FACCIAMO UN PATTO? – Angelo Nocent

FACCIAMO UN PATTO?

Cari amici,

se da oggi l’umile frate di cuba è “Beato”, lo si deve anche a colui che gli ha fatto da guida: San Giovanni di Dio, di cui abbiamo celebrato ieri (28 Novembre) la memoria della traslazione delle reliquie. Alcune considerazioni per ossigenare i polmoni.

Introduzione

Questa è un’opportunità per mettere a fuoco sogni sognati un po’ da tutti ma che faticano a concretizzarsi perché non sono partecipati, messi in comune, condivisi. Le sfide del nostro tempo coinvolgono Chiesa e Mondo, cristiani e non , laici e consacrati, credenti e pensanti.

Qui vengono proposti degli spunti per una riflessione aperta ad ulteriori sviluppi d’indagine, al fine di progettare una grande casa da costruire su solida roccia e non sul terreno friabile di entusiasmi passeggeri.

Oggi qui, sul Web, è giorno di gioia. Lo è in modo particolare perché ci sei tu, ci siete voi, per la ricchezza di fede e di amore che il Signore ci ha messo nel cuore, per l’amore alla Chiesa che ci porta ad aderire al richiamo della Voce, proprio nel giorno della Traslazione delle Reliquie di San Giovanni di Dio (28 Novembre) nella Basilica a lui dedicata in Granada, meta di chi vuol tornare alle radici di un’avventura illuminata, a riscoprire il suo  carisma che alcuni di noi già lega e che altri potrebbe aggregare.

Che il Signore ci benedica da oggi in tutto il cammino di questo anno e di quello del tempo che vorrà destinarci, prima di chiamarci al Premio. Che lo Spirito del Signore Gesù porti a compimento la nostra vocazione di cristiani, laici o consacrati, chiamati tutti indistintamente alla pienezza della santità, a niente di meno di questo.

Dal cuore traboccante del laico Giovanni di Dio scaturisce l’ Ordine Religioso che mancava nella Chiesa: Gli Ospedalieri, la mano hospitalitas, accogliente, sanante, illuminante… del Vescovo nella  Chiesa locale.

È molto bello che la giornata della “proposta” di un patto coincida con la memoria di San Giovanni di Dio che ne fa la Liturgia della Ambrosiana e che mette in circolazione tra il Popolo di Dio una tra le pagine più suggestive e commoventi che del Santo di Granada ci siano pervenute:

“Se guardassimo alla misericordia di Dio, non cesseremo mai di fare il bene tutte le volte che se ne offre la possibilità. Infatti quando, per amor di Dio, passiamo ai poveri ciò che egli stesso ha dato a noi, ci promette il centuplo nella beatitudine eterna.

O felice guadagno, o beato acquisto! Chi non donerà a quest’ottimo mercante ciò che possiede, quando cura il nostro interesse e ci supplica a braccia aperte di convertirci a lui e di piangere i nostri peccati e di metterci al servizio della carità, prima verso di noi e poi verso il prossimo? Infatti come l’acqua estingue il fuoco, così la carità cancella il peccato (cfr. Sir 3, 29).

Vengono qui tanti poveri, che io molto spesso mi meraviglio in che modo possano esser mantenuti. Ma Gesù Cristo provvede a tutto e tutti sfama. Molti poveri vengono nella casa di Dio, perché la città di Granada é grande e freddissima, soprattutto ora che é inverno.

Abitano ora in questa casa oltre centodieci persone: malati, sani, poveri, pellegrini. Dato che questa é la casa generale, accoglie malati di ogni genere e condizione:

  • rattrappiti nelle membra,

  • storpi,

  • lebbrosi,

  • muti,

  • dementi,

  • paralitici,

  • tignosi, ù

  • stremati dalla vecchiaia,

  • molti fanciulli

  • e inoltre innumerevoli pellegrini e viandanti, che giungono qui e trovano fuoco, acqua, sale e recipienti in cui cuocere i cibi.

