I TRE DELL’ AVE MARIA – Angelo Nocent

I TRE DELL’AVE MARIA – Angelo Nocent

Anche nel farwest degli arcani disegni di Dio esistono i PIONIERI, spiriti liberi forti e generosi che si mettono come fari a Sua disposizione per portarne a compimento  il sogno eterno del REGNO.

Uno si chiama Erminio (per gli intimi Nanin), l’altro, milanese di Porta Romana, di nome fa Fernando e il terzo, ultimo della nidiata, Luigi (che per per gli amici diventerà il GIUSS).

Tutti, in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con la Madonna.

Il Nanin, ormai religioso professo nell’Ordine dei Fatebenefratelli, risiede a Brescia, ospedale Sant’Orsola. Gli è stato affidato l’ambulatorio dentistico che per via delle nuove leggi richiede che il dentista sia medico. E lui è medico chirurgo laureato a pieni voti. Non ha mai tolto un dente ma l’obbedienza lo vuole lì e in quel luogo troverà il modo di sopperire ai limiti deontologici. Ricorda di aver sostenuto all’università di Pavia un esame e fa cercare tra i suoi libri il trattato per rinfrescare la memoria.

Prendendo parte al Congresso Eucaristico Nazionale svoltosi a Genova aveva scritto: “Mio Gesù, mi hai chiamato a Genova CREDENTE, fammi ritornare APOSTOLO. AMARTI E FARTI AMARE”.

Nell’agosto 1929 una infiammazione polmonare con febbre lo costringe a rimanere inattivo per tre mesi. Viene affidato alle cure della famiglia e dello zio medico a Torrino ma per la febbre intermittente, illustri clinici che lo visitano suggeriscono di provare un clima migliore. Viene inviato al convento-ospedale di Gorizia, ma si assiste a un progressivo peggiora, mento e si prospetta la fine ormai è vicina.

Nell’aprile del 1930 viene trasferito in lettiga da Brescia al “ San Giuseppe” di Milano per una maggior comodità dei dei familiari di assisterlo.

- “Che giorno è oggi?” (chiede al Fratello Ferdinando che lo ha accompagnato.

- Il 18 – risponde-; perché me lo chiedi?

- Allora dovrò aspettare ancora. La Madonna verrà a prendermi nel mese a lei consacrato.

Durante la notte chiede alla zia Maria:

- Quanto manca al 1 Maggio?

Trascorre la notte stringendo tra le mani due Crocifissi e all’aprirsi del mese mariano chiude la sua breve

giornata terrena a soli 33 anni.

Il 4 Maggio al camposanto di Trivolzio, suo paese natale lo accompagna un chilometro di folla. Tutti sanno che “E’ MORTO IL DOTTORE SANTO!”

Di LUIGI, il GIUSS, non mi dilungo perché la sua devozione a Maria è arcinota. Quel giorno al Santuario della Beata Vergine di Caravaggio, 3 giugno 1982, sui gradini sotto l’ambone da dove commentava il Vangelo dell’Annunciazione, c’ero anch’io, recatomi per curiosità. “Tutte le volte che ci troviamo a pregare la Madonna, provo un brivido di emozione.L’angelo, presentatosi a Maria, dice: «Ti saluto, o piena di grazia». E Maria, visitando Elisabetta: «…tutte le generazioni mi chiameranno beata…» (Lc 1,28-30). È un’ emozione perché, venendo qui, ora stiamo realizzando la sua profezia”.

Del terzo invece, il FERNANDO MICHELINI architetto e pittore, pochi sanno che dopo la sua guarigione miracolosa per intercessione del Pampuri, volato in Africa, oltre ad ospedali, scuole, mense, ha realizzato …

Posted on Febbraio 18th, 2009 di Angelo

E’ MORTO FERDINANDO MICHELINI

un miracolato da San Riccardo Pampuri

Nella mattinata di lunedì 27 ottobre 2009, presso la Casa di

riposo San Carlo Borromeo dei Fatebenefratelli, a Solbiate

Comasco, è deceduto il professor Ferdinando Michelini

aggregato all’Ordine ospedaliero.

