esercitarla, può fare in teoria di tutto, dalla più semplice fasciatura alla più pericolosa manualità chirurgica: essendo infatti ancora corazzato, come nel medio evo, da quel famoso «ius necandi et occidendi» che i goliardi celebravano nei loro canti.

In pratica tuttavia resta disoccupato, e deve superare una feroce competizione persino se vuole essere accolto in qualche clinica privata o pubblica col titolo assolutamente onorario di «interno».

Se non ci riesce, può sempre occupare utilmente il suo tempo divertendosi a calcolare tutte le possibilità che gli studi percorsi gli aprono: una rosa di attività (pochissimo o moltissimo distinte l’una dall’altra) il cui numero è così alto da risultare a prima vista incredibile.

Se consideriamo infatti che quella multiforme «Medicina» alla quale un unico diploma indifferenziato dà accesso, può essere distinta in non meno di sei classi (scientifica-pratica, libera-dipendente, generica-specializzata) ciascuna delle quali può distribuirsi su almeno sette categorie applicative: preventiva, d’ambiente (scolastica, militare, di fabbrica, ecc.), tecnica (o di laboratorio), ospitaliera, fiscale e assicurativa, amministrativa e funzionaristica, e finalmente sindacalistica, risulta che la somma totale delle diverse combinazioni possibili in base alla semplice formula xn (dove x è il numero delle classi, cioè 6, e l’esponente n è ancora 6, cioè 7 categorie applicative meno 1, l’amministrativa e funzionaristica, che può essere solo dipendente) e che risponde dunque a 6°, raggiunge l’impressionante valore di 46.656.

66=46.656

Il numero infinitamente minore delle reali possibilità di lavoro medico dipende dal fatto che ciascun sanitario cumula in se stesso, contemporaneamente una serie più o meno ampia dei diversi elementi di combinazione, per lo più allo scopo preminente di ricavarne sufficienti mezzi di vita, essendo di regola insufficiente la retribuzione di ogni singolo servizio.

Ammettendo che la scelta del nostro neolaureto sia già avvenuta, e riguardi una delle possibilità  pratiche, nasce subito il problema di conquistare la «clientela». È a questo scopo, privatamente, che i giovani cercano la frequenza ospitaliera, che offre la prima larga occasione di venire a contatto  con il serbatoio di potenziali pazienti, unita alla possibilità di assimilare la massa di quelle indispensabili nozioni di ordine strettamente pratico, che vengono fornite in modo non organico o francamente insufficiente  dall’istruzione accademica ricevuta nelle aule universitarie. Ed è così che, come il nettare dei fiori, attirando gli insetti, adempie alla fondamentale funzione della fecondazione entomofila, l’ospedale insegna al giovane medico la pratica di quelle piccole, cose neglette dal corso accademico e apprese con l’esempio dolo dalla piccola percentuale dei frequentatori delle Cliniche, quali la tecnica delle iniezioni endovenose e le altre piccole manualità mediche, sulla scorta delle quali e in relazione diretta con la maggior o minore abilità del medico a compierle,  i pazienti giudicano assai spesso il suo «valore».

Negli ultimi anni di corso e nei primi mesi della sua nuova dignità, il neo laureato crede ancora nella Medicina. Naturalmente a quella tradizionale, fondata sul l’incontro benefico del medico con il suo personale malato, cioè a dire con colui che lo chiama tra i mille per la libera elezione, innalzandolo su un così alto piedistallo di rispetto, di fiducia e di aspettazione da trovare del tutto naturale l’incondizionata dittatura di un uomo sulla vita dei suoi pari. Infiammato di sacro entusiasmo, attende solo un cenno per gettarsi all’azione e pulire la faccia del mondo dalla bruttura dei mali. Per il medico neonato l’importanza dei primi pazienti è pari a quello della notte nuziale: l’esito felice o infelice dei primi incontri condizionerà in futuro, nascosto profondamente nel subconscio, la confortante tendenza alla fiducia in sé stesso o il deprimente sospetto di una vita sbagliata.

Ma spesso il primo cliente tarda troppo a venire. E nel frattempo il medico viene a conoscenza delle prime brutture della pratica professionale, come la redditizia pratica dello «smistamento» su base dicotomica verso alcuni specialisti e i laboratori privatamente «convenzionati»  contro i dettami delle deontologia.  Con la quale nozione, e considerata  la grande difficoltà e il reddito inadeguato della Medicina generale, comincia a risentire gli allettamenti  di una di una qualsiasi specializzazione, intesa spesso come possibilità di più facili e maggiori guadagni, invece che come espressione di un interesse particolare.

Ma in ogni campo in cui cerca di inserirsi, si scontrerà, inevitabilmente, con il medesimo fenomeno: la pletora dei colleghi.

Distribuzione ineguale

Che i medici siano molti e sembrino troppi è un fatto indubitabile. Tanto per riferirsi a cifre italiane, i laureati in Medicina sono passati dai 600 all’anno del 1914 ai 4000 circa degli ultimi anni; il numero assoluto di quelli iscritti agli albi professionali dai 23.424 del 1911 agli oltre 74.000 del 1959, con un aumento progressivo della densità per centomila abitanti (totale italiano), da 65 medici nel 1911, a 104 nel 1948, a 140 nel 1954, a 160 nel 1956.

Ma la loro distribuzione è assolutamente ineguale. In  Italia il computo statistico delle provincie, riferito ai 72.527 iscritti nel albi 1958, dimostra 1 medico su 285 abitanti  nella provincia di Roma; 1:416 in quella di Milano, 1:474 a Napoli e, per converso , solo 1:1.148 ad Aosta, 1:1.294 a Cuneo, 1:1.446 a Rovigo.

Il fenomeno è mondiale, e gli altri  Paesi europei rilevano cifre quasi pari alle nostre. Per i nuclei abitati, ad esempio,  si passa in Francia da 1 medico su 4.545 abitanti per i comuni con meno di 1.000 abitanti, a 1:757 per i nuclei da 80 a 100.000 a 1:584 a Marsiglia, a 1:410 a Parigi.

Cosa spinge i medici a inurbarsi?  Il più alto livello di vita ivi esistente. È dimostrato, da ricerche compiute dall’ U.N.E.S.C.O., e pubblicate da Woytinsky, che le spese mediche annuali crescono in  diretta relazione con il reddito. Per riferirsi agli U.S.A.,  dove la situazione, per mancanza di assistenza obbligatoria, è ancora simile alla nostra «libera professione», esse passano gradualmente dai 57 dollari per redditi fino a 1500 dollari, ai 163 dollari dei redditi fino a 5.000, ai 340 dollari dei 10.000 e oltre.

Eppure si parla molto anche  di «pauperizzazione» del medico, e la cosa non è affatto fittizia.

Evidentemente è legge naturale che, come i medici  si trasferiscono nelle città a scopo di miglioramento, così i pazienti si trasferiscano negli ambulatori dei medici dei quali ottengono di più  (estendendosi purtroppo il «più» dalla migliore abilità diagnostica alla maggiore generosità di ricette o di «giorni»).

Così il medico,  sia individualmente sia statisticamente, « o muore di fame o muore di indigestione». Come diretta conseguenza della pletora e della feroce conseguenza ( che giunge talvolta a violare senza ritegno persino le più semplici regole deontologiche), per il discredito riversato sui medici dalle polemiche sindacali, e dalla conoscenza, resa universale dalla stampa, delle indegne «retribuzioni» imposte da alcuni Enti Assistenziali, la gente si è abituata a considerare il medico ( per lo meno quello generico) alla pari di un bene di consumo che diminuisce  di prezzo col crescere della sua produzione in massa. È vero che il costo della Medicina è sempre più alto, ma solo in causa del costo dei medicinali e delle analisi: al contrario il medico generico è sempre più a buon mercato.

Per riferirsi a tariffe ufficiali, la decadenza del valore economico dell’opera medica risulta evidente,  se si pensa che un modesto borgo piemontese conferiva al condotto comunale, nel 1893, un onorar ario annuo di lire 1200  (nell’epoca in cui il solito pollo delle statistiche si pagava 80 centesimi,  e un capomastro 1 lira al giorno). Anche tornando a tempi più vicini, ma ancora precedenti all’esperienza manualistica si massa (il 1936-1937), mentre le uova si vendevano a L.3,90 la dozzina, e la benzina a L. 1,05 al litro, l’onorario minimo per una visita  generica era stabilito in L. 20, per una iniezione endovenosa in L. 25 per una visita specialistica in L. 50. Cioè una  visita normale equivaleva a 5 dozzine di  uova, o a 19 litri di benzina. Una inchiesta francese del controvalore, anch’essa basata sul «poulet» ha rilevato che il più comune atto medico era scambiato contro due polli nel 1914, 1 nel 1939, ½ attualmente.

Le precedenti considerazioni valgono, naturalmente, per l’artigianato medico (tuttavia componente l’80% dei professionisti) restandone finora immune la «aristocrazia» medica, cioè gli specialisti  e i chirurghi di vasta rinomanza e una parte dei titolari di cattedre universitarie.

Ma si tratta di una percentuale assai esigua, non superiore al 6-7% i cui guadagni talvolta troppo elevati sono controbilanciati dagli stipendi vergognosamente bassi, inferiori a quelli legati per le domestiche e gli apprendisti, dei quali alcune amministrazioni ospedaliere «gratificano» gli assistenti  di ruolo, come premio di superati concorsi.

Nonostante tutti questi «handicap» il problema primordiale per il giovane medico resta  quello di vivere «sulla sua laurea», cosa che, assurdamente non è facile come gli aspiranti al titolo dottorale credevano nei sogni rosati del corso accademico.

I metodi possibili per risolverlo sono molteplici, non tutti, peraltro, sul medesimo piano etico o deontologico. La scelta preferenziale di uno di essi, condizionata purtroppo da molti e contrastanti fattori intimi e di ambiente, costituisce la prima vera prova del fuoco,  per la quale,  a differenza dell’epicrisi diagnostica, l’istruzione accademica non dà nessun aiuto e nessuna guida

L’aumento delle spese di esercizio quale fattore di decadimento professionale

Un tempo il medico, giunto al possesso della laurea ed iscrittosi agli Albi professionali, poteva passare immediatamente all’esercizio delle Medicina, accontentandosi i pazienti antichi dei suoi mezzi umani, cioè i sensi e il cervello.

Oggi, invece, un ambulatorio sfornito di almeno una mezza dozzina di luccicanti apparecchi induce il paziente a poco benevoli apprezzamenti, tali da influire negativamente sulla sua scelta. È quindi praticamente un obbligo, anche e sopratutto per il neo-laureato, di immobilizzare grossi capitali in questa scenografia spesso soltanto di figura, indebitandosi per ottenerli e ipotecando così dei guadagni futuri, la cui misura e probabilità costituiscono dei veri azzardi.

Di fronte a questo ostacolo, grave  e per di più imprevisto, una a parte dei laureati uscenti da famiglie non ricche, le quali hanno già sostenuto con fatica progressivamente crescente i diciannove anni di studio improduttivo, si perde di coraggio, «getta alle ortiche» il prezioso bagaglio di cognizioni specifiche e purtroppo esclusive faticosamente accumulato, e si dedica ad altre attività meno lusingatrici ma praticamente più redditizie.

Considerato sul piano dell’economia della comunità ciò assomiglia molto ad uno sciupìo criminoso di pubblico denaro. Tuttavia il fenomeno si verifica (censimento italiano del 1951) in un abbondante 6% dei laureati, cioè, per un contrappeso quasi irrisivo, nella medesima percentuale di quelli, tra i nuovi medici, che si dedicheranno alla carriera accademica.

Una profonda nostalgia dell’arte spinge alcuni di questi involontari apostati della Medicina a ingrossare le già troppe schiere dei «collaboratori scientifici» delle case farmaceutiche, le quali declassano bensì al rango di piazzisti un prezioso materiale umano, tecnicamente preparato a compiti socialmente assai più utili, ma hanno almeno il pregio di pagare generosamente bene e presto, sia in moneta sia in rispetto.

La «Mutualità»

Per la stragrande maggioranza dei giovani medici, la situazione del problema economico si chiama senz’altro «la mutua», i cui assistiti dimostrano esigenze assai più limitate di attrezzatura e di ambiente, e possono essere smistati, all’occorrenza, verso specialisti di ogni ramo senza alcuna formalità, né spesa.

La tendenza sempre più larga verso il «fiduciariato» non corrisponde perciò affatto ad una cosciente adesione ai principi della Medicina socializzata, come qualche volta è stato detto in sedi politiche, ma quasi sempre a una condizione di necessità per chi cerca un immediato frutto alle sue lunghe fatiche.

Il fatto che i vantaggi finanziari eseguibili rimangano, per un tempo più o meno lungo (specie nei centri urbani) a livelli pressappoco infimi, non dimostra alcun effetto deterrente; ne assume al contrario uno lusingatore l’interpretazione della «mutua» (almeno all’inizio) quasi come una terra di emigrazione, dalla quale ricavare, con un forsennato lavoro di qualche anno, i mezzi per tornare a vivere e ad esercitare con soddisfazione nella patria della libera Medicina.

Strana mentalità a dire il vero. Che fa ricordare, per analogia, quei militari inglesi privi di beni di fortuna che accettavano ingaggi addolciti da polpose prebende presso i principotti indiani, con l’intenzione di ritirarsi presto a vivere di rendita. Ma spesso, per il clima o per il costume di vita al quale non potevano più rinunciare, il breve ingaggio si trasformava in legame di tutta la vita; cosa che richiama, sempre per analogia, quel che accade, proprio nella massima parte dei casi, al nostro paradigmatico «mutualista controvoglia».

Ma il desiderio della libera professione rimane. Si spiegano così quelle targhe ineffabili («Mutue e Privati») che possono persino ingenerare il sospetto, in quanti non sono addentro in queste cose, dei due pesi e delle due misure. In pratica però soddisfano anche a una esigenza del pubblico, il quale non incorre ricorre affatto nella libera professione in quella esigua percentuale del 20% che le statistiche dicono non ancora coperto dall’assistenza obbligatoria, ma in misura ben maggiore. Infatti anche i «mutuati» hanno ormai capito, a loro spese, che il problema basilare, in caso di malattia, è soltanto quello di guarire presto e bene, per ritornare immediatamente all’attività; cosa assai più redditizia, nonostante le prime apparenze, della gratuità di un’assistenza inefficiente, e perciò protratta per un tempo assai più lungo.

Su che cosa si fonda, in questi tempi di Medicina socializzata, il richiamo dei liberi professionisti? Non offrono visite o medicine gratuite, né generosità di assenze giustificate dal lavoro, ma danno al paziente, finalmente, la possibilità di un rapporto professionale ed umano basato sulla reciproca fiducia.

Su questo rapporto si fonda (a dimostrare la invariabilità della vera medicina) il ricorso privato ad un medico liberamente scelto, il quale può essere tanto il «libero puro» quanto un mutualista che vi dedica qualche ora libera. Quasi tutti i «mutualisti», infatti, esercitano la doppia attività, però il malato generalmente ricorre, quando sceglie da sé, a un medico diverso da quello il cui timbro orna il suo tesserino. Anche quello, a stretto rigor di termini, lo ha «scelto» lui, ma evidentemente sentendosi non libero, per le limitazioni territoriali o di elenco chiuso che la «mutua» gli ha imposto.

Si paga due volte

Così, oltre tutto, si avvera il paradosso che la società, cercando l’illusione della Medicina gratuita, finisce per pagarla due volte: la prima, quando è sana, attraverso i «contributi»; la seconda quando è malata, in «via breve».

A questa luce si possono spiegare più facilmente le strane inefficienze tecniche, in sede «manualistica» di medici rivelanti altrove una buona preparazione, nonché le pecche funzionali del sistema, tra i quali basilare il sostanziale disinteresse per la personalità del malato. Il mutualista giovane di regola ha molto tempo da usare: all’inizio della sua attività regala generosamente agli Istituti della Medicina di ottima fattura, pago, più che della insufficiente retribuzione, della possibilità di applicare praticamente la sua tecnica e il suo entusiasmo taumaturgico.

La buona fama che così acquisisce attrae a lui una schiera ognor più larga di assistiti, per lo più cronici, scontenti del loro medico introvabile e frettoloso. Ne risulta che in breve tempo anch’egli si trova nelle medesime condizioni dei colleghi più anziani, e costretto ormai come loro, dalla mancanza di tempo, a subire i pericoli della superficialità e i facili allettamenti della terapia sintomatica.

Il medico convenzionato direttamente non ha alcun mezzo (quello finanziario gli è in teoria negato), per limitare l’afflusso dei tesserini a quel tanto che soddisfi i suoi bisogni e non più, lasciandogli il tempo per vivere, oltre che per esercitare degnamente.

Dall’altra parte lo spinge a moltiplicare gli atti medici, sfuggendo i più impegnativi in favore dei più elementari, il livellamento incongruo di tutte le «prestazioni», dal semplice rinnovo di una ricetta alla formulazione prognostica che impegna l’avvenire di un malato e della sua famiglia; cosa, con le attuali tariffe, assai vicina alla prevaricazione: del medico nel primo caso, dell’Ente nel secondo.

Insoddisfatto com’è, il medico potrebbe, quest’è vero, lasciare la «mutua» quando essa gli ha donato, con un anticipo di anni sull’antico, una discreta fama e una sufficiente clientela. Ma la decisione, oltre a rappresentare un’incognita, è resa assai difficile dal fatto che, come ognuno sa, quando arriva la prima automobile crescono i bisogni e il gusto delle comodità, i quali portano ad accettare anche le attività poco congeniali, purché il loro reddito sia sufficienti a soddisfarli.

Il momento cruciale

Questo è il momento più drammatico e penoso, superando il quale scompare finalmente la riserva mentale dell’adesione «provvisoria» e che coincide con la possibilità di gravi pericoli etici o deontologici. Mentre l’arte (per la trascuratezza) si degrada progressivamente anche nella sua saltuaria applicazione ai pazienti cosiddetti «privati», si richiede al mestiere di rendere ai massimi vantaggi con la minor fatica. Ciò può finalmente sospingere, nell’eventualità di deboli freni morali, a indulgere a colpe gravi quali il comparaggio e persino la sfacciata richiesta della «giunta» al bollino.

È naturalmente pacifico che questa pessimistica sequenza di degradazione pratica, deontologica e morale non si verifica nella generalità dei casi, anzi è del tutto eccezionale nella realtà. Ma basterebbe un unico esempio (e la realtà purtroppo, non è così ristretta) per squalificare moralmente un sistema che la rende possibile o la facilita.

Ad una cruda disamina, risulta comunque che nell’ambito della cosiddetta «mutualità» (come è oggi) esistono quasi tutte le condizioni determinanti perché una previsione così tragica possa avverersi. Regolamentazioni cervellotiche e necessità inderogabili di bilancio, indirizzi politici e pressioni demagogiche dal vertice o dalla base, ma sopratutto l’ignoranza fondamentale della realtà assistenziale da parte degli amministrativi che codificano le «normative di erogazione», tutto congiura e rendere estremamente difficile, per il medico, la corretta applicazione sulla scala di massa della sua arte tanto desiderata e tanto benefica.

Nonostante tutte le remore e tutti gli inciampi, la massima parte dei medici mutualisti è cercata, seguita, e persino stimata dai propri assistiti. E questo significa – al di là di ogni agiografico complimento – che esercitano bene il loro mestiere. Ma per farlo sono costretti qualche volta a infrangere (e diciamo pure a «correggere») almeno alcune prescrizioni burocratiche pleonastiche o gratuitamente dannose. Per citare qualche «correzione» tra le più banali ed utili: la incompleta scritturazione dei modulari e la indicazione di urgenza al ricovero ospedaliero.

Quest’ultima pratica sopratutto, può servire da esempio e merita di essere chiarita almeno sommariamente per riconoscere le differenze abissali tra la «realtà assistenziale», cioè i veri bisogni dell’assistibile, e la distorta rappresentazione mentale che se ne fanno i burocrati.

Dunque, quando il medico curante mutualista decide (secondo scienza e coscienza, e in possesso di tutti gli elementi di giudizio) che un suo malato abbisogna di ricovero ospedaliero, si trova nell’alternativa di infrangere o le regole della sua convenzione con l’Ente mutualistico, o quelle della sua coscienza sanitaria.

Se, infatti, come richiede il caso, indica un ricovero ospedaliero semplice, da compiere cioè non perforando il traffico cittadino a strepito di sirena su un’ambulanza, ma su un comune mezzo di trasporto entro le prossime ventiquattr’ore (non di più, evidentemente, altrimenti si curerebbe il suo paziente da sé, almeno per un giorno ancora) sa a priori che non sarà possibile al paziente di ottenerlo.

E questo perché – con un disposto burocratico irridente nella teoria e nel fatto – le richieste di ricovero non urgente sono soggette a «visto» da parte di qualsiasi ente di mutualità. «Visto», ripetiamo, non «controllo medico della necessità». Tanto è vero che nessuno si sogna di visitare il malato, ma è la richiesta del medico che gira di qua e di là per il paese o la metropoli, da un ambulatorio a un ufficio sezionale, in caccia del sospirato «timbro e firma» apposto magari proprio da un medico (ma dietro a una scrivania) dopo code e discussioni penose subite in momenti psicologicamente drammatici; cosa che non fa certo benedire la organizzazione e le sue impostazioni extramediche.

Così il medico mutualista prescrive l’urgenza dei ricoveri per le bronchiti, le flebiti, le appendiciti fredde così via. Ma non volendo perdere del tutto la faccia, almeno sui moduli, aggiunge alla diagnosi reale quel tocco di complicazione inesistente ma attendibile che può giustificare la richiesta, comunque interpretata per quel che vale, e in genere senza stupore, dai medici dell’accettazione ospedaliera.

Resta così dimostrato che il sistema riesce a soddisfare i bisogni degli assistiti (almeno in questi casi) grazie alla continua serie di falsi in atto pubblico, compiuti in favore dell’assistito dal medico, a suo esclusivo rischio materiale e morale. Perché magari accade, se il medico dell’accettazione dell’ospedale non è esperto dei meandri operativi della mutualità che il malato, urgente sulla carta e non in corpore si senta dire in più: «Ma chi è quel cretino di medico…, ecc.» con tutto il danno psicologico che ne consegue, a scapito – come sempre – del cireneo mutualista.

Come regola fissa della mutualità infatti si può affermare che se le «correzioni» del sistema sono in qualche caso possibili a livello dell’assistito, per quanto riguarda il medico esse non hanno alcuna efficacia; né remunerativa né di stima.

Nell’ambito della libera professione, a una intensificazione e a un approfondimento del lavoro svolto corrisponde sempre, presto o tardi, una resa economica o di fama in progressivo crescere. Nel settore della mutualità attuale, il miglioramento del servizio prestato corrisponde sempre ad una perdita. Il maggior tempo dedicato alla singola «prestazione» non appare né viene considerato; chi fa di meno, ance se meglio, paga anzi di tasca sua, rimettendoci nel confronto. Infine – ed è una considerazione urtante – la sola possibilità che il sistema induca a una frettolosità forfettaria ha condotto l’opinione pubblica a «declassare» praticamente il mutualista e la sua capacità diagnostica e terapeutica. Ma se il giudizio dei profani dispiace, la medesima opinione, esplicita o implicita, offende i mutualisti e con loro tutti i medici, se proviene da altri colleghi o addirittura da cosidetti Maestri, i quali ostentano in qualche caso, privatamente o in pubblico, il disprezzo per la «medicina mutualistica» e per chi individualmente la pratica, quasi fosse una sottospecie deteriore e non la loro medesima arte.

Con questo possa poi conciliarsi con i grossi introiti che la mutualità concede prevalentemente ad essi, attraverso al finanziamento dei ricoveri con i «compensi ospedalieri forfettari» o attraverso alla tariffe preferenziali concesse ai numerosi «Centri» dell’una o dell’altra specializzazione, resta finora un insoluto mistero psicologico e pratico.

Tutto questo conduce a concludere che, se la medicina corre oggi il rischio di screditarsi nella pratica, una grossa parta di responsabilità ricade sugli Istituti assistenziali, i quali propugnano in tutto il mondo dei sistemi che, in base a errate premesse, agiscono largamente come corruttori del costume e dell’etica medica moderna. Tanto è vero che altre professioni liberali, per le quali nessuno ha pensato di programmare una socializzazione gratuita (e non sono tuttavia meno costose della Medicina) godono tuttora la piena considerazione e il rispetto del pubblico. Valgono gli esempi banali del notaio, dell’avvocato, dell’ingegnere.

Ma la medicina purtroppo costituisce, come il pane, un bene di consumo di tale immediatezza e importanza da incorrere, per sua disgrazia, nella determinazione di un prezzo politico non corrispondente alla realtà. Per questo il medico riesce a guadagnare più degli altri liberi professionisti, ma solo in caso di successo, lavorando quasi come uno schiavo, e a spese della normalità della sua vita. Né, in pratica, riesce a morire ricco. Anche se il suo livello di vita è apparentemente elevato (e tuttavia costituisce, come l’automobile, quasi un mezzo di «produzione» di lavoro, utile al prestigio professionale nel mondo) la quota di medici che diventano ricchi con la pratica professionale è irrisoria. Disponiamo di uno studio statistico compiuto per la contea di Hartford, Conn., U.S.A, su 144 medici deceduti tra il 1940 e il 1953. Soltanto uno di essi lasciò una fortuna di 1.000.000 di dollari ma alla cui raccolta la medicina aveva contribuito solo in minima parte. Il 55% valeva alla morte meno di 100 mila dollari, il 31% meno di 10.000, il 13% era ancora indebitato.

Cifre, naturalmente, valide solo per gli U.S.A., dove il costo della Medicina è altissimo e le mutue ignote.

In compenso – e quest’ultimo dato può valere anche per tutti gli altri paesi del mondo - il 63% di essi era morto improvvisamente, spesso sul lavoro, per infarto cardiaco o emorragia cerebrale.

Delle qualità ideali del medico cosi scriveva Amiel , nel 1873: «Per me il medico ideale deve essere un uomo con profonda conoscenza della vita dell’anima, che intuisca per divinazione le sofferenze e i disturbi di qualsiasi specie, capace di ridare la tranquillità con la sua sola presenza.»

«Il Dottore ideale deve perciò essere, nello stesso tempo, un genio, un santo, un uomo pio».

Ma proprio questo uomo dalle qualifiche eccezionali, che oltretutto reca con sé la maledizione di vivere tutta la sua vita, e tanto più strettamente quanto più ha successo, a perenne contatto con i dolori degli altri e che, oberato di lavoro ai limiti della resistenza umana e oltre, rileva una incidenza di infarti del 330% rispetto a quella generale, alcuni istituti assistenziali si sono abbassati a offrire la vergognosa quota capitaria annuale di ben 450 lire, e hanno trovato persino chi era disposto ad accettarla!

Cosa è dunque avvenuto, della dignità di questo professionista, di quest’uomo riconosciuto per millenni superiore persino ai Re, perché si lasci trascinare così in basso senza ribellarsi? Cercheremo di analizzare il fenomeno nei prossimi capitoli.

IL MEDICO

Come è perché viene scelta la professione di medico

Il capitolo precedente finiva con una domanda piuttosto cruda, dettata dalla realtà dei fatti. La risposta più ottimistica e rispettosa per i medici è quella di considerare la categoria (che ogni giorno ci fornisce ancora esempi preclari di forza morale, di virtù e di eroismo) come non più omogenea e selezionata su standard elevati, al pari del tempo passato, ma inquinata da apporti individuali meno validi sotto tutti gli aspetti, che potrebbero essere i soli responsabili (a danno dell’intera categoria) della decadenza pratica e sociale della figura del medico.

Effettivamente, mentre ancora un secolo fa la «leva» media degli iscritti a Medicina apparteneva alla borghesia benestante, e spesso era già spiritualmente preparata all’arte da «dinastie» mediche di famiglia, oggi l’afflusso dei neo-immatricolati proviene da tutte le categorie sociali, con prevalenza, almeno numerica, della piccola borghesia impiegatizia; e anche da quello che un tempo si usava definire «proletariato» in percentuale ben maggiore che in antico.

Nella «bontà intrinseca» di un medico, com’è perfettamente ovvio, non interferisce per nulla la sua «estrazione» familiare; ma nel completamento della sua preparazione tecnica (ben lontana dall’essere perfetta al momento della laurea) il censo familiare assume – almeno sulla scala statistica e riferendoci alla presente situazione sociale e professionale – una importanza non trascurabile, alla quale (e alle cui conseguenze) abbiamo già implicitamente accennato in uno dei capitoli precedenti.

Considerato poi il fatto che, se una pletora esiste, essa è di laureati in Medicina piuttosto che di medici, occorrerebbe provvedere in qualche modo a inscrivere nelle scuole mediche i soli giovani che si avvicinano alla medicina per vera vocazione, o (se la parola sembra troppo grossa) almeno per la spinta di un sano interesse, piuttosto che, come accade troppo spesso oggi, in conseguenza di ragionamenti più o meno capziosi, responsabili già pregiudizialmente di equivoci pericolosi.

Per citar qualche esempio di numeri, è chiaro che l’anormale aumento degli iscritti alle Facoltà Mediche nei periodi bellici non si può giustificare con una improvvisa esaltazione dello spirito sanitario o degli ideali umanitari della Croce Rossa, ma appare piuttosto il riflesso sociale del desiderio animale proprio a ciascun uomo, di sfuggire, in qualsiasi modo possibile, alla morte e alla sofferenza.