Non esistono stanziamenti pecuniari per tutti costoro, ma Cristo provvede. Perciò lavoro con denaro altrui e sono prigioniero per onore di Gesù Cristo. Sono così oppresso dai debiti, che spesso non oso uscire di casa a motivo dei creditori ai quali devo rispondere.

D’altra parte vi sono tanti poveri fratelli, mio prossimo, provati oltre ogni possibilità umana, sia nell’anima che nel corpo, che io sento grandissima amarezza di non poter soccorrere. Confido tuttavia in Cristo che conosce il mio cuore.

Perciò dico: maledetto l’uomo che confida negli uomini e non confida in Cristo. Volente o nolente, gli uomini ti lasceranno. Cristo invece é fedele e immutabile. Cristo veramente provvede a tutto. A lui rendiamo sempre grazie. Amen.” (Dalle lettere)

Quando cantiamo nel Salmo responsoriale : «Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore», ci viene spontaneo di pensare ai santi che ne sono testimoni e protagonisti. Ricorrendo proprio quest’anno l’ottantesimo di Professione Religiosa di san Riccardo Pampuri, il medico laico che si è consacrato a Dio nella famiglia dei Fatebenefratelli il 24 Ottobre 1928 nell’Ospedale Sant’Orsola in Brescia, questa è una buona occasione per ricaricarci e gridare al Mondo una gioia incontenibile: Dio è ricco di amore così bello e grande che compie meraviglie e miracoli.

Quali sono queste meraviglie che Dio ha compiuto?

Una di esse è certamente San Giovanni di Dio. Ma non è su di lui che vorrei soffermarmi ora, quanto piuttosto sulla festa dell’Annunciazione del 25 Marzo perché Maria di Nazareth è il capolavoro di Dio al quale tutti gl’altri s’ispirano. Maria santissima è un capolavoro di Dio; è una persona umana con tutte le piccolezze, le debolezze e i limiti della condizione umana, eppure Dio in lei ha fatto un capolavoro di santità senza riserve e ombre.

Immacolata Concezione vuole dire questo: che non c’è mai stato un istante della vita di Maria, dal momento del concepimento in poi, dove la grazia di Dio non trionfasse, dove la santità di Dio non fosse stampata sulla sua umanità. L’umanità di Maria di Nàzaret è sigillata dalla forza e dalla santità dell’amore di Dio: Immacolata Concezione. Un capolavoro che la Chiesa ci invita a contemplare.

“Contemplare” vuole dire: guardare e capire, ma anche amare e gustare; è come qualche cosa da guardare con gioia, perché è così bello che ci allarga il cuore, ed è così ricco che riempie anche noi di coraggio e di forza.

Ma in che direzione? Che cosa significa per noi contemplare Maria? Lo si scopre confrontando le Scritture proposte sopra: Genesi (3, 9-15.20); Efesini (1, 3-6.11-12); Luca (1, 26-38).

Il luogo dell’uomo nel mondo

Nelle pagine bibliche che narrano del primo peccato, Dio chiama l’uomo “Adamo” e gli dice: «Dove sei? E Adamo risponde: Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3, 9-10). È una descrizione che fa impressione: «Dove sei?… mi sono nascosto… ho avuto paura». Cioè l’uomo, Adamo, vive in questo luogo della paura, perché si sente estraneo a Dio; e proprio per questo si sente vulnerabile nel mondo. Quando dice: «sono nudo»; vuole dire: “Non ho difese, non ho protezione; ho bisogno di nascondermi, altrimenti il mondo che mi sta intorno mi opprime, mi schiaccia e mi impaurisce”. Questo è il luogo dell’uomo: vive in questo mondo, ma sapendo di essere debole e vulnerabile, quindi con la tentazione continua di nascondersi da Dio e dagli altri; ma in fondo anche di nascondersi a se stesso, di non conoscersi e di non accettarsi mai del tutto in quello che è, perché all’uomo non gli piace del tutto il mondo o la sua vita.

Il luogo dell’uomo in Cristo

Però c’è un secondo quadro che ci dà san Paolo nella Lettera agli Efesini, senza dimenticare che quando scrive queste cose, l’Apostolo è in galera, quindi in una condizione non certo gradevolissima perché, se la galera non è mai gradevole, non lo era certamente nell’antichità. Ebbene, quest’uomo in catene riesce a comporre un inno famoso che inizia: «Fratelli, benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo» (Ef 1, 3).