Nato a Milano 91 anni fa (1918), Michelini prima delle seconda guerra mondiale si diploma a Brera, perfeziona gli studi a Parigi e alle Belle Arti di Roma. Dopo la deportazione in Germania, rientrato in Italia, si laurea in architettura.

È già un pittore di fama mondiale. A metà degli anni 50 gli viene diagnosticato un tumore. Michelini si affida alle preghiere del medico Riccardo Pampuri. La Sua guarigione è fra i miracoli che lo hanno poi elevato agli onori degli altari.

Dopo la prodigiosa guarigione, ha speso gran parte della sua esistenza prodigandosi nel progettare e realizzare opere a beneficio delle persone ammalate e bisognose, soprattutto in terra di missione.

Encomiabili la sua disponibilità e il suo spirito di servizio, mediante i quali esprimeva la viva e sincera gratitudine per la guarigione ottenuta da San Riccardo.

Il rito delle esequie è stato celebrato il, 30 ottobre, presso la chiesa della Parrocchia San Zenone di Omate, frazione di Agrate Brianza (Milano).

La sua è una santità popolare, serena carica di stupore.

– Una tomba da visitare

– Un benefattore dell’umanità,  persona  da non dimenticare. ( A. Nocent)

MIRACOLO A MILANO

Ebbe salva la vita per intercessione di San Riccardo Pampuri. Ha ringraziato costruendo ospedali e affrescando chiese.

Storia di Ferdinano Michelini

Di Lucio Brunelli

Questa è la vera storia di Michelini Fernando da Milano, professione ingegnere, architetto e pittore, la cui vita è stata cambiata da un miracolo. Uno di quei rari miracoli che hanno superato l’esame della scienza medica e sono stati approvati ufficialmente dalla Chiesa cattolica.

“La cosa più incredibile dei miracoli è che accadono”, diceva lo scrittore inglese Gilbert Leith Chesterton. Al nostro artista il miracolo accadde il 15 settembre 1959. Dopo la sua guarigione prodigiosa Michelini ha vissuto per trent’anni in Africa e in Palestina, mettendo la sua professione al servizio dei missionari e del patriarcato latino di Gerusalemme. Ha costruito ospedali, affrescato chiese. Gratis, naturalmente. “Il modo in cui ho ringraziato il Signore per il dono ricevuto”, sorride alzando le spalle. Come fosse la cosa più naturale del mondo.

Oggi Michelini ha 78 anni ed è tornato nella sua Milano. Trascorre una vecchiaia serena, dipingendo quadri di soggetto religioso. Siamo andati a trovarlo nello studio di Via Carducci, a due passi dalla Clinica San Giuseppe, dei Fatebenefratelli, dove avvenne la straordinaria guarigione. E dove, nel lontano 1 MAGGIO 1930, morì Riccardo Pampuri, il santo medico della Bassa Milanese (Trivolzio) da cui ottenne la grazia.

Bussando alla sua porta, uno si domanda con un po’ di disagio che faccia può avere un miracolato. E pensa di trovarsi di fronte un essere strano, come un mistico extraterrestre. Invece compare un signore normalissimo: alto, arzillo, i capelli lunghi e un po’ disordinati come si addice ad un artista. Allegramente entusiasta dell’avventura vissuta, ma ben piantato con i piedi per terra.

Ecco il racconto della sua vita, come è rimasto impresso nel nostro registratore.

“Sono nato a Milano, nella zona di Porta Romana, il 30 marzo 1917. Fin da ragazzo fui attirato dalla pittura. Frequentai l’Accademia di Belle arti di Brera. In seguito mi iscrissi anche alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Ma dovetti interrompere gli studi quando scoppiò la seconda guerra mondiale e fui chiamato alle armi. Il giorno dell’armistizio, l’8 settembre 1943, mi trovavo in Francia, nelle truppe di occupazione a Vichy.

