Pampuri-Giussani – Miscellanea – Angelo Nocent

Alzati, va’ a Ninive, …

Cosa ci sta a fare il Pampuri ibernato sulle guglie del duomo di Milano?


  • Un medico santo al nostro capezzale per un accurato checkup.
  • Un profeta per capovolgere situazioni stagnanti.
  • Una terapia evangelica radiante contro il sordomutismo (Marco 7, 31-37)

Su San Riccardo Pampuri, negli anni ho aperto più di un blog ma sul più bello, dopo tanto lavoro, una mano invisibile decideva, co o senza preavviso, di chiudere baracca e burattini.

Nell’ultima morte annunciata, come ho potuto, ho cercato di salvare il salvabile stipando all’inverosimile un file che poi è rimasto lì in attesa di risurrezione.


PREAMBOLO
Nel posto in cui veniamo a trovarci, due sono le possibilità.

  1. o ci ha collocati Dio
  2. o ha permesso ad altri di collocarvici.

In entrambi i casi è sapienza restarci con spirito di fede.

 

PERCHE’ UN NUOVO BLOG

I motivi sono tanti, ma così riducibili: questo ulteriore sito su San Ricardo Pampuri è pensato per i Religiosi Fatebenefratelli e per i Laici, donne e uomini, di ogni estrazione e qualifica che intendono fare quadrato intorno alla sua persona ed iniziare un percorso di ricerca e di RI-CONVERSIONE.
L’averlo ideato è poca cosa: sarebbe già morto in partenza, se non avesse un seguito di persone disposte a lasciarsi coinvolgere direttamente da lui.

Pur nella sua breve esistenza, egli ha assunto ruoli significativi e indossato particolari e impegnative divise che ha saputo onorare:

  • è rimasto orfano in tenera età,
  • studente,
  • universitario,
  • militare al fronte,
  • medico condotto,
  • terziario francescano,
  • laico impegnato nella Chiesa locale,
  • promotore di esercizi spirituali,
  • una “caritas” parrocchiale ambulante e segreta in contesti di dura povertà,
  • spirito missionario,
  • frate dell’hospitalitas.
  • E in ogni situazione, cercatore di Dio, la Bibbia nello zaino.

Mentre gli chiediamo di implorarci i doni della saggezza e del coraggio, qui lo vorremmo nella duplice veste di provocatore e provocato, interrogante e interrogato.
E noi, ognuno con il suo bagaglio di esperienze, a confrontarci, a muovere osservazioni e promuovere riflessioni.
Procederemo per tappe: ogni tanto sara’ necessario sostare per trarne conclusioni provvisorie ma poi si dovra’ tenacemente ripartire  con nuovo slancio.
E’ un’avventura, una rischiosa avventura dove si può anche naufragare in un mare di parole vuote e sterili.
Ma i giovani chiedono eroismo e a chi non lo è più, è richiesta almeno l’audacia di mettersi in discussione, di stare al gioco e di non puntare al ribasso.

L’idea propulsiva è di provare a mettere a fuoco gli aspetti profetici di cui il santo medico è portatore. Alcuni sono evidenti nelle diverse biografie degli ultimi anni, altri  non emergono o lo sono in modo larvato e necessitano di essere messi in risalto.

Nel chiamare a raccolta i Confratelli di San Riccardo Pampuri ed i Laici seriamente intenzionati a maturare in se stessi la spiritualità che passa anche attraverso la sua luminosa persona,  provo un certo disagio e chi  mi conosce può bene immaginare il perchè.

Ma se oso farlo, è proprio in forza della mia inadeguatezza che mi preserva da ogni presunzione. Ed è lei stessa ad incoraggiarmi, per via del preambolo, a manifestare anche pubblicamente e senza esitazione, il mio sincero stupore per la magnanimità del nostro Dio. uesta è davvero  una bella opportunità che mi permette di esprimere tanta gratitudine anche  a coloro che hanno allietato la mia giovinezza ed ancor più sostenuto doviziosamente quel tratto di strada che ha segnato più marcatamente la mia vita: gli anni della teologia, sferzati dal vento gagliardo dello Spirito che si sentiva aleggiare ovunque nella Chiesa convocata in assise con Maria, la Madre della Chiesa, come veniva per la prima volta invocata, durante il Concilio Vaticano II.

Non occorrerebbe precisare che sono qui in veste di allievo curioso ed appassionato delle cose di Dio e non di docente. Sono sicuro che proprio lo Spirito, invocato e amato, non tarderà a manifestarsi con   stupefacenti sorprese.

 

Innamorato almeno quanto voi della primitiva vocazione, dopo ormai quarant’anni di navigazione, porto anch’io i segni fisici e morali della lunga e faticosa attraversata di mari, talvolta tempestosi.

Non ho collezionato medaglie nè trofei. Con ciò non intendo dire di essere a mani vuote:

  • certamente più smaliziato di un tempo lo sono e meno portato ai facili entusiasmi;
  • ora pompiere più che incendiario, come succede a una certa età…
  • disposto a lasciarmi provocare dalla Parola, lo Spirito Santo che ci è stato donato;
  • bambino, talvolta loquace, noioso, impertinente.
  • Sì, vero: un novizio che non ha ancora raggiunto il punto giusto di cottura.

La sola autentica ricchezza che vanto di aver posseduto è quell’amore trabocchevole di Dio che mi ha sempre pervaso. Mi è stato riversato nella Cresima. Ma poi si è manifestato  sorprendentemente in tantissime altre circostanze, le più immeritevoli. Lui non se n’è mai andato, mai m’ha piantato in asso ed ha saputo sopportare pazientemente tutte le mie non poche giornate di luna storta.


Amici, vengo semplicemente a condividere con chi lo vorrà i risultati di una incessante ricerca spirituale, compresa quella sul Pampuri.


Vorrei che tutto risuonasse come lode al Misericordioso che non ci lascia mai affondare, nemmeno quando ce le andiamo a cercare.
Le pagine già stese in questi mesi e quelle che andrò stendendo,  rispecchiano più e meglio di tutto il modo di sentire e di pensare, peraltro sempre bisognoso di ripensamenti e correzioni che proprio il dialogo favorisce.

Forse troverò qualche curioso lettore. Mi auguro di essere sorpreso anche da qualche corrispondente, deciso ad intervenire per dire la sua ed ampliare gli orizzonti.


Dopo questa premessa introduttiva e tanto per non uscire dal seminato, almeno una piccola confessione pubblica sento  il dovere di farla.