Questa è un’immagine molto diversa: non è quella dell’uomo impaurito che si nasconde. Qui è l’immagine dell’uomo che si sente circondato da una ricchezza di grazia che lo protegge da tutte le parti, e che vive in un luogo preciso che san Paolo esprime con una sua caratteristica espressione: “In Cristo”. “In Cristo” è un’espressione che Paolo usa tantissimo nelle sue Lettere, perché immagina (o fa immaginare) che Cristo sia una specie di spazio dove una persona ci va a vivere dentro; e quando ci vive dentro è ripieno di tutte le grazie di Dio; perché Cristo, lo spazio che è Gesù, è uno spazio di grazia e di perdono; diventa un ambiente nuovo.

C’è un mondo nel quale l’uomo vive impaurito con un atteggiamento di difesa e spesso nascondendosi. Ma poi c’è un altro spazio, che è ancora in questo mondo, ma che è in Cristo, dove l’uomo vive della pienezza delle benedizioni spirituali di Dio.

Noi tutti siamo chiamati ad essere come Maria “in Cristo”

Le feste dell’Annunciata, dell’Immacolata Concezione, dell’Assunzione…Ciò che noi celebriamo in Maria è tutto qui: evidenziare che Dio, dal primo istante del concepimento di Maria, ha messo Maria dentro allo spazio che si dice “in Cristo”. Maria è vissuta in questo mondo, nel luogo concreto di Nàzaret di Galilea, ma il vero luogo della sua vita, in cui si è mossa con tutti i suoi sentimenti e comportamenti, era il luogo di Gesù Cristo; l’amore di Dio che in Gesù Cristo è diventata carne, storia umana, spazio e tempo umano di salvezza.

Il discorso che fa Paolo è di sottolineare che questa meraviglia che Dio ha compiuto in Maria in un modo unico, l’ha compiuta non solo in Lei ma in ciascuno di noi come comunità cristiana. Perché dice: «In lui – in Cristo, sempre con questo spazio che è Gesù Cristo – Dio vi ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati davanti a lui nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 4-6a).

Dunque: come Dio ha scelto Maria, l’ha amata, e dal primo istante del concepimento l’ha inserita nello spazio di salvezza che si chiama Gesù Cristo, così Dio ha pensato da sempre a voi, a noi, a me e ci ha dato una vocazione, un progetto di vita, che è la santità in Cristo; perciò anche noi dobbiamo entrare nello spazio di Gesù Cristo.

La misura della santità è la carità

In quello spazio anch’io, anche tu, noi, voi… dobbiamo diventare «santi e immacolati davanti a Dio». E come? Paolo ce lo ricorda con una sola piccola parola ma che è fondamentale: «nella carità». Perché la santità e la carità sono la stessa cosa. La misura della santità è la stessa misura della carità. La misura della santità non sono i miracoli che uno fa. Se c’è qualcuno tra noi che fa miracoli, non s’illuda, non è santo per questo. La misura della santità non sono le parole che uno dice, perché anche se dite delle belle parole non dovete illudervi di essere dei santi. (Quando mi capita di dire belle parole, ho sempre l’amaro in bocca perché mi vergogno, sapendo di non essere santo).

La misura della santità è la carità: quanto è grande l’amore che hai dentro al cuore, tanto è grande la tua santità davanti a Dio.

La vocazione alla santità laicale dei Globuli Rossi.

Formulare la proposta di adesione al “Progetto GR” collegandola al modello “Maria” credo sia la sola carta spendibile, credibile e vincente per tante ragioni:

  • Perché ci fa sempre bene guardare Maria con amore e con gioia, giacché in lei troviamo una base di speranza.

  • Perché Maria, L’Annunciata, L’Immacolata, vuol dire questo: che Dio, con del materiale povero com’è la natura umana, può fare dei santi, dei capolavori; quindi a guardando a lei troviamo il coraggio, osiamo sperare.