I tedeschi ci fecero subito prigionieri e finii in campo di concentramento in Germania, a Ravensburger. Furono due anni di inferno. Pensi, il lager di Ravensburger era talmente sperduto che non figurava nemmeno nelle liste in mano agli alleati. Quando i russi vennero a liberarci, nell’aprile 1945, i sopravvissuti erano appena un centinaio. Le dico solo una cosa: prima della guerra pesavo 86 chili, quando uscii dal lagher ero sceso a 38 chili. Uno straccio. Fu in quegli anni che mi ammalai allo stomaco.

Per una coincidenza fortuita, tornato a Milano, mi feci curare alla clinica San Giuseppe, dei Fatebenefratelli, l’ospedale dove il Riccardo Pampuri aveva svolto la sua missione negli ultimi anni della sua vita, fino alla morte. Ma a quel tempo non sapevo granché della sua vita, ne sentii parlare, ma non ero un devoto.

Tornato alla vita normale, ripresi a dipingere.

Ho esposto i miei quadri in molte città dell’Europa. Viaggiavo molto. Per alcuni anni ho anche insegnato alla scuola Leone XIII gestita dai gesuiti di Milano. Realizzai dei quadri a soggetto religioso anche per la congregazione dei Fatebenefratelli, ma si trattava di un rapporto professionale.

Nell’agosto 1959 ebbi la prima grave manifestazione della malattia. Dolori violenti, vomito biliare con sangue.

Fui ricoverato all’ospedale Ciceri-Agnesi di Milano. La diagnosi: ulcera duodenale perforata. Ma rifiutai l’intervento chirurgico. Dopo alcune cure mediche, venni dimesso. Il 15 settembre il male riesplose.

Mi trovavo nello studio quando stramazzai a terra, in preda a dolori insopportabili. Il mio allievo Cesare e il portiere mi soccorsero e mi trasportarono di corsa al San Giuseppe.

Dopo i primi esami i medici decisero che si doveva intervenire chirurgicamente al più presto.

Prima di perdere i sensi, mentre mi portavano nella sala operatoria vidi un’immagine di RiccardoPampuri, che non era ancora stato fatto santo dalla Chiesa. La causa di canonizzazione era già stata introdotta nel 1949 dal cardinale Schuster, ma i decreti per la beatificazione sono del 1981. Quell’immagine di san Riccardo è l’ultima cosa che ricordo prima di finire sotto i ferri.

Quando mi aprirono, i medici trovarono una situazione disperata. Peritonite acuta diffusa, completa occlusione intestinale.

Ci fu una grave complicazione infraoperatoria. Nel tentativo di separare alcune anse intestinali che si erano agglutinate,

il tessuto si ruppe. E le pareti intestinali erano così malandate che non fu possibile suturarle.  Il dottor Marini, uno dei periti della Consulta medica vaticana che si è occupato del mio caso, ha riassunto così la situazione:

“L’impossibilità di scoprire e di suturare la perforazione, causa prima della peritonite, L’impossibilità di suturare la breccia accidentalmente aperta su un’ansa dell’ileo, e tantomeno resecare l’intera ansa lesionata, per le gravi condizioni del malato, lo fanno ritenere prossimo alla morte sicura, sia il chirurgo che i suoi assistenti” (cfr. Dacra Congregatio pro causis sanctorum, p. n.699, 13 gennaio 1981).

Di fatto i medici dissero ai miei parenti che la prognosi era infausta, che difficilmente avrei superato la notte. Insomma, mi consideravano spacciato. Così i medici non cedettero ai loro occhi quando, la mattina seguente, mi ritrovarono ben sveglio e pimpante sul letto. I dolori erano scomparsi.

