SAN PAMPURI. IL VOLTO DEI SANTI OGNI GIORNO- Paola Bergamini

SAN PAMPURI. IL VOLTO DEI SANTI OGNI GIORNO

Si apre domani l’Anno giubilare dedicato al frate medico di Trivolzio nel trentennale della canonizzazione. «Un santo della nostra terra, uno di noi», per don Giussani, a cui era molto caro. Ecco chi era, in un articolo di “Tracce” di qualche anno faPaola Bergamini30.04.2019Erminio Pampuri nacque a Trivolzio, alle porte di Milano, nel 1897. Per sei anni fu medico condotto a Morimondo. Entrò nell’ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) nel 1927, con il nome di Riccardo. Morì tre anni dopo. È stato canonizzato da Giovanni Paolo II il 1° novembre 1989 con queste parole: «È una figura straordinaria vicina a noi nel tempo, ma più ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. La sua vita breve, ma intensa, è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi».

Ne raccontiamo la vita, in questo colloquio immaginario tra persone che gli furono vicine:

- la sorella Longina, suora missionaria in Egitto;

- gli zii Carlo e Maria Campari che lo allevarono;

- un compagno di studi in Università;

- la sorella Margherita;

- don Riccardo Beretta, sua guida spirituale;

- padre Zaccaria Castelletti, provinciale dell’ordine del Fatebenefratelli;

- il nipote Alessandro Pampuri.

Il dialogo è costruito utilizzando alcune testimonianze raccolte per la causa di beatificazione e canonizzazione. 

«Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto: ma poiché non sempre sarai chiamato ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande amore». «… far sempre la volontà del Signore nell’esatto adempimento dei propri doveri, e in una lotta perseverante… questo dovrebbe veramente essere il mio programma. E noi ci sforzeremo di servirlo sempre non con timore servile dei castighi, ma per amore, con un amore sempre più grande che ci farà tornare sempre più lievi le sue croci e più soave il suo giogo».

«Aveva 30 anni quando mio fratello Riccardo mi scrisse queste poche righe, a me suora missionaria in Egitto. Era il 28 ottobre 1928. Due anni dopo sarebbe morto.

SAMNTO

San Riccardo Pampuri, medico del Fatebenefratelli. Te lo ricordi zia?».

San Riccardo Pampuri
San Riccardo Pampuri
«Certo. Il mio Erminio, questo era il suo nome prima di prendere i voti. Ricordo quando tuo padre lo portò a casa nostra, a Trivolzio. Tua madre era da poco morta di tubercolosi, lui era il decimo di undici figli. Io e Carlo, fratelli della mamma, lo accogliemmo in casa nostra come un figlio. Era un bambino tranquillo, bravo negli studi. Una consolazione per noi. Eh, Carlo?».

 

«Altroché! Ero orgoglioso di lui. Soprattutto quando mi disse che voleva seguire le mie orme. Anche lui medico. Anche lui all’Università di Pavia. Se non fosse stato per la parentesi bellica – Prima Guerra mondiale – forse si sarebbe laureato in due anni…».

«Io lo conobbi proprio in università. Per me fu un vero compagno di studi. Pur estraniandosi dalle varie congreghe era sempre con e per noi. Faceva parte del circolo San Severino Boezio, associazione fondata nel 1898 dal vescovo locale, monsignor Riboldi, per la formazione morale degli studenti “quasi a dimostrazione solenne che era ancora possibile l’unione della scienza con la fede e la pratica della morale cattolica”. E vi assicuro che non erano tempi facili quelli.

Tra i giovani studenti di allora vi era chi ostentava una vita dissoluta e sfrenata. L’ambiente intellettuale era ancora dominato da un agnosticismo religioso e, nelle concezioni biologiche poste a base dei nostri studi medici, da un meccanicismo sostenuto in buona fede da menti assai colte di scienze profane e digiune di cultura religiosa.

I circoli universitari cattolici ebbero gran merito nel preparare quel miglioramento dell’ambiente e nel preservare singoli giovani dal contagio dell’agnosticismo e dell’irreligiosità. Vi erano altresì molti giovani esemplari per rettitudine e dignità. Erminio era uno di questi. Ho in mente un fatto preciso. Lo rivedo, durante una sollevazione studentesca, accostarsi ai cadaveri di due studenti uccisi, unico ad osare di farlo. Pregò su di loro, ritirandosi poi indisturbato. I dimostranti che erano ad una vicina finestra lo rispettarono, mentre spararono immediatamente ad un altro che tentò di avvicinarsi. Non fu solo una prova di coraggio».