Ebbene, lo confesso: io da giovane, San Riccardo non l’ho mai amato perchè mi sembrava fatto di nulla. Mi piacevano le forti personalità, mi attraevano gli uomini audaci. E lui non mi sembrava di questa stoffa.


Leggevo le sue lettere unitamente agli scritti di Don Primo Mazzolari, sette anni più di lui,  e quelle del “dottorino”  mi sembravano acqua fresca, incapaci di reggere in una competizione col grande prete di Bozzolo che tanto ha infiammato il mio giovane cuore e che ancora riesce ad entusiasmare. Epperò, da quando la Chiesa lo ha proclamato ‘Beato’ e poi ‘Santo’, non ho mai smesso di chiedermi cosa ci trovasse di così straordinario in questo ragazzo di campagna, laureato, pio, devoto e in seguito, le mani congiunte sotto lo scapolare.


Mi veniva spontaneo di pensare che a renderlo interessante era proprio la sua fortuna di possedere una bella laurea in medicina e chirurgia, capitatagli perché ben accasato, ossia grazie all’essere rimasto orfano di madre e poi di padre nell’arco dei primi dieci anni di vita. Se tutto fosse andato per il verso giusto, ultimo di dodici figli di cui otto in vita, lo sarebbe diventato? Probabilmente no. E santo?

Probabilmente…!?


Probabilmente cosa ! Meglio evitare i se e i ma e andare al sodo. In un primo tempo mi sono accorto che a stupire un po’ tutti è stata la sua “ordinarietà“. I biografi sono unanimi nel sottolinearlo. Ma le mie obiezioni  sono ben presenti nella biografia del Camilleri che scrive: “Qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia proporre all’attenzione di un mondo che fatica ad accettare  anche l’idea di anima, un personaggio che non ha scelto Dio dopo aver provato quanto sia amaro starne lontani“. Ma proprio da questa unanimità m’ è sorto un ulteriore travaglio: possibile che nessuno ci veda nient’altro e si limiti a girare e rigirare i soliti pochi aneddoti triti e ritriti nella medesima salsa?


Effettivamente, il ritratto che ne esce è proprio quello di un bravo ragazzo che potrebbe anche sembrare di Comunione e Liberazione, se non fosse quel timido e imbranato che appare e perciò molto distante dai disinvolti e determinati ciellini di oggi.

 

Mi chiedo: a renderlo atipico è solo l’attenuante d’esser d’altri tempi o non piuttosto d’ una pasta un po’ diversa?


Non lo so. Me lo chiedo ora per la prima volta.


E mi chiedo inoltre: che sia stato davvero così o ne abbiamo fatto una lettura riduttiva?

La processione di coloro che gli chiedono grazie è sempre in aumento. Ma esisteranno anche gli imitatori di questo straordinario modo d’esser ordinari ?


Tante volte mi sono detto: e se anche i biografi avessero preso un abbaglio? Pensate a Madre Teresa di Calcutta: chi avrebbe mai osato scommettere sulla sua “
notte oscura” che l’ha afflitta per anni, senza che nulla mai trapelasse? Cosa ne capiamo noi dei santi?


Da questo dubbio metodico, a poco a poco m’è sorta la convinzione che se in lui c’è una cosa che non è ordinaria, è proprio questa: la sua “straordinaria vocazione all’ascolto“, perfezionatasi giorno dopo giorno, tra onde di frequenza disturbate e fruscii di ogni genere.


Ma che scoperta! Che sia poco? Fate voi. Quando guardo con onestà e distacco il mio “ordinario” mi faccio semplicemente pena.


Ma vorrei aggiungere un altro aspetto che va convincendomi sempre di più ed è proprio  la ragione dell’apertura di questo nuovo blog: mi sto persuadendo  che in lui sia  stata posta una “bomba a orologeria”, destinata a scoppiare proprio all’inizio del terzo millennio.

Anche al fronte, con le stellette, il soldato Erminio Pampuri ha LA BIBBIA NELLO ZAINO.

Pur cercando di accettare il verdetto comune e per non essere tacciato di “bastian contrario“, non mi sono mai voluto pronunciare pubblicamente in modo diverso. Ma non ho smesso di interrogarmi su questa stupefacente ma non so quanto contagiosa ordinarietà.

Chissà, forse è stato un bene ciò che è accaduto, ossia che le sue spoglie mortali non siano state consegnate ai suoi confratelli bensì alla Chiesa locale. Magari avrebbe rischiato la fine che fanno i quadri di valore: vengono esposti in una sala inaccessibile, esibiti ai rari ospiti e servono per aumentare il prestigio del casato.

 

Così invece, la sua Provincia Lombardo-Veneta in particolare ma anche il resto dell’Ordine, dovranno cominciare a desiderarlo e in un futuro, che sento molto prossimo, saranno costretti a rivolgersi a lui per severi ripensamenti non più rimandabili. Così lui finalmente troverà la sua giusta collocazione ed assumerà il ruolo che si merita: di profeta riformatore.

 

Penalizzato da altre voci che hanno saputo farsi più roboanti e invadenti, impadronendosi e soffocando quella di un vero “servo di Dio”, la sua sarà voce persuasiva che non userà le parole sferzanti del Battista ma quelle persuasive della consolazione. Perché di questo hanno bisogno i frati. Sono tanti gli spiriti affranti, smarriti e umiliati, di confratelli senza voce che si son visti gettare allo sbaraglio, sradicati in nome di progetti illusionistici e di falsi miraggi, privati della sola certezza evangelica fondante la vocazione di un fatebenefratello:

  • vivere accanto al malato,
  • essere la sua “consolazione”,
  • condividerne la “provvida sventura”, molto spesso percepita soltanto come inopportuna e maledetta .

LA CARITA’ DI FRA RICCARDO

Forse in questi ottant’anni scritti e biografie non hanno sottolineato abbastanza che il Dott. Pampuri non si è rivolto solo al corpo, ai bisogni fisici degli uomini e della società del suo tempo.

Senza nulla togliere all’importanza del pane materiale, a cominciare da quello della salute, c’è un altro pane forse più importante da imbandire sulla tavola dei popoli e, senza andare sul generico e sul vago, anche sulla tavola degli operatori culturali, sanitari e sociali: il pane del pensiero. Nelle sue lettere quest’ansia è presente e operativa.