Nei documenti per la causa di beatificazione del Pampuri sono riportate tutte le testimonianze dei sanitari. Ad esempio questa del dottor Terno, il chirurgo: “Al mattino seguente, entrando nella stanza del malato, notai che stava in atteggiamento di preghiera semi seduto sul letto; io per

incoraggiarlo gli dissi: “preghiamo perché avvenga il miracolo”.

Il paziente mi strinse la mano e con voce energica mi disse:

“Il miracolo è già avvenuto”. Facendomi rimanere fortemente sorpreso della vitalità che rivelava la sua voce.

Procedetti all’esame dell’addome e con grande sorpresa notai che era completamente scomparso il meteorismo intestinale, che l’addome era perfettamente trattabile e indolente in tutti i quadranti—“(ibidem).

Ricordo il gran parlare dei medici attorno al mio letto, si scambiavano lastre, cartelle cliniche…Non riuscivano a capacitarsi.

Un altro medico dell’ospedale San Giuseppe, il dottor Savarè, ha dichiarato al Tribunale diocesano di Milano: “Nella mia esperienza ininterrotta di 32 anni in sala chirurgica, non mi è mai avvenuto di osservare la guarigione di un malato nelle condizioni che ho sopra descritto, e questa mia esperienza è avvalorata da quanto risulta dai dati della patologia chirurgica. Ritengo pertanto che la guarigione non sia spiegabile con le leggi conosciute dalla

scienza medica” (ibidem).

Il perito della Consulta medica annessa alla Congregazione per le cause dei santi, dopo aver studiato l’intera documentazione e tutte le testimonianze, giunsero alle stesse conclusioni. Una guarigione inspiegabile sulla base delle attuali cognizioni medico-scientifiche.

Solo nel 1981, dopo scrupoloso esame, la Chiesa ha riconosciuto che il miracolo poteva essere attribuito all’intercessione del Servo di Dio Riccardo Pampuri. Io ne fui moralmente certo fin dall’inizio. L’immagine del Pampuri fu l’ultima cosa che vidi prima di entrare nella camera operatoria e la prima che mi apparve quando riaprii gli occhi. Invocai il suo soccorso.Anche un religioso in servizio presso l’ospedale, mio conoscente, chiese in modo incessante la grazia a san Riccardo. E per rafforzare la richiesta posò sul mio letto, dopo l’intervento, una giacca appartenuta al santo.

Il buon Dio prestò ascolto alla intercessione del Pampuri.

I trent’anni successivi al miracolo li ho trascorsi in Africa e in Israele, a costruire ospedali e chiese, al servizio dei missionari. Ma non è che mi venne la vocazione alla vita religiosa, non ho mai pensato di farmi missionario.

Fu una serie di circostanze fortuite che mi portò laggiù. I Fatebenefratelli erano presenti in Togo; avevano deciso di costruire un ospedale ad Afagnan. Sapevano che mi intendevo di architettura. Mi chiesero un progetto. Accettai: era il minimo che potessi fare…

Poi mi chiesero di seguire i lavori. E mi trasferii in Togo. Il 28 marzo fu posta la prima pietra dell’ospedale e il 5 luglio il complesso era inaugurato a tempo di record: 160 letti, sette medici, una settantina di infermiere.

Dopo il Togo fu la volta del Benin. Un altro ospedale. E quante vite ha contribuito a salvare!

Poi cominciarono a chiedermi progetti di chiese. Ne ho costruite in tutto una sessantina, spostandomi in Alto Volta, Dahomey, Costa d’Avorio. E una volta che le chiese erano finite, non potevano rimanere spoglie. Così mi venne chiesto di affrescarle. E naturalmente accettai. Dipingere è la cosa che amo di più.

L’arte religiosa è eminentemente didattica. Tende a rappresentare una verità. In altri tempi si cercò di abolire l’immagine, ma fu un errore. Il popolo ne ha bisogno. I muri delle chiese sono la Bibbia dei poveri. Per chi non sa leggere è il modo più facile di apprendere la vita del Signore e condividere la fede della Chiesa.