Matricole di guerra

Ogni conflitto mondiale ha prodotto infatti nelle Facoltà Mediche una ipertrofia di nuove immatricolazioni, le quali perdurano per qualche anno, fino a che si spegne nell’animo degli studenti il «condizionamento» familiare, di solito il solo che spinge il giovane verso una carriera che può tenerlo lontano dai fronti di battaglia o, nella peggiore delle ipotesi, destinarlo a un’«arma» non combattente.

Per l’Italia le cifre sono queste: dai 10.900 iscritti del 1938-1939 si è progressivamente arrivati, nel 1946-1947, a ben 35.000; ma nel 1951 si era già tornati a 22.000. Se tutti gli iscritti del decennio fossero giunti alla laurea, oggi i medici in Italia non sarebbero 74.000 ma molti di più. Dove sono finiti tutti gli altri? Evidentemente, cessato il pericolo, una parte degli studenti, per i quali l’interesse precipuo non era la Medicina ma le maggiori probabilità di salvezza personale che le sembravano connesse, si sono indirizzati ed altre attività più congeniali.

Tuttavia i giovani si inscrivono nelle facoltà mediche anche sulla base di altri atteggiamenti mentali, non meno equivoci di quello «bellico», ma che purtroppo, a differenza di quest’ultimo, si dimostrano persistenti e conducono quasi sempre alla laurea.

La medicina, rende?

Si tratta per esempio dell’opinione, diffusa ancora oggi largamente, che la Medicina dia un facile pane ai suoi cultori, e consenta una più pronta e stabile ascesa sociale nel mondo.

Gioca in questo atteggiamento psicologico il riflesso dell’antica dignità del medico e della sua arte, e l’apparenza esteriore della sua vita, di uomo generalmente ben vestito e «motorizzato». Ciò induce, parallelamente al crescere del livello di vita, un numero sempre maggiore di famiglie meno abbienti ad avviare i figli sulla strada della Medicina.

Sarebbe perciò estremamente utile che il pubblico, e particolarmente gli interessati, venissero esattamente informati delle realtà attuali offerte dalle professioni sanitarie, le cui remunerazioni, per quanto effettivamente più alte della media nei casi fortunati sono tuttavia inadeguate alla somma totale di sacrifici che esse impongono giornalmente, e che possono essere sostenuti con serena sopportazione solo se l’esercizio medico si identifica assolutamente con la passione dominante della vita.

In difetto di questa adesione totale, non solo il medico avverte, ogni giorno rinnovato, lo scontento disarmante di un errore non più riparabile, ma, ancor peggio, non riesce più a dare neppur quel che potrebbe, diventa frequentemente scadente nelle sue prestazioni, e si avvia fatalmente all’insuccesso professionale e alla insoddisfazione personale.

È con questi tempi disgraziati, soprattutto, che la Medicina perde il suo prestigio, in quanto è in mezzo a loro, prevalentemente, che alligna la mala pianta del comparaggio e delle altre miserie pratiche, le quali sembrano rinverdire le perdute speranze di un guadagno ottenuto con minore fatica (sia pure a spese di una grave degradazione morale).

Il compito di questa preventiva informazione, altamente meritoria, potrebbe essere demandato a corsi di orientamento professionale, da introdurre obbligatoriamente negli ultimi anni delle superiori, e che naturalmente dovrebbero illustrare, parallelamente alla Medicina, anche le altre attività principali di lavoro che si offrono all’uomo nella società moderna.

Ciò potrebbe attuare una selezione di massa su base psicologica, la cui efficacia è certo difficilmente prevedibile (in relazione alla somma dei molti fattori concorrenti su scala sia individuale sia sociale) ma che porterebbe comunque ad una utile chiarificazione, alla quale si potrebbe sempre fare riferimento per l’applicazione successiva di qualsiasi selezione, togliendo a questa l’eventuale fama di ingiusta discriminazione.

La vocazione «economica»

La medesima esigenza chiarificatrice, applicata al sacerdozio (a parte il giudizio critico preliminare sulla validità della vocazione) prevede durante i successivi gradini del corso clericale la possibilità, più volte rinnovata, senza alcuna infamia per chi se ne va. Per la Medicina, invece (che, sia pure su un piano diverso, impegna ugualmente tutta una vita) nulla di simile. Si presume aprioristicamente che un vero e perfetto medico, questo eccezionale esempio delle possibilità umane al loro limite superiore, si trovi nascosto in ciascuno, senza esclusioni, dalla massa dei nuovi immatricolati, per il solo fatto che può dimostrare la potenzialità economica sufficiente per sostenere l’onere delle tasse universitarie.

Al contrario la realtà è ben diversa, e assai più oscura. Né può essere un indice la percentuale elevatissima dei fuoricorso, pari sul totale delle facoltà mediche italiane nel 1955-1956, al 34% degli iscritti globali, cioè per chiarire meglio, oltre un fuoricorso su due iscritti regolari. Questa massa ingente di statici ipertrofizza, almeno teoricamente, la popolazione scolastica e contribuisce ad abbassare la quota individuale di disponibilità didattica, a scapito dei normali.

Di questo clima di fallimento, o almeno di concordato obbligatorio, ha cominciato ad occuparsi la stampa, ormai da anni, e finalmente l’opinione dei profani viene aggiornata, a ondate ricorrenti, dello stato di disagio esistente nell’ambiente universitario. Accade così che la mancata soluzione interna del problema (cioè la forzosa dimissione dei fuoricorso ingiustificabili o recidivi) comincia a riflettersi negativamente sulle nuove immatricolazioni, le quali sono scese, per le facoltà mediche italiane, del 28% in cinque anni (dal 1951 al 1955).

Evidentemente una certa quota di studenti liceali ha dirottato verso altre facoltà che permettono maggiore completezza di preparazione, oltre al vantaggio di un corso o due anni più breve. Per quelli che credono nella pletora medica (e ignorano che in Italia esistono tremila nuclei abitati senza medico residente) ciò può sembrare un avviamento alla risoluzione di un apparente problema. Ma chi ci assicura che nei «dirottati» non vi siano in potenza dei medici altrettanto e forse più idonei degli iscritti? È un altro grave punto da accertare con serie inchieste e con lo studio da parte di veri competenti.

Comunque, superato il passo preliminare della immatricolazione, lo studente si dedica a un «cursus» preparatorio tecnico e informativo, alla fine del quale consegue l’abilitazione all’esercizio professionale, parola assai fredda e inadeguata ad esprimere l’intensità della dedizione totale, sempre entusiasmante, al sollievo dei propri simili.

Ma è chiaro che (a parte qualsiasi disquisizione sulla efficienza tecnica dell’apparato didattico italiano moderno) il «cursus» informativo è destinato a macinare a vuoto se non trova nello studente, almeno in potenza, i requisiti indispensabile della idoneità professionale futura, ed un loro sufficiente livello.

VLa somma di queste qualità fondamentali (e pregiudiziali) investe almeno quattro piani della personalità, i quali si possono un po’ artificiosamente, contraddistinguere come segue in ordine di importanza crescente:

  1. a) piano fisico;
  2. b) piano mentale e psicologico;
  3. c) piano tecnico-professionale
  4. d) piano etico.

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L’UOMO SENZA FUTURO 

Mursia, 1976

L’uomo senza futuro è una rigorosa ricerca scientifica, più affascinante di un romanzo di fantascienza, che denuncia in maniera documentatissima la nostra sfrenata corsa verso il suicidio sociale.

L’autore “limita” la sua indagine alle “cose mediche”, il che include quasi tutta la vita singola e collettiva; ma gli impone l’obbligo (assolto attraverso un’interpretazione assolutamente originale dei documenti disponibili) di ricercare la diagnosi causale dei tragici flagelli moderni: dal drogaggio chimico e ideologico di massa alla sovrappopolazione, dall’inquinamento all’epidemia universale di odio, dal fallimento di ogni assistenza sanitaria organizzata al dilagare “misterioso” delle cardiopatie e del cancro.

Speciani riscopre che è la civiltà delle macchine a uccidere l’uomo; ma, in più documenta che il vizio meccanicistico ha infettato l’attuale medicina, così che anch’essa collabora alla rovina dell’uomo, invece di difenderlo.

Sennonché, a differenza di tutte le critiche precedenti, solo angoscianti perché incapaci di indicare qualsiasi soluzione, la presente ricerca irradia un messaggio di consolazione e di speranza, offrendo, nella medicina a misura d’uomo, l’alternativa per sopravvivere non solo realizzabile ma già realizzata e operante in mezzo a noi.

Ipotesi per un inventario

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Un’antica maledizione cinese si cela dietro questo testo soave: «Ti auguro di vivere in tempi interessanti…». Troppo sottile? Vediamo. Non c’è dubbio che i tempi nei quali ci è toccato di vivere sono davvero i più interessanti dell’intera storia dell’uomo. Esistono oggi più scienziati e più poeti, più pittori e più politici, più libri d’arte e più matematici, più telefoni e più velocità, più macchine e più denaro, più congressi e più pianificazione, più medici e più medicine, di quanti ne siano apparsi durante tutta la vita precedente dell’umanità. Abbiamo fisicamente raggiunto la Luna, e strumentalmente Marte, Venere, e da poco Giove. Eppure il mondo non ha mai sofferto come ora tanta fame e tanta angoscia, tanti squilibri sociali e turbamento, tanti cronici, tanta povertà e tanto cancro. Per limitarci alle cose mediche – argomento esclusivo del libro – l’insoddisfazione privata e pubblica verso l’attuale medicina è così universale da far temere in ogni momento l’esplosione di una rivolta eversiva. Perché?

È un fatto che la crisi della civiltà, diventata ormai globale, sta in mezzo a noi e ci circonda, causa ed effetto insieme del nostro soffrire. La sua intensità, in aumento progressivo da trent’anni, ha sollecitato centinaia di testi critici: da Huizinga a Mumford, da Marcuse a Toffler, da Calder a Malleson. Ma tutte queste lucidissime analisi negative, mai confortate dall’offerta di una possibile alternativa, più che chiarire le idee hanno contribuito ad esasperare (come la propaganda-shock del «fumo = cancro») l’angoscia esistenziale del mondo.

Una sola certezza risulta condivisa tanto dalla critica dei sociologi quanta dalla sofferenza sentimentale collettiva: il progressivo allontanamento dall’uomo delle scienze. Se questo è doloroso per quelle umanistiche, diventa addirittura tragico per l’unica che trova nell’uomo la sua sola validità e significato, cioè la medicina. Eppure è forse, oggi, la più disumanizzata di tutte; anche per questo siamo ora esposti al pericolo definitivo, cioè l’estinzione di specie.

Nel corso della sua storia l’umanità ha ottenuto altre volte il consiglio della medicina: del celebre medico e architetto Imhotep, deificato dagli egizi (e trasformatosi presso i greci in Asclepio), scrivono gli annali del Regno Antico (circa 2800 a.C.), che «la sua scienza ha posto fine a sette anni di carestia». Ma il sistema di canali irrigui, da lui disegnato e costruito per fecondare le terre, ha anche risparmiato all’Egitto la malaria per i successivi quarantacinque secoli, finché nel XVIII la dominazione turca non li ha lasciati insabbiare.

medicina zoppa

Oggi, di fronte a problemi umani ben più gravi e universali, non solo non abbiamo nessun Imhotep sottomano, ma la medicina stessa è in crisi nella pratica, nella teoria, persino nei risultati. La sua struttura attuale in tutto il mondo – tanto più là dove più perfezionata – è ammalata di gigantismo e di pleonasmo, di incompetenza e soprattutto di superbia, perché ha dimenticato la sua identità con l’uomo e pretende di risanarlo aggredendone i più intimi equilibri psico-organici, in gran parte ancora ignoti. Così accade che possa vantare trionfi eccezionali forse illeciti (come le sostituzioni globali del cuore, o le plastiche viscerali ampiamente demolitive nei cancri preagonici) e sogni addirittura le chimere del «cyb-org»;1 ma nello stesso tempo si dimostri penosamente incapace di guarire causalmente un banale raffreddore o una emicrania, e persino un «alito cattivo». Come sarà anche troppo facile documentare in seguito, non ha saputo né sa, nonostante la priorità assoluta di questi problemi, risparmiare alla comunità umana le sofferenze della civiltà: dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, all’eccesso della popolazione; dalla decadenza della qualità della vita all’aumento esponenziale delle malattie psicosomatiche.

Per quest’ultimo settore della patologia umana, che oggi si estende dall’ipertensione arteriosa alle allergie, dagli infarti cardiaci all’asma, dall’ulcera gastroduodenale al diabete, dai disturbi ormonali al cancro, la medicina ufficiale non sa offrire nessun rimedio causale, ma solo un’indigestione di farmaci sintomatici ogni giorno rinnovati, che lasciano il tempo che trovano.

Quel ch’è ancora più grave – e rivela la tragica incompetenza del sistema – essa non riesce neppure a leggere, nelle esatte statistiche disponibili, le evidenti ragioni del loro aumento che è strettamente parallelo alla progressiva disumanizzazione dell’esistenza. Cosicché nei paesi tecnologicamente più avanzati la durata probabile della vita ricomincia a diminuire, dai 70 e più anni raggiunti lentamente dai tempi preistorici fino a ieri (O.M.S. 1971); il che confina nel limbo delle pie illusioni le trionfalistiche previsioni «scientifiche» dei «120 anni di vita nel 2000».


[1] Organismi umani o animali integrati da parti meccaniche o elettroniche potenzianti il loro «rendimento biologico»: per esempio la sostituzione di un occhio con una telecamera; dei polmoni con branchie elettroniche che consentano la respirazione subacquea ai palombari, e così via.

L’inventario essenziale

Considerato il fallimento statistico della civiltà tecnologica, particolarmente grave nella sua espressione medica, e di fronte all’ipotesi concreta di una imminente crisi globale, sembra arrivata l’ultima ora utile per provvedere alla nostra sopravvivenza. Si impone un indilazionabile inventario del ridondante patrimonio strumentale della medicina, discriminato sulla pietra di paragone della sua utilità per l’uomo.

Qualcosa di simile, dunque, ai corredi vitali ai quali si attenevano, con giudizio critico essenziale, le carovane che partivano dalla civiltà dell’800 per raggiungere il Far West; che lasciavano i biscotti e i pianoforti a Boston, ma si portavano dietro le sementi e le zappe, la dinamite e, magari, la chitarra. Altri (Vacca per esempio) hanno già redatto elenchi di manufatti preziosi da tenere in riserva, in previsione di un futuro tecnologicamente più arretrato del presente. Per la medicina questa analisi dell’essenziale irrinunciabile non è ancora stata compiuta; ne avrebbe avuto l’obbligo istituzionale la medicina sociale, ma purtroppo si è dedicata allo studio dei sintomi invece che delle cause dei mali della comunità. Come restaurare insomma gli stucchi sui soffitti, mentre la casa è squassata dal terremoto e brucia.

C’è tuttavia la diffusa sensazione (tra i profani più acuta che tra i medici) che molte delle sue scintillanti conquiste siano in realtà assai meno indispensabili di quel che sembrano e che essa, nella sua totalità, risulti assai meno soddisfacente, per l’uomo, di quanto se ne vanti. Anzi talvolta il suo rapporto moderno con la medicina (paradossale a quello antico, tecnicamente meno valido ma spiritualmente più consolante) ricorda la condizione del prigioniero nei «malconfort» medievale, citato da A. Camus.

Perciò l’obiezione che l’ingrato lavoro di revisione e di scelta critica, al quale questa necessità costringe, risulterebbe superfluo nel caso (da tutti auspicabile) che la prevista crisi non si verificasse, non è sostenibile.

Se la riscoperta della essenzialità umanistica in medicina fosse riconosciuta valida, non occorrerebbe attendere il giorno del giudizio per applicarne nella pratica le conclusioni concrete. La loro adozione immediata potrebbe invece ridurre a livelli più tollerabili i costi e gli impegni sociali delle comunità, che le stanno precipitando verso la bancarotta. Naturalmente ciò imporrà alla medicina d’oggi, che maschera col sovrabbondante orpello tecnologico la sua immensa carica di dubbi, un serio esame di coscienza e probabilmente anche di ribattezzarsi, se vuole riaffermare la sua indispensabile presenza nel mondo, di nuovo a vantaggio dell’uomo e non solo di se stessa. Per questo occorrerà che la medicina (e per essa i suoi cultori) accetti serenamente l’ammonimento scolpito da quindici secoli nel battistero di S. Sofia in Costantinopoli: «Lavati gli errori, non solo la faccia».

La presente ricerca medico-sociale intende documentare la possibile rinascita di una Medicina dell’uomo, che non auspica il ritorno all’empirismo delle caverne, ma la ricerca onesta del vero dovunque esso si trovi, e l’integrazione di ogni apporto valido della millenaria scienza medica nell’eterno significato essenziale dell’arte del guarire. Perciò si propone, sulla stessa linea di umiltà ma di urgenza, come il semplice tentativo di informare meglio tutti, perché non vada perduta colposamente la speranza esigua di un futuro per noi, vivi oggi, e per i nostri figli, domani.

LA MEDICINA 

«Signore liberaci
dal troppo zelo per le novità;
dall’anteporre la cultura alla saggezza;
la scienza all’arte;
l’intelligenza al buon senso;
dal curare i malati come se fossero malattie;
dal rendere la guarigione più penosa
del persistere del morbo».

SIR JONATHAN HUTCHINSON, Londra, 1904

CAPITOLO I – Origini e significato della medicina 

 

La medicina è nata con il secondo uomo. Cioè, sulla falsariga del Genesi biblico, con la prima donna.

Rimandando a più innanzi la documentazione di questo fenomeno, possiamo chiederci subito il significato della medicina, allo scopo di accertarne la validità passata e presente, ma soprattutto quella futura.

Un errore logico quasi universale, chiaramente implicito nello schema comune del comportamento umano, riguarda il concetto che la medicina serva a curare le malattie. Il che non è vero né in pratica né in teoria; a parte il fatto storico che le malattie sono comparse sulla Terra prima dell’uomo. A. Cockburn, del comitato per lo sviluppo delle risorse umane di Detroit (U.S.A.) è riuscito a documentarne almeno una dozzina presenti, nei primati antropoidi antenati comuni delle scimmie e dell’uomo, da oltre 25.000.000 di anni. Tra esse la dissenteria amebica, la febbre gialla, le artrosi, l’ossuriasi, la malaria, la fromboesia, la sifilide. Coetanee dell’uomo (Homo erectus e sapiens, 750.000-250.000 anni fa) sembrano il tifo, la lebbra e forse il colera; soltanto fuori della preistoria sarebbero comparsi il morbillo, la parotite, il raffreddore comune e l’«influenza», cioè le moderne maledizioni da virus, bisognose, per svilupparsi, di forti concentrazioni di popolazione (tanto virale quanto umana).

Un altro errore di mira, prevalente nell’epoca cosiddetta «scientifica», tende a identificare la Medicina con le medicine. Cioè con gli strumenti tecnici del suo progresso applicativo, dai medicamenti alle attrezzature chirurgiche fino alle possibilità fantascientifiche dell’ingegneria cromosomica. Questo errore di bersaglio, rimasto per millenni più potenziale che reale in conseguenza dell’arsenale esiguo e immutabile del medico, minaccia oggi, ingigantendo contemporaneamente al progresso, di denaturare nell’opinione universale (medici compresi) il vero significato della medicina.

È invece incontestabile che l’apparato strumentale medico, sempre più fascinoso per le meraviglie che ogni nuovo giorno ci regala, si rivela ad una critica disinibita come la parte meno valida della medicina. Esso infatti ha seguito nei millenni la stessa sorte di tutte le realizzazioni tecniche dell’uomo, cioè la insopprimibile tendenza a una durata sempre minore, sia per il continuo superamento operativo sia per la sottomissione alle assurde leggi della moda, della novità o del diverso, nel rifiuto acritico di tutte le realizzazioni precedenti. Soltanto nell’ultimo trentennio i più illuminati storici della medicina si sono accorti della complessità inscritta nello sviluppo delle idee scientifiche e degli strumenti pratici da parte dell’uomo.

Così, mentre H. W. Haggard lo dava ancora nel 1941 come ovvio, già A. Castiglioni, pochi anni dopo, dichiarava non più accettabile l’antiquato concetto delle «fioriture auree» della medicina in tempi prima e dopo oscuri, come quelle connesse con la scuola pitagorica, con Alcmeone e Ippocrate, con Galeno e Salamanca, con la scuola salernitana del 1200 d.C., col Rinascimento italiano, con gli illuministi francesi. Il sottofondo condizionante di questo prolungato errore consisteva nella impossibilità di attingere facilmente come oggi una documentazione completa. Questo manteneva gli studiosi all’oscuro dei collegamenti inapparenti ma reali con altre «facies culturali» risalenti, anello per anello, lungo una catena primigenia della quale non ancora vediamo l’inizio: dai sumeri ai cinesi, dagli indiani agli aztechi, dai maya all’Egitto, all’Atlantide mitica… Tuttavia a mano a mano che la nostra conoscenza della verità si allarga, scopriamo, con sorpresa, che molte tecniche a torto ritenute moderne sono state già largamente utilizzate, poi travolte e dimenticate per nuove mode, e magari riscoperte e ridimenticate.

Cure «moderne» di 75.000 anni fa. – Tra gli esempi documentabili ne esistono di assolutamente incredibili, se non fossero confermati dai reperti archeologici distribuiti nei musei di tutto il mondo. Le fasciature delle mummie egiziane presentano, per dirne una, tutti i sistemi di bendaggio usati e insegnati fino ad oggi (dalla «minerva» alla «spica reversa»); o meglio fino a qualche anno fa, quando l’uso delle reticelle elastiche ha cominciato a fare anche di questa un’arte perduta…

L’enteroclisma ci arriva dagli egiziani, che l’hanno appreso dai fenicotteri sulle rive del Nilo; la detensione endocranica, ottenuta dai neuro-chirurghi con la trapanazione, è documentata su crani fossili di Cro-magnon (40.000) e di Neanderthal (75.000 anni a.C.) con esito in guarigione: le proprietà antiuriche e antiblenorragiche del pepe (che oggi sfruttiamo, dimenticandone l’origine vegetale, sotto la forma dei composti chimici come la piperazina e derivati) sono state descritte e utilizzate dagli araucani e dagli aztechi; i digestivi a base di succo di ananas (oggi tanto di moda) dai più antichi samoani; l’ipnosi medica come anestetico e antiemorragico negli interventi, dagli «stagnatori di sangue» d’Egitto, chiamati durante la rituale trapanazione cranica preagonica su ogni faraone; il concetto e la profilassi dell’allergia («favismo») irrisi come antiscientifici per i successivi 25 secoli, dalla scuola pitagorica; le virtù terapeutiche dell’herba mate e del guaranà, le qualità eccitanti del caffè, del tè, delle foglie di coca, della scopolamina (Datura stramonium) sono state usate fin dalla preistoria centroamericana; il più attivo antiprostatico non ormonale, di recentissima introduzione in terapia, è stato «adottato» concentrando gli estratti naturali della medesima corteccia del Pygeum africanum (Hooker) che da oltre cinquemila anni gli stregoni del Natal (Sudafrica) somministravano ai vecchi della tribù per liberarli dalla difficoltà ad urinare. La radice di Rauwolfia serpentina, usata in India fin dai tempi pre-ariani di Moenjo-Daro, è il miglior trattamento oggi conosciuto e prescritto nell’ipertensione arteriosa, che riesce spesso a curare causalmente grazie alla tripla azione circolatoria, renale e psicotropa. I cardiotonici più attivi (digitale e strofanto) risalgono alla preistoria centroeuropea, centroafricana e centroamericana, dove l’ultimo era usato, insieme al paralizzante curaro (l’unico mezzo chimico che ha reso possibile la grande chirurgia moderna del polmone e del cuore) come veleno delle frecce per la caccia ai grossi mammiferi. Le droghe allucinogene più moderne, dall’hashish o mariuhana alla mescalina alla psilocibina, che hanno recentemente dato origine al settore addirittura fantascientifico degli psicofarmaci, sono usate da millenni in Europa, in Asia e particolarmente in centro-America, sotto la forma naturale del cactus peyotl, del fungo teonanacatl («carne divina»), del convolvolo ololuiqui («serpente verde»).

Per concludere una lista di straordinario interesse, ma che ha qui una semplice finalità dialettica, basterà ricordare che persino la forma (a «foglia di giglio») dello strumento medico per antonomasia, cioè il bisturi, è ritrovabile, perfettamente uguale a quella funzionale attuale, non solo nella romana Pompei, ma in alcuni reperti ateniesi del VII sec. a.C., e persino tra gli stupendi bronzi di 5-7.000 anni fa del museo preistorico di Este (Padova). E sarebbe anche giusto che le nostre donne quando giornalmente trafficano con la base obbligatoria di ogni cosmetica (la universale cold cream) ricordassero che la sua formula ripete, quasi immutata nei secoli, una precisa ricetta del famoso Claudio Galeno, medico dell’imperatore romano Marco Aurelio (II secolo d. Cristo).

Ma l’«emulsione di olio di mandorle, cera d’api e acqua di rose» ch’egli prescriveva con enorme successo alle matrone della corte imperiale, era in realtà giunta a lui da informazioni persiane di quasi certa derivazione indiana, recate a Roma dai legionari di Lucio Vero insieme, purtroppo, alla peste del 166 d. Cristo.

Rieccoci dunque tornati alle donne, alle quali sono state attribuite, all’inizio, la responsabilità e l’onore della nascita della medicina. Vediamone finalmente il perché. Secondo J. E. Pfeiffer, la famiglia è nata con lo Australo-pithecus (quattro-cinque milioni di anni fa), il primo ominide che riveli utensili straordinariamente avanzati e specialistici, indizio certo di attività e progetti comunitari, quindi dell’esistenza di un linguaggio almeno rudimentale, e della possibilità di una organizzazione sociale.

Dal bacio sulla «bua» allo scienziato. – La divisione familiare del lavoro conferiva all’uomo il ruolo di cacciatore, con la conseguente lontananza temporanea dal luogo stabile di residenza, nel quale restavano le donne e i figli (con l’incombenza della raccolta, vicina, di cibi vegetali). Senza alcun dubbio, allora come oggi, i bambini giravano per casa e appena fuori combinavano i soliti piccoli disastri attraverso i quali costruivano la propria esperienza educativa: dalla carezza abrasiva di una suppellettile alla classica bozza in testa, alla vescica sul dito per aver voluto toccare, contro l’avvertimento materno, l’affascinante tizzone rosso.

Allora, come d’altronde oggi, i risultati patologici di questi piccoli guai erano curati esclusivamente dalle madri e da nessun altro, per lo più a base di ipnotiche carezze, e con ottimo esito. Se a questo si aggiungono per la sola donna (mestruazioni!) l’assenza del terrore irrazionale per il sangue e l’esperienza frequente del parto, è certo che la massima disponibilità per la cura del cacciatore ferito risiedeva nelle donne, più che nei suoi compagni di banda. Ma è importante riconoscere in questo comportamento, oltre al fatto tecnico, la comparsa primigenia della motivazione non temporanea della medicina, rimasta valida anche sotto le successive etichette di empirica, sciamanica, sacerdotale, scientifica; l’unica motivazione che possa garantire la sua indispensabilità lungo tutta l’evoluzione futura del genere umano. Essa non è altro che una profonda sollecitazione emotiva indotta nella sfera dei sentimenti (non in quella razionale) dall’atteggiamento interpersonale di solidarietà, coinvolgente nello stesso tempo tanto chi la dona quanta chi la riceve.

La «medicina femmina» è nata dalla evidente necessità che la donna più esperta (o le donne in gruppo, visto che dovunque al mondo le comari adottano da millenni il team-work) non poteva limitare la sua opera benefica al proprio figlio o compagno, ma era eticamente obbligata ad estenderlo a qualsiasi membro sofferente della comunità. E ai suoi pazienti essa donava, oltre alla limitata scienza, sia che questa li guarisse oppure no, tutta intera la sua carica sostanziale di consolazione e di amore. La medesima motivazione etica, esaltata in difesa della comunità, e nella potenza e responsabilità da esse discendenti, è alla radice dello status sociale dello stregone o sciamano, comparso quando la divisione del lavoro si è ulteriormente specializzata col progresso. Per questo nelle pitture paleolitiche (per esempio nella caverna Trois-Frères dell’Ariège) lo stregone, coperto di una pelle di cervo, è rappresentato - come il capo - a parte e sopra la folla dei cacciatori, quale uno dei numi tutelari della tribù.

E, comunque, non si trattava di una sinecura puramente onorifica. Dall’esperimento in proprio della potabilità dell’acqua ad ogni nuovo campo e della commestibilità di ogni frutto sconosciuto, dalla conservazione del fuoco all’esorcismo per la buona caccia, dalla cura dei feriti al mistero delle malattie, dalle nascite alle morti, quasi tutte le manifestazioni importanti della vita avevano (e hanno ancora oggi) poco o molto da spartire con la medicina e con chi la esercita. Senza il sostegno dell’enorme tesoro scientifico presente (e magari anche nonostante quello, come dimostra il troppo facile ricorso alla responsabilità suddivisa) quale medico moderno si sentirebbe disposto ad accollarsi una così terribile responsabilità?

Amplificando progressivamente, nei secoli, il significato e la motivazione originaria di solidarietà singola e comunitaria, la medicina ha guidato l’umanità alla conquista dell’ambiente ostile, per consentire all’uomo la sopravvivenza sempre più facile. Nel corso di questo sforzo, purtroppo coronato da un successo troppo inebriante negli ultimi due secoli, essa è arrivata a perdere quasi del tutto - nella tronfia ricchezza di mezzi e nella troppa certezza di sé - il gusto e persino il ricordo del suo sostanziale significato per l’uomo.