A volte si tende a restringere la testimonianza cristiana alla sola carità e alla sola carità materiale. Ma così la si impoverisce e ci impoveriamo. Nell’anno in cui il cristiano intellettuale Rosmini assurge alla gloria degli altari, è indispensabile riscoprire questo aspetto, presente e operante in Fra Riccardo fin dai tempi dell’università. In una società che non ragiona più, perché è in balia di un pensiero unico e che sembra aver rinunciato a capire i valori di fondo dell’uomo, porre al centro della carità riccardiana l’impegno sui valori è una forma alta di carità.

Non solo Hospitalitas, ossia apertura ai bisogni, charitas locale, nazionale, internazionale, ma anche CHARITAS INTELLETTUALE.

Un fatto di cronaca.

In piccoli convegni periodici in quel di Brescia Sant’Orsola, fine anni sessanta, allora studente di teologia, avevo cominciato a radunare il personale laico che già non intendevo come collaboratore dei religiosi ma come “collaboratore di Dio” alla pari dei religiosi per la realizzazione del Suo Regno. Nella sala delle riunioni avevo posto sulla parete, davanti agli occhi dei convenuti, una scritta cubitale in rosso: “COMUNITA’ DI UOMINI NUOVI”.

Per chi no lo sapesse, c’ era una volta a Brescia un simpaticissimo frate dal cuore d’oro e coccolo della comunità che sapeva alimentare di buon umore. Si chiamava Padre Dalmazio Puia, era zio del grande calciatore juventino che noi definivamo un “brocco” per farlo accaldare e, forzatamente, anche mio parente alla lunga per via delle origini Aquileiesi e dello stesso cognome materno. Arguto osservatore, era anche molto critico; appena poteva, sfotteva amabilmente col suo “Mmm! Lasciamola lì” ma si lasciava sfottere da tutti, compreso noi giovani che non perdevamo l’occasione per provocarlo e puntualmente farlo cadere sui punti deboli: i giudizi sui confratelli. Con la solita ironia di me era solito dire: “Buono, ne! Ma che rogna…”.

In quel tempo era attivamente in pensione ma trent’anni prima fu il priore di Fra Riccardo Pampuri proprio nello stesso luogo. E raccontava, lui non dentista, di aver sostituito chissà quante volte il mingherlino dottore, in crisi davanti a un “molare” di quelli ben radicati, da estrarre con prudente ma energica manovra della tenaglia.

Lo ricordo con affetto perché, leggendo quella scritta, era solito mettersi le mani nei bianchi capelli rasati a zero e ridere, sornione, su quel”uomini nuovi” di cui non riusciva o non voleva afferrare il senso profondo. Epperò si rendeva anche conto che l’affluenza c’era e l’interesse pure. Così, stupìto per i tempi in evoluzione, concludeva con il suo solito “Ma!… Lasciamola lì ! ” che alcuni ricordano ancora.

Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22).

 

A non ridere e a prendere seriamente la cosa c’era invece la Teresina Prati, tecnica di laboratorio, un San Riccardo al femminile, sempre in azione, sorridente e straripante di un non so che…

Precisa nel suo lavoro accanto al Dott. Montini, il fratello di Papa Paolo VI, trovava il tempo di visitare i malati. Mai a mani vuote: sempre con un pacchettino di caramelle, di caffé, di biscotti, una letterina… e confortanti parole.

La Messa era il suo pane quotidiano, come la visita ai malati; si preoccupava dei colleghi ed estendeva il raggio della sua azione anche all’esterno dell’ospedale. Di lei ho perso le tracce ma proverò a indagare.

Ma torniamo a noi. Ce lo chiediamo: che cos’era andato a fare in convento il dott. Erminio Pampuri se non a diventare un “uomo nuovo”, a “rinascere in acqua e Spirito Santo?”

Il sito trova anche un ulteriore giustificazione.

Apparteniamo alla schiera, ormai sempre più risicata, di quelli che hanno conosciuto coloro che il Pampuri l’hanno conosciuto di persona.

Possediamo notizie dirette. Insieme, forse potremo trovare qualcosa da aggiungere, da sottolineare, da lasciar detto, sfuggito ai biografi. Essi, per quanto ben intenzionati, hanno dovuto far riferimento soltanto alle carte processuali, alle lettere ed agli appunti della prima ora del Padre Gabriele Russotto. Ma non hanno conosciuto l’ambiente né la mentalità dei religiosi di quel tempo che per noi è istintivo cogliere, dal momento che li abbiamo frequentati.

Sarebbe una grave omissione andare nella tomba e seppellire per sempre le nostre esperienze e conoscenze. Quelli dopo di noi dovranno accontentarsi dei libri. Ma se è già in atto una specie di ostracismo del Santo anziché di una riappropriazione, cosa ne sarà fra qualche anno, quando le nostre voci taceranno per sempre?


Ma nella sventurata ipotesi che la ricerca non approdi a nulla, un risultato ci sarebbe egualmente:

  • il beneficio di ripercorrere quella strada che da Trivolzio ha portato Fra Riccardo in convento,
  • dapprima a Solbiate Comasco per un periodo di prova;
  • poi a Milano dove il Padre Castelletti ha detto sì alla sua ammissione;
  • a Brescia come luogo privilegiato della sua vocazione di frate dell’hospitalitas;
  • a Gorizia, luogo di convalescenza, di lunghe riflessioni e patteggiamenti con Dio;
  • per finire in gloria alla “San Giuseppe”, casa del “bel morire”,
  • prima di tornarsene al suo paese natale, luogo della sepoltura ma anche della fede nel Signore Risorto e segno della Comunione dei Santi che tutt’ora sussiste.

Il percorso avrebbe il significato del pellegrinaggio alla riscoperta di un testimone sempre più apprezzato dai laici e sempre meno dai suoi confratelli. La butto lì: cosa si aspetta a fare nel “San Giuseppe” di Milano, dove il Pampuri è stato reclutato e dove ha concluso la sua  giornata  terrena, a due passi dall’Università Cattolica, un “Centro di spiritualità Riccardiana” nel cuore della  Città ?

La Chiesa c’è. Cos’ altro potrebbe servire? Ben poco e a costo zero.

Mi rendo conto che le mie  possono sembrare battute sconvenienti o interferenze indebite. Ma la prova è negli atti dei Capitoli Generali o Provinciali: egli continua a restare nell’ombra, come un tempo al Sant’Orsola di Brescia, quasi gli fosse stato riconfermato, in virtù di santa obbedienza, il ruolo di “tacere” anche da morto.