Io sono un semplice pittore non un artista. Gli artisti oggi sono dei semidei. Personalmente mi considero un pittore come quelli del tempo antico, romei raminghi, (pellegrini cristiani) che giravano l’ Europa dipingendo dovunque, tanto le cattedrali come le Madonne sulle case dei contadini, sapendo che le loro opere facevano pregare la gente.

Ho lavorato una decina di anni anche in Terrasanta, al servizio del Patriarcato latino di Gerusalemme. Ho restaurato e dipinte decine di chiese e chiesette in Israele, nei territori arabi occupati, anche in Giordania. Naturalmente non ho mai chiesto una lira.

In Africa mi ero portato una tenda di campeggio. Ma era impraticabile per il caldo. Così mi costruivo una capanna con le piante di palma. I missionari sono sempre stati ospitali. E’ stata un’esperienza che non scorderò mai. Specialmente in Africa. Tempo fa dipinsi tutto l’interno di un grande battistero a Tsevié. La gente del posto seguì il lavoro con entusiasmo ed alcuni vennero a dirmi che volevano farsi battezzare in quel luogo. Il giorno dell’inaugurazione si ebbero duecento battesimi di adulti.

A San Riccardo voglio bene, ovvio. Ho conosciuto un suo nipote, ancora vivo. Mi ha portato in una parrocchia, vicino casa mia, a Milano, dove il Pampuri andava a pregare. Da solo. Mi ha mostrato il punto esatto in cui si inginocchiava. Il parroco nemmeno lo sapeva. Mi sono fatto raccontare tutto della vita del Pampuri. Era una persona a cui Dio concesse il dono della mitezza e della modestia.

Passò la vita a far del bene alla povera gente, senza darlo a vedere. E anche dopo morto, continua a fare del bene. Ho raffigurato i momenti salienti della sua vita, ne è uscito un libretto che è stato stampato in tante lingue. Quello a cui sono più affezionato è scritto in arabo. In Palestina lo hanno

letto tanti ragazzi. Erano incuriositi. Volevano saperne di più. E mi ascoltavano con gli occhi sgranati quando raccontavo

loro la vita del Pampuri e di come ebbi salva la vita, tanti anni prima, per merito suo…”.

Le apparizioni della Madonna in terra d’Africa

Le prime apparizioni della Madonna in terra africana riconosciute dalla chiesa si registrano a Kibeho, un paese nel sud del Rwanda. Il 28 novembre 1981 la Vergine appare, per la prima volta, ad Alphonsine Mumureke, presentandosi come Nyina wa Jambo (Madre del Verbo). Alcuni mesi dopo si mostra anche ad alcuni compagni di Scuola.

L’avvenimento provoca in Rwanda un’intensa emozione. Le folle, anche da molto lontano, si riversano a Kibeho, mosse dalla curiosità e dalla aspettativa di Miracoli, e si radunano

attorno al podio sul quale è seduta la veggente, per accogliere dalle sue labbra il messaggio celeste e dalle sue mani l’acqua che la Vergine, dietro sua richiesta, benedice.

Per anni, una commissione teologica e una medica studiano attentamente la personalità dei veggenti (sei ragazze e un ragazzo di 15 anni, Segetashya, che non è neppure catecumeno quando Gesù in persona gli appare; (sarà poi battezzato con il nome di Emmanuel), senza notare in loro alcunché di anormale. Anche i messaggi che i veggenti sono incaricati di trasmettere non esulano dall’ordinaria vita di un cristiano: parlano di penitenza, conversione del cuore, spirito di fede, preghiera, carità fraterna, disponibilità, umiltà, fiducia in Dio, vanità del mondo e dignità della persona umana.

L’apparizione del 19 agosto 1982 ha un tono singolare. I veggenti raccontano di aver visto immagini terrificanti: fiumi di sangue, persone che si ammazzavano tra di loro, cadaveri abbandonati insepolti, un albero in fiamme, un abisso spalancato, un mostro spaventoso e tante teste decapitate. Le 20mila persone presenti sono prese da un senso di paura, se non di panico e tristezza.