Ora, purtroppo o per fortuna, il tempo della pompa trionfalistica è finito. È il momento di discriminare almeno in questo campo, all’avanguardia etica del mondo, i valori essenziali ed eterni dagli pseudovalori tecnici che ne sono una semplice derivata temporanea. Se ci trovassimo da un’ora all’altra in un tifone atomico, quanta «Medicina» rimarrebbe a disposizione immediata dei pochi superstiti? Forse, nel black-out di ogni sorgente energetica e di ogni tecnologia da essa dipendente, non altro che la motivazione originale della solidarietà interumana, con i soli mezzi umani per esprimerla. Ma quanti «sanitari» modello 1975 sarebbero ancora capaci di «erogarla» in grado soddisfacente, per loro e per gli «assistiti»?

Forse, come all’alba dell’umanità, questo dovere-diritto ricadrebbe ancora una volta sulle donne (che d’altronde non l’hanno mai completamente dimenticato). Cosicché, paradossalmente, di contro alla superbia operativa di tutta la medicina occidentale, in una ipotesi apocalittica le migliori garanzie di sopravvivenza comunitaria potrebbero essere riservate alla Cina di Mao e all’U.R.S.S. dove, sia pure per semplice coincidenza strumentale, il 70% e l’80% rispettivamente dei «medici dai piedi scalzi» e dei «felsher» (medici di base) risultano già ora di sesso femminile.

 

Capitolo II – Nasce la scienza, s’incrina l’uomo

Il significato sostanziale della medicina e il suo beneficio senza prezzo per l’individuo e la comunità riemergono intatti ancora oggi quando ad esercitarla sia un vero medico. Questo dimostra che il suo nucleo si è trasmesso integro dall’una all’altra generazione dell’umanità preistorica e storica, fino a quella odierna. I ritrovamenti archeologici e l’etnologia hanno inoltre accertato che le sue forme operative sono rimaste simili per decine di millenni (e tuttora nelle culture primitive), accentrandosi nella figura onnipresente dello sciamano, medico e insieme sacerdote. La doppia dignità non sorprende perché, intesa la malattia come espressione della collera degli dei, il solo uomo della tribù che aveva il coraggio di sfidarli per sottrarre il malato al suo destino mentre tutti gli altri - compreso il capo - si allontanavano presi dal terrore, riceveva in compenso una investitura quasi semidivina.

Su questa base antologica, che ha accompagnato l’uomo fino alle soglie della storia e anche al di là di esse («le frecce di Apollo»), era fatale che finisse per accentuarsi il lato preternaturale o soprannaturale (perciò magico o divino) della medicina, a detrimento di quello puramente fisico, o naturale. Ne è derivata l’identificazione del medico come di colui che, unico, godeva del diretto ed esclusivo contatto con le divinità, e diventava perciò interprete dei loro voleri arcani ai quali - per suo mezzo - la comunità doveva ubbidire.

La usuale istituzionalizzazione di tutte le cose umane ha quindi favorito, in modo sempre più rigido, il monopolio della medicina-sacerdozio da parte di una casta privilegiata, che puntualmente ritroviamo dagli inizi della storia scritta (3500 a.C., a Kish in Mesopotamia), presso gli assiri e i babilonesi, nel popolo ebraico, in India e soprattutto in Egitto. Il modello teocratico non ha affatto impedito il continuo progresso pratico dell’arte, fino a conquiste farmacologiche o chirurgiche di livello rispettabile anche oggi, storicamente registrate nelle tavolette cuneiformi della biblioteca di Ninive, nei papiri egizi di Ebers, di Brugsch, di Edwin-Smith, nella stele sumera di Hammurabi, e in una serie di altri testi specialistici o medico-sociali. È importante tuttavia sottolineare che, essendo la malattia il sintomo di una colpa personale o sociale, la guarigione o la salute venivano spesso impetrate attraverso sacrifici, purificazioni, astensioni (per esempio, dalle carni di maiale, dal sesso nei mestrui e in puerperio) che nella sostanza risultavano validi precetti igienici, ma nella forma si presentavano, ed erano seguiti, come prescrizioni religiose.

Meno teurgiche ma ancora condizionate dal concetto unitario del male quale rottura dell’equilibrio dell’universo si rivelano le antiche medicine cinese e indiana. La prima, più filosofia che esperimento, ha bensì codificato già nel 2700 a.C. una serie di norme empiriche nel Huang-ti Su-wên («Domande semplici dell’Imperatore giallo») e nel Ling-shu-ching («Libro canonico del perno dell’anima») che insieme formano il cosiddetto Nei-ching («Canone della Medicina»). Ma l’ideogramma mandarino della medicina è composto tuttora con i simboli grafici elementari delle sue motivazioni preistoriche e protostoriche: faretra, frecce, colpire, pozione! E l’agopuntura profonda, che rappresenta ancora per metà nella Repubblica Popolare di Mao Tze-tung la normale forma di trattamento medico, sfrutta da oltre cinquemila anni un sistema generale che non ha nulla a che vedere con l’anatomia.

L’armonia universale. – Esso si basa sulla teoria che l’energia dell’universo, espressione dell’Essere primordiale Hsüan (il mistero) e distinta nelle due modalità antinomiche di yin e yang (femmina e maschio), circoli continuamente nel corpo umano lungo quattordici linee verticali dette meridiani. Su queste linee si riflette la sensibilità di ogni singolo organo, cosicché, per combatterne una eventuale insufficienza funzionale, basterà stimolare l’energia del suo meridiano con aghi d’oro o di rame; per frenarne invece l’esuberanza occorrerà disperdere l’energia dello stesso meridiano, con aghi di argento, platino o acciaio. A parte gli innegabili risultati pratici, riscoperti dalla moderna terapia occidentale del dolore, persino il concetto della riflessione cutanea degli organi interni è stato riconosciuto dalla scienza medica, ma solo verso la fine dell’800 (zone di Head).

Ciò dimostra che in medicina (che è la continua ricerca della verità dell’uomo e del mondo) persino una piattaforma filosofica e non sperimentale può condurre ad una superiore consapevolezza delle cose, molto vicina alle conoscenze moderne della scienza. Questo è infatti avvenuto al pensiero medico-filosofico indiano il quale, partendo dai concetti metafisici del Karma (legge dell’azione) e del Samsara (metempsicosi) è giunto, intorno all’VIII sec. a.C., alla interpretazione dell’organismo come un insieme dove l’armonia delle parti rappresenta la condizione essenziale della salute. Da essa deriva la modernissima nozione (chiara alla scienza speculativa ma non sempre ai medici!) che «l’organo palesemente infermo non deve essere curato come avulso dalla unità di cui fa parte, ma invece considerato nel quadro generale, nelle interazioni con tutto il resto e nella resistenza complessiva dell’organismo» (Susruta: Sutrasthana). Che queste non siano semplici vacuità scolastiche lo dimostra la spiegazione della funzione biologica attraverso i tre «dosa»: Kapha o anabolismo; Pitta o catabolismo; Vayu o energia nervosa. (Noi questo, a differenza degli yoghi, l’abbiamo dovuto reimparare biochimicamente nell’ultimo sessantennio!)

Il concetto metafisico dell’armonia, esteso addirittura dal microcosmo-uomo al macrocosmo-universo, ricompare due secoli dopo (VI a.C.) con Pitagora e la sua scuola, nelle colonie greche d’Italia cioè a Crotone, Sibari, Reggio Calabria, Agrigento, e riuscirà a informare di sé lo stesso pensiero medico di Ippocrate di Coo. Fino a quell’epoca nel mondo occidentale, cioè prevalentemente ellenistico, il concetto dominante in medicina era ancora quello tradizionale e leggendario, «eroico» (la medicina di Omero) e, sul piano operativo, empirico. Tuttavia, nello spirito di esasperata libertà individualistica della civiltà greca (ragione unica del suo fiorire e del suo decadere), le interpretazioni pur teologiche delle malattie non avevano consentito il sorgere della solita casta dominante di medici-sacerdoti. Però gli unici luoghi di cura ufficialmente riconosciuti erano ugualmente i templi, eretti in località di straordinaria bellezza, quasi sempre dotati di una sorgente termale che aggiungeva le sue virtù ai consigli dei sacerdoti.

I templi più prestigiosi, e i sacerdoti più celebri per abilità diagnostica e risultati terapeutici, erano quelli di Asclepio, il dio principe della medicina. Il tempio più antico erettogli in Grecia era a Titanos presso Sicione, il più famoso quello di Epidauro nell’Argolide, due regioni assai ricche di serpenti. Il rettile stilizzato, che orna anche oggi il parabrezza delle automobili dei medici, identifica infatti da sempre il culto e l’esercizio della medicina: il caduceo (bastone con il serpente attorcigliato, prima unico poi duplice) è stato ritrovato in bassorilievi di Ninazu (Signore del medico) e del figlio Ningišzida a Ninive, datati 1200 anni prima di Cristo; e la dea medica di Cnosso (Creta) ne portava due, attorcigliati sulle braccia. A parte la simpatia totemica che ne ha favorito il trapianto nell’Argolide, da dove nasceva il dio Asclepio? Essenzialmente da un errore linguistico.

Un errore linguistico deificato. – Si tratta infatti dello stesso celebre visir egizio Imhotep del 2800 a.C., del quale abbiamo già ricordato i canali irrigui. Medico e architetto, è il costruttore del primo edificio in pietra dell’umanità, la stupenda piramide a gradini (mastaba) di Saqqara, di 60 m di altezza e 1600 di perimetro, tomba del faraone Žoser della III dinastia. Deificato dagli egizi per la medicina, l’architettura e la matematica (una specie di triplo premio Nobel ante litteram) gli furono eretti nei successivi due millenni, templi a Menfi, Karnak, Deir-el-Bahari, Deir-el-Medineh, e nell’isola di File (dai Tolomei). La sua cappella commemorativa a Saqqara era chiamata dai greci Asklepieion. Trasferendo i suoi insegnamenti (materia pratica del culto) in patria, i viaggiatori greci equivocarono il termine come «eponimo» da un non mai esistito Asclepio, che prese a battere le strade del mondo ellenico e romano sotto il mutato nome. Lo ritroviamo anche nelle già citate colonie italiane della Magna Grecia, dove la medicina-sacerdozio fioriva come in ogni altra regione dell’Ellade, e dove abbiamo già localizzato Pitagora e la sua scuola filosofica, di probabile derivazione indiana. Esattamente in questa matrice era destinata a nascere, per la prima volta nella storia umana, la scienza medica.

È a Crotone (sede principale della scuola pitagorica) che essa esplode con la straordinaria figura di Alcmeone (circa 500 a.C.) il quale riuscì a sintetizzare il sistema filosofico dell’armonia pitagorica con la diretta osservazione dell’uomo, eredità della scuola medica italiana (Cnido). Alcmeone definisce, con assoluta precisione, il concetto generale della isonomia, cioè della salute come perfetto accordo di tutte le sostanze che compongono il corpo umano (ripreso poi con assai maggiore fortuna pubblicistica dal ben più famoso Ippocrate); con ciò stabiliva il fondamento di quella patologia umorale che fu per più di venti secoli la base di ogni concezione clinica. Il suo merito maggiore sta nell’aver per primo fatto ricorso all’esperimento pratico (autopsie e chirurgia funzionale) per provare la verità dei suoi ragionamenti. È stato così in grado di localizzare nel cervello – invece che nel cuore o nei polmoni – la sede delle sensazioni e il centro della vita intellettiva; nonché di precisare e descrivere alcune lesioni responsabili di disturbi funzionali fino allora misteriosi (le paralisi); ha studiato l’occhio e il meccanismo della visione; ha distinto le arterie dalle vene; ha individuato il decorso dei nervi ottici e scoperto l’origine (cerebrale) del sonno; gli si attribuisce persino la scoperta della tuba uditiva, detta poi «tromba di Eustachio» dall’anatomico marchigiano che la riscoperse a Roma nel 1560.

La prima rivoluzione scientifica. – Ha perciò origine con lui la prima rivoluzione scientifica, dopo la quale l’uomo non sarà mai più un’unità misteriosa ma comincia a distinguersi nelle sue parti singole, tenute insieme solo da un concetto filosofico: l’astrazione «uomo». Ma in assenza di quest’ultimo il fascino analitico della isolata funzione appena scoperta o da scoprire avrebbe potuto deviare l’interesse di ogni ricercatore esattamente e soltanto su una parte avulsa dal tutto. Questo è appunto accaduto, venticinque secoli dopo, quando da quella radice benefica è fiorita la lussureggiante chioma delle specializzazioni microanalitiche, giustificazione di quella produzione industrializzata dell’uomo a pezzi che affligge la nostra età tecnologica.

Nel momento medesimo della sua nascita, la scienza ha dunque incrinato l’uomo. Da allora ad oggi, salvo episodiche inversioni di tendenza, combattute con ogni mezzo per impedire qualsiasi deviazione dal filone aureo tradizionale, la scienza ha continuato ad erigere i suoi fastigi sfruttando - quando più quando meno - le rovine dell’uomo integrale. Pressappoco come facevano i papi e i cardinali romani del Medioevo e della rinascenza, i cui meravigliosi palazzi sono in buona parte contesti dei marmi e delle pietre rubati al Foro e al Colosseo.

Il più famoso utilizzatore del contributo di base fornito da Alcmeone (che oggi definiremmo un ricercatore patologo e neurofisiologo) è stato infatti un primo grandissimo specialista: il clinico Ippocrate di Coo. Nato nei 459 a.C. dal medico Eracleide e da Prassitela, a sua volta figlia del medico Fenarete, assorbì nel prezioso ambiente culturale nativo la somma delle molteplici correnti mediche che vi confluivano: l’osservazione accurata del malato di marchio italico (Cnido); la ricerca analitica di Alcmeone e della sua scuola; infine - come dopo di lui Galeno - l’illuminante studio di antichissimi testi, messigli a disposizione, ancora giovane, dai sacerdoti del tempio di Imhotep in Menfi.

Ippocrate ebbe il merito eccezionale di comporre il tutto in una sintesi originale di tale ampiezza e profondità da farne assai presto il medico più universalmente celebre dei suoi tempi. La fortunata longevità (104 o, più probabilmente, 88 anni) gli consentì non solo di raccogliere intorno a sé, in Coo, la scuola medica più fiorente del mondo, ma di consegnare in cinquantatre opere scientifiche divise in settantadue libri la sua immensa dottrina, esperienza e saggezza. Il corpus hippocraticum, abbinato ai contributi enciclopedici di Celso e Galeno (I e II sec. dopo Cristo) rimase fino al Rinascimento (cioè per ventidue secoli) la materia medica fondamentale dell’insegnamento in Occidente, e il suo autore ne ricavò il titolo di «padre della medicina».

Difatti il contributo positivo di Ippocrate è ancora oggi di valore straordinario; ma è consegnato assai più nei libri «etici» (Aforismi, Il giuramento, Delle prescrizioni, Del comportamento del medico) piuttosto che in quelli di casistica clinica (Delle fratture, Delle ferite al capo, Degli umori, Delle fistole, Dell’uso dei liquidi, Della dentizione, Del parto in sette mesi ecc.). Ciononostante anche in questi esistono linee teoriche e pratiche di enorme progresso metodologico: per esempio la esatta registrazione di alcuni sintomi diagnostici tuttora insegnati perché validi in ogni tempo, come la facies hippocratica preagonica e la succussio hippocratica per la diagnosi non radiologica dei versamenti endotoracici. E ancora il concetto dell’interazione obbligata tra uomo e ambiente, che la medicina sociale inizia soltanto ora ad assimilare (in Delle arie, delle acque e dei luoghi). E ancora la esatta nozione del sintomo, cioè del «segnale» che va inteso come guida per la ricerca della malattia, e mai curato per se stesso. La riaffermazione (dovuta certamente a reminiscenze egiziane e pitagoriche) della fondamentale unità dell’organismo, espressa dall’equilibrio dei quattro umori (sangue, flemma, bile gialla e bile nera), rotto il quale non esiste affezione morbosa che non colpisca tutto l’organismo, anche se si rivela in un organo isolato.

Tuttavia sul piano puramente tecnico, anche Ippocrate deve piegarsi alla legge da lui stesso espressa con insuperata perfezione nei primo degli Aforismi: «La vita è breve, l’arte lunga; l’occasione è fuggevole, l’esperimento fallace; il giudizio difficile». Sul piano etico e comportamentale, invece, alcuni dei suoi concetti rimangono validi in assoluto, anzi - considerata la situazione attuale della medicina - più essenziali ancora che nel suo tempo. Per esempio il comandamento basilare della prudenza in terapia (quante volte oggi infranto?) nel Prius nil nocere, inteso come rispetto della natura guaritrice (vis medicatrix naturae). E ancora l’aver sottratto - per la prima volta - la pratica della medicina tanto alla superstizione magica, quanto alla dipendenza divino-sacerdotale. È perciò merito indiscusso di Ippocrate l’avere innestato sul tronco eterno della medicina («il sentimento della solidarietà umana») la tecnica esatta per esprimerlo in pratica: cioè lo studio e la guarigione dell’uomo ammalato conseguiti con il metodo razionale. E ha impresso il sigillo della sua straordinaria personalità nel lapidario aforisma: «Dove c’è amore per l’uomo, là c’è amore per l’arte».

Invenzione della malattia. – Ma troppi epigoni di Ippocrate, non sorretti dalla sua profondità spirituale, dovevano spesso dimenticarlo. Così appunto il già citato Claudio Galeno, greco di Pergamo, nato all’ombra del famoso tempio di Asclepio (ancora!) ed emigrato a Roma nel 158 d.C., medico della Corte imperiale di Marco Aurelio Antonino, clinico acutissimo e scrittore fecondissimo (oltre centoventi opere mediche). Filtrando col dogmatismo aristotelico l’insegnamento di Ippocrate, e cementandolo con i suoi successi pratici in un sistema rigido, insieme contesto di verità e di errori (purtroppo insegnato per quindici secoli di seguito) egli rivela un interesse per l’arte assai più grande di quello per l’uomo. Pur conservando di Ippocrate la linea strettamente razionale, il suo ragionamento, invece che sintetico e biologico come nel maestro di Coo, diventa rigidamente analitico e morfologico (formale). Con simili premesse teoriche era fatale che Galeno introducesse in medicina due concetti astratti, la cui carica pericolosa, latente per millenni, sta ora raggiungendo la temperatura critica di esplosione.

Il primo è il fondamento sistematico della sua terapia, espresso dalla celebre massima: «contraria contrariis (curantur)», (le malattie si curano con il loro contrario), cioè l’infreddatura con il caldo, la febbre con il freddo, e così via; concetto base della teoria «allopatica» che tuttora domina l’universo medico moderno. Il secondo è l’invenzione di quella fantomatica entità chiamata  «malattia», lo sfortunato equivoco analitico che è riuscito a monopolizzare per quasi due millenni l’interesse, le risorse e la ricerca della medicina ufficiale. Così l’elenco delle malattie identificate risulta di circa 60 in Ippocrate; già di oltre 150 in Galeno; e oggi è assurdamente arrivato a circa 35.000 (IBM, 1973), mentre l’uomo (senza il quale nessuna malattia può esistere) è stato progressivamente e colposamente dimenticato.

Capitolo III – La curva evolutiva della medicina nei secoli

Dopo Galeno la medicina ha costruito il suo edificio mattone su mattone, ciascun d’essi corrispondente alla intera vita di un suo artigiano. Nei testi di storia della medicina sono elencati i nomi di molti di loro con l’analisi erudita dei contributi forniti alla fabbrica della scienza. Ma il Who’s Who medico, sia pure plurimillenario, riveste solo un moderato interesse cronistico. È assai più importante invece riconoscere che nel complesso l’edificio ha resistito abbastanza bene, finora, persino alla crescita esagerata degli ultimi due secoli nonostante i molti «mattoni» sgretolati o vanificati dal tempo.

Probabilmente ciò è dovuto alla incrollabile saldezza delle fondamenta (il sentimento della solidarietà umana); tuttavia oggi, raggiunta l’altitudine di un gigantesco grattacielo, la medicina tende spesso a incantarsi dietro le stelle e i satelliti, trascurando gli uomini che, come quelli visti dalla ringhiera dell’Empire State Building, si rattrappiscono alla insignificante entità di impersonali formiche. In nome di queste formiche umane che riacquisterebbero di colpo la piena dignità e statura di uomini solo che il grattacielo crollasse, è giusto rendersi conto dei veri punti di forza dell’edificio, per conservarne il progetto nell’ipotesi che occorresse ricostruirlo.

Il sinusoide smorzato. – Limitando l’analisi storica al solo filone aureo della medicina occidentale - che ci coinvolge personalmente - è noto da tempo che la sua intensità non è stata costante dalla preistoria ad oggi. Ha invece dimostrato periodi più o meno lunghi di stasi e periodi di rapide accelerazioni, corrispondenti a nuove idee sempre più largamente condivise, e finalmente riassunte con la massima efficacia da un personaggio paradigmatico. È stato appunto questo ritmo discontinuo, abbinato alla limitata informazione, a far sorgere il mito didattico delle cosiddette fioriture auree della medicina.

Non è stato invece fin qui rilevato che la comparsa delle «intensità modificanti» (e relativi nomi paradigmatici) dimostra, negli ultimi quarantasette secoli storici, una frequenza progressivamente maggiore. Ci si potrebbe anche rallegrare di un simile andamento, se la sua obbligatoria contropartita non fosse anche l’espressione della minore potenza di ogni successiva pulsione. È persino possibile, confrontando i periodi di dominio scientifico delle singole «onde», riconoscere quasi l’esistenza di una legge matematica (costante di decremento) che domina la storia naturale del fenomeno.

Infatti, mentre l’influsso razionalistico di Imhotep sembra essere durato tredici secoli prima di essere sopraffatto, persino in Egitto, dalla sua distorsione divino-sacerdotale (esoterica) e superstizioso-magica (popolare), dominanti per dieci secoli fino ad Alcmeone e Ippocrate, è del tutto certo l’intervallo di settecento anni tra questi ultimi e Galeno. Seicento anni circa dopo Galeno la prima nuova pulsione modificante è la fioritura degli ospedali, che precede di cinquecento anni la diffusione europea delle università. Quattrocento anni tra questa e Galileo, soli duecento fino a Spallanzani, cento fino a Pasteur; ma cinquanta tra Pasteur e Freud, e poco più di trenta tra quest’ultimo e l’esplosione della tecnologia in medicina.

Se si traccia un diagramma storico del filone aureo sotto forma di onde colleganti le date delle successive idee-forza (vedi fig. 1), esso assume quasi l’aspetto suggestivo di un sinusoide smorzato, descritto dalla formula di Thomson (T = 2 π √LC) come il «decremento esponenziale di una carica elettrica che va esaurendosi»! È certo che alla sempre maggiore frequenza di scoperte scientifiche si è abbinata, nei secoli, una progressiva diminuzione del prestigio sociale e della credibilità professionale della medicina, nonostante la crescente efficienza delle sue realizzazioni tecniche. Questo fa temere ancora

Fig. 1. – Il «sinusoide smorzato» della medicina.

di più il momento (che il sinusoide di Thomson preannuncia assai vicino) nel quale la frequenza parossistica delle nuove scoperte non permetterà a nessuna di sviluppare un qualsiasi dominio-pilota, tutte vicendevolmente annullandosi. Il tracciato oscillatorio potrebbe allora appiattirsi in una asintote, cioè in quella retta orizzontale continua che tanto per l’elettrocardiogramma (cuore) quanto per l’elettroencefalogramma (cervello) segnala in medicina la cessazione totale di ogni carica elettrica, cioè della vita stessa.

L’analisi motivazionale della medicina. – Che cos’è che non funziona, e rende possibile questo tragico paradosso? Nessuna delle componenti concrete del fenomeno Medicina, ma piuttosto le possibili varianti storiche del suo sottofondo di sentimenti, quell’impalpabile fattore di ogni manifestazione umana, che si definisce motivazione. Per quanto incorporeo, questo moto dello spirito condiziona oggi - in mano agli psicologi, ai socio-psicologi e ai marketing experts - l’investimento e la resa di migliaia di miliardi di dollari in tutto il mondo; le analisi motivazionali garantiscono il successo - o determinano il fallimento – di una forma di frigorifero, o di un modello d’automobile, o di una marca di sigarette. Per vedere se nasca qualcosa di utile, per il futuro, da un’analisi motivazionale condotta sugli sviluppi della medicina ripercorreremo perciò le tappe auree della sua evoluzione storica (vedi fig. 2).

Imhotep: del suo contributo pratico e dottrinale alla scienza non abbiamo documenti originali, se non le opere già ricordate (l’architettura e la canalizzazione). Della sua originalità e del suo immenso valore professionale ci dà prova anche solo quest’ultima insuperata realizzazione medico-sociale, vera bonifica ecologica che per quarantacinque secoli ha garantito la salute e la prosperità economica al popolo egiziano, condizionando il successivo profilo di tutta la civiltà occidentale. Della sua dottrina è rimasta l’impostazione strutturale nel culto e nell’insegnamento sacerdotale ed esoterico, rielaborati ma presi a guida – per loro stessa ammissione - da Ippocrate e da Galeno. L’etichetta che lo distingue è perciò la «medicina» senza alcun aggettivo discriminante, nella piena e globale accezione di fattore benefico per la comunità, sostenuta da una tecnica perfetta (Saqqara!) sbocciata splendida come un’aurora boreale sul sottostante baratro di oscurità. La sua motivazione, dedotta dai fini perseguiti e raggiunti, non può che essere anch’essa globale, cioè, per dirla con la definizione ippocratica, l’«amore per l’uomo e per l’arte».

Fig. 2. – Le «etichette storiche» della medicina e la loro motivazione.

Sciamani e sacerdoti: l’etichetta magica e sacerdotale della medicina viene interpretata come una distorsione del fascio principale della scienza. Non essendo riuscita a conservare il suo standard al livello della perfezione tecnica e della potenza logica di un illuminato come Imhotep (d’altronde deificato esattamente per le sue qualità eccezionali e solitarie), essa è certamente decaduta sul piano tecnico, immiserendolo nell’empirismo da una parte, nel mito dall’altra. Tuttavia ha saputo conservare due qualità fondamentali di valore assoluto: la prima è quella «unità uomo-medicina» che oggi sta riemergendo alla coscienza medica, la seconda è «l’amore per l’uomo», coincidente con la motivazione eterna della medicina, addirittura potenziata dalla povertà dello strumentario scientifico, tanto dottrinale quanto pratico. Per questo i maghi e gli sciamani offrivano senza riserve solo (ma tutta) la loro forza umana al malato, sperando con lui di guarirlo. Non sempre ci riuscivano (come d’altronde nemmeno gli scienziati di tanti secoli dopo), però gli donavano sempre quella consolazione (di accertato valore terapeutico) che oggi il malato cerca, senza trovarla, dentro gli apparecchi scintillanti di cromo e di perspex.

Alcmeone fa nascere la «scienza» ma Ippocrate, che la applica all’uomo inventando la «medicina clinica» riesce sotto questa etichetta a mantenere ancora un perfetto equilibrio tra l’amore per l’arte e quello per l’uomo, che ne è insieme oggetto e soggetto. Questa motivazione gli ha dettato i libri etici, di valore duraturo, e ha favorito la grandezza senza uguali del suo esempio professionale. Non così invece Galeno. In lui, affascinato dall’arte fino al punto da affastellare insieme verità ed errori di giudizio pur di raggiungere la perfezione formale di un sistema dottrinale che rifiuta di riconoscere la diversa realtà dell’uomo, osserviamo la prima vera frattura tra l’uomo e la scienza. La sua invenzione delle «malattie», derivazione analitica obbligata della etichetta di «casistica clinica» che lo classifica, ha reso da quel momento sempre più difficili e dispersivi lo studio e la pratica professionale. E, peggio ancora, è riuscita ad immettere nell’acqua cristallina della medicina una corrente sottilmente adulterata, che a distanza di secoli l’ha resa infine imbevibile e inadatta a sostentare l’uomo.

Il ritorno all’«amore per l’uomo» avviene con l’affermazione degli ospedali. Anche se una cronaca cingalese del IV secolo a.C. dà notizia di un ospedale «per uomini e animali» a Ceylon nel 437 a.C., ed esistevano a Roma, già al tempo di Augusto, le medicatrinae o iatreiae (case di cura private organizzate dai medici), è solo con il riconoscimento giuridico del cristianesimo che ne sorge qualche esemplare permanente. L’intento di queste istituzioni era più caritativo che sanitario, ricoveri in genere per anziani invalidi come quello fondato a sue spese da Placidia, consorte dell’imperatore Teodosio. Con un’altra finalità tecnica, sempre però limitata all’aiuto umano, sorsero nei secoli successivi i cosiddetti xenodochi (ricoveri di forestieri) lungo le strade consolari romane, ad uso e asilo dei pellegrini nei loro viaggi rituali a Roma. La vera nascita dell’ospedale, come organizzazione assistenziale per gli infermi, coincide con la fondazione degli ordini cavallereschi, quale strumento tecnico del loro compito istituzionale. Il primo al mondo, verso l’850 d.C., fu eretto e servito dall’Ordine di Nostra Signora della scala a Siena. I problemi logistici connessi con le crociate imposero poi la diffusione tanto degli ospedali sulle strade di Terra santa, quanto degli ordini cavallereschi (O. di S. Lazzaro, per la cura dei lebbrosi, 967 d.C.; degli Ospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, 1020 d.C.; dei Templari, 1118 d.C.; dei Cavalieri Teutonici, 1191 d.C. …).