La parrocchia dei Santi Cornelio e Cipriano a Trivolzio

«Se vogliamo parlare di coraggio, mio nipote la prova la diede durante il servizio militare. Lui non ne voleva mai parlare. Forse perché da quel fatto la sua salute fu compromessa. Comunque… Era la ritirata di Caporetto, gli ufficiali medici della sua compagnia avevano abbandonato tutto il materiale sanitario ed erano fuggiti con i soldati. Erminio, non volendo che medicinali tanto preziosi andassero perduti, li caricò su un carretto trainato da una mucca e, completamente solo, sfidando il nemico sotto una pioggia battente, camminò per 24 ore verso la sua compagnia che raggiunse quando ormai era dato per disperso. Gli costò una pleurite grave da cui non guarì mai completamente. Ne sai qualcosa tu Margherita che, da buona sorella, ti trasferisti con lui, dopo la laurea, a Morimondo dove per sei anni esercitò la professione di medico condotto. Dal 1921 al 1927». 

«Già. Che anni! In quel paesino sperduto nelle campagne della Bassa milanese. Non aveva un attimo di sosta, anzi non si dava un attimo di sosta. Potevano chiamarlo in qualsiasi ora del giorno o della notte. Era l’uomo della carità. E prima di tutto della carità spirituale, perché agli ammalati, oltre a curarli, cercava di dire una buona parola e di dare buone letture.

Curava i corpi per giungere a curare le miserie dell’anima. Aveva istituito una mutua per la quale gli iscritti pagavano due lire all’anno ed egli scalzando questo misero compenso li visitava in qualsiasi momento.

Siccome poi la mutua non forniva le specialità, le forniva e pagava di sua tasca. Quando poi non pagava i conti dei suoi ammalati dal panettiere, dal macellaio… Col risultato che a metà del mese non avevamo più soldi. Lui, il medico, non aveva più soldi e doveva chiederli in prestito.

Longina, dall’Egitto, gli aveva scritto di pensare al futuro, alla vecchiaia, agli imprevisti. E lui cosa rispose? Che investiva in un fondo sicuro con degli utili altissimi. Scoprii dopo che i suoi denari li “investiva” nelle missioni. Ma per lui non era sufficiente svolgere bene la sua professione.

Era diventato il centro del paese. Per riunire i giovani fondò il circolo dell’Azione Cattolica. Ogni anno organizzava gli esercizi spirituali a cui partecipavano non solo giovani, ma anche adulti. Mise in piedi anche un corpo musicale. Per l’acquisto degli strumenti andò personalmente a chiedere offerte di cascina in cascina e poi dava del suo. Fece fiorire attorno a sé una collana di opere di apostolato. Ogni giorno non mancava mai di andare a Messa, di fare una visita, anche fugace, al Santissimo Sacramento. Questo era ciò che lo muoveva: la fede. Era una fede profonda la sua, irradiata dalla luce della speranza cristiana. Se fu grande l’amore per gli ammalati, per i poveri, per i peccatori era perché la sua fede, il suo amore per Dio gli facevano trovare il riflesso divino su quei volti sfigurati dal dolore, dall’indigenza, dal peccato. Ecco perchè ogni volta ch’egli doveva incontrarsi con i poveri cercava luce e grazia al Crocefisso, sicché spesso lo si udiva ripetere: “Tutto per Voi, solo per Voi“.

Gli ammalati volevano il “dottorino santo”: egli irradiava Iddio. Ma, ben inteso, il suo era un comportamento normale: non indugiava in manifestazioni di pietà o di preghiera che sapessero di ostentazione. Eppure tutti guardavano a lui. Fu in quegli anni che prese i voti di Terziario francescano. Io intuivo che però per lui non era sufficiente. Ne sa qualcosa don Riccardo Beretta che lo seguì nella maturazione della sua vocazione spirituale».

DON RICCARDO BERETTA
«Sì. Io lo conobbi attraverso l’Azione Cattolica. Capii che lui si sentiva attratto più verso l’apostolato sacerdotale che alla vita religiosa. Mi disse che per lo stato precario della sua salute aveva già dovuto subire due ripulse: dai minori Francescani e dai Gesuiti. Ne parlai con il padre provinciale dell’Ordine ospitaliero dei Fatebenefratelli, padre Zaccaria Castelletti, che dopo aver avuto un colloquio con lui mi disse: “Dovesse rimanere anche un sol giorno membro effettivo dell’Ordine nostro sia egli il benvenuto. In cielo ci sarà poi un angelo di protezione“».