Ma questa speranza diventa anche un itinerario di santificazione. Io credo che se il “Progetto GR” vuol dire tante cose, sostanzialmente ne dice una: è un cammino di santificazione vissuto in un’esperienza laicale.

“Un cammino di santificazione” vuole dire che io come appartenenza GR sono chiamato sì a prestare servizi nelle istituzioni o nella Chiesa locale, a prendere iniziative pastorali, a organizzare…. Però questa non è la prima cosa e non è nemmeno quella fondamentale. Ce lo dobbiamo ripetutamente ricordare: ciò che è fondamentale nella vita non è l’ avere e nemmeno il fare, ma è l’essere.  Prioritaria nella GR Company è una sola cosa fondamentale: che io sia santo nella dimensione globale della mia vita laicale, che tu sia santo/a nella tua vita laicale…nel modo che ognuno è capace.

Ma che cosa vuole dire “santi laici” ?

Santo l’abbiamo già detto: è lo stesso che dire carità-amore. Laico vuole dire: che c’è una vita laicale, di laici, che deve essere trasformata in amore. Se lo chiediamo ad un prete, la santità è fatta di quello che è chiamato a fare: celebrazione, annuncio della parola, preghiera, studio… Costui, come prete, eve cercare di trasformare in amore queste cose che sono il suo ministero, deve vivere con amore il cammino del suo ministero che è quello della sua santificazione. Idem per i consacrati, frati e suore.

E noi laici abbiamo un contenuto di vita, che è quello della vita nel mondo, che è fatto di famiglia, di lavoro, di studio, di rapporti sociali… Dunque, è quel materiale che noi dobbiamo trasformare in amore, in santità e “in lode della gloria di Dio”, “a lode della sua gloria”.

In altre parole, la mia vita di laico deve diventare un inno alla bellezza della gloria di Dio, che fa meravigliare la gente allo stesso modo che rimaniamo a bocca aperta davanti a Maria.

Che, se Dio ha compiuto cose così belle in Lei che rimaniamo gioiosamente stupiti, la nostra vita, non dico che deve diventare come quella della Madonna perché non ci riusciremo, però deve riprendere l’itinerario mariano nel senso di assumere un itinerario di vita simile a quella di Maria.

Dunque, essere Globuli Rossi vuol dire seguire l’itinerario di Maria. Solo che noi lo facciamo con quel concreto materiale di cui è fatta la vostra vita: un insieme di tante povere cose. Ma attenzione al colpo di scena: l’Artista che è Dio, riesce a stupire nella misura in cui il fango che ha tra le mani si lascia plasmare dal Vasaio. Diversamente, anche Lui fa cilecca. Non è Lui che non sa fare i vasi; sono io che non glielo permetto. A tanto può giungere la mia arroganza.

Le dimensioni fondamentali nella vita di un laico

Qui non è possibile sviluppare ampiamente il tema. Ma almeno una cosa va sottolineata per intenderci: ci sono alcune dimensioni fondamentali nella vita di un laico che un laico deve imparare a trasformare in amore, e non è una cosa facile. Le dimensioni a cui faccio riferimento sono:

  • L’ECONOMIA, QUELLA DEI SOLDI. La vita di un laico inevitabilmente ha a che fare con i soldi. Evidentemente anche quella di un religioso, ma dai soldi deve essere fondamentalmente distaccato; non ha il problema di usarli. Ma un laico deve imparare ad usare i soldi rendendo gloria a Dio; che non è la cosa più facile di questo mondo ad usarli correttamente in modo che diventi carità-amore nei confronti della propria famiglia e della società. Il discorso diventerebbe lungo ma intendo questa dimensione.

  • LA SESSUALITA’. Scrivendo ai Corinzi san Paolo, proprio parlando della sessualità, arriva ad un certo punto a dire: «Glorificate Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6, 20). Vuole dire: la dimensione di sessualità nella quale vivete, deve diventare essa stessa un luogo di glorificazione di Dio, deve manifestare la capacità di amore, la fedeltà e il dono di sé. La sessualità quando la viviamo in questa dimensione diventa “gloria per il Signore, gloria di Dio”.