La nuova idea medica rappresentata dagli ospedali si distingue con l’etichetta di «medicina sociale» cioè di servizio medico alla comunità. Essa persisterà per secoli, ampliando nel XVI secolo la sua funzione, non ancora terapeutica, in quella di una difesa sociale contro le malattie (lazzaretti per gli appestati; ospedali «degli incurabili» e così via).

Anche se gli ospedali primevi non curavano, l’incontro tra l’abbondante materiale patologico e la curiosità benefica dei curanti favorì una larga esperienza di sintomi e decorsi, consentendo ai medici una sempre più raffinata abilità di diagnosi e di prognosi. Era giusto perciò che negli ospedali nascessero le scuole mediche, tra le quali famosa quella di Salerno, sviluppatasi intorno a un nucleo ospedaliero monastico (benedettino). Tale fu, nel corso del tempo, il prestigio salernitano, che nel 1134 re Ruggero decretò (e in seguito Federico II di Svevia riconfermò) che «nessuno potesse esercitare la medicina se prima non avesse ottenuto, con pubblico esame, l’approvazione documentata (la laurea!) dei maestri di Salerno».

«Approvazione» tuttavia, non «insegnamento». Questo perché, allora come oggi, negli ospedali il lavoro era durissimo e il tempo sempre insufficiente non consentiva l’insegnamento formale, ma solo quello dell’esempio personale. Nacquero così, per interesse medesimo degli aspiranti alla professione sanitaria, le cosiddette università o studi. Il termine università significava, inizialmente, solo la «federazione corporativa degli scolari» che eleggevano nel consiglio un rappresentante per ogni nazione, uno dei quali, eletto rettore, amministrava l’università e chiamava i lettori (cioè gli insegnanti). La fioritura della nuova idea concreta, nella forma definitiva, avvenne intorno al XII secolo, e la sua validità è confermata dalla fulminea diffusione in Italia e in Europa. La prima università del mondo fu quella di Bologna (privilegiata in un rescritto dell’imperatore Federico Barbarossa del 1158); seguirono Oxford in Inghilterra, 1214; Parigi, 1215; Padova, 1222; Napoli, 1224; Vercelli, 1225; Montpellier, 1228; Ferrara, 1278; Roma, 1303; Parma e Pisa, 1343; Heidelberg, 1385…

Qual è stato il significato, per la medicina, di questa ulteriore conquista scientifica? Insieme favorevole e no, almeno giudicando dagli sviluppi futuri. Infatti la prima grande divisione del lavoro tra chi insegna e chi opera professionalmente ha consentito ai primi un tempo pieno per approfondire gli studi e le ricerche, ma li ha progressivamente distaccati dal contatto con il malato, fecondo di osservazioni sempre nuove e del vero progresso della scienza. E ai secondi, salvo eccezioni personali, ha negato la possibilità di insegnare la realtà se per caso risultasse diversa dalla dottrina scolasticamente accettata.

Nelle università l’etichetta distintiva della medicina diventa quella scolastica, cristallizzata su schemi immutabili: chi non giura sul verbo di Galeno non può ricevere non solo la lode ma neppure la laurea. La motivazione di questa scienza istituzionalizzata, pletorica già al suo nascere di contributi nozionistici, è naturalmente l’esasperato «amore per l’arte». Ne deriva fatalmente il primo solco, all’inizio così sottile da passare inavvertito, tra l’impostazione didattica della materia e le esigenze della professione dopo gli studi; è questo solco, oggi diventato quasi una voragine, che inferisce al neolaureato il primo trauma della sua vita professionale, per il dilemma non ancora risolto tra accademia e scuola professionale nel corso degli studi medici.

Nel 1453 cade l’Impero d’Oriente; letterati, giuristi e medici vanno profughi in tutta Europa, particolarmente in Italia, e portano le opere originali dei classici ellenici nelle corti che li accolgono. Nello stesso tempo (1436) Giovanni Gutemberg inventa la stampa a caratteri mobili; per quanto riguarda la medicina il risultato straordinario di questo incrocio di destini si esprime nelle oltre 900 edizioni delle principali opere mediche, di nuovo conio o ristampe di classici, che videro la luce già entro il secolo XV. La cultura compie la prima cabrata esponenziale, e il suo filone umanistico diffonde con rapidità inaudita il gusto e addirittura il bisogno di indagare con libero pensiero, rifiutando ogni monopolio della verità.

In medicina il più ingombrante feticcio da abbattere, vecchio già di tredici secoli, erano Galeno e il galenismo, pedissequamente insegnati nelle università, con la «coda» di Avicenna e di tutta la scolastica araba. E fu la lotta, appassionata e violenta. Non si trattò all’inizio (come sempre per ogni nuovo corso dell’umanità) di un moto universale, ma piuttosto della ribellione di individui isolati, di eccezionale potenza mentale e coraggio, pronti a sacrificare l’intera vita sull’altare delle nuove idee. Sennonché la loro meravigliosa offerta al progresso dei posteri li privò, quasi sempre, della comprensione dei contemporanei, incapaci sia di riconoscere una grandezza tanto superiore, sia di deificarli per difesa psicologica, com’era accaduto per Imhotep. Ogni figura di vero scienziato, in questo convulso tempo di «rinascimento», finisce sempre con il conformarsi all’uno o all’altro di due schemi antitetici: o trasformando la sua esistenza in un turbine di violenti contrasti con se stessi e col mondo (come Paracelso), o rinchiudendosi sdegnosamente nella torre d’avorio dei suoi sogni concreti (come Leonardo da Vinci).

Paracelso (Teofrasto Bombast), svizzero di Einsiedeln, figlio di medico e regolare studente a Zurigo, comprese ben presto l’insufficienza dell’insegnamento tradizionale. Lo completò con qualsiasi esperienza ritenesse valida: dalla scuola chimico-mineraria dei Fugger in Carinzia, alla frequentazione privata di alchimisti e astrologi, alla peregrinazione da una università italiana all’altra, fino a quella di Ferrara dove conseguì finalmente la laurea in medicina, pochi anni dopo Nicolò Copernico. Nominato professore di medicina a Basilea nel 1527, osò bruciare pubblicamente le opere di Avicenna per significare drammaticamente il suo rifiuto della autorità «scolastica», e la necessità di ricorrere allo studio diretto per conoscere la realtà della natura. Con tutta questa violenza di pensiero e di opere, che lo ucciderà appena quarantottenne, rifiutò sempre di essere considerato una specie di Lutero medico (cioè eretico e scismatico). Sosteneva invece che era appunto la qualità di medico a pieno titolo ad imporgli l’interesse e la conoscenza di qualsiasi linea valida di ricerca che potesse maggiormente avvicinarlo alla verità. Questa intuizione, tanto moderna da non essere tuttora digerita dalla scienza attuale, la espresse lapidariamente in un motto famoso: «Alterius non sit, quis suus esse potest» (non sia d’altri chi può essere di se stesso).

Leonardo da Vinci, l’esempio più insigne del comportamento alternativo, visse quasi settanta anni; pur completamente autodidatta e probabilmente il più grande e poliedrico ingegno espresso dall’umanità; fu largamente celebre anche nel suo tempo, ma solo come architetto militare e civile (i navigli lombardi), pittore irraggiungibile, scultore equestre e scenografo di corte (a Milano, presso Ludovico il Moro)! Ma tutto l’immenso tesoro scientifico delle sue ricerche «futuribili» nei campi della matematica, della fisica generale, dell’ottica e della prospettiva, della balistica, dell’aerodinamica; le centinaia di invenzioni strumentali, dal paracadute all’aliante, dall’automobile all’aeroplano al sommergibile, e soprattutto il vastissimo corpus di studi anatomici e fisiologici, sono stati da lui consegnati unicamente a se stesso, e rivelati al mondo stupefatto solo 250 anni dopo, da Guglielmo Hunter. In un tempo nel quale la necroscopia era ancora una colpa giuridica e religiosa, Leonardo praticò personalmente (e nel contempo disegnò) almeno trenta dissezioni anatomiche. Ciò gli ha consentito di documentare e commentare, in centinaia di perfette tavole (il primo atlante anatomico esistente) una serie di scoperte attribuite nei secoli successivi ad altri: per esempio l’endocardio e le corde tendinee delle valvole cardiache, il cosiddetto «fascio di His», l’«antro di Higmoro», il meccanismo della visione, l’utero (per la prima volta e antigalenicamente descritto a cavità unica), e la esatta conformazione e posizione dell’embrione e del feto.

Contrariamente ad ogni superficiale apparenza, la motivazione più profonda che spingeva Leonardo nella ricerca, soprattutto medica, non era solo «l’amore per l’arte», ma piuttosto quella, fino allora sconosciuta e rivoluzionaria, di un totale «amore per la verità». Infatti, come scrisse nel Codice atlantico: «nessuna cosa si può amare né odiare, se prima non si ha cognition di quella». È esattamente questo concetto, espresso in tanto lucida forma sessant’anni prima che nascesse Galileo, la chiave d’oro che aprirà la via più fulgida della scienza, cioè la «ricerca sperimentale non preconcetta».

Capirolo IV – La seconda rivoluzione scientifica: l’uomo a pezzi

La seconda (e definitiva) rivoluzione scientifica ha nome Galileo Galilei. È stato infatti quest’altro genio benefico dell’umanità, nato a Pisa nel 1564, a stabilire in forma ineccepibile i principi teorici e le linee applicative del metodo sperimentale, cioè della «via per raggiungere la conoscenza attraverso l’esperienza» (tale è l’esatta traduzione, in linguaggio comune, dei termini di radice greco-latina metodo ed esperimento).

Altri prima di lui, Alcmeone e Ippocrate, Galeno e il chirurgo arabo Albucasis (Abu’l-Qasim az-Zahrawi) erano già ricorsi all’esperimento, sia a fini di conoscenza sia per scegliere le terapie più efficaci. Ma in genere la discesa sul campo pratico veniva offerta - con almeno un pizzico di degnazione - solo come prova facoltativa, e ad uso degli altri, della validità del ragionamento deduttivo (dall’universale al particolare) già concluso che la precedeva. È esclusivamente in grazia di questa impostazione dogmatica che fu possibile al corpus Galenicum di resistere per troppo tempo. Non essendo ciechi, i medici e i chirurghi vedevano bene che quanto era stato loro insegnato differiva profondamente dalla realtà che incontravano ogni giorno; ma essendo considerato il livello gerarchico delle cose osservate assai più basso di quello di un sistema teoretico, la somma degli errori non riuscì a scalfire (per quindici secoli!) la dignità della dottrina.

Soltanto Leonardo applicò in tutta la sua feconda perfezione, prima di Galileo, il metodo sperimentale. Come logica conseguenza raggiunse in un ampio ventaglio di campi scientifici (dall’anatomia all’aerodinamica) la verità. Ma preferì tenersela per sé, giudicando i tempi non ancora maturi per accoglierla.

Le tavole della legge scientifica. – Galileo ritenne invece che ormai lo fossero (mentre le sue famose traversie prima universitarie e da ultimo con il Sant’Uffizio dimostrano ancora il contrario); insegnò quindi senza ipocrisie, dalle cattedre di matematica di Padova e di Pisa, il concetto che l’esperimento non è la conferma a posteriori di una ipotesi prevista con il ragionamento, ma invece è l’unica via per raggiungere la verità obbiettiva, scegliendo criticamente quella più convincente tra le diverse possibilità interpretative offerte dall’osservazione della natura, avvicinata senza pregiudizi.

Questa proposizione avrebbe anche potuto risultare inoffensiva per il suo autore, se Galileo non avesse preteso di applicarla praticamente in ogni momento e campo della sua ricerca. È ben vero che questa chiave d’oro gli consentiva di allargare ogni giorno il patrimonio di conoscenza dell’umanità, fin da quando (1583) diciannovenne e ancora studente di medicina, scoprì la legge dell’isocronismo delle oscillazioni del pendolo controllando sul suo polso i tempi uguali di oscillazione della famosa lampada del duomo di Pisa, mossa da una raffica temporalesca. Ma inevitabilmente ogni nuova scoperta smentiva, con la sua inconfutabile verità, le false affermazioni delle imperanti teorie aristoteliche: dalla caduta uguale dei gravi, al lavoro virtuale in meccanica, al termoscopio e da questo alla teoria cinetica del calore, al cannocchiale. Questo meraviglioso strumento gli consentì, purtroppo, di scoprire le stelle novae e le comete, le macchie solari, le montagne e i crateri della Luna, le fasi di Venere, e i quattro satelliti di Giove (che dedicò ai Medici, i granduchi di Firenze). Ma gli aristotelici si rifiutavano di porre l’occhio al cannocchiale. Aristotele non aveva detto che Giove aveva i satelliti, dunque «questi non c’erano». Il vederli era solo un’illusione dei sensi. Fu di fronte a questa ottusa negazione della libertà che Galileo sfogò il suo spirito mordace di toscanaccio pubblicando, nel 1623, Il Saggiatore, capolavoro polemico che distrugge (matematicamente!) le ipotesi di padre Grassi, un gesuita aristotelico, sulle comete. E, nel 1632, l’opera fondamentale del metodo sperimentale di ricerca: il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.

Sennonché la miscela esplosiva dell’asprezza polemica con lo stile affascinante, della perfezione logico-matematica delle scoperte con le loro conclusioni rivoluzionarie, non fu forse l’ultima causa della condanna che la Santa Inquisizione irrogò all’opera e allo stesso Galileo. Ma ancora oggi nessuno scienziato può rileggere senza commossa ammirazione queste «Tavole della Legge» scientifice, perché esse da allora guidano (o almeno lo dovrebbero) tutto il successivo meraviglioso sforzo di conoscenza compiuto dall’umanità.

Naturalmente, come abbiamo già rilevato nel capitolo precedente, anche Galileo, quale simbolo riassuntivo della nuova conquista umana, cioè la scienza sperimentale, ebbe i suoi precursori e i suoi contemporanei nel medesimo movimento di opinione. Tra essi, oltre al già ricordato Leonardo da Vinci, è il filosofo inglese Francesco Bacone, ingegno tanto poliedrico da avergli fatto attribuire addirittura la vera paternità del teatro di Shakespeare, che sarebbe stato un suo nom de plume o un prestanome. Sul piano filosofico Bacone condusse una perfetta analisi del metodo induttivo («dal particolare all’universale»), indicando le esatte linee del metodo sperimentale, che tuttavia non applicò mai.

Un altro filosofo, la cui opera ebbe una grande influenza sulla medicina, è il francese René Descartes. Osservando nella scienza del suo tempo un caos di contradditorie e incerte opinioni, cercò una base valida di partenza nel pensiero cosciente («cogito, ergo sum»), e fondò il suo «Metodo» (Discours de la Méthode, 1637) sul dubbio metodico verso l’autorità della tradizione, e sulle percezioni soggettive, accettando come vero solo quanto i fenomeni insegnavano («Omne est verum, quod dare et distincte percipio»).

L’analisi della natura, che in Galileo è essenzialmente rivolta al macrocosmo (l’universo) è in Descartes applicata anche al microcosmo più vicino e disponibile (l’uomo). Nasce così, con il Traité de l’homme (1664, postumo) il primo tentativo di spiegare l’organismo vivente secondo schemi funzionali, almeno i più facilmente rilevabili, cioè quelli meccanici e quelli fisico-chimici. Geniale in Cartesio è l’interpretazione del corpo come di una macchina, che avrebbe stimolato tutta la fisiologia e le conquiste dei secoli futuri e persino la dottrina darwiniana dell’evoluzione; non altrettanto felice il dualismo tra anima e corpo, le due sostanze derivate che si escludono reciprocamente. Su di esso è germinata una lunga serie di interpretazioni antinomiche dell’uomo, dal vitalismo al positivismo, nessuna delle quali si è rivelata capace di risolvere in modo soddisfacente la sua unità psicofisica ma che ancora purtroppo ingombrano, dopo più di trecent’anni, la via maestra della medicina.

La macchina-uomo «esplosa». – Sul piano morfologico, un precursore della conoscenza sperimentale dell’uomo è, oltre al solito Leonardo, il belga Andrea Vesalio, insegnante di anatomia all’universita di Padova, dove (1543) pubblico l’opera fondamentale De humani corporis fabrica con le stupende tavole di Stefano von Calcar, allievo di Tiziano Vecellio, tuttora probabilmente insuperate dal punto di vista artistico. II valore dell’opera, oltre che documentario, è filosofico e rivoluzionario. Disegnando con artistica esattezza quanto lo scalpello metteva in luce nel corpo fell’uomo, si andavano smascherando gli errori delle intoccabili verità di Galeno. A tal punto radicali che neppure il Vesalio se ne rese conto appieno. Pag.38…

La crisi professionale del medico, oggi

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Sacerdozio, arte, professione, mestiere: così, per tappe successive raggiunte in lento volger di secoli, è decaduta la medicina nell’opinione del mondo. Il mestiere dei medici, oggi, è un nodo gordiano di controverse opinioni e di pratici paradossi: ricevono dai grandi della terra i supremi onori, ma sono nello stesso tempo considerati come loro servi (dove l’assistenza di malattia è organizzata) dai più bassi livelli sociali. In teoria sono sempre più lodati come i salvatori del mondo, nella pratica sono frequentemente insultati dai pazienti con la discussione delle diagnosi e delle ricette.

Che cosa succede dunque alla medicina? Il terreno è così minato da non consentire discorsi opinabili ma soltanto fatti; e cominciamo subito con il riprodurne testualmente qualcuno. «È ora di parlare francamente del medico di famiglia. La verità nuda e cruda è che egli era generoso del suo tempo e del suo colloquio perché aveva ben poco d’altro da offrire…». «Manca, per l’applicazione ottimale della più avanzata scienza della salute, un generico parasanitario (generalist para-professional) un ‘buon vicino come tutti gli altri’ (neighborhood peer) che coordini i servizi specialistici dei professionisti medici, che spieghi gli elementi tecnici ai profani e questi ultimi ai medici, senza danneggiare i loro mutui rapporti».

Traducendo questa pregevole prosa tecnica appunto in linguaggio paraprofessionale ne emerge il vivace schizzo idealizzato di una figura umana ben nota a tutte le piccole comunità, di ogni tempo e di ogni latitudine, cioè, per dirla alla francese, della «sage femme» o, per dirla all’italiana, della comare. Ma il testo citato prosegue: «Il suo stato giuridico dovrà avere chiara definizione, riconoscimento, stabilità e utilizzazione universale». In conclusione, dunque, una comare patentata, con stabilità di carriera.

L’eccesso di tecnicismo. – Le citazioni sono tratte da un «Working paper» edito nel 1967 dall’agenzia federale americana O.E.O., che finanzia opere e servizi intesi al miglioramento del benessere della comunità.

Il manuale, intitolato L’agente sanitario del vicinato (Neighborhood Health Agent) è destinato al personale dei Comprehensive Neighborhood Health Centers, specie di consorzi sanitari per gli indigenti, basati sulla pratica medica di gruppo integrata dai descritti specialisti (non medici) in rapporti umani. In U.S.A. infatti la medicina soffre acutamente di spersonalizzazione non per cause mutualistiche ma per eccesso di tecnicismo e di superspecializzazione.

Forse per questa posizione di avanguardia mondiale, che fa loro provare i danni della civiltà con l’anticipo di qualche decennio sul resto del mondo, lo stesso manuale può esprimere, con crudele chiarezza, una critica ufficiosa che altrove avrebbe fatto gridare allo scandalo, nonostante la sua inoppugnabile verità: «I critici della medicina americana d’oggi ammettono il suo orientamento qualitativo e la sua eccellenza scientifica, ma segnalano simultaneamente la sua disumanizzazione. L’immagine del medico americano si è distorta da quella del saggio amico di famiglia in quella dell’imprenditore, interessato all’affare piuttosto che alla pratica della medicina – troppo occupato per poter comunicare soddisfacentemente con il suo malato. I servizi resi sono divenuti frammentari; mancano di unitarietà, di continuità e di coordinazione; sono in gran parte inaccessibili specialmente ai bisognosi, e frequentemente inaccettabili per chiunque».

L’invenzione della «comare patentata» nel tentativo di riumanizzare capillarmente la medicina segnala le difficoltà che persino l’O.E.O. incontra, per trasferire sul piano pratico quel teorico diritto alla salute codificato all’unanimità, negli ultimi decenni, in documenti giuridici di valore internazionale, dalla Carta Atlantica (1941) alla Carta dell’O.N.U. (1945), allo statuto dell’U.N.E.S.C.O. (1947), alla Costituzione italiana (1947), allo statuto dell’O.M.S. (1948). Le medesime e anche maggiori difficoltà inceppano dovunque il funzionamento delle strutture di difesa collettiva della salute, dalle «mutue» alla medicina di Stato, ai servizi nazionali di sanità. Siamo dunque di fronte a un fenomeno moderno di patologia medico-sociale, universale come una epidemia, che nessun correttivo fiscale o amministrativo sembra capace di estinguere. Non è dunque lecito chiedercene il perché?

In verità la medicina (e la professione ne è solo una espressione ambientale, come il medico pratico solo una sentinella avanzata) sta attraversando una delle crisi più gravi della sua esistenza; il travaglio di questa crisi, che può dar vita a un suo tipo superiore oppure a una mostruosità genetica (e fino ad ora le probabilità sono addirittura a vantaggio del mostro) interessa contemporaneamente l’interno della medicina, oltreché l’esterno.

Nell’intimo c’è crisi tra l’arte tradizionale e la tecnica ingigantita, crisi di equilibrio tra le funzioni, crisi di fiducia, di verità e di vocazione. All’esterno la crisi di rapporto rivela infiniti problemi piccoli e grossi, che tutti insieme possono essere riassunti in uno solo, fondamentale e di principio. Questo riguarda il modo di seguire, senza troppe sofferenze e disastri, e soprattutto conservando all’arte di guarire il suo significato, la fatale evoluzione della medicina da fenomeno di carattere individuale e di natura privata in un altro di carattere collettivo e di interesse pubblico. A renderne più tormentata l’evoluzione vi confluisce una serie di fattori interagenti, spesso dimenticati da quanti riversano esclusivamente sul medico la responsabilità della sua attuale distorsione.

Ricordiamo almeno i principali: l’ambiente comune al medico e a tutti gli altri uomini, il malato, la medicina, il medico, l’atto medico, il rapporto professionale. Negli ultimi cinquant’anni quasi tutte le categorie citate hanno assunto, per ragioni intime o d’ambiente, caratteri, forme, metodiche ed espressioni profondamente diverse da quelle tradizionali rimaste immutate per millenni. Ciononostante gran parte dell’evoluzione che la medicina ha subito nell’ultimo mezzo secolo, e che comprende il progresso tecnico in tutti i suoi settori, la conseguente impossibilità per un uomo singolo di dominarne le infinite peculiarità particolari, il suo costo in esponenziale aumento e infine l’esigenza sociale della difesa della salute a spese della comunità, è in realtà solo forma ambientale, e non sostanza. La sua sostanza è sempre l’uomo, l’uomo singolo, individuale e non ripetibile, nella sua duplice caratteristica di numero statistico sulla carta ma insieme di sofferta umanità privata quando si ammala, guarisce o muore.

Le qualità umane del medico. – Il disagio moderno della medicina, probabilmente il suo più serio peccato sociale, sta nel dimenticare troppo spesso questa realtà. Come dentro la capsula spaziale non c’è solo la tecnica perfezionata, ma l’uomo che la condiziona per il successo o per il fallimento, così anche nel fondo della medicina collettiva o della medicina strumentale esiste l’uomo, sintesi di corpo e d’anima che come tale va inteso, e avvicinato, e rispettato, sotto pena di insuccesso e di insoddisfazione privata e pubblica.

La medicina collettiva, sia essa di gruppo privato o statale, ha edificato nel corso di alcuni decenni un corpus ormai quasi perfetto di schemi e regole e tabelle attuariali. Alla raggiunta perfezione organizzativa non corrisponde però, al momento attuale, una soddisfacente erogazione del bene-medico ai previsti utenti. Non vi è sfuggito nemmeno l’esperimento inglese di assistenza totale «radle to grave» («dalla culla alla tomba») gratuita (cioè finanziata dalle tasse) che è stato il primo National Health Service in ordine di tempo (5 luglio 1948) e che sembrava avere tutti i motivi di successo, poggiando la sua struttura sui risultati di uno studio ventennale, presentato nel 1942 al governo di Sua Maestà dal liberale lord Beveridge.

Il fatto è che persino il grande economista Beveridge aveva trascurato di tabulare, nello studio sociologico preliminare, i due fattori fondamentali di ogni assistenza medica, esattamente quelli che, bene o male impostati, ne garantiscono o al contrario ne screditano la validità operativa. Il primo di essi è la crisi evolutiva attuale della medicina: alla chiarificazione di questo sfuggente elemento di base possono dare un efficiente contributo soltanto i medici, e soltanto dopo averla raggiunta per se stessi (il che, ancora oggi, è francamente eccezionale). Il secondo è, paradossalmente, lo sciamano cioè, per uscire dalla crittografia, l’analisi spregiudicata ma sostanziale della potenza guaritrice del medico, provvedendo a non snaturarla nel suo progettato consumo di massa. Questa purtroppo risiede ancor oggi, pur dopo secoli di coscienza scientifica, prevalentemente nelle qualità umane del medico, piuttosto che nel suo strumentario tecnico up to date; si tratta dunque di un sentimento qualitativo più che di una entità quantizzabile. Per questo non ha trovato posto nelle tabelle attuariali dei sistemi di assistenza collettiva; ma esattamente per questo la loro incompletezza umana li rende dovunque insoddisfacenti, perché infine coloro che li devono usare sono uomini veri, e non i loro assai più comodi artifici numerici, economici o statistici.

È stato persino scritto che «una buona medicina (collettiva) è fatta per un terzo da buone medicine e per due terzi da buone leggi»; dove è dunque l’uomo, in essa? L’uomo medico e l’uomo malato, intendiamo, dove vengono confinati? Appunto per questo spirito di soddisfatto formalismo esteriore, che rifiuta di scendere alla scomoda radice dei fenomeni, la medicina è malata. Visto che chi paga, in proprio e immediatamente, lo scotto pesante della insoddisfazione moderna a suo riguardo sono prevalentemente i medici pratici e di famiglia, non fa alcuna meraviglia che il loro numero diminuisca. Ancora nel 1953 in U.S.A., credendo erroneamente che l’insufficienza dei medici risiedesse nel loro numero (allora di 220.000), mentre era una crisi di presenza spirituale, il National Manpower Council aveva chiesto la «produzione» supplementare di almeno 40.000 medici nel successivo decennio. Oggi in U.S.A. i medici sono saliti a oltre 330.000, ma nei vent’anni trascorsi si è osservato un declino del 42% nei medici di famiglia il cui rapporto numerico è attualmente di uno su tremiladuecento abitanti (pari a quello cioè delle zone europee depresse, superiore persino alla quota individuale del N.H.S. inglese), mentre sono molto aumentati gli specialisti.

In grazia della sempre più larga disponibilità di mercato, è oggi facile che il paziente ricorra direttamente ad essi scavalcando l’introvabile medico di famiglia. Cosicché accade sempre più spesso che gli aerofagici vadano dal cardiologo, e gli epatopazienti dall’otorino, per ronzii e vertigini! Naturalmente – se lo specialista non è anche un ottimo medico generale – restano come prima e peggio. Ma se gli capita di guarire incorrono in un danno ancora peggiore. Infatti soggiacciono a una concatenazione mentale perfettamente logica ma sostanzialmente errata del tipo seguente: sintomo = ricetta = medicamento che guarisce! Da essa paradossalmente è scomparso il «taumaturgo» cioè l’uomo investito del potere divino della guarigione. Ma quando il paziente recupera la sua figura globale, allora, avvertendo acutamente la carenza dei fattori umani nella medicina (che lui stesso ha contribuito a creare) si butta alle critiche più feroci e talora gratuite. Ne dà uno sconfortante elenco il Medical World News (gennaio 1968), riferendo un’inchiesta finanziata dalla American Academy of General Practice. La maggioranza dei pazienti ha fiducia nei propri medici, ma li ritiene in genere assai poveri di calore umano. Nel 75% si considerano ben curati, ma solo il 24% giudica il medico medio appassionato del suo lavoro. Un accenno particolare meritano gli aspetti finanziari della medicina, perché doppiamente illuminanti, sotto il profilo sia individuale sia sociale (esigenza di una fornitura a spese della comunità): i pazienti lamentano in massa che i costi sanitari siano saliti alle stelle.

La fame di medici veri. – La Los Angeles County Society ha pubblicato una ricerca secondo la quale «solo una su quattro volte le lamentele finanziarie dei pazienti sono giustificate». Nelle altre tre, invece, le lagnanze monetarie mascherano motivazioni connesse con scarsità di comunicativa umana e incomprensione. Sarebbero quindi solo il sintomo di una frattura o di una insoddisfazione nel rapporto medico-paziente e ancor più, secondo il Dr. A. Beckmann della Columbia University, «di una enorme ostilità intrinseca verso il medico».

