4 – DAL LIBANO A GIARDINO – Pino Stancari

Posted on Dicembre 14th, 2008 di Angelo |

DAL LIBANO A GIARDINO

 

di Pino Stancari

 

che sia soltanto un sogno?

Abbiamo lasciato la creatura amata ancora dormiente, mentre il diletto veglia al suo capezzale. Si è avvicinata al risveglio, poi è ripiombata nel sonno e nel corso del suo riposo ha sognato. Il diletto ha approfittato dei sogni per educarla nell’intimo, per comunicare quanto, in condizione di veglia, la creatura amata non era ancora in grado di reggere. Ancora non è in grado. Tant’è vero che appena si è accostata alla soglia del risveglio subito si è ritirata. Quella comunione di amore, per il quale il diletto l’ha visitata, quella comunione di amore che pure era desiderata, vagheggiata, inseguita dalla creatura vagabonda, in ansia, tormentata, non trova un riscontro: la creatura non ce la fa a reggere l’impatto con quella presenza, con quella pienezza di amore. Si è addormentata.

 

E’ vero: il tempo del sonno non è un tempo inutile, è tempo valorizzato dal diletto per educare nell’intimo del cuore quella creatura dormiente, ma ci siamo resi conto che non è pronta per il risveglio. Il diletto non rinuncia per questo al suo proposito. E’ lui che veglia in attesa del momento in cui quella creatura amata sarà in grado di corrispondere alla sollecitudine del diletto.

 

E’ l’evangelo che ha interpellato la creatura, che le è stato donato, che la sta visitando nell’intimo, ed è, all’incontro con l’evangelo, per la conversione all’evangelo che quella creatura ancora non è pronta. Riesce a sognare, ma non è ancora in grado di sostenere l’impatto con la novità evangelica in condizioni di veglia. La situazione diventa alquanto imbarazzante nel momento in cui, giungendo nella fase del sonno che è prossimo la risveglio, è assalita da un incubo terribile: che sia davvero un sogno, che sia soltanto un sogno? Che l’evangelo, la novità che viene da Dio e cambia la storia degli uomini e che cambia il cuore di tutto e il cuore mio, che l’evangelo sia soltanto un vagheggiamento onirico, una fantasia per dormienti che si stanno crogiolando nella inedia?

 

In realtà la creatura non è pronta per superare l’incubo, è ripiombata nel sonno profondo. Il secondo poema si chiudeva nella convinzione della creatura di avere ormai raggiunto il diletto, di stringerlo, di non volere lasciarlo mai più, «finché non l’abbia condotto in casa di mia madre, nella stanza della mia genitrice». E’ ricaduta, invece, all’indietro, è ritornata al sonno profondo, è rientrata in casa di sua madre. Si è li per li convinta di avere finalmente afferrato l’evangelo, e lo tiene stretto. In realtà il gesto che compie già ci mette sull’avviso: c’è un fraintendimento clamoroso a riguardo di questo incontro con l’evangelo. Ce l’ha fatta finalmente, lo tiene stretto, se ne è impossessata? L’ambiguità di questo gesto appare subito: sta rientrando nella stanza della sua genitrice, si sta riavvolgendo dentro le spire del suo sonno ancora non terminato. E il diletto da parte sua veglia, con pazienza affettuosa e dolcissima. Il diletto è custode di quel sonno e ne approfitta per confermare nell’intimo del cuore di quella creatura, il valore di una chiamata, di un invito, di una promessa, di una speranza che orienta il cammino dell’umanità verso la pienezza della comunione con il Dio vivente. E’ una comunione ritrovata, restaurata, dopo tutta una storia fatta di smarrimenti, di deviazioni, di fraintendimenti.

 

il rapimento della sposa

 

Ma adesso si giunge a una svolta. Il terzo poema si apre con la descrizione di una scena del tutto imprevista. E’ sempre così quando compare il diletto: compare a modo suo, compare nella gratuità della sua iniziativa, con le sue originali genialissime improvvisazioni.