In verità, a Brescia era stato autorizzato ad insegnare infermieristica ai frati. Ma ora che disponiamo di scuole alternative, altamente specializzate, buona cosa sarebbe invitarlo a insegnarci teologia biblica, lui che ha trascorso la sua vita all’ascolto della Parola di Dio e a metterla in pratica.

Due date significative ce ne offrono il pretesto:

  1. 21 Ottobre 1927: nel Convento-Ospedale di Sant’Orsola in Brescia il dott. Erminio Pampuri veste l’abito religioso ed assume il nuovo nome: Fra Riccardo;
  2. 24 Ottobre 1928: Fra Riccardo emette la Professione Religiosa.

Pochi di noi avranno la gioia di celebrare il centenario di questi eventi. Di qui allora l’opportunità di farne memoria durante il 2007-2008 nell’ ottantesimo, in concomitanza o come preparazione all’anno paolino indetto dal Papa tra il 28 giugno 2008 e il 29 giugno 2009 indicendo magari, con un suggestivo riferimento storico, le “giornate bresciane” che da qui, anche se in modo virtuale e del tutto informale ma propedeutico, già prendono il via.

Il motivo è presto detto:

  • il prof. Mario Meda, compagno di Pampuri all’università e sotto le armi, ha affermato al processo che anche al fronte Erminio aveva con sè il Vangelo, le Lettere di San Paolo e l’Imitazione di Cristo, che meditava nei momenti di riposo e di silenzio.
  • Egli cercava con ogni mezzo di dare ai malati e ai commilitoni un messaggio diverso, quello della sua fede. Sentiva e comunicava il fascino di Dio.
  • Questo amore per le Scritture è presente con citazioni evangeliche e paoline in molte sue lettere.
  • E allora perché non abbinare le celebrazioni in modo che siano proprio le lettere di San Paolo a rendere ancor più luminoso il nostro fratello santo? Sarebbe bello che la sua urna con le spoglie mortali, sull’esempio della sorellina Santa Teresa di Gesù e del Santo Volto, sempre pellegrinante, facesse ritorno per qualche tempo nella città che racchiude i segreti della sua anima di frate dell’ospitalità, data e ricevuta, in un mirabile scambio di Comunione tra Chiesa e Mondo, e si concludesse nel Duomo di Brescia, come evento ecclesiale.

PIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo.

Ma c’è un ulteriore motivo che meriterebbe di aggiungersi: il decimo anniversario della morte del Dott. Pierluigi Micheli, nato il 27 Ottobre 1916  e morto il 22 Giugno 1998,  medico “aggregato” all’Ordine dei Fatebenefratelli.

 

Egli ha svolto per lunghi anni la sua attività-missione presso l’Ospedale San Giuseppe di Milano, in veste di laico coniugato ma con il medesimo spirito di San Riccardo.

 

(Vedi PIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo in

 

 

e www.compagniadeiglobulirossi.org

 

Parlavo di riappropriazione del personaggio. Notate: cosa siamo?

TRALCI DI UN’UNICA VITE

  • A parte don Giussani, di cui abbiamo già riferito e dovremo prendere ancora in considerazione,
  • L’Azione Cattolica Italiana lo sente come il suo primo santo,
  • Il Card. Carlo Maria Martini, per via che Morimondo appartiene alla Diocesi di Milano, lo considera un figlio della Chiesa ambrosiana che fa una gran bella figura sulle guglie del Duomo di Milano, in compagnia di tanti santi e gloriosi martiri,

L’elenco potrebbe prolungarsi…

E NOI ?

Io sostengo che Fra Riccardo è portatore di numerosi carismi. E’ curioso e normale al tempo stesso notare come ognuno sia incline a cogliere il lato che gli è più congeniale.

Prendiamo Don Giussani che su di lui ha puntato i riflettori e lo ha fatto conoscere nel mondo.     E prendiamo l’Ordine. L’interesse che nutre per questo confratello santo e’ zero. Nessuno se ne risenta perché, sì, viene ogni tanto invocato come intercessore, ma finisce lì. Quando mai è preso in considerazione come modello da imitare, facendolo entrare a tutto tondo nella programmazione della vita fraterna e delle opere istituzionali?

 

Del materiale archiviato riporto solo una parte, interessante perché a Parlare del Pampuri e Don Giussani in persona.
Scrivevo anni fa, in piccola polemica con i suoi frati che di lui si ricordano solo il 1 Maggio:

Non basta intestargli case o reparti; bisogna carpirgli  i brevetti di una santità popolare, nata nella Chiesa locale, sviluppatasi nel convento-ospedale, per tornare a irradiare il mondo proprio a partire dalla Chiesa locale che è in Trivolzio. Il fatto, se letto con occhi profetici, la dice lunga: in lui si è già realizzato proprio ciò che chiedono i Vescovi del nostro tempo:

PER PROMUOVERE LA SALUTE (coinvolgimento di tutte le componenti del popolo di Dio nella pastorale della salute) n.4

PER DARE VOCE ALLE CHIESE LOCALI (sostenere l’integrazione della pastorale sanitaria nella pastorale d’insieme delle comunità cristiane) n.4

PER EDUCARE ALLA “SPERANZA CHE NON DELUDE” (progettualità…itinerari formativi) n.4

EDUCATO ALLA SPERANZA

Così scriveva alla sorella:

  • Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua,
  • e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate, vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri
  • e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza d’amore
  • per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi”.

Da un frammento di lettera quante sottolineature possibili:

  • Opus Dei,
  • io, tu, Chiesa, Mondo,
  • diventare per vedere,
  • gioia, gaudio, pace, riconoscenza…
  • Verbum caro, uomo come noi…

Questo e’ l’AVVENIMENTO ! Cosa ne ricava Don Giussani? Il senso della sua vocazione di uomo e di frate:

  1. Questo amore a Cristo si distese in lui in una serie infinita di gesti di attenzione agli uomini e alle donne che incontrava nei loro bisogni elementari, curando e sanando fino alla fine dei suoi giorni”.
  2. Erminio Pampuri era un piccolo medico condotto. All’inizio del secolo si fece frate Riccardo nell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio – i Fatebenefratelli – perché voleva diventare santo.
  3. C’è un modo di intendere questa parola che la identifica con una sorta di eccezionalità strana, quasi una stravaganza legata a particolari doti di carattere e di coerenza etica.
  4. Ma noi sappiamo che  la santità’ nella vita della Chiesa è la “stoffa” della vita di fede.
  5. Dunque l’ideale di tutti e di ciascuno che sia raggiunto e investito dall’Avvenimento cristiano che ha salvato l’uomo dalla distruzione.
  6. San Riccardo ci offre un esempio eclatante di questa grande verità egli fu un uomo vero perché aderì con semplicità e sincerità a una Presenza familiare.
  7. Non è diventato grande per essersi impegnato in un grintoso affronto della realtà, inevitabilmente destinato a delusione per l’originale peccato dei nostri progenitori.
  8. Egli è per noi una testimonianza solare di quanto san Paolo dice di se stesso: “Pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio” (Gal 2,20).
  9. E tutta la vicenda umana di San Riccardo, tanto fu breve quanto resterà per sempre a segnare il destino per cui siamo stati fatti: riconoscere Colui che era tra noi, il volto buono del Mistero che fa tutte le cose, presente qui ed ora, secondo la modalità descritta da San Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: “Il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi”(1,14)
  10. Da quasi duemila anni l’eco di quell’annuncio ha attraversato il tempo e lo spazio e si è comunicato al mondo, come fece con Giovanni e Andrea, i primi due che seguirono Gesù, quel giorno, sul far della sera.
  11. E così è arrivato fino a noi, attraverso i nostri genitori e coloro che ci hanno parlato.
  12. E oggi ci raggiunge anche per via dei segni imprevedibili che san Riccardo opera nella vita di tanti, segni positivi che aumentano la gloria umana di Cristo nella storia.
  13. San Riccardo fu determinato – sentimento, pensiero e azione – dall’amore per cui Cristo si è fatto uomo e da un’energia di abbandono a Lui, che ha già vinto la morte: “E sono persuaso che Colui che ha già iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”(Fil 1,6).
  14. Per questo san Riccardo, come ogni santo, è parte di un popolo, fattore di costruzione di un popolo nuovo, quella realtà insieme umana e divina che Paolo VI chiamava entità etnica sui generis.
  15. Da quando lo abbiamo conosciuto, qualche anno fa attraverso il racconto stupefatto di chi ne ha avuto beneficio nel corpo e nello spirito, san Riccardo è per noi la testimonianza mirabile che la santità come ideale di umanità vera è alla portata di tutti.
  16. Nella sua figura semplice e discreta di medico condotto – che giganteggia nella nostra campagna lombarda – ciascuno di noi ritrova i lineamenti del proprio volto umano autentico. Tanto che non si può non aderire alla verità dell’invito della Didache’: “Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi”.
  17. Il santo dei Fatebenefratelli ci insegna che il grande problema della santità cristiana è riconoscere una Presenza eccezionale che è entrata nella storia del tempo. Così che la creatura generata dall’acqua del Battesimo si erge sulla scena del mondo, come un protagonista nuovo, chiamato a cambiare la terra insieme ai fratelli uomini, fino al suo compimento finale, che sarà come e quando al misterioso disegno del Padre piacerà. Milano, 26 febbraio 1997 sac. Luigi Giussani

Se a noi questi aspetti sfuggono, cos’ha da dire Riccardo? Nulla.

 

Ed è proprio a partire da qui che proveremo a scandagliare la sua interiorità, insondabile, profonda, misteriosa ma non ermeticamente chiusa, dunque accessibile.

Mi chiedo: cosa ne sarebbe stato di lui se, una volta collocato in una bellissima urna di cristallo e compiuti i solenni festeggiamenti della canonizzazione, fosse rimasto là, nella penombra della sua parrocchia di Trivolzio e non fosse passato di lì il Giussani ad azionare la potente leva della scossa elettrica, ossia dello Spirito Santo, avvertita ovunque nel mondo?


I Santi sono per la Chiesa Universale. Va riconosciuto al sacerdote brianzolo di aver saputo cogliere immediatamente in lui il precursore del suo Movimento. E lo vede ben tratteggiato proprio in una lettera alla sorella suor Longina per le feste Natalizie. Quanti di noi hanno letto quella lettera? E che cosa ha detto? Forse nulla. Per Giussani invece, in quelle poche righe, se vogliamo anche retoriche, è la chiave di volta per la lettura del giovane santo:

Fermiamoci un attimo sui fatti di cronaca che riporto da Tracce pp.71 ss / 01/06/2007. Come titola?

LA GRATITUDINE DI TRIVOLZIO

Martedì 1 maggio 2007, monsignor Giudici, vescovo di Pavia, ha inaugurato a Trivolzio, nei pressi del santuario di san Riccardo, il piazzale dedicato a don Giussani.

 

Da Trivolzio a tutto il mondo

 

Monsignor Giussani è stato l’artefice della diffusione, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, della conoscenza e della devozione a san Riccardo Pampuri. Da dodici anni, il sabato sera, centinaia di giovani provenienti da ogni parte, anche da molto lontano, vengono qui in chiesa, a Trivolzio, per chiedere tante Grazie a san Riccardo. E la domenica giungono tantissime famiglie con tanti bambini. In un piccolo paese sconosciuto c’è un giovane medico santo, ed ecco che improvvisamente basta un invito perché la sua conoscenza con un passaparola si diffonda ovunque.


Trivolzio vuole dire «grazie» a monsignor Giussani per avere indicato e valorizzato la figura di san Riccardo.


Un uomo vero

 

Avete voluto dedicare questa piazza a don Luigi Giussani perché è un uomo vero. Lo possiamo testimoniare noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo e vivere con lui; ma lo possono riconoscere tutti, anche quelli che non lo hanno mai incontrato, attraverso il prolungarsi della sua opera, l’umanità di chi è stato affascinato dalla sua umanità e lo ha seguito. Don Luigi Giussani seppe cogliere da piccoli avvenimenti l’opera dello Spirito attraverso San Riccardo Pampuri e la indicò. Così divenne anche in questa vicenda strumento dello Spirito per attuare le grandi opere di Dio che stanno davanti ai nostri occhi quasi quotidianamente qui a Trivolzio, come ci testimonia commoventemente, ogni volta che veniamo qui, don Angelo.

Mauro Ceroni, responsabile di Cl a Pavia.