Considerato che da sempre la comparsa del medico è connessa alla fase sgradevole e squilibrante della malattia, è chiaro che l’ostilità non riguarda il medico ma invece la sua insufficienza ad essere ciò che il paziente vorrebbe che fosse per lui. Tant’è che, a fianco delle critiche, la stessa inchiesta ha fatto emergere modelli particolari di medici reali, accettabili e desiderati; non a caso essi si distinguono per le superiori caratteristiche umane assai simili a quelle della figura tradizionale del medico, che risulta un elemento preminente – anche in una società superficialmente avida di tecnicismo – per l’efficienza terapeutica globale. Esistono d’altronde, proprio in U.S.A., conferme di massa di questa fame insoddisfatta di medici veri. Basta ricordare che i programmi televisivi più seguiti (nel 1962) furono quelli impostati sul chirurgo Ben Casey e sul dottor Richard Kildare (rilanciato quest’ultimo con uguale fortuna in Europa). Come ognuno di noi ricorda, era una serie apparentemente monotona di casi clinici, alla cui risoluzione contribuiva però, in modo determinante, la partecipazione umana del medico alla crisi umana del paziente. I motivi del successo? «Viviamo nell’era dell’ansia», ha spiegato il professor S. Jaffe, uno dei supervisori della serie, «e il pubblico ha un bisogno continuo di aiuto e di sicurezza: i medici, quelli veri, anche se personaggi della TV, costituiscono una delle risposte più efficaci a questo bisogno».

Ma come sono i medici oggi? La verità nuda e cruda (per ridirla come il manuale dell’O.E.O. citato all’inizio) è che il medico non è più quello di una volta; ma – a differenza di quel che pensa l’O.E.O. – non perché è più occupato per mantenersi efficiente, ma proprio perché è più efficiente, quindi più certo di stravincere tecnicamente, più superbo dei suoi mezzi, meno umile sul piano umano. Questo complesso di superiorità tecnica (temperato solo in personalità eccezionali da un altrettanto ipertrofico sviluppo delle qualità umane e umanistiche) comporta il rischio di minare alla base il rapporto di solidarietà tra chi richiede e chi dà l’assistenza, che i corsi di studio dimenticano.

Si può ricordare, come esempio di una critica costruttiva all’attuale sistema didattico, l’esperimento di cura domiciliare (Medicaid) messo in atto presso la Tufts University di Boston dal professor Hyman Shrand (pediatria e medicina preventiva). Oltre al lavoro nell’ospedale, Shrand invia presso le famiglie gli studenti degli ultimi anni, abbinati a un medico, ponendoli così a contatto con il sottofondo umano della malattia nelle sue meno mascherabili espressioni. I risultati? Per Shrand il più evidente beneficio dell’intero programma consiste nella sua «umanità». «Oggi non è più necessario discutere i vantaggi del curare i bambini nelle loro case, circondati da quelli che li amano. È invece nuovo ed eccitante registrare i dividendi emotivi accumulati dagli studenti nel contatto con i pazienti a domicilio. I nostri studenti di clinica arrivano a noi come indiscusse autorità in medicina molecolare. Registriamo invece la loro piacevole sorpresa, quando si rendono finalmente conto che il nucleo essenziale della medicina non è la membrana cellulare, ma piuttosto l’essere umano nella sua integrità».

Il concetto qui espresso clinicamente da Shrand costituisce il nucleo intimo di quella Medicina-Uomo che la presente ricerca propone, a vantaggio comune di se stessa e dell’uomo. Ma deve trattarsi sostanzialmente di un assenso sentimentale e quasi fideistico (un ribattezzarsi dunque, come è già stato detto), piuttosto che un giochetto burocratico-amministrativo, come quello inventato dall’O.E.O. È chiaro infatti che, se il medico moderno ha perduto l’umanità, è a lui stesso che occorre ridarla, non a un subalterno «specialista in rapporti umani» al quale il paziente rifiuterebbe l’assenso sentimentale profondo.

Corvisart, il medico di Napoleone, all’imperatore che si rotolava sul tappeto giurando di essere stato avvelenato, gridava con veemenza: «Vergognatevi, Sire; la vostra è vigliaccheria. Non avete che crampi allo stomaco. Alzatevi!». E Bonaparte «guariva». «Non credo alla medicina» diceva, «ma credo in Corvisart». C’è forse qualcuno così ingenuo, da credere che lo stesso effetto sull’imperatore, colto da una crisi acuta di ansietà, l’avrebbe avuta la spiegazione in linguaggio comune dei referti biochimici del succo gastrico, fattagli da una comare patentata sia pure abbigliata da merveilleuse neoclassica?

L’angoscia del medico. – Come l’imperatore dei francesi, anche il più disincantato cittadino dell’era dei jet crede ancora nel medico, quando ha la fortuna di incontrarlo (ha imparato però a riconoscere, sempre più acutamente, la differenza tra questo raro esemplare e il semplice «laureato in medicina» che una volta coincidevano, nella sua stima ed opinione). Ma, a documentare la enorme crisi professionale della medicina attuale, diventa oggi addirittura lecita questa domanda paradossale: «Siamo sicuri che almeno i Corvisart credano ai Corvisart?».

Infatti da alcune evidenti situazioni di malessere individuale e collettivo sembra purtroppo di no. Anche (e si può dire soprattutto) i medici più degni di tale qualifica avvertono una dolorosa incertezza sul loro significato e sulla loro utilità per l’uomo, in questo tempo di metamorfosi della medicina.

Uno di questi e J. Hamburger, direttore del Centro nefrologico all’ospedale Necker di Parigi. In un saggio del 1972 (La puissance et la fragilité) analizza con esattezza scientifica, sotto la quale tuttavia traspare l’angoscia ad ogni pagina, la situazione straordinariamente sofferta del medico appunto perché per la prima volta veramente padrone - con le sue scelte - del destino e della vita di chi gli si affida.

Il contrasto tra la «potenza» e la «fragilità» si ripropone oggi quasi ad ogni suo intervento, e diventa lo stress di tutta la vita, alla drammatica ricerca di una certezza che continuamente gli sfugge. Un tempo essere medico era molto più semplice (eppure un’inchiesta U.S.A. del 1950 accertava già per i medici una incidenza di infarti cardiaci del 330% rispetto alla media generale): si poteva fare relativamente poco contro le malattie, ma quel poco non costringeva a pesare le alternative tra due rischi, sempre più spinti quanto più l’intervento può risultare efficace. Chi ha la responsabilità (globale) del paziente è sempre più costretto a delegare la sua scelta ai superspecialisti depositari di un sapere settoriale maggiore del suo; e ciò non contribuisce a lasciarlo tranquillo.

Hamburger riconosce la continua e progressiva distanza tra le conquiste ultime della scienza e la loro nozione nel campo medico generale. E propone una rete di terminali ai quali qualsiasi medico in professione possa attingere, momento per momento, la più aggiornata «conoscenza obiettiva».

Sennonché a questo punto si scontra con l’esigenza giornaliera della scelta singola per l’uomo singolo. Si accorge allora che essa si trasforma, da puro fatto tecnico, in un preciso caso morale da risolvere volta per volta; e ancora che la mitizzata conoscenza obiettiva, le cui certezze nascono dalla misura della realtà in termini probabilistico-statistici, non gli può essere di alcun aiuto esattamente perché – in ordine alle stesse leggi della probabilità – le certezze statistiche risultano completamente inapplicabili alla problematica del caso singolo, riproposto dunque ogni volta alla sua personale scelta, contesta di dubbi e d’angoscia. Hamburger giunge perciò a proporre un accordo tecnico «da parte di ricercatori professionisti» sui criteri da adottare nelle scelte «etiche»; e non si accorge così di cadere in uno schema deterministico, alla lunga più stressante e più antiumano di quella stessa angoscia che vorrebbe annullare o ridurre.

Egli, inoltre, trascura la probabilità zero che quell’accordo fra tecnici da lui auspicato possa mai verificarsi. Difatti il profeta moderno più noto della «conoscenza vera od obiettiva» espressa in termini apparentemente rigorosi di caso, necessità e selezione, è il suo compatriota J. Monod, premio Nobel 1965 per la medicina e fisiologia, attribuitogli per le ricerche sull’informazione genetica e sulla biologia molecolare. Ma il suo vangelo (Il caso e la necessità) riesce ad estrarre dalla esperienza di ricerca, riproposta con drammatico stile e affascinante linguaggio, non altro che una risposta già nota e screditata al quesito fondamentale del «perché viviamo». Per dichiarazione medesima di Monod ad Hamburger (v. Cambiare il destino: colloquio tra J. Hamburger e J. Monod in «Panorama», n. 366, 1973) la sua tesi conclusiva si riallaccia al positivismo scientifico di Comte e alla teoria sintetica di Haldane, Huxley (J.), e Simpson, entrambe già largamente superate.

Lungi da noi l’idea di entrare qui nel merito della tesi di Monod; ci importa tuttavia ricordare che un biologo almeno altrettanto grande, quel F. Jacob che, guarda il caso, ha ottenuto anch’egli il premio Nobel per la medicina e fisiologia, per lo stesso anno 1965, e per ricerche nel medesimo campo della biologia molecolare e genetica come Monod (e perciò a lui abbinato) afferma e dimostra, nel suo volume La logica del vivente esattamente il contrario di quest’ultimo. Di fronte ai medesimi fatti sperimentali, avvicinati forse con un maggiore rispetto che gli rivela le lacune sempre più intime della loro «conoscenza scientifica», F. Jacob si trova costretto, con pieno rigore epistemologico, ad avanzare una lunga serie di interrogativi «tecnici» esattamente là dove J. Monod precede con certezza dogmatica nel «panbiologismo molecolare» e nelle sue conseguenze meccanicistiche, persino per l’uomo. Mentre Monod si rivela dunque «riduzionista» (cioè intende l’organismo come un tutto che può essere spiegato in base alle sole proprietà delle sue parti componenti), Jacob si dichiara apertamente «integrista» (cioè si rifiuta di pensare che tutte le proprietà di un essere vivente, il suo comportamento, le sue attività, possano essere spiegate sulla base delle sole strutture molecolari. Il tutto, insomma, non è semplicemente la somma delle parti).

Questo atteggiamento più aperto gli ha fatto dire in una intervista del 1972: «Non è un caso che tutte le grandi scoperte contrastassero con la verità del momento in cui nacquero: qualcosa che non collimava con la “spiegazione del mondo” in quel momento accettata… La verità ha una durata effimera, e già in questo sta la punizione del conoscere. Il sapere non è fatto per consolare: disinganna, inquieta, ferisce».

È la risposta più certa – e più deludente – alla ricerca appassionata ma ingenua di Hamburger. Dunque il medico di oggi, nell’esercizio cosciente della sua professione, resta solo, non essendogli possibile sperare in alcuna comoda delega di responsabilità, neppure verso l’«onnipotente» scienza dell’ultimo minuto. Questo è appunto il sigillo infrangibile della sua terribile crisi nel mondo moderno, «esplosione atomica» di un esame di coscienza iniziato 80 anni fa e tuttora ben lungi dall’essere concluso.

Capitolo VI – La rivoluzione tecnologica: l’uomo scompare

Nel capitolo precedente è apparsa per un attimo alla ribalta (per invito di J. Hamburger) la gigantesca protagonista extraumana della medicina moderna, cioè la tecnologia.

Ogni mestiere, professione o arte, per non parlare delle scienze (e la medicina è stata ed è tutte queste cose insieme…) si è valso nei secoli di uno strumentario tecnico via via più perfezionato, come espansione artificiale dei suoi strumenti naturali (occhio, orecchio, mani…). A un certo momento storico, circa un secolo fa, la tecnica delle macchine ha sviluppato prodotti così raffinati da riuscire a sostituire quasi tutto l’uomo (come animale da fatica o da traino, come schiavo e come artigiano) dimostrandosi più efficienti e meno costosi di lui. Che questa rivoluzione delle macchine sia all’origine insieme dello smodato progresso e della decadenza umanistica e morale delle società occidentali è cosa ormai ovvia. Meno ovvia è la considerazione che essa ha falsato con la troppa facilità i valori meno deperibili dell’intelletto umano. Così i pittori e gli scultori, finché avevano nei loro corredo tecnico, dalla preistoria in poi solo i pennelli e gli stili, il mazzuolo e lo scalpello hanno prodotto faticosamente opere da museo capaci di parlare al cuore di tutti; oggi che si valgono di martelli pneumatici e di presse, e di materie plastiche che consentono ogni ardimento e avventura, quasi tutta la loro produzione – anche se lucrativa come non mai – appare incapace di sollecitare qualsiasi colloquio sentimentale.

La tecnica in medicina. – Quale partecipante alla realizzazione dell’uomo, neppure la medicina poteva sfuggire al medesimo destino. Ma diversamente dal mezzo di trasporto e dall’arte informale – dei quali si può anche fare a meno, restando ugualmente vivi – la sua degenerazione tecnologica rivela in sé i  germi già rigogliosi di una tragedia globale, destinata a coinvolgere non solo la sua espressione formale (la professione), non solo quella sostanziale (l’amore verso gli uomini), ma addirittura la sua efficienza e utilità, e alla fine persino il suo oggetto (cioè l’uomo stesso, tanto come medico, quanto come paziente).

Dall’inizio dei tempi fino ad un molto prossimo ieri, il medico di fronte al malato doveva raccogliere gli elementi del giudizio solo attraverso i mezzi sensoriali naturali: il suo «occhio clinico», il tatto delle mani sulla pelle e contro i visceri, l’odorato (nelle gangrene e nel colera, nella peste), l’orecchio nudo sul torace, persino il gusto (se assaggiava, come usava nel ’700, l’urina del suo paziente, alla ricerca del diabete mellito, cioè dolce!) ma null’altro di più. II tecnicismo medico era quasi inesistente: per la diagnosi (extraradiologica) della pleurite essudativa si usava la succussio hippocratica (lo scuotimento del paziente, inventato da Ippocrate); ma non la percussione digitale, che oggi didatticamente la precede, perché essa fu introdotta in clinica solo nel 1786 da Jean N. Corvisart des Marets, il già ricordato medico di Napoleone, che l’aveva vista usare dai bottai delle sue tenute, per riconoscere il livello del vino attraverso la parete opaca dei tini.

Esisteva già naturalmente (come di tutte le scoperte occidentali, dalla polvere da sparo agli spaghetti ai razzi) un precedente tecnico in Cina; a parte la acupuntura vecchia di cinquemila anni, Ch’in Yuch-jen aveva descritto, nei V sec. a.C., le «74 varietà diagnostiche del polso», rielaborate in forma perfetta verso il 280 d.C. da Wang Shu-ho nei dieci volumi del Mo-ching (Canone del polso). Ma si trattava, secondo la comune opinione, di una fra le tante panzane antiscientifiche affastellate dal veneziano Marco Polo nel suo Milione (ca. 1300 d.C.), quindi indegne di essere ricordate.

Persino il più semplice rilievo quantitativo, tanto naturale oggi che il paziente motiva su di esso la richiesta di visita («Dottore, il mio bambino ha 39° di febbre…») e addirittura neonato, rispetto alla età incommensurabile della cura dei malati: infatti la misura clinica della febbre, per mezzo del termoscopio di Galileo, fu introdotta da Santorio Santorio, professore a Padova, nel 1615. E lo stetoscopio da auscultazione da R. Th. Laennec nei 1815; le prime somministrazioni non orali dei medicamenti da Ch. G. Pravaz nel 1830, con l’invenzione dell’ago cavo e della siringa; la misurazione della pressione arteriosa dal varesino S. Riva-Rocci, 1895; e nello stesso anno, con la scoperta dei raggi X da parte di W. Roentgen, il medico acquisiva la magica potenza di vedere dentro nell’uomo, senza ferirlo.

Dai primi del ’900, seguendo il solito schema del sinusoide smorzato, le scoperte si fanno sempre più frequenti ma insieme sempre più specialistiche: nel 1903 l’elettrocardiogramma (E.C.G.) con C. Matteucci e W. Einthoven; nel 1929 l’elettroencefalogramma (E.E.G.) con H. Berger; negli anni ‘30 la radio stratigrafia, negli anni ‘50 la roentgencinematografia e via, orma all’infinito. Molti degli apparati strumentali relativi a questa ondata di tecnicismo, scintillanti di cromature e affollati di quadranti dei cruscotti di un Jumbo, ingombrano gli studi dei neolaureati, arredati a spese e cura della famiglia, a partire dall’ormai onnipresente apparecchio radiologico. Ma purtroppo il più delle volte la loro funzione è prevalentemente di  Status symbol» piuttosto che di utile sussidio diagnostico.

A parte l’enorme spesa d’impianto e di esercizio che la medicina strumentale comporta, interessa qui rilevare due gravissimi pericoli ad essa strettamente correlati. Il primo riguarda il mito della infallibilità dei mezzi tecnici e dei loro referti, tanto più radicato quanto meno ciascun medico ne ha diretta conoscenza(e con ciò l’esatta nozione delle possibilità statiche di errore) da esso consegue l’abdicazione frequente del medico ai suoi mezzi umani, considerati a torto insufficienti e tecnicamente obsoleti di fronte a quelli extraumani.

Il secondo pericolo si identifica con l’essenza stessa dell’esplosione tecnologica. Dopo la produzione di apparecchi meccanici sempre più perfezionati, l’elettricità li ha resi ancora più  efficienti, e infine l’ingegneria elettronica li ha mitizzati. Non tanto per averli miniaturizzati comprimendo in volumi minimi delle capacità favolose, ma piuttosto per l’atmosfera messianica che ha circondato l’utilizzazione sociale e scientifica degli ordinatori o computer. (Per esempio all’inizio, e in gran parte anche oggi, non è possibile acquistarli ma solo affittarli il che li parifica, giuridicamente, ad uomini liberi invece che a schiavi  meccanici!).

Il riconoscimento tecnico delle capacità straordinarie dei computer, tanto superiori per volume mnemonico e per supposta velocità elaborativa a quelle del cervello umano, si è trascinato appresso, disgraziatamente, anche l’equivoco di una loro inesistente superiorità a livello di scelta critica, che invece è a loro totalmente negata. Per questo è stata definita ingenua la proposta di J. Hamburger, circa il ricorso ai mezzi tecnologici come a un «deus ex machina» in grado di risolvere i terribili problemi informativi, ma soprattutto etici, che assillano l’esercizio moderno della medicina. è assolutamente irrazionale credere che il libero accesso ai terminali possa riprodurre, per lo stregone moderno quel legame esclusivo con la divinità nel quale risiedeva la radice della dignità e della potenza del suo arcaico collega tribale.

L’ente superiore di quest’ultimo (almeno nell’opinione sua e dei malati, quindi come «fede guaritrice») era onnipotente; il computer supremo del mondo, anche se avesse nei suoi tamburi di memoria tutta la scienza in continua espansione, non sarebbe neppure onnisciente. Per questo l’attuale esplosione tecnologica, a chi la esamini senza pregiudizi, riecheggia, magari per un impulso del subconscio, un sottofondo musicale denso di aspettazione fremente, avviato a un crescendo sabbatico e a una tempesta orgiastica incontrollata. Lo stesso cioè dell’apprenti sorcier del poema sinfonico di Dukas, che scatena le potenze infernali ma non riesce più, in assenza del suo «primario mago», a tenerle sotto controllo, finendone a sua volta – controllato e travolto.

L’esplosione della tecnologia.- Tuttavia, per quanta forse irriverente, è difficile sottrarsi al medesimo accostamento anche analizzando razionalmente il fenomeno. In questi tempi di medicina per tutti la tecnologia sanitaria e la bioingegneria sembrano promettere la soluzione di ogni problema di programmazione e di gestione; per questo raccolgono adesioni sempre più vaste, come documenta la nascita, quasi a ritmo di fissione nucleare, di sodalizi ad esse dedicate: in U.S.A. per esempio il Committee on Interplay of Engineering with Biology and Medicine (della N. Acad. Eng.) nei 1967, la Biomedical Engineering Society nei 1968, la Medical Electronics Section (della E. Industries Assoc.) nel 1969, la Society for Advanced Medical Systems nel 1969 e così via in tutto il mondo, da allora.

Tuttavia di fronte a una valanga così improvvisa di studi, progettazioni, applicazioni pratiche della tecnica elettrica ed elettronica in tema di salute, di perfetti studi teoretici e applicativi di sistemistica volti a ogni fine sanitario, desta una certa perplessità la grave carenza di ricerche relative al significato e alle interazioni del fenomeno, massiccio e deflagrante, con la nostra attuale realtà psicosociale. Dopo il grandissimo Wiener, ben pochi se ne interessano. Ed è colpa pesante perché quando i mutamenti sociali, da ordinati e progressivi, si fanno – come ora – improvvisi, urgenti e rivoluzionari, nasce su di essi (J. Whittico jr.) «l’eta del discontinuo e dell’incongruo».

Che la tecnologia aiuti gli uomini, nessuno l’ha messo mai in dubbio. A differenziarci radicalmente dagli animali bastano la ruota e il fuoco, con le loro infinite conseguenze. Tra le quali, a tempo debito, è giunta la mongolfiera cantata dal Monti, e il traforo del Fréjus immortalato nel «Ballo Excelsior» quando ancora la scienza e la vita camminavano sottobraccio, mutualmente spianandosi le difficoltà dell’esistenza. Ma nessun poeta ha cantato la nascita ben più importante dell’UNIVAC né dei calcolatori della seconda generazione. Non per disinteresse, forse, ma come riflesso dell’indigestione tecnica. In virtù d’essa le promesse della tecnologia ci hanno quasi reso impossibile il vivere, appunto perché mantenute. In una sua relazione (Los Angeles 1965) l’allora presidente della American Medical Association, J.Z. Appel, ricordava che «oltre il 90% degli scienziati di tutta la storia umana sul pianeta Terra sono vivi e lavorano oggi. E le conoscenze mediche sono cresciute più negli ultimi 30 anni che in tutto il resto della storia umana». Ma il futuro ci riserva di peggio: «l’ampiezza di queste conoscenze, in crescendo esponenziale, ha già superato in volume tutta la materia medica insegnata e studiata dieci anni fa». Ciò equivale a dire che nessuna istruzione medica può mai aspirare ad essere completa. Ne consegue che la stessa istruzione, ormai indominabile non soltanto dal proverbiale uomo solo ma neppure da una singola specializzazione (che infatti si scindono a ritmo accelerato), riesce a conferire al neolaureato un intossicante miscuglio di orgoglio e spesso di superbia pubblica, ma insieme di insicurezza privata laddove la piccola scienza antica, conscia dei suoi invalicabili limiti, conferiva ai medici la giusta miscela di umiltà e di sicurezza (entro quei limiti) che li rendeva preziosi e benefici.

Tecnologia «bianca». – Naturalmente, come per la magia la Kabbala insegna che esiste la bianca (benefica per l’uomo) oltre alla nera (malefica), anche la tecnologia rivela una estrema potenza di bene, innegabile e affascinante. Per riferirci solo alle sue implicazioni sanitarie, la tecnologia bianca ha reso possibile il godimento di massa di un prezioso e dimenticato aforisma di Ippocrate: «La salute dipende dal tempo, ma spesso anche dalla opportunità». L’opportunità originaria, per esempio, è quella dell’incontro spazio-temporale tra il malato e il medico, una volta reso estremamente difficile dalla mancanza di mezzi di comunicazione. L’automazione, preziosa per i costi nell’industria, può essere applicata con vantaggio anche in medicina allo svolgimento di lavori ripetitivi di grande massa, dove la pazienza umana si esaurisce a scapito dell’attendibilità (analisi biochimiche e di laboratorio; registrazione e aggiornamento di cartelle cliniche; e tutto il fardello burocratico che ruba al pensiero medico larghissime somme dello scarso tempo disponibile).

A livello della precipua specializzazione dei calcolatori (cioè non tanto la semplice raccolta mnemonica ma la elaborazione significativa di dati biomedici di massa), la loro introduzione ha prodotto un risultato prezioso mai raggiunto in millenni di arte medica: ha cioè richiesto ai medici di quantizzare e definire i fenomeni normali e patologici, per renderli idonei al confronto statistico; un esame di coscienza scientifico, euristicamente benvenuto. Ancora più essenziale e l’apporto della teoria dei sistemi all’inquadramento matematico della logica medica, con la pressante compulsione (sia in diagnostica sia in terapia) a tenere conto solo dei concetti e dati fondamentali, eliminando spietatamente quelli superflui.

Importantissima la possibilità, data dalla combinazione automazione-calcolatori, della creazione e applicazione di sistemi di «pattern-recognition» (riconoscimento formale), in ordine ai quali è possibile eseguire l’analisi istantanea di significatività delle onde ECG ed EEG, e dei cromosomi cellulari, con precisione maggiore di quella del controllo umano. Infinitamente prezioso – per l’enorme risparmio di tempo, ricordando che il calcolatore opera in tempo reale cioè dà la risposta nel tempo stesso in cui gli si pone la domanda – il lavoro dei computer nella archiviazione dei dati relativi alla letteratura medica, ormai impossibile per chiunque, per la solita crescita esponenziale (sistema MEDLARS [= Medical Literature Analysis Retrieval System] e altri). è sufficiente imparare il linguaggio dei calcolatori, uno qualsiasi dei molti già disponibili (FIDACSYS, BUGSYS), per chiedere al computer centralizzato, da un qualsiasi terminale o per telefono, come a un enciclopedico direttore di cattedra sempre disponibile, la soluzione di qualsiasi dubbio tecnico. Oltretutto il calcolatore, se collegato telefonicamente a una biblioteca medica (come è già stato attuato alla Harvard Medical School) si aggiorna continuamente da solo. Ma, la risposta, esatta, verrebbe in termini di probabilità statistica, perciò tanta più vera quanta più la statistica è ampia, perciò tanto meno applicabile all’angosciante caso singolo, e del tutto inutile per l’etica della scelta, come abbiamo già visto.

Altri tre grandi benefici della tecnologia elettronica sono: a) il monitoraggio continuo o periodico, ospedaliero o ambulatorio (nel senso proprio, cioè col paziente che cammina, portandosi sotto l’ascella una scatoletta miniaturizzata che registra tutto di lui, e lo trasmette a un centro di controllo); b) l’uso dei calcolatori come macchine insegnanti a disposizione dell’enorme numero e dell’insufficienza didattica degli studenti in medicina. Non è fantascienza. L’uso dei calcolatori per il «gioco dei dirigenti» è già una realtà, adottata da alcune grandi società americane. Infine, c) la possibilità, considerata la raccolta automatizzata dei reperti e la loro elaborazione in tempo reale della realizzazione degli AMHT (Centri multifasici di controllo della salute), sull’esempio del primo, il celebre Kaiser Permanente of  North California.

Tecnologia «nera». – C’è però l’altra faccia della medaglia, quella nera, che paradossalmente dipende dall’ipertrofia, insostenibile biologicamente, delle promesse tecniche mantenute.

Cominciamo dalla famosa «opportunità» di Ippocrate. L’auto ha finalmente avvicinato, nel momento del bisogno, il paziente e il medico. Ma ora per il traffico caotico delle città torna ad allontanarli, questa volta senza alcuna speranza di soluzione. è così che (J. Truxal, 1969) per far giungere un traumatizzata in ospedale occorrevano solo 22′ nel Vietnam (zona di guerra) e 45′ a New York. E per la stessa ragione E. H. Bishop, ginecologo americano, ha dedicato serie ricerche alla previsione del travaglio di parto (misurazioni pelviche), avendo riscontrato che, in determinate ore del giorno, il trasporto in ambulanza dal domicilio al più vicino ospedale ha elevate probabilità di finire con un parto in ambulanza, nel mezzo di una coda ad un semaforo. Più traumatizzante e pericoloso dunque di quello tradizionale e sottosviluppato di una donna Bantu appesa ad un albero, e aiutata dalle comari più esperte del villaggio.  L’automazione è teoricamente la panacea di ogni problema nell’industria lo dimostra ogni giorno, adeguandosi perfettamente alla natura dei servizi ivi richiesti (ripetitivi, con interventi decisionali semplici) e ai problemi di sviluppo. Sennonché «nella cura della salute (C. D. Flagle, 1969) non esistono alternative più semplici delle procedure tradizionali»; ciò conduce, fatalmente, all’esigenza teorica e pratica (R. Rushmer, bioingegnere dell’Università di Washington, 1969) di una continua iperspecializzazione orizzontale e verticale, circoscritta a categorie sempre più ristrette perché possano risultare omogenee e quindi automatizzabili. è chiaro che l’estrapolazione terminale del concetto condurrebbe al reparto iper-specialistico per il paziente singolo.

Collegata a questa impostazione è la richiesta sovrabbondante di medici, sempre più numerosi ma sempre più insufficienti. Sono già superate le cifre previste da Appel a Los Angeles, quando giudicava che, col tasso di richiesta presente «i medici in USA avrebbero dovuto essere, nel 2000, circa 550.000».

In realtà nel 1969 erano già diventati (E. Egeberg sottosegretario del HEW) 324.000, ma sempre più scarsi cosicché non ha più nemmeno sapore di paradosso l’affermazione di R. Fein (The Doctor Shortage: an economic analysis, Wash. 1967) secondo il quale, continuando così l’incremento di popolazione e la espansione della domanda, «fra 50 anni sarebbe necessaria metà della popolazione, per curare l’altra meta». Quanta alla codificazione esatta dei dati, purtroppo in medicina non tutto è quantizzabile (per esempio gli stati d’animo) e il confine tra dati fondamentali e superflui è quanto mai aleatorio. è esattamente qui – infatti – che si applica l’affermazione di A. Chapomis (1965) relativa alla «documentata superiorità dell’uomo sul calcolatore, a livello della percezione e della sintesi complessa».