«È vero, dissi quelle parole. Dopo la grande bufera – il Modernismo – scatenatasi sulla gioventù nel l’immediato dopo guerra con lunghe tenaci vibrazioni di spirito ribelle e dentro e fuori il seno della famiglia, intuivo che la presenza di quel giovane medico avrebbe portato una nota di grande equilibrio morale in anime trepide e vacillanti. Il suo sguardo mite, dolce, ma capace di attirare a sé, di avvincere: era appunto quanto occorreva tra i nostri novizi».

 

«Non disse niente della sua scelta, neanche a me che ero la zia, la mamma che lo aveva tirato su. Nemmeno a sua sorella Margherita. Nemmeno ai compaesani. Un giorno prese e se ne andò. Io lo accompagnai al convento del l’Ordine ospitaliero, senza sapere niente. Padre Norberto mi disse: “Allora il dottore si ferma con me”. Cominciai a piangere e a gridare: “Per carità, Erminio non mi abbandonare”. E lui con grande calma e fermezza di spirito mi ripeteva: ”Devo seguire la chiamata di Dio; voglio farmi santo” e se ne andò con il maestro al Postulandato. Dopo quindici giorni, erano le dieci, ritornai per persuaderlo a tornare a casa. Lo feci chiamare e lui tramite suor Cherubina mi disse: “Dica alla zia che io devo seguire la chiamata di Dio. Me la saluti tanto”. Non mi arresi. Almeno vederlo. Lo aspettai nel cortile fino alle 13 per vederlo passare. Ma lui, apposta per non incontrarmi, fece il giro da dietro. Solo per intercessione del padre Maestro riuscii a parlargli. Da quel colloquio capii che quella era la sua vocazione».

«Il 21 ottobre 1927 fu canonicamente vestito. Gli imposi il nome di fra Riccardo. Voglio sottolineare che il nostro ordine unitamente ai voti di povertà, castità ed obbedienza ha il voto della ospitalità, cioè l’assistenza degli infermi ricoverati nei nostri ospedali e in quelli ad essi affidati. Ecco, frate Riccardo compì appieno questo voto. Non solo verso i malati, ma verso tutti coloro che avvicinava. Era il primo a maneggiare la scopa, il primo a vuotare i vasi e le sputacchiere. Con la stessa semplicità e naturalezza con la quale compiva questi uffici, quando mancava il direttore medico o il Primario, all’invito del Superiore indossava la vestaglia bianca e iniziava la visita medica. Quando si accorgeva che qualche confratello sfuggiva a lavori che destavano ripugnanza o comunque capiva che li faceva di malavoglia, diceva: “Sono le piccole umiliazioni, sono le cose che ripugnano che dobbiamo cercare noi religiosi, se non facciamo queste cose, quando esercitiamo un po’ di umiltà? Le fanno i borghesi queste cose, tanto più le dobbiamo fare noi”.

Per fra Riccardo la vita religiosa era il mezzo per realizzare appieno il suo ideale di medico che era tutt’uno col suo ideale di religioso. La carità verso il prossimo per lui non era che emanazione di quella verso Dio. Quando la scienza doveva dichiararsi vinta… senza mezzi termini diceva all’ammalato quanto conveniva per il bene dell’anima. Curare i corpi per giungere a curare le miserie dell’anima. La malattia si inserisce nella nostra vita spirituale e ci offre l’occasione di perfezionamento. Questo soprattutto fra Riccardo incarnò su di sé, quando la malattia, che da tanti anni lo affliggeva, lo portò alla morte. Rimase con noi solo tre anni. Nel 1929 le sue condizioni si aggravarono ulteriormente. Su insistenza dei parenti, da Brescia fu trasferito a Milano. La sua ultima missione fu verso i suoi antichi compagni di università. Fece chiamare alcuni di loro che sapeva lontani da Dio. Allorché l’amico invitato giungeva, licenziate le persone che stavano in quel momento nella cella, da solo a solo si tratteneva con lui. Anche il più ateo usciva con le pupille inondate di lacrime. Il 1° maggio 1930 spirò. Nella Gloria di Dio». 

«Un’ultima cosa voglio dirla io, su mio zio Erminio, anche se sono quello che meno lo ha conosciuto. Ricordo quando andavo in vacanza a Trivolzio e mi capitava di stare con lui. Parlava di Dio e della Madonna con un accento tale che veniva dal cuore, come se parlasse di suo padre e di sua madre, di una persona conosciuta. Io lo guardavo sbigottito, perché per me Dio era una grande cosa, ma lontana da tutto quello che potevo vedere o immaginare. Invece per lui era una realtà ben sentita, di cui non poteva fare a meno».

(da Tracce n.2/1995)

 

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