Nel gennaio del 1995 Cristina Bologna, su invito di don Giussani che era rimasto molto colpito dalle vicende che lei gli aveva raccontato, scrisse una lettera alla nostra rivista nella quale descriveva una guarigione inspiegabile accaduta dopo che a una persona gravemente malata era stata data un’immaginetta di san Riccardo Pampuri (cfr. Tracce, febbraio 1995, p. 51). In quella circostanza don Giussani iniziò a suggerire di invocare quotidianamente il Santo medico: «Dite qualche Gloria a san Riccardo Pampuri: dobbiamo valorizzare i Santi che Dio ha creato tra noi, nella nostra epoca e nella nostra terra. Bisogna invocarlo: un Gloria a Pampuri tutti i giorni».


Le parole del Vescovo

 

All’inaugurazione del piazzale il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha detto di don Giussani: «Un cristiano tipico della nostra terra: mite, intraprendente e deciso nel bene da compiere, ma che vive ciò nel nascondimento e senza troppo clamore. Questo stile caratteristico della nostra gente, ci porta a comprendere che vita cristiana è dono gratuito agli altri», ricordando che «oggi con la benedizione di questo piazzale noi ricordiamo anche i sacerdoti che si sono spesi con gratuità per gli altri, sacerdoti a cui l’Amministrazione di Trivolzio ha dedicato nel passato vie del paese».

 

Può essere che a più d’uno le iniziative che si vanno moltiplicando – e qui son state messe in evidenza di proposito e con uno spirito un po’ provocatorio possano far storcere il naso. Ma a cosa varrebbe sognare il “santuario” se prima non sogno il “santo” e lo amo e lo incarno e lo trasfondo e lo faccio conoscere nella mia cerchia ?


Le reliquie sono preziose ma vale la spiritualità del santo  che è patrimonio di tutta la Chiesa. Se prima dimostro di essermene appropriato e di essere capace di trasmetterla, potrebbe anche risultare sensato  avanzare delle particolari richieste al Vescovo. Diversamente, ne uscirebbe soltanto una bega di “primogenitura”.


Qual’è il messaggio che viene trasmesso dalla Parrocchhia di Trivolzio ?

La comunione dei santi e la preghiera

di Lorenzo Cappelletti

San Riccardo Pampuri (1897-1930) è sepolto nella chiesa parrocchiale di Trivolzio, di cui era nativo.


Pubblichiamo il racconto di don Angelo Beretta, parroco di questo piccolo paese fra Milano e Pavia, su come in questi anni, assieme ai miracoli di san Riccardo, sia cresciuta la devozione a lui, e su come, in particolare negli ultimi dieci anni della sua vita, don Giussani l’abbia proposto quasi a immagine vivente di ciò che gli stava più a cuore.

La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri.

Nel febbraio 1995 don Giussani diceva: «Noi siamo in un tale degrado universale che non esiste più niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà creaturale.
Perciò è il momento degli inizi del cristianesimo, è il momento in cui il cristianesimo sorge, è il momento della resurrezione del cristianesimo. E la resurrezione del cristianesimo ha un grande unico strumento.
Che cosa? Il miracolo. È il tempo del miracolo. Bisogna dire alla gente di invocare i santi perché sono stati fatti per questo».


Don Giussani, che anche quando parlava dell’Eucarestia amava dire che furono le circostanze che suggerirono al Signore quell’ “idea”, fra tutte la più geniale, pronunciò quelle parole anche in forza dell’incontro, come racconta don Beretta, con san Riccardo Pampuri.

Nei dieci anni che seguirono, come abbiamo detto, don Giussani ha invitato più volte a rivolgersi a san Riccardo (lo documenteremo in forma più sistematica in un prossimo articolo) e ha continuato a frequentarlo. Ricorda don Angelo Beretta che anche in occasione del suo ottantesimo compleanno (15 ottobre 2002), don Giussani aveva espresso il desiderio di andare a celebrare la messa a Trivolzio, ma varie circostanze glielo impedirono. «Quando ormai pensava che non avrebbe più potuto venire, il 22 gennaio 2003 arriva a Trivolzio. Era una giornata molto fredda. Ha celebrato la Santa Messa stando in piedi e rifiutando la carrozzella che gli offrivano. Ha distribuito la comunione ai presenti e con loro ha pregato per i malati e per tutte le varie necessità. Al termine abbiamo parlato un po’ anche del restauro della cascina per il centro di accoglienza che non eravamo ancora riusciti ad iniziare. All’uscita della chiesa si è intrattenuto con alcuni che stavano venendo da san Riccardo».


Pure le ultime parole pubbliche di don Giussani, per l’intenzione della Santa Messa dell’11 febbraio 2005, giorno anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e liberazione, pochi giorni prima della sua morte avvenuta il 22 febbraio 2005, furono un invito alla dolce memoria di Gesù all’opera nei santi: «R
icordiamoci spesso di Gesù Cristo, perché il cristianesimo è l’annuncio che Dio si è fatto uomo e soltanto vivendo il più possibile i nostri rapporti con Cristo noi “rischiamo” di fare come lui».

 

A chi fosse a suo agio più con termini teoretici che narrativi, si potrebbe far notare che in questa vicenda viene in rilievo la verità dogmatica della comunione dei santi che il Credo degli Apostoli pone tra gli effetti dello Spirito Santo e con cui papa Paolo VI termina il Credo del popolo di Dio, in consonanza non casuale con la sensibilità di don Giussani: «Crediamo nella comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù “Chiedete e riceverete”».

 

 

Note biografiche

 

Erminio Filippo Pampuri, poi fra Riccardo, nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (Pv). Decimo di undici figli, rimasto orfano della madre a soli tre anni, viene accolto in casa degli zii materni, a Torrino, frazione di Trivolzio.     Nella locale chiesa parrocchiale viene battezzato, riceve il sacramento della Cresima e la prima Comunione. Nel collegio vescovile Sant’Agostino di Pavia compie gli studi ginnasiali e liceali, si iscrive poi all’Università di Pavia dove, il 6 luglio 1921, si laurea a pieni voti nella facoltà di Medicina, dopo essere stato militare durante la Prima guerra mondiale e avere ricevuto la medaglia di bronzo per aver portato in salvo i medicinali. Dal 1921 al 1927 fu medico condotto a Morimondo, donandosi con tanto amore agli ammalati (veniva chiamato “il dottor carità”) e collaborando con il parroco alle varie attività della parrocchia.