 

«Che cos’è che sale dal deserto come una colonna di fumo, esalando profumo di mirra e d’incenso e d’ogni polvere aromatica? Ecco, la lettiga di Salomone: sessanta prodi le stanno intorno, tra i più valorosi d’Israele. Tutti sanno maneggiare la spada, sono esperti nella guerra; ognuno porta la spada al fianco contro i pericoli della notte».

 

Un corteo si muove all’orizzonte, avanza precipitosamente, accelera l’andatura in modo impressionante, solleva un enorme polverone che, mentre appanna la vista, ci viene incontro con la singolare soavità di profumi effusi in misura sovrabbondante. E’ polvere, ma è polvere odorosa, è polvere aromatica. Profumo di mirra e di incenso.

Che corteo è questo, che cosa sta succedendo?

 

Questo corteo ha tutte le caratteristiche delle cerimonie nuziali che prevedevano l’atto del rapimento: l’aspirante sposo si presenta accompagnato dai suoi amici per rapire la fidanzata. Il rapimento si configura come una cerimonia, un rito. E’ un modo di celebrare le nozze proprio dei popoli nomadi. La scena a cui stiamo assistendo ha le caratteristiche di un rapimento: il diletto vuole rapire la creatura amata per sposarla. Tutto appare come un gesto energico, travolgente, che ha aspetti di violenza, di sopraffazione! Il diletto rapisce la creatura che nel frattempo è andata a rintanarsi nella stanza di sua madre, quella creatura che aveva preteso di avere conquistato e possedere il diletto. In realtà non l’ha conquistato affatto e ancora meno lo possiede. E’ andata a rintanarsi: c’è una nota di ritrosia, ancor più, di vergogna, nel suo comportamento. Nel sogno essa si era immaginata di aver rubato il diletto.

 

Questa creatura è una ladra, è una creatura abituata al ladrocinio, abituata a fare della rapina il suo modo di affermazione. Di questa rapina è tronfia e in essa si sente gratificata, ci dorme sopra con grande effusione di sentimenti.

Il diletto interviene rapendo la creatura. L’ideale della rapina è il motivo per cui quella creatura non si sveglia e non può svegliarsi, perché se mai si svegliasse precipiterebbe in un baratro infernale. Interviene il diletto con questa soluzione originalissima: fa sua la vergogna della rapina a cui l’umanità si è votata.

 

L’umanità ha fatto del furto il proprio ideale di riferimento. L’evangelo non abita qui. C’è stato un accenno, era solo la pretesa di avere conquistato anche l’evangelo, di possederlo, di averlo risucchiato nel vortice dell’infamia rapinatrice. La creatura umana è soddisfatta di potersi rintanare in casa di sua madre. Ma è da quella casa che il diletto la strappa, è da quella stanza della genitrice che il diletto la tira fuori, per questo usa la violenza. Certo, è la violenza dello sposo, è la violenza dell’evangelo che rapina l’umanità per strapparla alla prigionia in cui da se stessa si è relegata e in cui da se stessa vuole conservarsi.

 

Lo sposo interviene, proprio perché è lo sposo, il diletto. Affronta lui il terreno della vergogna umana, avanza lui su quel terreno, se ne appropria lui, lo fa suo. Là dove l’umanità vuole rannicchiarsi nella miseria della propria rapina, là dove l’umanità pretende di rapinare anche l’evangelo, proprio là dove questa pretesa è divenuta il vanto di una istituzione dormiente, proprio là il diletto interviene e strappa, rompe, rapina, ruba. E’ il ladro.

 

Gesù stesso ha detto questo: viene come un ladro perché è lo sposo. Quella creatura non si potrebbe risvegliare se non fosse strappata dalla presenza dello sposo. E’ proprio lo sposo che si presenta svegliandola perché è lo sposo che viene, già si è impossessato di lei. La creatura, risvegliata bruscamente, sarà esterrefatta, sconcertata, forse protesterà, interpreterà il momento che sta vivendo come un disastro.. E’ arrivato il diletto e l’ha sposata, ha fatto sua la vergogna dell’umanità, di quella creatura che aveva preteso di essere ormai padrona dell’evangelo. In realtà quella creatura ha dimostrato soltanto di essere prigioniera del sonno ed è da quel sonno che viene strappata e liberata.