Dodici anni dopo, avviene il genocidio. Anche a Kibeho, migliaia di persone sono assassinate. I molti che cercano rifugio nella chiesa vengono massacrati; l’edificio è incendiato. Nel 1996, un campo di rifugiati, installato nei pressi di Kibeho, è attaccato dall’esercito del Fronte patriottico rwandese, al potere a Kigali: migliaia i morti.

Nel 2001, la chiesa del Rwanda, uscita indebolita e divisa dalla terribile prova del genocidio, riconosce l’autenticità delle apparizioni. Mons. Augustin Misago, vescovo di Gikongoro, l’inquisitore dei primi anni, precisa che il riconoscimento delle apparizioni non  è articolo di fede; il credente è libero di crederci o meno.

Il santuario, consacrato nel 2003 dal card. Crescenzio Sepe, è dedicato alla Madonna del dolore.

Un’icona miracolosa nel Togo

Nel 1973, per iniziativa del comboniano Francesco Grotto, la chiesa parrocchiale di Togoville (Togo) è trasformata in santuario, dedicato a Nostra Signora del Lago, Madre della misericordia.

L’architetto italiano Fernando Michelini (miracolato da San Riccardo, Pampuri, medico  collaboratore dei Fatebenefratelli) dona all’amico comboniano un’icona miracolosa della Madonna, che l’arcivescovo di Lomé “intronizza” solennemente a nome di tutta la chiesa togolese.

Da subito, l’icona comincia a compiere meraviglie. Si racconta che un gruppo di pellegrini, in grave difficoltà mentre attraversava il Lago Togo per recarsi al santuario, si sia trovato misteriosamente sulla riva, sebbene il guidatore

della piroga avesse perso la pertica.

Nel villaggio circola un altro aneddoto che assicura di un fatto avvenuto molti anni prima dell’arrivo dell’icona: durante un lavacro purificatorio presso un sacerdote del vodù locale,

una donna consacrata al feticcio e impossibilitata ad avere figli ebbe la visione di una dama bianca, con un bimbo tra le braccia. Qualche tempo dopo, la donna concepì.

Si racconta anche che, nel novembre 1983, in occasione dei festeggiamenti per il decimo anniversario della intronizzazione dell’icona, uno sciame d’api, “in forma di ostia, bianca e rotonda”, si sia posato proprio sopra la Madonna. Nella tradizione togolose, le api sono segno di benedizione. Parlare di miracolo farebbe sorridere noi occidentali. Eppure, anche i grandi sacerdoti del vodù di Togoville si sono recati più volte a venerare l’immagine della Vergine, forse perché assimilano la devozione alla Madonna alla venerazione per la dea del lago, Mama Kponu.

Sempre in Togo, 1998: corre voce che la Vergine appaia nella piazza della chiesa parrocchiale di Tsévié, a 30 km da Lomé.

I veggenti sono giovani, tra cui una rifugiata rwandese. La notizia travalica subito le frontiere e i pellegrini arrivano da Costa d’Avorio, Benin e Ghana. Le apparizioni si sono ripetute, ma la chiesa non le ha mai riconosciute. I fedeli, però, continuano a recarsi a Tsévié per pregare la Vergine.

Apparizione a Nsimalen, in Camerun Il 13 maggio 1986, a Nsimalen, a 25 km da Yaoundé (Camerun), alcuni ragazzini

stanno giocando nel cortile di una scuola.

A un certo punto, sulla cima di un albero vedono una “forma bianca” che richiama fortemente la figura della Madonna venerata nella chiesa parrocchiale. La vedono anche alcuni adulti, che la “identificano subito: si tratta senz’altro della Vergine Maria!”. La voce si sparge fino alla capitale e oltre. La gente accorre: per cinque intere giornate quella strana forma bianca resterà perfettamente visibile. E subito si parla di miracoli.