Nel luglio del 1927 entra nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, assumendo il nome di fra Riccardo.     Muore a Milano il 1° maggio 1930. I funerali si svolgono a Trivolzio, nel cui cimitero viene sepolto. Il 16 maggio 1951 il corpo viene collocato nella locale chiesa parrocchiale, dove tuttora è custodito, visibile e venerato.
Giovanni Paolo II lo beatifica il 4 ottobre 1981 e lo proclama santo il 1° novembre 1989. San Riccardo Pampuri è festeggiato il 1° maggio (giorno della sua morte). Viene ricordato anche il 16 maggio (giorno della traslazione del suo corpo).     Da 30 Giorni / 2006

Da Trivolzio a Rochester

Due lettere a don Giussani. Il ringraziamento di padre Gerry per il dono di una statua di san Riccardo posta nella chiesa di Saint John, a un passo dalla Mayo Clinic. E la testimonianza di don Angelo dopo una messa in onore del santo lombardo

17 gennaio 2003 – Caro don Giussani, ti scrivo per dirti la mia sentita gratitudine per il tuo prezioso dono della statua di san Riccardo. La mia personale esperienza di guarigione fisica e la profonda consapevolezza del significato della Sua presenza mi ha portato a riconoscere il Mistero in modi che non avrei mai immaginato prima di questa esperienza.

Sono profondamente commosso dalla tua generosità e dal tuo desiderio che san Riccardo possa essere presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista, qui a Rochester, Minnesota, alla luce del fatto che nelle immediate vicinanze sorge la Mayo Medical Community, un istituto di fama mondiale.

Dall’arrivo di san Riccardo ho continuato a indirizzare a lui gente di ogni parte del mondo e degli Stati Uniti, che veniva nella nostra chiesa provenendo dalla Mayo Medical Community. Per darti un’idea del numero di pazienti nella nostra città e nella nostra chiesa, dalla Mayo dipendono circa 2.000 medici e c’è un afflusso costante di pazienti che visitano la nostra comunità e la nostra chiesa.

È ormai una consuetudine per me invitare i pazienti a visitare san Riccardo chiedendogli di intercedere per la loro salute. C’è qualcuno che ha appena saputo di avere un tumore al cervello, o che si sta preparando a un grave intervento chirurgico, o ancora che si è appena visto sospendere l’assistenza sanitaria in seguito a un male incurabile, e tutti vengono qui a cercare conforto. Ci sono anche dei medici che hanno cominciato a mettermi al corrente del fatto che nell’incontrare i loro pazienti domandano la presenza di san Riccardo, e sono spalancati nella ricerca della saggezza del Mistero.

Ci sono pazienti che si recano in visita da san Riccardo perché il loro cuore è colmo di gratitudine in seguito a notizie molto positive che hanno ricevuto attraverso la loro esperienza di cure alla Mayo. Le storie sono infinite e le possibilità cominciano ad aprirsi solo ora. San Riccardo ha uno spazio particolare nella nostra chiesa; stiamo preparando un volantino che spieghi la sua storia, e la frase che ci hai inviato sarà collocata permanentemente accanto alla statua di san Riccardo.

Don Giussani, non posso nemmeno immaginare quali possibilità si aprono grazie a questo dono che ci offri, né sono in grado di vedere quello che vedi tu, nel comprendere come la presenza di san Riccardo sarà così profonda e vivificante. Sono particolarmente grato per la particolare assistenza di don Fabio e di Giorgio Vittadini per facilitare tutti i passi necessari affinché san Riccardo potesse arrivare nella nostra chiesa. E ancora, ringrazio te per questa amicizia attraverso il tuo carisma, che realizza e tocca la mia vita e la vita di tante altre persone.

Ho sempre bisogno delle tue indicazioni come di un padre e riconosco umilmente la nostra amicizia. Ho continuamente bisogno di essere stimolato a vivere questa compagnia sul cammino che ho davanti qui a Rochester, Minnesota, Usa. Ti ricordo ogni giorno davanti alla statua di san Riccardo, qui nella nostra chiesa, pregandolo perché ti conceda la benedizione della salute, e sono pieno di gratitudine per il carisma che hai ricevuto e così apertamente metti in pratica nell’annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo. Con affetto. Padre Gerry Mahon, Parrocchia di Saint John, Rochester, Minnesota

25 gennaio 2003     Carissimo monsignore, grazie. Grazie di essere venuto mercoledì 22 gennaio ancora una volta a celebrare la santa Messa in onore di san Riccardo Pampuri in questa chiesa ove è custodito il suo corpo. Grazie di avere fatto conoscere il Pampuri in tutto il mondo indicandolo come il cristiano che ci aiuta a capire che la santità non è un privilegio di pochi, ma tutti, se vogliamo, possiamo diventare santi se, come Riccardo, anche noi mettiamo Dio al centro della nostra vita e cerchiamo di fare ogni cosa con amore nell’adempimento del nostro lavoro quotidiano.     Mentre lei celebrava la santa Messa, io ripensavo ai miei 15 anni a Trivolzio. Sono giunto nel 1988, il Pampuri era beato, io lo conoscevo, ma non avrei mai pensato che la sua devozione potesse diffondersi così tanto. Appena giunto a Trivolzio pensavo in modo particolare all’oratorio, alle attività parrocchiali… Poi nel 1989 ho avuto il privilegio di concelebrare in piazza San Pietro la santa Messa con il Papa per la canonizzazione di Riccardo Pampuri.     In questa nostra chiesa veniva gente a pregare il Santo, ma questa devozione era solo in ambito locale da parte dei Fatebenefratelli. Poi nel 1995 la svolta: lei ha indicato, dopo un miracolo, san Riccardo Pampuri al popolo di Comunione e Liberazione e da allora sempre più persone di tutto il mondo giungono qui a chiedere al medico salute, grazie e guarigioni per il corpo e al santo l’aiuto a capire la propria vocazione e il senso della vita da realizzare con amore.     I giovani, i tantissimi giovani che vengono qui, lo sentono come un amico che come loro ha faticato e tribolato e a cui chiedere aiuto nel cammino della propria vita. Una giovane, tempo fa, mi raccontava che al sabato sera diceva al padre, che non frequentava la chiesa, di andare dal Pampuri e il padre pensava andasse in discoteca; poi, quando ha scoperto che il Pampuri era un santo che distribuisce grazie, ha chiesto di venire qui anche lui.     Vengono poi le famiglie con tanti bambini a chiedere a san Riccardo la forza per il loro cammino quotidiano. Alcuni mesi fa ho trovato rotta una statua di san Riccardo che era in vendita; alcuni miei collaboratori si sono preoccupati, ma alla sera ho trovato in una cassetta una busta con i soldi della statua e con questa letterina: «Per vedere bene la statua l’abbiamo rotta involontariamente. Allora abbiamo rotto il salvadanaio e paghiamo. Chiediamo perdono a don Angelo e a san Riccardo. Saluti, ciao. Sandro ed Emanuel. Perdonaci e san Riccardo ci benedica». Certamente san Riccardo ha perdonato e benedetto quei bambini e io avrei voluto ringraziarli per la loro onestà e l’esempio che ci hanno dato.     Qui oggi è sorto un santuario ed è nato per un disegno di Dio. Io mi sono limitato a non oppormi a quello che lui, il Signore, voleva e il Signore per intercessione di san Riccardo continua a distribuire grazie.     Monsignore, le rinnovo l’invito che le ho fatto al termine della santa Messa: venga quando vuole qui a pregare san Riccardo e a celebrare la santa Messa.     Io la ricordo tutti i giorni a san Riccardo Pampuri perché le sia vicino con il suo aiuto e protezione e lei possa ancora per molti anni essere guida in mezzo a noi e chiedo a lei una preghiera perché io possa essere sempre disponibile e accogliente verso tutti quelli che vengono qui. Don Angelo Beretta, Parrocchia dei SS. MM. Cornelio e Cipriano, Trivolzio, Pavia