 

l’incoronazione dello sposo

 

C’è un baldacchino al v. 9 che rende per il momento invisibile il diletto. Ci sono i suoi compagni che si danno un gran d’affare attorno alla lettiga, lui è evocato con il ricorso al nome del re Salomone, ma è invisibile.

 

«Un baldacchino s’è fatto il re Salomone, con legno del Libano. Le sue colonne le ha fatte d’argento, d’oro la sua spalliera; il suo seggio di porpora, il centro è un ricamo d’amore delle fanciulle di Gerusalemme».

 

E’ l’incoronazione dello sposo, è il giorno della intronizzazione regale, ma è il giorno in cui la sposa si presenta a lui, è consegnata a lui, coinvolta in una relazione di amore alla quale non può più resistere. Un amore geloso, un amore intransigente, un amore prepotente, un amore travolgente, un amore vittorioso, un amore che non attende più, non rinvia più.

 

Il giorno delle nozze coincide con il giorno dell’incoronazione. Lo sposo nella cerimonia nuziale è incoronato. Così vanno ancora le cose per i cristiani dell’oriente. La festa della celebrazione delle nozze è anche il rito di incoronazione dello sposo. Questa incoronazione immediatamente ci orienta verso il giorno delle nozze che segna la svolta decisiva nella storia umana, quel giorno in cui lo sposo è il crocifisso incoronato. Ebrei 2,9:

«quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti».

 

Eccolo l’incoronato, eccolo nel giorno delle nozze, ecco lo sposo che ruba, attrae a sé, rapisce per sé la sposa, ossia la creatura umana, in forza di un amore geloso e vittorioso, che si esprime con il linguaggio della vergogna condivisa fino alla morte. E’ incoronato e intronizzato. Per delle creature ladre, si presenta il ladro. Per delle creature che si rintanano in fondo a un abisso, il diletto si presenta come signore dell’abisso umano, signore della oscurità infernale. E’ lui il signore della morte, ed è lui intronizzato e incoronato perché è lo sposo che attrae a sé in modo travolgente l’umanità intera. E non c’è creatura che possa sfuggire a questo ratto, che possa considerarsi estranea a questa intenzione d’amore. La corona dello sposo sta li a dimostrare come si sia impossessato della morte, della vergogna, della miseria, della infamia, di cui la nostra umanità è prigioniera e di cui la nostra umanità vuole restare prigioniera. Se ne è impossessato lui, è lo sposo. Lo sposo è intervenuto in modo tale da conferire alla morte della creatura la testimonianza di un vincolo nuziale, la testimonianza di un amore geloso che libera, che riscatta, che ormai apre strade nuove per gli uomini, per la chiesa, per la storia del mondo.

 

«Uscite figlie di Sion, guardate il re Salomone».

 

Era velato e diventa visibile, si sono mosse le cortine della lettiga perché adesso è il momento in cui la sposa rapita viene introdotta nella lettiga e insieme saranno portati, lo sposo e la sposa, che a lui si presenta.

«Guardatelo con la corona che gli pose sua madre, nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore».

 

una serenata: “come se bella, amica mia!”

 

Il poema prosegue con un canto, una serenata che il diletto dedica alla creatura amata: l’ha svegliata, l’ha strappata, l’ha presa a sé, adesso la creatura amata è accanto a lui, sono sulla stessa lettiga. L’invisibile glorioso, il crocifisso incoronato. Ecco il ladro che viene per evangelizzare creature dormienti come noi.