Ma esiste un pericolo ancor più serio, e soprattutto progressivo: la delega continuamente dilatata di responsabilità alla tecnologia disabitua i medici all’esercizio non assistito della loro arte. E non si parla della iperspecializzazione e della responsabilità suddivisa, ma del fatto che già oggi ben pochi medici si fidano a fare diagnosi senza radiografie, e perciò molti tisiologi non sanno più auscultare il torace, molti urologi e ortopedici trascurano di palpare il paziente; e domani sarà così per tutti, senza eccezione.

D’accordo che la medicina è così affascinante da attrarre persino i computer: il calcolatore dell’università del Missouri, programmato per scegliersi un lavoro, si è proposto per l’insegnamento medico, la ricerca, la diagnosi e la terapia (Appel, 1965)! Ma la delega totale della pratica e dell’aggiornamento condurrebbe senz’altro all’atrofia e alla rigida dipendenza fattuale e psicologica dal dio-calcolatore.

Se venisse la guerra atomica, come ci troveremmo, con i calcolatori distrutti? Anche questa non è fantascienza: quando alle 17,15 del 9 novembre 1965 la rete di energia (controllata dai calcolatori) saltò, e mise al buio 30.000.000 di americani in nove stati e tre province canadesi per dieci ore, anche i calcolatori si spensero. L’equilibrio mentale della comunità restò affidato a un fattore imprevedibile, cioè alle universali radioline a transistor che mantennero i contatti interpersonali e impedirono il panico e la catastrofe. Ma se già allora gli interventi medici li avessero eseguiti i computer, invece che medici, uomini al lume di candela, come sarebbe finita? Si potrà obiettare l’eccezionalità dell’evento; e allora restiamo pure sul concreto terreno di ogni giorno.

In quest’ultimo quarto di secolo le realizzazioni della medicina tecnologica hanno espanso esponenzialmente la domanda, senza prima espandere la capacità del sistema. E le spese sanitarie crescono ovunque al mondo fino ad essere insostenibili. Ma di questi due argomenti, e dei loro pesanti riflessi psicosociali e socioeconomici, discuteremo in un prossimo capitolo. Qui vogliamo per ora accantonarli, limitandoci ad illuminare il paradosso sempre più grave e contestabile del «discontinuo e incongruo» che la tecnologia offre all’umanità, per la sua stessa benefica natura.

Quella meraviglia tecnica che è un AMHT (il centro multifasico di salute), smista in un anno un massimo di 30.000 pazienti, al ritmo vertiginoso di uno ogni quattro minuti di tempo operativo. Ne esistono negli USA circa 140, ma per coprire uniformemente tutta la popolazione attuale ne occorrerebbero (J. Truxal) circa 4.000. Ora anche ammesso di spremere dalle tasche dei contribuenti gli altri 12 miliardi di dollari necessari non si tratta solo di una questione di finanziamento.

Le nuove macchine tecnologiche possono essere anche fornite, ma esiste chi «le faccia andare»? II prof. P. Stefanini, al Convegno ANIPLA di Milano (gennaio 1971) su «L’automazione nella assistenza sanitaria» ha lamentato la gravissima scarsità di personale tecnico in grado di operare con i microscopi elettronici, la macchina cuore-polmoni, i nefro-dializzatori. Anche ammettendo che questo paralizzante problema di uomini possa essere risolto (forse con i supercomputer?) i più recenti sviluppi dimostrano che il progresso tecnologico sta divorando se stesso. Infatti anche i plus ultra AMHT, nei quali i programmatori politici ripongono le più rosee speranze di una difesa sanitaria di massa, risultano già concettualmente e praticamente superati! Essi forniscono in tempo reale, analizzando automaticamente il sangue prelevato dal paziente, una impressionante lista di misure quantitative delle costanti biologiche: dal numero degli eritrociti per millimetro cubico al tasso di emoglobina; dalle concentrazioni dei sali (di magnesio, calcio, fosforo, ferro, potassio, sodio) a quelle del colesterolo, dei lipidi, della bilirubina, persino il tenore dei principali enzimi normali e patologici (dalle transaminasi [GOT e GPT] alle LDH, HBDH, GLDH, CPK, G – 6 – PDH ecc., ecc.).

Sennonché, a parte i dubbi sempre più documentati sulla attendibilità singola dei reperti, sta crescendo nei loro confronti (e nei confronti addirittura di tutta l’enorme massa di esami di laboratorio finora immessi nei calcolatori centralizzati) una demolitiva critica di fondo sulla utilità diagnostica dei dati istantanei. Il più recente Simposio sulla Strutturazione del laboratorio moderno (Mannheim, Germania, 16 gennaio 1974) ha concluso unanimemente «che gli esami effettuati su campioni isolati (che costituiscono oltre il 99% delle analisi chimico-cliniche attuali) non riescono a mettere in evidenza la “regolazione biologica”. Quest’ultima, cioè la variazione nel tempo dei valori (che esprime in numeri non altro che l’incessante pulsare della vita), può essere rilevata solo attraverso il monitoraggio continuo (come si fa già, oggi, nelle cosiddette unita coronariche, per i seguenti parametri biologici: ECG, battito cardiaco e aritmie, pressioni arteriosa e venosa, ventilazione polmonare, gittata cardiaca, temperatura, EEG). è certo tecnicamente possibile ricorrere all’impiego di autoanalizzatori da 6 a 12 canali per ottenere misurazioni continue in vivo; i costi divengono però proibitivi e le difficoltà assai maggiori. Ciò nondimeno, nel prossimo futuro, l’analisi dei singoli valori biologici verrà relegata a un ruolo piuttosto secondario e cederà il passo a taluni monitoraggi importanti».

Quello che il Simposio non ha detto, ed è il risvolto tragico del nuovo fatale «progresso», è che l’impiego dei 6-12 canali per un giorno soltanto per ogni caso ridurrebbe la capacità di un AMHT a un centoventesimo di quella attuale. Perciò, per soddisfare le esigenze dell’intera popolazione U.S.A., ne occorrerebbero non più 4.000 ma centoventi volte di più, cioè 480.000, instaurando con questa sola ipotesi un clima di paranoia organizzativa o, più semplicemente, l’annullamento di ogni ambizioso programma di massa. A meno che gli AMHT selezionino fra tutti i cittadini i rari eletti ai taluni monitoraggi importanti. Ma come e chi sceglierà? Tra i negri o tra i WASP1 tra i nordisti o tra i sudisti, tra i grassi o tra i magri, o magari con una lotteria nazionale? E gli esclusi, tuttavia paganti come chiunque altro il servizio, come reagiranno?

Qui basta solo segnalare che, per sua stessa ammissione, dalla medicina tecnologica è finalmente scomparso (oltre al medico) anche l’uomo che essa cerca di analizzare. Non è infatti possibile dare altra interpretazione al rifiuto della validità dei reperti isolati; la stessa sorte, in breve tempo, subiranno anche i previsti fasci temporali delle costanti biologiche per quanto estesi. Ciò significa la cruda ammissione, per la medicina tecnologica, della incapacità a circoscrivere l’uomo (o a riprodurlo nella sua integrità) in formule analitiche per quanto complicate e costose.

Riemerge qui, ancora, il dilemma non risolto tra l’orgoglioso e falso riduzionismo di Monod e l’integrismo di Jacob, matrice dell’angoscia globale di Hamburger. E tuttavia la stessa ammissione di sconfitta, che in chiave negativa appare ai superficiali come un difetto scientifico, può essere invece, in chiave positiva, l’inizio tecnico della riscossa dell’uomo, visto che egli si rivela sorprendentemente superiore, nella sua sintesi reale, ai mitizzati robot elettronici che l’illusione tecnocratica ci propone da adorare come dei.

 

 

 

 

 

 

Capitolo VII – Il tabù in medicina

 

Il tabù è l’interdizione o divieto sacrale, alogico, di persone, cose, luoghi, tempi, parole, descritto nel 1777 dall’esploratore inglese Cook, a Tonga, in Polinesia, come stranezza propria a comunità incivili. Ma ricerche successive ne hanno ritrovato l’esistenza anche in altre civiltà attuali (India) o antiche (ebrei, greci, romani), in genere legata a riti religiosi o filosofici. Dovunque i tabù più importanti riguardano la nascita, la morte, il versamento di sangue: in sintesi simbolica quindi la vita, nel suo sorgere, nel suo mantenersi, nel suo spegnersi.

Il significato del tabù è stato chiarito da S. Freud, quale indice di un conflitto intrapsichico tra intensi desideri inconsci e il divieto di tradurli in atto. «Nei riguardi della persona o dell’oggetto tabù il primitivo sente perciò, al tempo stesso, attrazione-repulsione e terrore, come il nevrotico ossessivo nei confronti di certi oggetti o situazioni» (Totem e tabù). I desideri più colpiti dal tabù sono - secondo Freud - quelli dell’incesto e del parricidio; in sintesi quindi ancora e sempre la vita, negli strumenti antropomorfici del suo trasmettersi. Per quanto possa sembrare impossibile a chi la crede tutta scienza e macchine, la medicina soffre acutamente, oggi assai più che nei tempi andati, di una gravissima interdizione irrazionale, cioè di un vero e proprio tabù, nei confronti della morte o della sua supposta inevitabilità.

rivela. – È esattamente in ordine al suddetto tabù che, sebbene la lotta alla morte sia la sostanza stessa dell’arte medica, il paziente terminale è un vero paria nell’ospedale moderno. Ne fa fede una ricerca compiuta all’Università di Chicago dalla psichiatra Elizabeth K. Ross. Essa ha scoperto che l’accettazione della morte prossima attraversa cinque distinte fasi psicologiche, che importa conoscere e seguire (sarebbe lecito aggiungere «con amore») perché la frustrazione sia ridotta al minimo. Invece accade tutto il contrario; «il paziente che muore è circondato dalla cospirazione del silenzio. Le infermiere sono più lente a rispondere alle sue chiamate, i medici lo sorvolano nel loro giro». La ricerca della Ross è riuscita, limpidamente, a enucleare nel comportamento il tabù: «Lo schermo difensivo che cerchiamo di erigere tra il paziente e l’idea della morte è in realtà destinato a proteggere noi, non il diretto interessato». Analoghe conclusioni, questa volta desunte dal comportamento dei malati, sono state espresse dal dr. S. C. Klagsbrun, psichiatra del St. Luke’s Hospital di New York, dopo un esperimento di 18 mesi in una divisione di cancerosi. Rovesciando l’atteggiamento di freddezza dei medici e delle infermiere nel reparto ha osservato che la vita è rivissuta da questi pazienti, fino al momento terminale. Sappiamo già che questa freddezza non è altro che lo schermo difensivo della Ross, sintomo irrazionale del tabù della morte che scatta però di fronte al cancro anche mesi, quando non anni, prima che il paziente sia veramente terminale ma già condannato. Ciò ne fa un paradigma perfetto del malato cronico e senza speranza, per l’analisi delle interdizioni alogiche che il mondo dei sani, quello dei malati, e infine quello della medicina, rivelano di fronte a una tale evenienza umana.

Il tabù contro il cancro agisce a tutti i livelli d’incontro, dalla propaganda alla ricerca. Esso si rivela già nell’atteggiamento dei sani di fronte alla malattia, e persino nei termini usati per indicarla. In un tempo di definizioni precise come il presente, il cancro è l’unica malattia ad essere del tutto «innominata», tal quale il personaggio manzoniano dei Promessi Sposi. Carcinoma e cancro infatti non sono altro che l’antichissimo nome egizio di granchio tradotto in greco ( ?a?????? )e in latino (cancer), derivato dal frequente aspetto simile al crostaceo, cioè di una massa centrale con gettate radiali periferiche (come le chele del granchio) che gli imbalsamatori egiziani osservavano aprendo l’addome dei cadaveri da mummificare. Tumore è puro latino (tumor), ma significa solamente gonfiore (della parte affetta); sarcoma (dal greco s????µa) vuol dire solo massa carnosa; neoplasia descrive unicamente, alla greca, la nuova formazione (di tessuto); eteroplasia, che vorrebbe forse esprimere un minimo giudizio patogenetico («formazione estranea») e addirittura un falso scientifico, riconosciuto tale dalla scoperta del microscopio in poi. Né i termini composti («oncologia, oncologo») hanno maggior significato: dal greco ?????, (volume, mucchio, corpo voluminoso) essi definiscono puramente la scienza e lo scienziato (=  logia) del «mucchio», cioè ancora del tumore! Nel linguaggio comune ci si riferisce ad esso, con un inchino psicologico simile a quello del rabbino quando incontra nella Torah il nome di Jehova, come a «qualcosa di brutto» o a «un brutto male». Nelle necrologie il suo sinonimo corrente e costantemente «un male incurabile».

Nella diagnosi. – I profani stupiscono perché alla diagnosi di cancro segue, spesso a brevissima distanza di tempo, l’esito infausto tra le sofferenze consuete. I medici esperti invece sanno che la malattia ha un decorso assai lungo, in genere più o meno latente, e soltanto alla fine l’andamento si fa tumultuoso, penoso per tutti e indomabile.

Ma quando si pensa che i testi clinici riportano ancora come sintomi più o meno precoci del tumore polmonare il dolore, l’emoftoe e il dimagramento, mentre qualsiasi medico di schermografia li considera quasi terminali, risalta appieno la contraddizione tra la realtà e il suo riconoscimento medico attuale. Lo stesso vale per altri organi: un adenocarcinoma del colon uccide quattro soli mesi dopo la diagnosi; ma per quanti anni, prima, è stato curato come colite cronica senza mai guarire? E la casistica potrebbe moltiplicarsi all’infinito. Non si fa qui questione di incapacità o superficialità diagnostiche. Importa solo riconoscervi il fattore strettamente connesso al tabù: cioè la reazione inconscia del medico di fronte alla supposta condanna inappellabile che seguirebbe alla diagnosi di cancro. Essa conduce a una vera rimozione psicologica del sospetto di cancro dall’arco delle possibilità diagnostiche differenziali, e a una diversa giustificazione dei sintomi presenti, fino al momento nel quale la diagnosi si impone da sola (o più spesso ad altro sanitario, meno emotivamente coinvolto con il paziente in causa).

D’altronde la diagnosi del cancro, non «precoce» (come si usa dire), ma in fase «preclinica» (cioè prima che esplodano i sintomi terminali) è dichiaratamente di una difficoltà estrema, e non ha nulla di specifico. Per non parlare di quelli endoaddominali non occlusivi, dove la radiologia è del tutto cieca, e l’unico mezzo di accertamento sono quelle dita che quasi nessun medico usa più, per quelli ovarici ad esempio, maligni nei 25-40 per cento delle statistiche, l’ultimo congresso italiano di Ostetricia e Ginecologia lo dichiara addirittura impossibile (F. Gasparri). Solo per qualche tipo la diagnosi è possibile (polmonari ad esempio) sia per la trasparenza radiologica del viscere sia nella varietà broncogena per l’uso di analisi citodiagnostiche (Papanicolau) del materiale espettorato. Solo a questa situazione di privilegio è probabilmente dovuto il forte incremento differenziato del cancro polmonare negli ultimi decenni.

Nella prognosi. – Considerata soprattutto dai medici - più ancora che dai pazienti - irrimediabilmente infausta, la prognosi è la chiave motivazionale del comportamento diagnostico analizzato in precedenza. In questa fase (E. K. Ross) «i medici sono soliti fare due errori: dire al paziente condannato che non si può fare più nulla per lui e stimare la probabile durata ulteriore della sua vita». Essi riflettono, ancora una volta, la reazione polinesiana al malefico genio del tabù. Che cosa possono fare gli eroici pescatori abituati a distrarre a mani nude lo squalo tigre per salvare un compagno, di fronte allo stesso fratello colpito dalla maledizione sacrale? Null’altro che lasciarlo morire, per non esserne a loro volta infettati. Contro ogni legge della logica e della umanità noi facciamo lo stesso. E incorriamo così in altri due errori alogici di condotta, addirittura contrastanti.

Il primo si riferisce alle possibilità di guarigione spontanea. Per quanto eccezionale e misteriosa, la letteratura ne registra circa una sessantina di casi (i 5 di Stewart, 1952; i 18 complessivi di Cowdry, 1955; Shore, 1936; Dunphy, 1950; Penner, 1953; Sumner, 1953; Levison, 1955; Malleson, 1955; Buffoni, 1955; Brusa e Orlandi, 1939; Wohlbach e Cushing, 1927;Wyatt e Farber, 1941; Natale, 1957; i 3 di Sirtori e Pizzetti, 1956; gli 11 di Duke-Elder, 1940; i 19 di Park e Lees, 1950; e pochi altri). Invece di ricavare, da queste realtà, materiale logico per distruggere il mito della totale invincibilità, il medico medio sa parlare soltanto di «condanna senza appello, a meno di un miracolo»; dove ricompare il ricorso a un evento irrazionale e misterioso, come all’unico capace di opporsi all’altrettanto misterioso e irrazionale tabù.

Il secondo errore, paradossale, si attua in un paralogismo inibente, del tipo: «il vero tumore è quello che non guarisce». Probabilmente è soltanto questa inguaribilità per petizione di principio che impedisce ai medici di riconoscere - e alla letteratura di registrare - i molti altri casi di regressione spontanea che la statistica permette di prevedere, anche semplicemente in ordine alla pura casualit

Nella terapia. – Già sul piano logico, la terapia del cancro soffre di gravissimi «handicap» per la ragione fondamentale espressa dal poeta latino Marziale ancora 1900 anni fa: «…non intellecti / nulla est curatio morbi» (non c’e cura per un male ignoto). L’epigramma ci risuona tragicamente nelle orecchie ad ogni nuovo caso, richiamato dall’assenza di una qualsiasi teoria generale accettabile e documentata sul cancro.

Per questo da tanti anni la scienza ha cercato di combattere il concreto (o almeno il limitato comprensibile) nel tessuto da asportare, nella cellula da asfissiare o affamare o avvelenare o atomizzare, piuttosto che tentare - chissà dove, chissà come – di imbrigliare l’ignoto stimolo causale olo-organico della deviazione neoplastica localizzata. Questo vale anche - di massima - per le terapie antiproliferative introdotte dal 1945 in poi: le azotoipriti e gli alchilanti, gli ormoni sessuali, gli antibiotici, gli alcaloidi, gli antimetaboliti e gli enzimi, le quali tutte, dichiaratamente, non sono cure, ma solo trattamenti. Per converso quasi tutti i farmaci a supposta azione generale (vincristina, vinblastina, colchicina) sono arrivati alla sperimentazione scientifica dalla medicina popolare (delle Ande peruviane con la vinca rosea e v. peruviana; delle Alpi centroeuropee, con il colchicum) che, ignorando per principio il funzionamento dell’organismo, pretende di curare l’uomo tutto intero e magari con semplici estratti di fiori (curiosamente sempre alpini e di colore rosazzurro!). Cura del tumore come sintomo, o possibile cura dell’uomo deviante, sono due strade diverse che forse finiranno felicemente per confluire, sempreché diminuisca anche in questa fase il peso eccessivo del tabù, che sembra tuttora inibire ai medici l’uso contemporaneo delle tre possibili terapie (chirurgica, radiante e medica) demandando la lotta contro la maledizione sacrale ai soli sacrali ferro e fuoco, nella moderna versione del bisturi e delle particelle subatomiche (solo lo 0,59% su 2033 casi rivisti statisticamente da A. Serio: «Il cancro» 1966, 3, sono stati trattati con tutte e tre.)

Ma nella fase terminale successiva, con il malato cachettico, sempre più anemizzato e dilaniato dalla sofferenza, il medico resta solo, con la terapia tradizionale: estratti epatici e morfina; una specie di belletto biologico che «ricostituisce» il tumore prima ancora dell’organismo, abbinato a un tranquillante che serve soltanto ai parenti del malato.

In questa sua solitudine, ripetuta ad ogni nuovo caso che è costretto ad assistere, il medico matura, nei confronti del cancro, una gravissima frustrazione personale, radice del nichilismo prognostico che è stato già ricordato. Nonostante i periodici bollettini di vittoria sulla malattia, la realtà cruda è che in tutto il mondo il cancro è diventato la seconda causa di morte (dopo le malattie cardiocircolatorie), uccidendo più di 300 uomini ogni ora. Resta, almeno nei profani, il condizionamento della speranza, indotto dalle troppo incensate conquiste della scienza medica nell’ultimo secolo. Senonché A. Sabin, lo scopritore del vaccino antipolio, intervistato a Siena nell’ottobre 1973 sul tema di un possibile vaccino anticancro, è stato costretto a dire solo che «le sue ricerche sono alla fine del principio» e che «là dove esiste una teoria virale è auspicabile che vi sia la possibilità della scoperta di un vaccino e in tal senso vi sono studi nei campo della immunologia» («Battaglie Sanitarie», 15 novembre 1973). A parte il fatto che i più aggiornati immunologi di tutto il mondo, riuniti nell’ultimo Brooke Lodge Meeting a Milano, febbraio 1974, hanno concordemente smentito questa possibilità, l’intero testo attribuito a Sabin può essere definito, in dissacrante gergo giornalistico ma in piena verità scientifica, come «aria fritta». Cosicché i medici, che a differenza della gente comune lo comprendono, continueranno come ora, di fronte all’evenienza di un cancro personale (incurabile e riconosciuto), ad abdicare ad ogni speranza e alla loro razionalità, il che si avvera tanto se lo accettano santificandosi, quanto se decidono di accorciare le loro vite.

Perché i medici si suicidano. – Una delle statistiche umane meno attendibili riguarda il suicidio. Per conseguirlo l’uomo si vale - più spesso che no – degli strumenti consueti del suo lavoro; i soli che vengano registrati appartengono invece al modulo tradizionalmente terrificante del tuffo dal ventesimo piano, del cappio sull’architrave, della pistola alla tempia o del gas. Ma Emma Rothschild per esempio, in un saggio recentissimo sull’automobile (1974), riferisce uno studio medico-sociale di Houston (Texas), secondo il quale «negli incidenti d’auto mortali una vittima su sette sarebbe semplicemente un suicida». Poiché anche i medici usano l’auto la loro categoria partecipa a questa nascosta statistica al pari di qualunque altra. Ma in più hanno a disposizione in ogni istante una somma incredibile di mezzi letali (chimici e biologici) e soprattutto le conoscenze per raggiungere il fine che si propongono senza scandalo (né contestazioni assicurative). Per questa ragione le statistiche, già tragicamente illuminanti di per sé, vanno sicuramente aumentate di una quota destinata a restare per sempre ignota, dipendente dalla facilitazione tecnica che rende i medici legalmente signori della vita e della morte altrui (nonché della propria).

Il suicidio nelle classi culturalmente superiori è una realtà statistica nota da gran tempo. Per quanto riguarda i medici (già come studenti, Cady, 1970) essi prevalgono su tutte le altre categorie professionali, a parità di età. Tra i medici stessi prevalgono gli psichiatri, come segnala Freeman (1967), che ha rivisto tutte le necrologie settimanali dello J.A.M.A. («Journal of American Medical Association») dal 1895 in poi. Per l’Inghilterra il tasso accertato di suicidio è nei medici maschi superiore del 225% alla media per le stesse età e classi sociali; più di 1 su 50 medici si uccidono; il 6% di tutte le morti dei medici sotto i 65 anni sono per suicidio, cioè lo stesso che per ca. polmonare; infine persino le mogli dei medici superano di molto la media generale per questo atto («Brit. Med. Journ.» 1964).

Nella linea generale della presente ricerca, ci interessa soprattutto il significato dei fatti: a questo proposito il B.M.J. avanza alcune interpretazioni, ma dimentica la più importante. Esso segnala: la disponibilità dei veleni, il drogaggio facile ed eccessivo, lo stress professionale intollerabile e senza pause, la frequente infelicità familiare e personale, la solitudine di tutta la vita, l’ambivalenza (odio-amore per la morte) che ha condizionato la scelta della professione medica, la «non paura» della morte, e persino l’«anomia» di Durkheim. Ma, dalle statistiche di Dorpat (1968) risulta che il 70% dei suicidi hanno severe malattie fisiche, in genere incurabili. Ogni medico può attingere senza controlli dall’armadio farmaceutico le alte dosi di droghe sintomatiche che nega ai suoi pazienti, e rendono la vita ancora tollerabile. Per una sola le droghe non funzionano, e questo è il cancro, malattia tanto psicosomatica da investire e distruggere il corpo e l’anima insieme. È esatto che il medico, in genere, non teme la morte; conosce dalla sua esperienza d’ogni giorno che essa è priva di dramma per chi la subisce, e persino quasi sempre anche di sofferenza. Ma gli fa paura il dolore, soprattutto quello incomprimibile, soprattutto quello inutile… e lo evita uccidendosi, cioè rassegnandosi al tabù invincibile, come il papua che si copre il capo con la coperta e attende nell’angolo più buio della capanna la morte, che nulla e nessuno può evitargli. L’ipotesi avanzata appare poi l’unica in grado di spiegare l’altrimenti misterioso eccesso di suicidi tra le mogli dei medici. In una consimile evenienza personale anch’esse si accorciano la vita perché finiscono con il condividere, per mimetismo psichico e obblighi consolatori le stesse convinzioni tecniche ed esperenziali proprie al consorte medico. Questa tragica parentesi statistica, non opinabile perché pagata in prima persona, rivela l’intollerabile potenza del tabù maledetto, con il quale il cancro incatena ancora non solo i medici, ma tutta l’attuale medicina.

Il tabù nella ricerca. – Persino nella ricerca scientifica, che dovrebbe essere campo di privilegiato dominio della logica razionale, il peso del tabù-cancro si fa sentire. Delle migliaia di contributi annuali, la massima parte è di casistica clinica o di tecnica chirurgica, o di statistica; ciò ritrasforma il cancro - almeno per convenzione nosografica - in una malattia come tutte le altre. Ma le ricerche intese ad aggredire il mistero, cioè non il tumore già nato, ma il perché affascinante e terribile del suo insorgere, sono estremamente rare e ancor più raramente firmate da oncologi specialisti. D’altronde è anche vero che in questo particolare ambito bioteoretico, per sua natura assai più attinente alla metafisica che alla concretezza quantizzabile, è sempre presente un elevato rischio di inganno pseudoscientifico, magari in buona fede.

Per questo ogni troppo entusiasta adepto della medicina, che abbia mai osato proporre al suo capo d’Istituto una simile linea di indagine, si è sentito regolarmente rispondere di dedicarsi piuttosto a lavori più concreti e redditizi. Lo stesso accade a chi vuole ricercare farmaci attivi contro il male. O peggio ancora a chi intende registrarli affinché medici e malati possano liberamente disporne, senza ricorrere alle forniture clandestine di questo o quel discusso taumaturgo. In tal caso - per lo meno in Italia - il tabù-cancro si difende da mezzo secolo con la forza punitiva della legge. Il R. Decreto L. 7 agosto 1925, n. 1732, recita infatti, all’art. 3: «Non possono in nessun caso essere registrate specialità che vantino: a) omissis; b) virtù terapeutiche speciali per quelle infermità che saranno determinate dal Regolamento». E il successivo Regolamento, all’art. 17: «La registrazione… è negata: 1) 2) 3) omissis; 4) quando alla specialità siano attribuite virtù terapeutiche di sicuro effetto contro il cancro, il lupus, la tisi polmonare e quelle altre malattie che verranno determinate con decreto del ministro dell’Interno…». Altro che petizione di principio! Qui abbiamo addirittura le malattie incurabili per rescritto burocratico. Così i medici guariscono da 30 anni lupus e tubercolosi con farmaci preziosi che il fabbricante (a scanso di sanzioni penali) è costretto a definire ancora oggi solo «coadiuvante nelle malattie da myc.tub.»; così come i pochi prodotti anticancro in commercio sono etichettati come «analgesici» (reg. 5406) o «coadiuvanti» o, al massimo, «antimitotici», «citostatici», «antiblastici» (reg. 10476) sperando che il legislatore abbia dimenticato il greco del liceo!

Comunque, come scriveva A. Chevallier, direttore dell’Istituto di ricerche sulle macromolecole di Strasburgo («Il cancro», 1958, 4), «non si è mai avuta tanto netta la sensazione che lo studio dei problemi posti all’umanità dal cancro, dalla sua esistenza, dal suo sviluppo, dal suo trattamento, non può essere utilmente intrapreso se non nel contesto puramente scientifico (gnoseologico!) che accompagna i diversi aspetti della malattia».

Il che significa che per conoscere il cancro, cioè la vita deviante, è sufficiente, ma necessario, conoscere con precisione le leggi della vita pluricellulare non deviante, alle quali il tumore si sottrae. Tuttavia, anche dopo Watson e Crick con la loro scoperta dell’elice della vita, siamo sicuri di essere prossimi a questa fondamentale conoscenza, o almeno di procedere sulla strada giusta? Nel caso particolare, siamo assolutamente certi che il tumore sia una malattia o non piuttosto un sintomo? L’equivoco si è ripetuto troppe volte in medicina, facendo per esempio classificare la pellagra tra le malattie della pelle mentre è una carenza della vitamina B, e la oligofrenia fenilpiruvica tra quelle del cervello, mentre è un errore congenito del metabolismo, per mancanza dell’enzima fenilalanina-idrossilasi. E per lo stesso diabete, anticamente inteso come malattia del rene, poi del pancreas e delle isole di Langerhans (donde insulina), si pensa ormai con insistenza alla neuroipofisi, ricercando ben lontano dal pancreas le motivazioni primarie dell’affezione.