Una bambina di 9 anni, muta dalla nascita, riacquista improvvisamente la parola e si mette a gridare: «Maria, Maria!».  Un catechista di Nsimalen recupera la vista.
Una notte, il villaggio è invaso da una luce ininterrotta che consente di leggere un libro o ricamare un vestito senza bisogno di lampada. C’è chi vede il sole trasformato in una lucente palla verde dai bordi trasparenti, e chi giura di aver visto la luna ovale e, su di essa, una donna seduta con il bimbo in braccio.Il clero scuote la testa. Suor Marie Praxède, una suora che vive da anni a Nsimalen, non comprende la mancanza di entusiasmo dei responsabili della chiesa. Il parroco le dice che a Lourdes la Madonna è apparsa solo a Bernadette.

E lei: «Ma qui siamo in Africa, e la Vergine comprende la nostra mentalità. Perché pretendere che appaia sempre allo stesso modo? Perché noi africani non potremmo avere la nostra Vergine? Voi preti, compreso l’arcivescovo, siete troppo europei e non capite».

Una devozione mariana che si è inculturata in Africa

Le apparizioni di Kibeho sono una “buona notizia” per l’Africa e la sua chiesa: la religiosità cristiana si starebbe africanizzando. Questo riequilibra le deviazioni causate dall’Occidente, che con la secolarizzazione sistematica e la dimenticanza dell’essenziale (valgono solo la scienza e la tecnica) ha spesso sedotto l’Africa. Perché meravigliarsi se, dopo un secolo di cristianesimo, le devozioni cristiane assumessero in Africa carne africana e cominciassero a segnare profondamente la psicologia dei credenti? Gli africani hanno sempre avuto visioni di spiriti e di antenati. Per tanti fedeli, la Madonna o un altro santo sono diventati personaggi familiari, che fanno parte del loro universo quotidiano. Almeno su questo punto, sì è operata una reale inculturazione. Per provarlo, non sono necessarie le apparizioni. Bastano i Santuari. Ce ne sono in ogni angolo del continente:

- Poponguine (Senegal),

- Kita (Mali),

- Lagos e Kona (Nigeria),

- Yagma (Burkina Faso),

- Dassa-Zoumé (Benin),

- Yamoussoukro (Costa d’Avorio),

- Nairobi e Subukia (Kenya),

- Kampala(Uganda),

- Soweto (Sudafrica),

- Namacha (Mozambico),

- Muxima (Angola)…

A partire dal 1970, l’avvenimento del rinnovamento carismatico ha segnato un cambiamento importante nella vita delle comunità africane, restituendo diritto di cittadinanza a

espressioni religiose radicate nella tradizione e da essa valorizzate, ma che il cristianesimo ha sempre tenute con cura da parte (la trance, ad esempio, considerata “estasi” in Europa, è stata giudicata “possessione demoniaca” in Africa).

Oggi, se uno partecipa a un incontro di preghiera degli amanti del Rinnovamento nello Spirito, vede tante persone che cadono in trance durante la processione del SS.mo Sacramento. Simili fenomeni non potrebbero rappresentare, tra l’altro, una protesta contro una liturgia che non dà spazio all’ispirazione o all’emozione collettiva?

Emest Kombo, vescovo di Owando (Congo) deceduto l’ottobre scorso, diceva: «Il giorno in cui non ci sarà più trance, sarà grave: vorrà dire che qualcosa è venuto a mancare».

I santi “abitano”, anche solo per un momento, i loro devoti, proprio come il vodù “abita” i suoi adepti. La gente ci crede, e non serve dire che Cristo ci ha promesso il suo Spirito, non sua madre o l’angelo Michele.

Radicare il Vangelo nella cultura africana è un compito impegnativo e di lunga durata. E Maria di Nazareth, figlia di Israele e Serva del Signore, diventa il paradigma anche del

fedele cristiano africano. E non dubito che saprà, anche in Africa, situare bene il posto che Lei occupa nella storia della salvezza.