 

Il diletto parla. E’ la voce dello sposo che adesso, aiutati e sostenuti, dall’amico dello sposo, possiamo ascoltare. La morte è divenuta testimonianza di una gelosia d’amore che ha instaurato un vincolo nuziale indissolubile. Il diletto è passato attraverso la vergogna, attraverso l’inferno della condizione umana, attraverso il deserto del cuore umano. La morte è divenuta sigillo, comunque. Il diletto canta.

 

«Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo. Le tue chiome sono un gregge di capre, che scendono dalle pendici del Gàlaad. I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, che risalgono dal bagno; tutte procedono appaiate, e nessuna è senza compagna. Come un nastro di porpora le tue labbra e la tua bocca è soffusa di grazia; come spicchio di melagrana la tua gota attraverso il tuo velo. Come la torre di Davide il tuo collo, costruita a guisa di fortezza. Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di prodi. I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella, che pascolano fra i gigli».

 

E’ il diletto che parla della creatura amata. Chi è? Dove sta? Come è fatta? Come appare? Che volto ha? In realtà il volto della creatura è velato, ma attraverso il velo viene contemplato dal diletto che si compiace di descriverlo. E’ incantato, è affascinato, un linguaggio sorprendente, sconcertante, eppure è così. Come avrebbe potuto mai essere risvegliata quella creatura? L’evangelo travolge tutte le previsioni, l’evangelo incalza, l’evangelo strappa e trascina lungo il suo corso.

 

E’ descritto il volto, è descritta la figura della creatura umana, è descritta la creatura amata, ma è inserita in un contesto: la terra. Essa rappresenta il contesto di spazio e di tempo in cui l’umanità è sempre e comunque inserita. Nel canto del diletto questa creatura è collocata nella sua terra, anzi fusa con quella terra. Il diletto canta il suo amore alla creatura amata da lui: come sei bella amica mia, come sei bella!

Ecco! Sei nel tuo contesto, sei nel tuo mondo, sei nella tua storia, sei nella tua terra, sei terra, sei mondo, sei storia, tu sei creatura amata oggi!

 

Non siamo noi che attualizziamo l’evangelo, è l’evangelo che attualizza noi! E’ l’evangelo che rende noi odierni. Non è preoccupazione nostra di rendere odierno l’evangelo, saremmo soltanto capaci di acchiapparlo, imbrogliarlo, imbrigliarlo e rinchiuderlo in casa di nostra madre, in un qualche armadio. E’ il vangelo che fa della creatura umana una creatura terrestre, mondana, storica, oggi: come sei bella amica mia, come sei bella! v. 5:

I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella, che pascolano fra i gigli.

 

Qui il poema allude alle due montagne che sono state considerate per alcuni secoli come gli emblemi di uno scisma che ha fratturato la comunione all’interno del popolo di Dio: le due montagne: il monte Sion e il monte Garizim, quello su cui i Samaritani edificarono un altro tempio in contestazione con il tempio di Gerusalemme. La polemica, come sappiamo bene, è ancora vivacissima nei racconti evangelici.

 

Sotto lo sguardo del diletto che descrive la sua creatura, quella creatura è unificata: l’unità del popolo non più fratturato, non più lottizzato. E’ sempre vera per il popolo di Dio nel corso della sua storia la propensione a fare del corpo della chiesa un frammento di lotti messi in vendita a uso e consumo del più presuntuoso offerente. Sotto lo sguardo del diletto che canta, il corpo della creatura amata è ricomposto nell’unità conseguente. E il v. 6:

«Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, me ne andrò al monte della mirra e alla collina dell’incenso. Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia».