  • lL POTERE. Perché poco o tanto un potere nella nostra vita l’abbiamo. Un medico esercita un certo potere su quel gruppo di persone che si rivolgono a lui. Un insegnante ha un certo potere, se pur piccolo, sulla sua classe, sulle persone con cui ha dei rapporti. Ciascuno di noi ha un piccolo ambito di potere che deve essere trasformato in carità-amore. E non è facile perché anche quando abbiamo un potere, se pur piccolo, noi a quel potere ci attacchiamo il cuore e ci sembra di essere chissà chi se riusciamo ad affermarci in quel piccolo ambito in cui comandiamo. Ebbene, si tratta di trasformare questa dimensione in servizio e in amore: «perché il Figlio dell’uomo, non è vento per essere servito, ma per servire» (Mt 20, 28). Il potere che il Figlio dell’uomo ha esercitato è stato quello di dare la vita, non quello di prenderla agli altri, ma di dare la sua vita agli altri.

IL patto di fraternità dei Gruppi di GR

Il cammino della santificazione laicale va in quella direzione. Poi il resto ce lo dobbiamo insegnare vicendevolmente, accomunando le esperienze. Ognuno deve poter portare la sua esperienza e far emergere il senso da dare alle affermazioni riportate sopra: per me vivere un cammino di santificazione laicale nell’economia dell’uso dei soldi, nella sessualità e nel potere vuole dire questo, s’incontrano queste difficoltà e bisogna percorrere queste strade.

Il senso della GR Company è proprio questo: aiutarci insieme, perché il cammino della santificazione nel mondo non è facile. “Essere insieme” vuole dire:  prendersi per mano e fare una specie di “patto di fraternità”. E il “patto” consiste nel portare insieme le gioie e le fatiche del cammino di santificazione, per non tirarsi mai indietro anche quando le cose pesano. Quindi il patto è questo: potere contare gli uni sugli altri, sulla fedeltà degli altri, e insieme percorrere questo cammino di santificazione. Patto difficile, ma possibile, perché nasce dalla grazia di Dio: «Benedetto sia Dio… che ci ha benedetti con ogni benedizione… e lui ci ha scelti… per essere santi… al suo cospetto nella carità».

“Ci ha benedetti”. Allora è la benedizione, è la grazia di Dio che rende possibile il cammino della santificazione.

Non devo pensare mai che la santificazione appartiene a qualcun altro, che io sono così debole, fragile, povero e malfatto che la santità non è per me. Questo sarebbe un piccolo disastro.

  • La santificazione è per ogni cristiano; il cammino della vostra vita è niente di meno di questo.

  • La grazia di Dio è promessa e donata proprio per questo.

  • L’importante è non rinunciare mai e ricominciar ogni volta da capo nel tentativo di plasmare la vita e farla diventare un piccolo capolavoro, di seconda o terza categoria;

  • perché il capolavoro di prima categoria è Maria santissima;

  • noi bisogna che ci accontentiamo di un po’ di meno, ma questo non è importante.

  • L’importante è che anche con la mia vita il nome di Dio possa essere glorificato e santificato.

Poi ci sarebbero chissà quante cose da dire sui GR…   ma spero che capitino anche delle altre occasioni.

Il messaggio che mi interessava far circolare era quello del “PATTO”. Poi il “Progetto GR” viene da sé, naturalmente, spontaneamente, logicamente…

  • Se noi facciamo un patto insieme, di camminare come GR in questo itinerario di vocazione alla santità laicale,

  • di aiutarci gli uni e gli altri a fare questo cammino,

  • di portare gli uni i pesi degli altri,

  • allora la vita diventi bella, piena di senso,

  • allora la Chiesa si fa più luminosa, radiosa come una Sposa, agl’occhi del mondo.

Io ringrazio il Signore per  chi già c’è, per coloro che vogliono starci, per il cammino di chi vuole iniziarlo. Il segno forte, audace si chiama Eucaristia. Da lì si inizia e lì si deve ritornare ogni volta. In attesa della grande Celebrazione dell’ottavo giorno.

Angelo Nocent

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