Foto: Santuario di Kibeho in Rwanda

L’ARTISTA FERNANDO MICHELINI

Messaggio postato giovedì 19 febbraio 2009, alle ore 04.41 da Angelo Nocent

E’ una meravigliosa scoperta quella che mi è stata data di fare questa mattina [19 Febbraio 2009], dopo un risveglio così anticipato: ore 3,30, quasi un richiamo, una spinta che mi ha costretto ad alzarmi.

Facevo le medie, cinquant’anni fa, quando l’ho conosciuto per la prima volta nel collegio fatebenefratelli di Brescia. Amante anch’io della pittura, gli sono stato vicino con grande curiosità e interesse quando dipingeva le scene per il nostro teatro di piccoli attori in erba, chiamati dalla pedagogia del tempo a misurarci con la commedia e la farsa.

Nella nostra Cappella, la pala centrale da lui dipinta, raffigurava Maria che ci accoglieva sotto il manto. E sulle pareti laterali,aveva dipinto gigantesche immagini di santi che sembravano statue. Son tornato cinquant’anni dopo ed ho trovato che quel luogo sacro era ormai sconsacrato, la pala dell’altare demolita e le altre icone coperte dalla mano di uno sprovveduto imbianchino, commissionato da un iconoclasta e stupido mandante che gli ha dato l ‘ordine di coprirle come durante la peste. Solo che non ha utilizzato la calce, ma una vernice, impossibile da eliminare.

Conservo incorniciato, un piccolo quadro a matita da lui donatomi.Raffigurante un carcerato in catene. Ed ho anche un Padre Misericordioso che abbraccia il figliol prodigo. Conservo inoltre, riprodotti su carta da geometri, un grande crocifisso ed una maternità di Maria, simile a quella qui riportata ad olio. Un bel giorno la mia mamma (classe 13 Giugno 1918), appassionata di disegno dalle elementari, ha dipinto gli occhi e la bocca appena accennati, ad entrambe le immagini. A parer suo, si trattava di un peccato di omissione, di una incomprensibile dimenticanza.

Michelini era un uomo d’oro, sgobbone, avvezzo al Sacrificio. Il suo genio era pari alla sua modestia. Conversare con lui, piuttosto sordastro dopo il campo di concentramento, era piacevolissimo: ti caricava la batteria dell’anima con l’entusiasmo che sprigionava da tutta la sua bella persona, in tutto quello che faceva. Non avresti mai smesso di fargli perdere tempo con infinite curiose domande, disponibile com’era con tutti e gratificato da un semplice complimento sulla sua arte.

Quando, più avanti negli anni, abbiamo dato vita ad un giornaletto, OPZIONI ‘70, utilizzando un ciclostilato a petrolio, le formidabili vignette le avevamo affidate a lui che si prestava con entusiasmo a condividere i nostri sogni provocatori.

Si può dire che è sempre vissuto in povertà, protetto dalla Provvidenza, come gli uccelli del cielo o i fiori del campo.

Mai avrei pensato di scrivere di lui, un giorno, sul web. Avverto ora la sua presenza d’intercessore in Cielo, con il san Riccardo Pampuri che un giorno lo ha miracolato alla grande, dopo un intervento chirurgico non riuscito. Infatti, operato dal Dott. Terno, all’Ospedale San Giuseppe di Milano, era stato trasferito dalla camera operatoria con verdetto di morte assolutamente certa, nelle successive ore della notte.

Grazie, Prof. Michelini, per essere passato ovunque facendo del bene, nel più assoluto nascondimento, al suo piccolo grande ammiratore.

La sua è una santità popolare, serena, carica di stupore.

1. Una tomba da visitare

2. – Un benefattore dell’umanità,

3. – Persona da non dimenticare.

Messaggio postato giovedì 19 febbraio 2009, alle ore 04.41

Per Fra Dario Vermi Postulatore Odine Ospedaliero Fatebenenefratelli  – postulazione@ohsjd.org

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