Nel rapporto umano. – Ma dove il tabù del cancro esplode con tutta la sua furia malefica e compie i massimi guasti è nel rapporto umano, tanto a livello del singolo quanto a quello della comunità. In questi ultimi anni, parallelamente all’affermarsi della psicosomatica, si sono moltiplicati gli studi sull’etica medica nelle malattie gravi o terminali. Il problema di fondo riguarda il quesito: «Si deve dire la verità, al paziente?». I teologi insistono rigidamente sul suo obbligo, affermando che «il tacerla è ingiusto, immorale, un furto»; i medici, più pragmatisti ma più umani, si lasciano guidare «da un precetto che trascende la virtù di dire la verità per il solo scopo di dire la verità, e questo è: non fare del male, finché possibile» (B. C. Meyer). Il che è molto consolante e in genere attuato, insieme con la delicata assistenza fino all’exitus, purché la malattia mortale non sia quella tabù. Se è questa, la sua sola presenza dissacra e scompagina ogni comportamento usuale sul piano umano, professionale e persino deontologico. A livello del rapporto umano, per lo stress emotivo che il medico subisce, il malato di cancro - benché il più bisognoso - è spesso il meno seguito di tutti, o il meno volentieri. Sono sempre malati scomodi, esasperati nella sensibilità e modificati profondamente nel carattere dalla malattia (anche prima che la diagnosi si chiarifichi!), dei quali si teme la domanda critica e l’angoscioso crollo spirituale. Inoltre è in questo caso sempre documentabile, salvo isolate eccezioni, «il comune errore di supporre che, fintanto non gli sia detta la verità, il malato non la conosca» (B. C. Meyer). Il medico assiste invece come regola - sentendo crescere il malessere ad ogni incontro - ad un modulo stereotipo di tragedia degli equivoci: il malato lo sa e non lo dice; i parenti lo sanno e non lo dicono; il malato sa che i parenti lo sanno e non lo dicono… Tutto questo costruisce e mantiene un clima di grave turbamento psicoemotivo, che rende assai più tormentoso del solito l’ingresso nella rassegnazione. Talvolta questa è raggiunta, insieme ad una stupefacente serenità, solo quando un errore o una svista fanno partecipe il malato del suo vero stato; in ordine al quale, per tragico che sia, si risente investito della qualità di adulto, invece che regredito all’infanzia con lo schermo di tante pleonastiche menzogne.

Ma c’è anche di peggio che «non dire la verità». È l’inganno preordinato che viene perpetrato sul paziente nei casi più gravi, quando (e non è vero) «non c’è più nulla da fare». In queste occasioni il chirurgo, che ha aperto e chiuso per l’impossibilità di asportare il tumore, fa spesso credere al malato, in combutta assurda con i parenti, che «è stata tolta la cisti renale, o l’appendice, o l’ulcera gastrica…». Così, proprio mentre la fine si avvicina a passi sempre più rapidi anche in seguito allo stress psico-biologico dell’intervento, l’uomo direttamente interessato, per giunta imbottito di droghe smemoranti, non è in grado di mettere un qualsiasi ordine ai suoi affari privati di ogni tipo, il che sarebbe suo esclusivo e inalienabile diritto. Si potrebbe parlare di comportamento illogico, se non addirittura di truffa; in realtà è strettamente logico, in ordine al tabù della malattia, e riaffiora in cento modi diversi nell’assistenza al malato di cancro. Persino, paradossalmente, nella guarigione. Quando questa avviene, a seguito di uno sforzo tecnico ma soprattutto spirituale da parte dei curanti, in qualsiasi modo venga ottenuta, i necessari controlli e la protratta somministrazione di terapie stabilizzanti vengono subite (dal malato che ignora il rischio mortale che ha corso) con sempre maggiore intolleranza, fino talvolta a trascurarle; e al posto di una gratitudine infinita per il medico accade persino di incontrare il risentimento. O addirittura l’irrisione più frustrante, allorché controlli clinici successivi, costretti a riconoscere la scomparsa di una cirrosi epatica o di un linfosarcoma, sono così prigionieri della «petizione di principio» citata («il vero tumore è quello che non guarisce») da smentire la diagnosi infausta di partenza, magari accertata da loro stessi!

Le sfide al tabù. – Sul piano collettivo il tabù-cancro si esprime nella immutabile attrazione-repulsione della massa. Il cancro fa notizia sempre e dovunque, nei salotti e sulla stampa generica: i titoloni e i grassetti si sprecano, sia che parli il dottor Bonifacio delle capre, o il premio Nobel prof. Szent-Gyorgyi del legame equilibratore degli enzimi cellulari, la gliossalasi, che sarebbe il dernier cri (luglio 1969, al convegno dei premi Nobel a Lindau) in tema di cancerogenesi. E a seguito della notizia aumentano le tirature, sulla cresta di innumeri impossibili illusioni, lasciandosi dietro una torbida scia di delusioni in chi è riuscito ad acquisire la medicina-miracolo, e di frustrazioni in chi non vi è riuscito; coinvolgendo in un esasperato e caotico bailamme di contrastanti emozioni i commentatori medici e le comari al supermercato, i telecronisti e i «miracolati», gli esperti e i ministri della Sanità. In questo clima picaresco, che ogni volta peggiora, i pochi che la passione spinge a sfidare il tabù sanno in anticipo che avranno rovinata la vita, o almeno la reputazione scientifica e umana.

La pubblicità, improvvisa e spesso indesiderata, trasforma le loro ricerche private e senza mezzi, i loro risultati limitati o imperfetti, in un esplosivo e irritante fatto di costume, politico, scandalistico; tutto, fuorché scientifico e razionale. Eppure, nonostante ogni più nera certezza, la linea alternativa degli sfidanti teorici e pratici del tabù è in tutto il mondo abbastanza nutrita, essendo in fondo il cancro «la cattiva coscienza della medicina moderna». In Italia sono stati fortunati quelli che, come Protti con le micotorule, il chimico agrario Schenck con gli estratti di lieviti, il chirurgo Annessa con le sue teorie radiomagnetiche, il dr. Algranati con l’arsenico pentavalente e l’ergotamina, non sono andati in pasto alle gazzette, incontrando solo delusioni e amarezze private.

Ma per altri (C. Jolles-Fonti, A. Vieri e la colchicina diluita) sono scoppiati i pubblici cataclismi a tutti noti. Ed è lo stesso in tutto il mondo, persino nel tollerante Brasile, per il dottore «espirita» L. Neiva e il suo Aveloz, persino nell’anticonformista America U.S.A., che consente libera cittadinanza ai culti lucrativi più strani, ma impedisce arbitrariamente la distribuzione interstatale del Laetrile dei Krebs padre e figlio, e si rifiuta da anni di sottoporre a prove cliniche comparative il Krebiozen di Durovic e A. C. Ivy, nonostante quest’ultimo sia professore emerito di Fisiologia, e fino a poco tempo fa preside della Facoltà medica dell’Università dell’Illinois.

Qualche volta, tuttavia, vengono istituite d’autorità, sotto la pressione dell’opinione pubblica, commissioni di esperti che dovrebbero controllare obiettivamente questo o quello specifico antitumorale. A parte l’equivoco di base (il «tumore» è un sintomo, non la malattia) è molto sospetto che nessuna commissione abbia mai accertato nulla di utile, neppure limitato, in qualsiasi prodotto ufficialmente indagato. Evidentemente ad un certo momento dei loro lavori, già preconcetti in partenza, esse vengono sopraffatte dal peso incombente del tabù, e tutto termina in un caos di passionalità inconcludente.

Con ciò si vuole solo avvertire che la obiettività deve basarsi sull’assoluta assenza di pregiudizi condizionanti, e che è altrettanto pesante la responsabilità di un giudizio positivo quanto di uno negativo; infine che può essere pericoloso respingere, con un frettoloso marchio di ciarlataneria le cose difficili da comprendere, attualmente. Di quest’ultimo risvolto può far fede la storia di un altro Koch (W. F.) di Detroit, U.S.A., professore di embriologia all’Università del Michigan (1910-13) poi di fisiologia al Detroit Medical College (1914-1919). Nel 1919 annunciò la scoperta di una «panacea» utile anche contro il cancro. Ne seguì il solito cataclisma personale e la bufera di controverse opinioni, nonché la fama di «quack» (ciarlatano). E persino (1943 e 1946) due processi sensazionali («il Governo contro W. F. Koch») che non riuscirono peraltro ad acquisire alcuna prova di colpa. I suoi libri (Cancer and Its Allied Diseases, 1929; e The Chemistry of Natural Immunity, 1938) sono stati definiti «le più abili contraffazioni di seria letteratura scientifica negli annali della pseudo scienza» (Fads & Fallacies in the name of Science di M. Gardner, 1957). Nonostante tutto questo, e la testimonianza dei chimici governativi (1943) che «il preparato non era chimicamente differenziabile dall’acqua distillata», suscita una inquietante perplessità il fatto che Koch definisse il suo prodotto «catalizzatore cellulare» e lo chiamasse glyoxylide, cioè gli attribuisse le stesse funzioni, la stessa indeterminabilità chimica e persino l’ugual nome (ma esattamente cinquant’anni prima) della gliossalasi comunicata da Szent-Gyorgyi a Lindau 1969!

La logica razionale contro il tabù. – Uno dei fenomeni più sconcertanti ma certi, in tema di tabù dei primitivi, è che esso provoca la morte negli indigeni, mai negli esploratori o missionari che ne studiano razionalmente gli effetti. Ne consegue che, se la catafratta impermeabilità del cancro sorge dal tabù che lo difende, l’unica arma per penetrarla debba essere la logica razionale, sostituita, ad ogni livello d’incontro, all’attuale comportamento alogico di fronte alla malattia. Cominciando per esempio da una definizione corretta del fenomeno; come insegna Freud, dare un nome a una paura è gia esorcizzarla cioè dominarla logicamente; ed è il primo indispensabile passo verso la sua conquista; poi provvedendo, immediatamente, a una migliore sistemazione del rapporto umano.

Trattandosi qui della più globale ed intima affezione psicosomatica, ogni errore squilibrante di comportamento – prima e dopo l’esplosione del sintomo tumore - non può che peggiorarne il decorso, e favorire le recidive. Per converso ogni spinta favorente il ritorno all’equilibrio psicologico personale, comunque ottenuta, dalla rassegnazione all’estetista, dalla meditazione al parrucchiere, dalla sublimazione esperienziale al far l’amore come prima e meglio (vedi l’opera preziosa delle associazioni «Attive come prima» per le mastectomizzate, in Italia voluta dalla signora Ada Burrone e sostenuta da Pietro Bucalossi, presidente della Lega anticancro), riveste non solo un interesse assistenziale, ma l’altissimo valore di un presidio medico-profilattico, a parità di titolo, e probabilmente superiore, a quelli chimici o radianti tradizionali.

A livello del comportamento medico nella diagnosi e nella prognosi, il terrore irrazionale del tabù può essere sradicato solo dalle conquiste della ricerca, causali però, non solo sintomatiche; o almeno da una teoria logica e documentata dell’affezione (esorcismo). Nell’attesa, si impone l’urgenza di togliere (al medico!) parte della sua paura tabuistica, sublimandola in una donazione di tecnica e di amore a questi nostri fratelli disgraziati, quasi gli unici che la scienza attuale non sa guarire. Ma perché questo avvenga, occorre insegnare ai medici (cosa che l’attuale corso medico non fa) le delicatezze e la potenza dell’assistenza ai cronici terminali, dei quali i cancerosi sono il paradigma più ossessivo e la falange ormai più numerosa. Per la ricerca, infine, l’evasione dal tabù significa il rifiuto dell’atteggiamento psicologico di casta, di fronte al pericolo che minaccia la sopravvivenza dell’uomo dall’interno, e che sfida tutta la medicina a dimostrare finalmente quello che vale e che può. Come una delle tante espressioni esistenziali dell’uomo, anche il cancro non può essere, sul piano della logica, che una malattia come tutte le altre, senza nulla di misterioso. Il persistere millenario del suo mistero dipende dalla insufficienza dei nostri occhi, tuttora ciechi di fronte alla realtà psicosomatica unitaria dell’uomo integrato.

Se è vero, comunque, che la scienza non si mortifica per non essere subito vittoriosa, è anche vero che gli ultimi cento anni di ricerche eccezionali, sostenute da finanziamenti mai eguagliati nella storia dell’uomo con risultati a dir poco sconfortanti, dovrebbero pure insegnarle qualcosa di tecnico sul piano razionale, oltre all’umiltà sul piano del sentimento. Cioè la scienza dovrebbe infine riconoscere - dal più elementare sillogismo - che se i mezzi e i ricercatori sono (com’è certo) validi, l’errore non può risiedere che nel filone specialistico fino ad oggi coltivato con fideistica e dogmatica esclusività. Per ripartire bene non resta altra scelta che evaderne, anche se risulta penoso abbandonare - sia pure per più ampi ma incerti orizzonti - i culti tradizionali tanto stereotipati quanto redditizi.

Persino il prof. Umberto Veronesi, segretario generale del Congresso Internazionale del Cancro, Toscana settembre 1974, è costretto a scrivere: «Oggi, accantonate le speranze di una soluzione a breve termine, gli scienziati stanno seriamente meditando sulla nuova strategia da adottare nella ricerca antitumorale… Alcuni ritengono che per raggiungere una soluzione definitiva e integrale bisognerebbe addirittura “ricominciare da capo” naturalmente su basi nuove, con strumenti nuovi e con mezzi decuplicati, e indicano anche le tre grandi direttrici di marcia: 1) la identificazione e la eliminazione dei fattori causali…».

Queste, per i meno informati, possono sembrare proposte insensate. Eppure è quanto la più responsabile lotta anticancro sta cercando di compiere in questo momento, magari in sordina per timore (illecito) di scandalo o di critica. A prescindere dalle opposizioni sempre più convinte alla chirurgia allargata e alle iper-irradiazioni postoperatorie, il Memorial Sloan-Kettering Institute for Cancer Research di New York (la più avanzata punta traente della ricerca nel mondo), dopo quattro lustri perduti nell’inseguire la troppo facile ipotesi dell’inesistente virus dei tumori umani, ha chiamato nel 1973 a suo direttore il dr. R. A. Good, immunologo d’avanguardia (ma, fino a quel momento, anche pediatra esercitante!). La notizia, passata sui giornali scientifici senza particolare emozione come una semplice sostituzione personale, può avere invece un significato assai più pregnante, e documentare l’auspicata inversione di tendenza. Cioè l’intento di studiare l’uomo (e il cancro) tutto intero e non a pezzi: come complesso reattivo sintetico (anche se ancora mediato attraverso i meccanismi immunitari) piuttosto che analiticamente, per cellule singole. Se questa interpretazione non è illusoria, la strada che si apre davanti a noi si dimostrerà presto ben più diritta e feconda di quella incredibilmente tortuosa e sterile che ci sta ormai dietro le spalle.

on Protestant, l’indice siglato dell’americano tipo.

Capitolo VIII – La crisi di verità della medicina moderna 

Padre Agostino Gemelli, fondatore e rettore dell’Università cattolica del S. Cuore, diceva in una prolusione accademica che «il medico moderno, tutto chiuso nella visione dei metodi e delle applicazioni tecniche… ha smarrito la visione umana dell’uomo… e vive di una paurosa miseria intellettuale». è vero, purtroppo, ma è tutta colpa sua? Un’inchiesta americana, riferita a RAI-Milano dal prof. Battaglia, ha accertato il settantacinque per cento di alte motivazioni etico-sociali tra le matricole di medicina (basate sull’amore e la solidarietà umana, sue eterne radici); ma al momento della laurea la quasi totalità delle motivazioni originali era sostituita da altre, più pragmatistiche e razionali (predominanti: il prestigio, la carriera, il guadagno…). Che cosa c’è dunque di tanto sbagliato nelle Facoltà, che riesce a distorcere molte preziose vocazioni di medico nelle loro caricature incomplete e insoddisfacenti di «operatori sanitari»?

Presso quasi tutte le facoltà mediche del mondo, i neolaureati in medicina vengono catapultati brutalmente, dalla atarassia delle aule accademiche e dalle responsabilità atomizzate delle corsie, nella tragedia della società attuale. Di fronte alla terribile responsabilità globale (giuridica, penale, economica, umana, morale) che grava già sul primo loro atto medico, nessuno gli ha mai insegnato neppure i rudimenti della lingua che vi si parla, dei costumi che vi imperano, delle motivazioni che la condizionano. Ciò li equipara paradossalmente a veri missionari nell’ignoto proiettati in una cultura aliena ed alienante, in mezzo alla quale si ritengono illusoriamente preparati ad agire con vantaggio loro e dei pazienti.

Chi gli insegna per esempio le piste più sicure per districarsi nella paurosa giungla dell’ambiente moderno, dove il già delicatissimo rapporto medico-malato e paradossalmente complicate dalla diffusione dei mezzi di massa (condizionamento dei sani), dalla scomparsa universale della relazione interpersonale, dall’ansia esasperata del vivere (la corsa al guarire), dalla pusillanimità e dalla mollezza dei costumi (edonismo, ricerca della immediata compressione del sintomo), dalla pressione economica ogni giorno più vorticosa? Chi gli insegna come conservare almeno la essenzialità senza fronzoli alla visita mutualistica di sette minuti (per «capitolato»), abituato com’è fino all’ultimo giorno dei corsi a veder visitare un raffreddore per un’ora intera, da un consesso aulico di almeno cinque elementi accademicamente titolati? Chi gli insegna a riconoscere in tempo il tranello malvagio della differenza tra «visita» e «prestazione»? Chi gli insegna la farmacognosia, la farmacodinamica, la posologia, le indicazioni, le controindicazioni, la tossicità acuta e cronica, di se stesso come medicina? Chi gli insegna soprattutto la tecnica delicatissima e pericolosa dell’avvicinamento medico al malato difficile, al cronico senza remissione, al condannato alla morte più disperata? Nei programmi dei corsi, ogni anno più intasati di ultraspecializzazioni, nessuno.

Così le università continuano (giustamente) a pretendere cinque anni di specializzazione prima di consentire una resezione emorroidaria, ma nemmeno un’ora per la preparazione psicologica del medico di fronte all’uomo che soffre. Eppure questo, e non altro, è il fondamento della formazione del medico, come sosteneva anche J. Romano, nell’indirizzo di apertura del congresso di medicina interna di Miami 1964 («e l’imparare il ruolo specifico del medico nella sua relazione personale con il paziente»).

La vera formazione, completata dal «saper leggere» l’uomo sano e malato e dal gusto dell’informazione autonoma per conoscerlo sempre meglio, è l’unica garanzia per l’espansione continua delle capacità professionali e delle qualità umane del medico. Ma le nostre strutture didattiche si illudono di sostituire la formazione (che è un impegno filosofico e critico di libertà finalizzata) con la indigestione informazionale pre-laurea e la cosiddetta formazione permanente post-laurea, che è ancora e soltanto informazione di aggiornamento. D’accordo che l’ipertrofia tccnico-specialistica della medicina stimola ad un affannoso inseguimento delle nozioni sempre nuove, e allo studio dei mezzi più idonei a diffonderle. Ma l’informatica, branca scientifica di tutto rispetto, combatte una battaglia perduta in partenza di fronte a una realtà medica che raddoppia ogni decennio il suo patrimonio culturale, al ritmo biologicamente insostenibile di duemila nozioni nuove ogni giorno; il cui solo vocabolario (secondo A. Manuila, capo dell’Ufficio pubblicazioni dell’O.M.S.) comprende ormai 150.000 parole, quando Racine per i suoi drammi immortali ne ha usate solo duemila.

Sa perciò di patetico il rinvio alle enormi capacità dei calcolatori per l’elaborazione della massa sovrumana dei dati, considerato che il destinatario finale non è il computer, ma il limitato cervello dell’uomo che deve applicarli.

D’altronde l’aggiornamento continuo è un obbligo per i suoi riflessi giuridici e penali (Introna) ma, considerata l’accertata impossibilità per ogni medico di essere aggiornato su tutto quanta riguarda la medicina, se ne deduce che la pratica professionale è diventata uno degli azzardi più paradossali e impensabili, esponendo il medico singolo a pesanti colpe penali senza alcuna contropartita di convenienza.

L’aggiornamento impossibile. – Per tornare agli studenti, da secoli si usano nelle scuole superiori le famose dispense. La ragione della loro persistente fortuna e utilità sta nel fatto che ogni libro di testo, appena uscito, è superato da chi inventa di continuo la scienza, un tempo prerogativa privilegiata delle università. Oggi il fenomeno è esasperato a tal punto che se il laureando dovesse uscire, per contratto, dalle università informato degli apporti ultimi della sua scienza, dovrebbe rimettersi a studiare le materie di base, in un ciclo sempre più frenetico, mai concluso. Per quanto riguarda l’aggiornamento dopo la laurea, è impossibile trasferire tutte le nozioni nuove a tutti i medici; ma è in errore anche chi crede che sia possibile almeno per ogni singola specializzazione. Per prima cosa i congressi – mezzo tecnico che per cent’anni ha favorito l’avanzamento della scienza e la sua pubblicizzazione – sono oggi strutturati su una serie di interventi preordinati spesso attribuiti più per prestigio di scuole che per importanza di contributo. Ciò ne accentua il dogmatismo rigido, inutilizzandoli sotto il profilo di uno scambio fecondo di singole e libere esperienze, a vantaggio di tutti. Inoltre il tempo medio di stampa dei loro atti ufficiali si aggira sui 18-24 mesi, annullando anche il loro valore di aggiornamento. Da ultimo l’indirizzo analitico-iperspecialistico e l’ipertrofia del progresso medico sono riusciti a vanificarli. Infatti, considerando il ritardo tipografico, l’unico modo di ricavarne qualcosa di utile e di nuovo è di parteciparvi direttamente. Ma a quali, fra i troppi doppioni?

Ci sono ormai dei mesi nell’anno (immediatamente prima e dopo l’estate, per evidenti ragioni ricettive) nei quali sono in corso uno o due congressi il giorno, e persino due o più contemporanei sul medesimo tema, a centinaia di km di distanza.

Esempi? Maggio 1974: il 2-5 a Ischia, della Assoc. europea centri antiveleni; il 2-4 a Milano il 4° corso naz. di aggiornamento in Rianimazione; il 2-5 a Pescara sull’attualità in sindromi di urgenza; il 4-5 a Bologna, sul pronto soccorso; il 18-19 a Castrocaro dell’Assoc. ital. medici di pronto soccorso; il 30 a Roma, il simposio internazionale di terapia intensiva… il 6-9 a Salerno sulla patologia del pancreas e il 23-26 a Belgirate della soc. it. di Diabetologia… il 23-26 a Roma della soc. ORL latina, e il 9-12 giugno a Stresa, dell’assoc. degli ORL ospedalieri… L’elenco è tratto da un bollettino informativo molto incompleto che segnala solo i convegni italiani d’importanza nazionale. Quando poi un congresso è d’importanza mondiale le cose addirittura peggiorano. Gli ultimi due del cancro (X, Houston 1970; XI, Toscana 1974) hanno richiamato circa 8000 studiosi ciascuno, che nessuna singola aula né città poteva contenere. Per questo l’XI si è articolato in 2 sedi residenziali (Firenze e Montecatini) e in ben 6 sedi scientifiche (Firenze, Montecatini, Lucca, Pisa, Siena, Perugia) e sul piano dei lavori in 10 diversi congressi («Conferences»), 44 simposi, 8 corsi di studio e centinaia di comunicazioni. Le rigide esigenze organizzative di questa allucinante investimento spazio-temporale di massa ha perciò costretto l’Unione internazionale a vietare ai partecipanti qualsiasi spostamento dall’uno all’altro simposio o «conference ». Quindi ciascun d’essi ha seguito esclusivamente il tema della sua iper-specializzazione analitica, ma è stato defraudato tecnicamente del confronto con le linee parallele di ricerca, che costituiva il significato sostanziale di questo strumento scientifico; lo stesso che oggi rischia di andare perduto, soffocato dalla pompa e dal gigantismo.

Probabilmente è per reazione a questo amore insoddisfatto che i medici tendono a disertarli o a frequentarne prevalentemente le manifestazioni turistiche o mondane. Il medesimo atteggiamento si estende a tutte le possibili ramificazioni della stessa formula. Nella preziosa relazione (S. Remo 1971) di H. Gastaud, preside della Facoltà medica di Aix-Marseille, la presenza dei medici ai diversi sussidi di aggiornamento (sui 6.000 circa della sua zona) è stata la seguente: agli stages ospitalieri (3 mattine all’anno) 1 su 120; alle conferenze di dipartimento (ogni venti giorni) 1 su 140; alle giornate mediche (una volta l’anno) 1 su 60 tra gli interni, 1 su 200 tra gli esterni; alla televisione medica 4 su 100 (ma il sessanta per cento la contesta come dispersiva e dannosa); invece alle conferenze di quartiere da 60 a 80 su 100. Il significato di questa preferenza è illuminante: i convegni di quartiere promettono livelli di informazione assai più umili degli incomunicabili Moloch scientifici; ma in essi è possibile incontrare altri uomini (per lo più conosciuti e di uguale formazione) afflitti dagli stessi irrisolti problemi pratici, e parimenti in cerca di aiuto.

Uguale significato esprime anche la crescente fortuna, in questi ultimi anni, di canali informativi semplici ma più adeguati alla comune misura d’uomo. Tra essi le riviste d’impostazione sintetica e linguaggio volutamente elementare (come «il ruolo terapeutico» di Milano); o le lezioni-dibattito promosse da «Stampa Medica» o le essenziali e duramente oneste schede informative del «Medical Letter on Drugs and Therapeutics» di New Rochelle (U.S.A.), già arrivate a diffusione internazionale; o i bollettini di documentazione al pubblico, ormai in una decina di lingue, dell’I.C.R.F. (Independent Citizens Research Foundation) americana, sulle malattie degenerative; e molti altri, tra i quali persino le crociere di studio. Nessuno di questi mezzi pretende di risolvere i grandi problemi della medicina di oggi, ma solo di fornire a chi li usa una limitata quantità di bit informativi, in forma accessibile, assimilabile e non controversa. Svolgono insomma un piccolo traffico di pattuglia sulla fronte troppo estesa dell’esercito medico in marcia; e se una pattuglia non vince la guerra e neppure una battaglia, nessuno si stupisce, perché tale è il suo destino. Ma, quando un’intera armata scatta all’offensiva e fa notizia sul piano mondiale, ed è costretta infine a segnare il passo dove già risiedeva, la perplessità dei profani, e soprattutto dei medici, sfiora quasi i limiti dello scandalo.

È quanto è accaduto per il X congresso del cancro (Houston 1970), il primo Golia spettacolare dell’U.I.C.C. Un suo resoconto redatto da un ricercatore per i ricercatori (in «Negri News», maggio 1970), ricorda il linguaggio elusivo dei bollettini di Stato maggiore di ogni guerra perduta: «Quanto allo stato attuale della ricerca, riteniamo di dover dire francamente che anche l’incontro di Houston ha dimostrato come i progressi siano estremamente lenti e non abbiano ancora fatto registrare niente di veramente risolutivo». La formula «congresso» è ormai talmente esaurita che persino gli antichi dominatori della scena, i capiscuola veri o presunti, li frequentano malvolentieri e per motivi preminenti di prestigio.

Ma quelli invece tra loro che hanno qualcosa di nuovo da dire (e da imparare) usano le moderne formule di incontro scientifico, cioè i workshop (letteralmente: officina o laboratorio) o i meeting riservati, che si vanno moltiplicando specie nei paesi anglosassoni. In essi, esclusivamente per invito e senza alcun partecipante estraneo, si raccolgono da tutto il mondo piccoli gruppi di scienziati che si scambiano, a tavola rotonda e senza inibizioni, a voce e non a stampa, i più recenti risultati positivi e negativi delle loro ricerche in corso, su temi estremamente circoscritti e senza alcuna concessione allo spettacolo.

Il metodo costituisce uno dei più validi tentativi di superamento dei legami scolastici e dell’isolamento nella ricerca; ma esso non è altro che la riedizione moderna delle accademie scientifiche, le quali nacquero appunto per soddisfare a questa esigenza. Con in più i vantaggi delle comunicazioni attuali, che consentono la presenza al cenacolo di specialisti non solo locali, nonché l’immediata pubblicizzazione dei lavori attraverso conferenze stampa o interviste ai partecipanti, sui comuni canali di informazione del pubblico. Tuttavia in questo si nasconde un doppio pericolo, raramente avvertito: da una parte la loro qualifica costante di primi della classe con la conseguente aspettativa messianica, ben di rado soddisfatta; dall’altra la partecipazione – indiretta ma inevitabile – dei profani psicologicamente impreparati al lavoro tormentoso e sempre aleatorio della ricerca scientifica, dove per una certezza è necessario digerire mille dubbi ed errori.

Cosicché anche questa nuova ed inerme nudità della scienza, vera democratizzazione degli interessi di casta, contribuisce alla smitizzazione della medicina scientifica, ma anche ad aggravare la sua crisi di verità.

La crisi di verità. – Una delle ragioni per le quali la pubblica opinione ha finora creduto al mito della scienza è che essa gode, presto o tardi, i vantaggi delle sue novità, ma ignora i macroscopici infortuni di giudizio che hanno da sempre oscurato la storia delle conquiste scientifiche. Per non parlare ancora di Galileo e di Paracelso, basta ricordare E. Jenner e la vaccinazione antivaiolosa (1796); e l’ostetrico ungherese T. F. Semmelweiss.