 

specchiarsi nella creatura: lo sconcertante mistero

 

Il diletto viene e dice egli stesso: io vengo presto. Così leggiamo alla lettera nell’Apocalisse alla fine: io vengo. Non soltanto canta, ammira, contempla, ma “vengo e vengo presto“, prima che finisca il giorno. Questo giorno ormai è intramontabile: il giorno delle nozze contiene in sé una sequenza di secoli e millenni che noi non siamo in grado di calcolare. Tuta questa sequenza temporale cade all’interno di quel giorno: io vengo. Questo è il giorno delle nozze. L’urgenza di questa venuta è qui confermata da una dichiarazione stupefacente: « Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia», in modo da esprimere il desiderio di venire per specchiarsi nella creatura amata. Vengo e vengo presto non soltanto per dirti quel che mi sta a cuore; vengo per rispecchiarmi in te, per trovarmi in te. Questo è sconcertante, stupefacente, è veramente misterioso: il mistero di Dio si rivela nel senso di una volontà di rispecchiamento nella creatura, il mistero di Dio vuole essere testimoniato dalla creatura. E’ Dio che vuole, per così dire, riceversi dalla creatura. Non a caso già tradizioni molto antiche nella chiesa leggonop questo versetto 4,7 in rapporto alla Immacolata Concezione:

«Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia».

 

Il mistero di Dio si è presentato come uno sposo rapinatore, adesso veniamo a sapere che si presenta come mendicante: mi rivolgo a te perché tu mi parli di Dio. Questo è stupefacente. Nella Lettera agli Ebrei 5,9 troviamo: imparò dalle sofferenze che patì e per le lacrime che versò nella condizione umana, imparò l’obbedienza di Dio.

Cosa hai imparato da noi? Cosa ha imparato dall’umanità: sofferenze e lacrime fino alla morte. Hai imparato ad essere Figlio. Straordinario! Vuole essere parlato dalla creatura umana. «Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia».

 

Dal v. 8 la serenata prende uno slancio ulteriore: «Vieni con me dal Libano». Precedentemente il diletto aveva detto: io vengo, vengo presto; ora, invece, “vieni con me”. In questo “vieni con me” è come se attendesse egli stesso di ricevere dalla creatura quella risposta che rivela il suo essere: pienezza totale di comunione liberata. Che strano. Il mistero di Dio si rivela come attesa di una risposta da parte della creatura umana. Vieni da me, lascia il Libano e mettiti in movimento, segui me, rispondi a me, fidati di me, corrispondi al mio invito, alla mia presenza.

 

«Vieni con me dal Libano, o sposa, con me dal Libano, vieni! Osserva dalla cima dell’Amana, dalla cima del Senìr e dell’E`rmon, dalle tane dei leoni, dai monti dei leopardi. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa».

 

Il gesto del rapinatore è un gesto che vuole persuadere, che vuole carpire il cuore nel momento stesso in cui porge il cuore:

«Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana! Quanto sono soavi le tue carezze, sorella mia, sposa, quanto più deliziose del vino le tue carezze ».

 

Inizialmente nel Cantico dei cantici era la creatura amata, nel suo affanno, che diceva: le carezze del diletto sono più deliziose del vino; adesso è il diletto che dice questo a riguardo delle carezze che va mendicando dalla creatura amata.

«L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano».

 

dal Libano al giardino

 

L’itinerario che il diletto predispone per la creatura umana va dal Libano, con tutto quello che significa, al giardino. Vieni: è un itinerario di conversione, di trasformazione; un itinerario che la creatura umana percorrerà perché è il diletto che la precede, è il diletto che la spinge, che, anzi, la sta implorando: tu mi hai rapito il cuore.

Nei versetti che stiamo leggendo i segni della comunione sono sempre più intensi, appassionati, penetranti, una atmosfera che è tutta pervasa da riferimenti agli sguardi, alle carezze, ai baci, ai profumi, una sovrabbondante ricchezza di profumi. v. 12: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata».

Dal Libano al giardino non sei più quella creatura riottosa che si rintanava tra le rupi montane, sei giardino chiuso. Questa immagine allude in modo inconfondibile per gli antichi interpreti del Cantico, alla verginità. La verginità è conferita a questa creatura in forza dell’amore esclusivo e geloso che il diletto le riserva: tu sei un dono di amore unico, un dono di amore libero, un dono d’amore definitivo.

 

Il passaggio dal Libano al giardino comporta il recupero di una verginità già ampiamente tradita, disprezzata: giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa.