Nel 1847, giovane assistente ventinovenne a Vienna, egli scoprì la causa (infezione) della febbre puerperale che uccideva misteriosamente migliaia di puerpere, soprattutto nei grandi ospedali. Impose allora nel suo reparto a tutti i medici e ostetriche un accuratissimo lavaggio delle mani (lo stesso usato a tutt’oggi dai chirurghi), ogni volta che visitavano una madre in travaglio; con il che la mortalità nelle sue corsie cadde quasi a zero, mentre nelle altre persisteva altissima. Ma l’aver scoperto nel medesimo tempo la causa e la cura di un flagello secolare, nonché il concetto e la pratica della moderna asepsi, gli valse solo l’espulsione dall’ospedale di Vienna e in seguito persino dalla cattedra universitaria di Budapest, offertagli nel 1855. Vittima delle più crudeli persecuzioni morì a 47 anni, in manicomio. Tuttavia quindici anni dopo la sua morte, la scienza ufficiale gli intitolava la clinica ostetrica di Vienna, dove era avvenuta la scoperta, e nel 1894 gli veniva eretto un monumento a Budapest! E ancora il dentista americano W. T. G. Morton, inventore dell’anestesia con etere, rovinato professionalmente e lasciato morire nella miseria più scandalosa; o l’infortunio dell’intero senato accademico di Wurzburg nei confronti del suo rettore (!) W. C. Roentgen, irriso quale demente quando (1896) presentò ai suoi fisici la scoperta dei raggi X, che non volle brevettare e neppure chiamare col suo nome (ne ricevette però il premio Nobel per la fisica nel 1901); o quello di Pettenkofer, membro della commissione ufficiale di studio sul colera, quando bevendo polemicamente nel calore della discussione, a Berlino 1884, la coltura di vibrione del colera isolata in Egitto da Roberto Koch – già famoso per la scoperta del bacillo tubercolare – «dimostrò» non ammalandosi (perché digiuno da ore, quindi con molto succo gastrico libero e intensamente acido, ad altissimo potere sterilizzante) che «Koch si era sbagliato»!

E infine, tra le mille altre topiche che tralasciamo, A. Einstein, la cui teoria della relatività (1905) risultò così conturbante per gli esperti da fargli attribuire il premio Nobel per la fisica non soltanto in ritardo (1921), ma evitando accuratamente di citarla nella motivazione.

Un tempo tuttavia l’infortunio era privato, e solo il tardivo riconoscimento era pubblico, cosicché il Mito della Scienza Infallibile ne godeva – immeritatamente – i riflessi. Oggi le manca l’elasticità del ripensamento, per la ripresa diretta di ogni suo passo importante, e così avviene che i medici siano ogni giorno più confusi e la gente disincantata. Di fronte all’accavallarsi di certezze in contrasto tutti hanno ormai paura di credere. Come credere ancora al tracciato ECG, se (Cunning) la metà degli elettrocardiogrammi da sforzo nelle donne normali presenta un quadro ischemico cioè di pre-infarto? Come credere al valore degli esami se il 27° Congresso della soc. tedesca dell’app. Digerente e Ricambio dichiara (ott. 1972) che è impossibile con qualsiasi mezzo (angiografia, contrasto retrogrado, ultrasuoni, scintigrafia, ecografia) raggiungere precocemente la diagnosi di carcinoma del pancreas? Come credere alla infallibilità della medicina ufficiale, quando un congresso (Medicina pratica, 1973) segnala che la tanto celebre iperplasia del timo non è una malattia, ma anzi sempre il segno di una difesa immunologica, e quindi non va irradiata (!) com’è stato invece fatto in milioni di casi da trent’anni?

E che cosa pensare quando la reazione critica a un mezzo indiscusso parte dagli ambienti più qualificati, naturalmente dopo che un primo coraggioso oppositore si è accollato tutti i rischi professionali e finanziari della ribellione, in difesa dei pazienti? è accaduto per il coma insulinico nella schizofrenia. Introdotto nel 1932 (Berlino), furono istituite in ogni reparto psichiatrico costose unità di insulinoterapia. Ma nel 1953, dopo che praticamente tutti gli schizofrenici d’Europa e d’America avevano subito una o più volte la cura, il dott. H. Bourne, nell’autorevole rivista inglese «Lancet» (Il Mito dell’Insulina) rilevò gli errori di giudizio di tutte le pubblicazioni scientifiche sul metodo. Nacque il solito cataclisma fino a che, quattro anni più tardi, Ackner e collaboratori dimostrarono, con il primo studio controllato dopo un quarto di secolo di universale applicazione, che il coma insulinico (nonostante i gravi pericoli per la vita dei pazienti) non presentava alcun vantaggio sui comuni sedativi barbiturici. Al suo lavoro fece immediatamente seguito una marea di conferme da parte dei neuropsichiatri, che lo usavano sui pazienti solo perché il non farlo era colposo o «eretico». Cosicché «oggi (Malleson) il coma insulinico è usato assai raramente nella schizofrenia».

Se questo riguarda il passato, c’è anche chi discute il presente o addirittura il futuro. Un qualificatissimo ricercatore (G. Mathé, direttore dell’Istituto di Cancerologia e Immunogenetica dell’Hopital P. Brousse di Villejuif, Francia) in un riassunto delle conquiste di oncologia nell’anno 1971 (su «Médecine et Hygiène» del gennaio 1972) scrive testualmente: «La chemioterapia (antitumorale) è la branca terapeutica che suscita le ricerche più vaste e più costose. II prodotto dell’anno è il cis-platinum-di-amino-di-cloruro, attualmente in prova a Dallas, a Belhesda e a Villejuif. Ma la chemioterapia deve ancora chiarire due punti deboli: la sua estensione (troppa) e la sua umanizzazione (troppo poca)… La troppa estensione nasce da un’azione abusiva, perché spesso non diretta scientificamente; per esempio l’applicazione stereotipata di una combinazione doppia, o quadrupla o sestupla di medicamenti sull’uomo, senza che alcuno studio sperimentale abbia documentato il loro interesse oppure addirittura il contrario (per esempio l’associazione di methotrexate e di asparaginasi è meno attiva del methotrexate da solo). Il n’est pas impossible qu’actuellement, avec cette mode des chimiothérapies “totales”, cette  méthode thérapeutique tue plus de malades qu’elle n’en guérit».

Ma provate a consigliare a un paziente (o a un parente) di rifiutare la chemioterapia, e daranno a voi  dell’assassino, quasi che vi rifiutaste di tendere l’unica mano soccorritrice al malato caduto nella fossa dei serpenti!

Eddy Merckx batte provetta. – Ma anche al di fuori di queste tragedie, e navigando in acque più amene, il mito della scienza inciampa oggi in perdite di faccia di contenuto in fondo risibile ma che, per la loro immediata e universale diffusione, la ridimensionano quando non la squalificano (termine sportivo assai adatto all’episodio che citeremo). Nella conferenza di fine anno alla fondazione Erba di Milano, tra le realizzazioni 1973 il prof. C. Sirtori ha citato che «si arriva a misurare un femtogrammo, cioè un milionesimo di miliardesimo di grammo di una sostanza». Ma quando (per esempio con la gascromatografia) la scienza pretende di applicare in pratica le sue incredibili finezze tecniche, non sempre riesce vittoriosa. è accaduto col famoso controllo antidoping del corridore ciclista Eddy Merckx dopo la sua vittoria nel Giro di Lombardia 1973 (esattamente la sua 321ma!). La ricerca nell’urina di eventuali droghe stimolanti ha data esito positivo, e come risultato la squalifica del vincitore. Il quale – non avendo alcun bisogno di droghe per vincere sempre, come fa da quindici anni – aveva in realtà bevuto, fino a due giorni prima, un semplice sciroppo per la tosse (Mucantil) contenente una minima quantità di nor-efedrina come broncodilatatore. Ma l’implacabile gascromatografo aveva rivelato ancora i suoi residui infinitesimali a 48 ore di distanza. Sennonché, costretta a decidere tra il giudizio della macchina e l’uomo-Merckx, l’opinione pubblica ha scelto quest’ultimo, e la sua vittoria anche sulla provetta ha assunto il significato sentimentale di una pericolosa ribellione umana nei confronti della inumana verità scientifica. Un’altra stigmata di sfiducia che il tempo faticherà a riparare, inserita com’è nella sfera sentimentale piuttosto che in quella razionale.

Come ancora la notizia, immediatamente pubblicizzata dalla stampa, dell’«alcool messo sotto accusa: non disinfetta!» emessa da una tavola rotonda (Milano, 8-4-1974) della soc. ital. di Chemioterapia. L’improvvisa pubblica distruzione (oltretutto infamante) del mito del disinfettante più comune e più conosciuto dai profani (ma chi glielo ha insegnato??), usato come tale dal XIV secolo in poi, ha fatto sulla gente lo stesso effetto dell’abolizione papale (per accertata inesistenza) di santa Filomena per i siciliani, che ne vantano i miracoli, e di san Giorgio per i lattai, Genova e l’Inghilterra, che lo hanno per patrono da millenni (ma chi glielo ha concesso??). Cioè il risultato di una dissacrante crisi di fiducia verso tutta la religione e, per l’alcool, verso tutta la scienza. Comunque queste disfunzioni potrebbero essere considerate semplici anomalie relative alla inflessibile legge statistica (non tutte le ciambelle riescono col buco), sempre che le sedi più elevate del prestigio scientifico, quelle che hanno per statuto mezzi e tempo per correggere eventuali errori di un immediato giudizio, mantenessero la loro adamantina attendibilità, al di sopra di tutti. Ma la sconfortante risposta è purtroppo No.

In ordine allo statuto di fondazione, delineato da Alfred Nobel (inventore della dinamite) nel suo testamento del 27 novembre 1895, i celeberrimi premi Nobel, consegnati il 10 dicembre di ogni anno nel giorno anniversario della sua morte, dovevano premiare con una grossa quantità di denaro ma soprattutto con la riconoscenza di tutta l’umanità «Le persone che avessero compiuto le più importanti scoperte o invenzioni nell’anno precedente»… «donando all’umanità il massimo beneficio». Questo per cinque distinti campi: fisica, chimica, fisiologia e medicina, letteratura, e pace. Ora, tralasciando le tempeste polemiche che hanno accompagnato quasi da sempre l’attribuzione di quest’ultimo premio (Pauling; Kissinger e Le-DucTho nel 1973, peggio ancora per E. Sato e G. Mc Bride nel 1974, così da far chiedere un diverso criterio delle scelte…) è istruttivo ma poco consolante scorrere l’elenco e le motivazioni dei premi attribuiti dalla massima assise scientifica del mondo, scegliendo fra le «proposte basate sul principio della competenza e della universalità» inviate alla Fondazione dalle seguenti categorie (per la fisiologia e medicina): 1) membri della Facoltà medica del Karolinska Institutet di Stoccolma; 2) membri della Classe medica della Reale accademia delle scienze svedese; 3) premi Nobel in fisiologia o medicina; 4) membri delle Facoltà mediche di Uppsala, Lund, Oslo, Copenhagen ed Helsingfors; 5) membri di almeno sei altre Facoltà mediche del mondo; 6) altri scienziati ritenuti idonei.

Era evidente l’intenzione di A. Nobel di assicurare a qualsiasi scelta l’avallo più completo della scienza ufficiale di tutta la terra. E così di fatto avviene. Ma qual è il risultato? Che spesso le scoperte veramente fondamentali vengono ignorate perché troppo grandi o non ancora digerite, in favore di apporti esclusivamente tecnologici presto superati, se non peggio. Per questo nella fisica si leggono con orgoglio i nomi di Roentgen (raggi X, 1901), di P. e M. Curie (radium e radioattività naturale, 1903), di G. Marconi e C. Braun (telefonia senza fili, 1909), di M. Planck (teoria dei quanta, 1918), di E. Fermi (radioattività artificiale, 1938); con minore orgoglio di A. Einstein (1921, non per la teoria della relatività!), di G. Lippmann (fotografia a colori per interferenza, 1908), di C. T. Wilson (camera a nebbia per il rilievo dei traccianti radioattivi, 1927), o di P. Blackett (perfezionamento della camera di Wilson, 1948), e persino di N. G. Dalen («per la sua invenzione dei regolatori automatici per gli accumulatori a gas dei fari e gavitelli», 1912).

Quanto alla fisiologia e medicina, e ai suoi riflessi immediati sulla salute delle comunità umane, l’analisi è altrettanto sconcertante. Anche qui, a fianco di vere pietre miliari nel destino umano (von Behring, possibilità della sieroterapia, 1901; T. H. Morgan, ruolo dei cromosomi nell’ereditarietà, 1933) incontriamo una serie di premi su base tecnologica o strumentale  (Ry. Finsen, cura attinica del lupus, 1903; A. Gullstrand, ricerche sulla diottrica dell’occhio, 1911; W. Einthoven, elettrocardiogramma, 1924; G. H. Whipple e G. R. Minot, cura dell’anemia con estratti di fegato, 1934). Inoltre alcune gravi dimenticanze o scorrettezze (dovute forse non alle persone ma all’organizzazione privilegiata delle proposte): per esempio il Nobel a Sir R. Ross (1902), per la scoperta del ciclo biologico zanzara-uomo del plasmodio malarico, ha del tutto trascurato l’opera precedente dell’italiano G. B. Grassi; o quello gravissimo del 1923, che attribuì il premio «per la scoperta dell’insulina» (quindi per curare il diabete) a Banting e Macleod, dimenticandosi affatto del giovane C. H. Best, primo ideatore della scoperta ancora da studente, avversato come visionario finché trovò in Banting il ricercatore disposto a sperimentare le sue idee! è ben vero che Banting divise immediatamente con Best il suo premio, ma nessuno ha mai aggiunto il nome di Best all’elenco del Nobel.

Ma c’è qualcosa di peggio. Nel 1927 il Premio fu attribuito a J. Wagner-Jauregg «per il valore curativo dell’inoculazione della malaria nel trattamento della demenza paralitica» e dopo qualche anno nessuno la usò più come il coma insulinico, per i suoi accertati pericoli e la riconosciuta inutilità. E nel 1949 lo ricevette A. Egas De Abreu Moniz, «per la sua scoperta del valore curativo della leucotomia in certe psicosi» soprattutto la schizofrenia. Moniz aveva pubblicato nel 1936 una brillante monografia sulla resezione dei lobi frontali dal resto del cervello. L’intervento, che «amputava» definitivamente la personalità del paziente, divenne di gran moda così che (Malleson) dal 1940 in poi furono leucotomizzati circa 10.000 soggetti in Inghilterra, e oltre 25.000 negli U.S.A. Dal 1951 già qualche neuropsichiatra cominciò ad avere forti dubbi, finché nel 1958 Robin pubblicò la prima ricerca controllata sui risultati a distanza: non solo i pazienti così trattati non erano stati aiutati dalla cura, non solo rivelavano degenze in istituti mentali più lunghe degli altri, ma nel 18 per cento sviluppavano anche l’epilessia (oltre alla consueta e inalterata schizofrenia). Annota A. Malleson, nel suo stile scozzese-tacitiano: «La leucotomia non è più un intervento popolare per la cura della schizofrenia».

Ma se l’avallo alla lobotomia frontale interessava i soli malati di mente esiste nella lista dei Nobel un infortunio che stiamo pagando tutti quanti. Nel 1948 il Premio (sempre per fisiologia e medicina) fu concesso a P. H. Muller «per la sua scoperta dell’alta efficacia del DDT come veleno da contatto contro numerosi artropodi». Oltre che contro gli artropodi, purtroppo agisce anche contro di noi. Ora, ricordando la motivazione statutaria dei Nobel («per il massimo beneficio dell’umanità») e la nostra tragica lotta attuale contro il veleno cellulare che ha invaso tutto il nostro ambiente e noi stessi anche prima di nascere, del quale non ci potremo liberare in meno di altri cento anni, e di fronte persino alla sua accertata cancerogenicità (Taylor), dobbiamo dedurne che neppure la scienza al suo massimo livello (le persone singole sono in questo caso fuori discussione) riesce a vedere più in là del suo stesso naso, ed è incapace di attingere una sintesi globale e soprattutto di difendere l’uomo, suo artefice e destinatario.

Terminiamo l’elenco con il cancro, cioè il nemico più terribile – e invitto – della scienza. In relazione al tabu che lo difende, risulta il grande dimenticato nell’elenco dei premi Nobel. Non è sempre stato così: nel 1926 il premio è stato attribuito al danese Johannes Andreas Fibiger «per la sua scoperta della Spiroptera carcinoma» cioè del bacillo del cancro, il quale naturalmente non esiste. La scottata della fondazione (ma in nome e per conto di tutta la scienza ufficiale) è stata tanto forte da averle fatto attendere esattamente quarant’anni per richiamare la malattia-tabu nei suoi protocolli. Nel 1966 il premio è stato attribuito a P. Rous («per la scoperta di virus induttori di tumori») e a C. B. Huggins («per il trattamento ormonale del cancro prostatico»); ma questo ripensamento è stato possibile solo in dispregio della norma statutaria fissata da A. Nobel («scoperte dell’anno precedente») e per la eccezionale longevità degli interessati (i Nobel possono essere concessi solo a viventi). Infatti, Rous è vissuto 91 anni (1879-1970) e ne aveva 87 al momento del premio; e quanto alle ricerche premiate, le sue risalivano a più di 40 anni prima, e quelle di Huggins a circa 30.

Si sa che tutto è in discussione, nel mondo moderno; ma l’avanguardia più esposta è la scienza, in particolare la scienza medica perché ci riguarda più da vicino e intimamente. Non c’è dunque nulla da meravigliarsi se in questa crisi globale di verità, per una medicina che rifiuta i suoi caratteri umani in favore di quelli scientifici, la gente cerca rimedio alla insicurezza acquistando una illusoria certezza da chi si pone, per principio, al di fuori di ogni inquadramento scientifico. Per questo a Milano (ma è così dovunque nelle metropoli più civilizzate) esercitano oggi almeno 4.000 maghi e veggenti per un giro d’affari complessivo di oltre venti miliardi di lire all’anno. («Il Milanese» n. 148, 1974).

Capitolo IX – Il futuribile e la medicina 

Poco dopo il 1945 un fisiologo francese, tutt’altro che in vena d’ironia, dichiarò che l’Homo sapiens del terzo millennio avrebbe avuto gambe semiatrofiche, occhi miopi, padiglioni auricolari rudimentali, forze organiche irrisorie, testa assolutamente calva e rachitica a causa della ipertrofia dell’unico organo stimolato dal processo della civiltà, cioè la corteccia cerebrale. È lecito invece dubitarne, non avendo egli tenuto conto del non ancora nato cervello elettronico e della sua invasione (negli U.S.A. erano 12 nel 1950, e già 40.000 nel 1968, secondo Norwood). Da quando per esempio il costo ormai irrisorio degli orologi ne ha reso universale la diffusione, non esiste neppure più un contadino in grado di calcolare, con un semplice sguardo all’altezza del sole, l’ora del giorno con sufficiente approssimazione (per non parlare dei cittadini, e dell’ora legale). E con i computer da tasca, chi penserà più?

Gli Isaia in mezze maniche. – Per studiare appunto l’interferenza della civiltà sull’uomo è nata da una ventina d’anni la futurologia, il cui campo di ricerca è il futuro possibile o futuribile (termine coniato dal teologo spagnolo Molina), cioè la probabile realtà del mondo fra 10 anni (futuro presente) o 100 (prossimo), o 1.000 (intermedio) o 10.000 anni (lontano). A queste indagini si sono dedicati, con metodo interdisciplinare, insospettabili organismi scientifici: tra gli altri l’Institute of Technology di California e del Massachusset (il famoso M.I.T.) in U.S.A., l’Accademia sovietica delle scienze, la Rand Corporation of America, il ministero della sanità della Germania Federale, e la Croce Rossa Internazionale (1972). Oltre alla proiezione futura delle realizzazioni tecnologiche attuali occorre anche studiare i loro probabili riflessi sul modo psicologico del vivere singolo e collettivo. (Y. Hayashi; psico-futurologia.)

Sennonché fino a pochissimi anni fa le uniche previsioni attendibili sono state espresse dagli autori di fantascienza. Che cosa c’è per esempio di più azzeccato, a oltre settant’anni di distanza nel futuro, delle descrizioni di Jules Verne del missile lunare (Dalla Terra alla Luna) o del sottomarino atomico (il Nautilus del capitano Nemo in 20.000 leghe sotto i mari), battezzato perciò in suo onore come il precursore del romanzo?

E così, a livello sociopsicologico, non si può non riconoscere forte validità al futuribile descritto da George Orwell e Aldous Huxley rispettivamente in 1984 e Brave New World scritti circa quarant’anni fa, con sorpresa persino dei loro autori (A. Huxley in: Brave New World Revisited, 1958: «Nel 1931 quando scrivevo Brave New World, ero convinto che ci fosse ancora tempo, e parecchio. Invece le mie profezie si avverarono assai più presto di quel che pensassi…»). Che dire delle «fantasie» sociologiche di R. Heinlein, di R. Shektey, di M. Kornbluth, dei coniugi Gillon, di G. Gamov, di I. Asimov (Io, Robot, per esempio)? Soltanto questo, che le previsioni contenute nei loro libri sono del tutto possibili, essendo ricavate dai fatti concreti e dalle tendenze attuali con lo stesso rigoroso metodo delle ricerche di futurologia scientifica. (D’altronde molti autori di fantascienza, tra i quali Gamov e Asimov, sono o sono stati professori universitari, in genere di fisica o matematica; e hanno partecipato a gruppi di ricerca futurologica). Lo stesso metodo ha addirittura permesso al celeberrimo biologo francese Jean Rostand di scrivere nel 1962, a proposito della ingegneria cromosomica un libro (Aux frontières du surhumain) assai più avanzato del romanzo fantascientifico di Franck Herbert sullo stesso argomento The eyes of Heisenberg del 1966.

Le previsioni sbagliate. – Tuttavia persino la stretta adesione alla concretezza delle tendenze tecnologiche può portare a risultati aleatori; così è avvenuto che le Meravigliose avventure di Saturnino Farandola, un romanzo di avventure per ragazzi pubblicato a dispense appena cinque anni dopo il salto aereo dei fratelli Wright a Kitty-hawk (1903) riempia il cielo moderno di elicotteri più pesanti dell’aria, ma anche che un fisiologo aerospaziale (prof. R. Margaria, nel 1969) neghi in un’intervista concessa al giornalista Ugo Apollonio la possibilità di sbarcare sulla Luna «se non entro i prossimi trenta anni» mentre questa avvenne, come tutti ricordano, appena il 20 luglio dell’anno dopo (in L’uomo nel 2000, 1968). Per questa totale insicurezza insita nel comportamento dell’uomo, mentre disponiamo di previsioni abbondanti e attendibili a livello tecnico e operativo (nuove fonti di energia, reddito economico, sistemi industriali, sviluppo tecnologico) i contributi sul futuribile medico risultano estremamente scarsi: due soli su oltre 150 articoli originali in tutta la raccolta della rivista specializzata «I Futuribili»; addirittura nessuno in una raccolta (1968) di saggi dei massimi futurologi del mondo: Kahn, Wiener, Pierce, de Sola Pool, Mesthene e altri, che vanno dagli armamenti allo spazio, dai trasporti all’istruzione, dai computer all’economia, come saranno fra 50 anni. (Forse che il mondo del 2018 sarà senza medicina?).

Essi appaiono, inoltre, spesso correlati al dominio di una specializzazione esclusiva; per questo errore anche l’affascinante volume di P. Stefanini e U. Apollonio (Nuovi orizzonti della Medicina, 1970) si rivela semplicemente come la proiezione stereotipata nel futuro, senza alcuna alternativa, delle realizzazioni tecnologiche attuali della scienza, in chiave prevalentemente chirurgica e cibernetica. Vediamone qualcuna.

Gli psicofarmaci come arma di guerra, incruenta ma globale. La stimolazione biochimica alla crescita di nuovi arti ed organi. La fecondazione in vitro dell’ovulo umano e il reimpianto in un sostituto dell’utero materno. L’adattamento artificiale dell’organismo umano a peculiari richieste funzionali extraterrestri o extragalattiche (cyb-org). La realizzazione di una programmazione sanitaria universale e soddisfacente… questi, e centinaia d’altri, gli spunti medici che il futuribile ci riserva, come dotazione automatica di una imminente età dell’oro. Essi peccano però, in genere, di insufficienza critica: pongono infatti l’accento sulla realizzabilità tecnica, ma quasi mai sulla loro pratica attuabilità e sulle inevitabili conseguenze individuali e sociali.

L’altra faccia del miracolo. – Fino all’avvento delle cattedre di resuscitologia, non esisteva miracolo più sovrumano della resurrezione di Lazzaro. Ma già quell’aggressivo polemista del Carducci aveva annotato che - vedendola dall’altro lato - il disgraziato Lazzaro era stato l’unico uomo a morire due volte. Oggi il triste primato è stato largamente battuto, per esempio alcuni anni fa da un vicepresidente della accademia sovietica delle scienze, risuscitato ben sette volte (e morto otto). Ma il risultato più straordinario della rianimazione artificiale è stato di ordine metafisico, riuscendo (Speciani, 1968) a rendere relativa e opinabile una delle più incrollabili certezze dell’uomo, cioè la morte (quando comincia, e quando finisce? E che cosa è dunque, la morte? Per immediata antilogia: quando inizia la vita? E dove? Nella cellula o nell’organismo? E che cosa è l’organismo? Quando comincia a vivere come complesso unitario? E quando, come complesso unitario, muore?).

Per attenerci a miracoli meno eccezionali, l’aumento della aspettativa media di vita (alla nascita) dai 20 anni della preistoria ai 70 del 1960, esprime un fatto di per sé ottimo, e tale da inorgoglirci. Ancora di più se si pensa che la componente maggiore del fenomeno coincide con la compressione universale della mortalità infantile, scesa dal 500 per mille del 1900 al 100 per mille del 1950, e al 30 per mille addirittura negli ulteriori 15 anni, nel complesso dei paesi europei. La quasi totale vittoria della scienza contro le malattie infettive ci assicura anche nella vita adulta, salvo l’interferenza delle malattie degenerative. Ma già nel momento presente, per non parlare del futuro, qual è il risultato statistico di questa meravigliosa conquista? Anzitutto l’aumento esponenziale della popolazione in tutto il mondo, che diamo per scontato. Poi, tragico e attuale, l’aumento straordinario dei cronici, degli invalidi, dei disadattati fisicamente (per i quali nessun paese ha saputo preordinare tempestivamente leggi e difese sociali idonee).

Molto di più sono cresciute invece le spese per questa quota di popolazione: le pensioni di invalidità e vecchiaia (INPS, Italia) sono salite da 1 miliardo e 165 milioni del 1922, a 364 miliardi e 750 milioni del 1955, a 2.800 miliardi e 600 milioni del 1968, a 4.991 nel 1973, a 7.365 nel 1974.

Si sono cioè moltiplicate di oltre 6.300 volte in dieci lustri (conteggi in lire 1965!). A parte il fatto della prevedibile bancarotta sociale, c’è - a documentare la tragedia psicologica del vecchio nella società moderna - la statistica mondiale dei suicidi, che accerta per il gruppo oltre i 65 anni un tasso sette volte superiore a quello globale della comunità (Speciani, relaz. XI congr. Med. sociale, Modena 1967). Il prof. Vittorio Puddu (in L’uomo del 2000 di Ugo Apollonio) afferma, certo pensando alla «conquista» delle cardiopatie, che «in ogni caso, l’uomo del prossimo futuro vivrà 120 anni». Potrebbe vivere forse; a meno che non si suicidi in massa ben prima, sopraffatto dalla noia e dalla alienazione, visto che le attuali balorde leggi antibiologiche lo costringono a pensionarsi, in piena efficienza fisica e mentale, a meno di metà della sua speranza di vita, non utilizzando incoscientemente una somma irripetibile di esperienze e di saggezza.

Bioingegneria cromosomica e trapianti. – Ricorderemo ancora che, come parziale arginamento della marea montante e della presa di potere degli ipofrenici, con conseguenze immaginabili persino sull’ulteriore progresso della civiltà, la scienza offre un metodo che consentirebbe la nascita - a piacere, nel luogo e nella quantità utile - di un drappello di Einstein, o di Descartes, o di Edison. Si tratta delle «banche dello sperma» dove potrebbe essere conservato anche per millenni seme particolarmente iperdotato, donato all’umanità da geni ed eroi durante la loro vita. Ne accennava J. Rostand nel 1962 (Aux frontieres du surhumain), ma la realizzazione pratica era già, solo dieci anni dopo, in largo uso sperimentale. T. Mann, Rowson e tutto il gruppo della stazione di fisiologia della riproduzione della Università di Cambridge, Inghilterra, riescono correntemente ad ottenere vitelli Hereford da vacche Frisone, agnelli Border-Leicester da pecore Dorpet, con uova fecondate in Inghilterra e generate in Australia, e così via. Usano spermi conservati a -79° (anidride carbonica solida) e persino a -196° (azoto liquido) («Pan. Med.» 1, 1972). La sola proiezione futura di questo pilastro tecnologico è la sua applicazione all’uomo, null’altro. Ma qui iniziano i guai. Infatti né le vacche Hereford né le pecore Dorpet hanno personalità giuridica, quindi non possono fare testamento mentre l’uomo sì; e quando se ne dimentica, vi provvede automaticamente la società, attraverso le sue leggi. Nel caso che un uomo abbia un figlio duecent’anni dopo la sua