L’immagine del giardino rimane dominante sino al v. 15:

«Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un giardino di melagrane»,

 

Il giardino chiuso è un giardino coltivato, fecondissimo. Quella verginità è una verginità materna, è una verginità in grado di generare abbondanza di frutti:

«I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, alberi di cipro con nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo con ogni specie d’alberi da incenso; mirra e aloe con tutti i migliori aromi».

 

I frutti sono messi in evidenza facendo riferimento alla effusione dei profumi, sono ben sette le sostanze odorose che qui vengono citate. In quel giardino v. 15:

«Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano». Il giardino chiuso è irrorato da acqua sovrabbondante. Il richiamo è al racconto di Genesi 2, il racconto della creazione: l’uomo è collocato nel giardino con quattro grandi fiumi. E’ il giardino che governa l’equilibrio cosmico e ricapitola in sé tutto il bisogno della storia umana mediante questa gestione dell’acqua al servizio della vita: «Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano».

Questo è il giardino verginale, il giardino della creatura in grado ormai di generare con inesauribile fecondità.

 

Il canto del diletto si chiude con un accenno al Libano che ci riporta al v. 8: Vieni con me dal Libano. Questo giardino è alternativo rispetto al Libano, ma è anche vero che contiene anche il Libano, così come contiene tutte le tane degli animali feroci, tutte le periferie più remote ed isolate da cui l’umanità è strappata, perché si metta in viaggio lungo la strada nuziale che il diletto le ha preparato. “Ruscelli sgorganti dal Libano”, ormai non si distingue più tra il giardino e il Libano.

 

E siamo alla fine del poema, 4,16:

«Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino si effondano i suoi aromi. Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti».

 

Qui è la voce della creatura amata, la riascoltiamo dopo tanto tempo in cui la creatura era rimasta dormiente. «Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni». Sono i due venti del nord, aquilone, e del sud, austro. Ma tutti i venti così vengono convocati e invocati. E’ una vera e propria epiclesi dello Spirito Santo: levati vento, vieni soffio, vieni nel mio giardino e si effondano i suoi aromi. E’ proprio al soffio del vento che il giardino esalerà il profumo.

 

«Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti».

 

Il diletto è invitato a venire in concomitanza con la effusione dei profumi che dal giardino vengono esalati perché il soffio del vento si esprime in tutta la sua efficacia. Il diletto viene per rapire, viene in concomitanza con l’effusione del profumo.

«Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte».

E’ suo, è tutto suo: è il mio giardino, così come è vero che tu sei mia sorella sposa. Mia mirra, mio balsamo, mio favo, mio miele, mio vino, mio latte: è tutto suo. E’ il diletto che viene, è l’evangelo che viene. L’evangelo è venuto. E’ venuto in quanto sposo, in quanto crocifisso incoronato, è venuto in quanto mendicante, in quanto Figlio che vuole essere generato nella condizione umana. E’ venuto. «Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari». C’è una ridondanza comunitaria inesauribile, coinvolgente, fino a raggiungere le componenti più marginali dell’umanità: «Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari». Là dove il diletto è in festa, là dove l’evangelo ha trovato dimora nella gratuità dell’evento che si è compiuto, comunione nuziale, Pasqua di redenzione, là è convocata la moltitudine umana per la comunione piena e definitiva. Nel vangelo secondo Matteo cap. 22, l’invitato alle nozze si presenta senza abito nuziale, e il re lo vede, lo chiama e gli dice: Amico, come mai sei qui senza abito nuziale, non ti sei accorto che sei invitato a partecipare alla festa delle nozze? La stessa espressione viene utilizzata nel vangelo secondo Matteo, al cap. 26, a riguardo di un altro personaggio. Giuda si presenta nel Getzemani e il Signore gli dice: Amico, perché sei qua? Che ci stai a fare qui? «Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari». Hai l’abito delle nozze? Cosa sei venuto a fare qui? Cosa siamo noi a fare qui? Cosa noi abbiamo a che fare con l’evangelo, oggi?

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