Da TRACCE 2003 / n.3

Dieci anni di incontri. Di preghiere di un popolo Renato Farina

L’inizio in una lettera pubblicata da Tracce. La devozione di don Giussani al medico santo dei Fatebenefratelli. In questi dieci anni da tutto il mondo sono giunte preghiere, richieste, notizie di grazie. E ogni domenica la chiesa si riempie di pellegrini.


Una qualsiasi domenica dell’anno, da dieci anni a questa parte (anche se la domenica non è mai qualsiasi). Sull’autostrada che da Milano va a Genova, verso le 10.30 del mattino e poi a metà pomeriggio, molte auto, scorgendo un campanile nella bella campagna, escono al casello di Bereguardo-Pavia Sud. Si entra nel paesino di Trivolzio (poco più di mille abitanti). Qui c’è qualcosa che cattura e non è una fiera, o forse sì, ma di altro genere. Non ci sono mercanzie in vendita, ma ci sono persone che camminano chi svelte, chi piano piano. Ma i volti! È uno spettacolo. I volti sono trasparenti e protesi a commerciare con Qualcuno i desideri più grandi, a mettersi nelle sue mani. È come se tutti fossero costretti da un padrone di casa premuroso a levarsi le armature invisibili con cui ci si protegge dallo stupore. Si entra nella chiesa cinquecentesca dei Santi Cornelio e Cipriano. Sulla porta ad accogliere c’è sempre il parroco, don Angelo Beretta. Ed ecco, c’è una grande teca di cristallo. In essa un corpo nelle nere vesti dei Fatebenefratelli e la maschera argentea sulla faccia. È il corpo di un morto, ma tutti sanno che è per la resurrezione, è così evidente: san Riccardo Pampuri.     Intorno ci sono grandi libri dove si scrivono le invocazioni. Si fa la fila. C’è la santa messa, si recita la preghiera a san Riccardo e poi si bacia la reliquia. Accanto c’è la stanza-museo, dove ci sono oggetti e indumenti del Santo. Si possono raccogliere immaginette e corone del Rosario. Qualcosa, però, accade. C’è un incontro. La medaglietta strofinata Chi scrive è uno dei pellegrini. Impressiona chiunque questa unicità del cattolicesimo: ciascuno è da solo con il Signore, eppure si è un popolo. Lo si capisce leggendo le preghiere che riempiono ormai 143 grandi volumi. Quelle scritte, le altre poi… Ne parliamo ora perché c’è un anniversario. Questo rinascimento religioso (o forse Medioevo d’oro) a venti minuti d’auto da Milano compie dieci anni. Gli inizi sono tutti in una lettera pubblicata da Tracce nel febbraio del 1995. Cristina Bologna racconta la visita «al vicino di casa san Riccardo» con alcune Memores che abitano da quelle parti. La richiesta di una grazia per un’amica malata di tumore. La semplicità dello strofinare un’immaginetta del Santo sulla divisa della banda musicale. «Questo gesto è per sottolineare la fisicità della domanda. Non è un gesto da fanatici, ma perché siamo concreti», spiega Laura che consigliò a Cristina di far così. Data l’immagine all’amica malata, sparì ogni segno del male. Può accadere, non è per forza un miracolo in senso, diciamo così, tecnico. Ma la guarigione era certa. Tracce raccontò questo sotto l’impulso di don Giussani, da allora vivamente devoto a questo Santo, appena proclamato tale da papa Wojtyla (1989). Un giovane medico condotto, che stava tra i ragazzi, poi membro dei Fatebenefratelli. Opere? La carità, «far sempre la volontà del Signore», «aver sempre grandi desideri». Sono anch’io testimone di un miracolo: la trasformazione di un luogo di dolore e morte in qualcosa di risorto. Negli ultimi mesi del 2000 mio padre Guido fu ricoverato per un cancro all’ospedale di Desio. Nulla da fare. Nei mesi precedenti, di fede robusta ma non particolarmente devoto, era stato con la famiglia da san Riccardo e ne fu toccato. Nella sua stanza di malati terminali, di atei, e forse persino di un musulmano, la vita cambiò. Persino quando morì uno di loro, e non era ancora giunto l’infermiere, dinanzi a quel defunto essi pregarono il Requiem e la preghiera di san Riccardo. Io vidi qualcosa di simile solo a Calcutta, nella casa dei moribondi di Madre Teresa. La vita nuova, nella morte.

 

Il “custode” di san Riccardo Don Angelo Beretta è il custode sollecito di tutto questo movimento riccardiano. Racconta di come ormai la fama di questo santuario si sia sparsa nel mondo, e di come gli telefonino da ogni dove, ben oltre i confini di Comunione e Liberazione e perfino del cattolicesimo, per farsi spiegare come arrivare, per domandare una preghiera. Ora racconta con gratitudine: «Mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995, vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in Chiesa appartiene a Comunione e Liberazione e mi mostrano una copia di Tracce, ove c’è il racconto della vita del nostro Santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo.

Da quel momento inizia il pellegrinaggio di tantissima gente qui a Trivolzio, al sabato sera ci sono tantissimi giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. Alcuni di Cl conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri; e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo per avere aiuto nella sua malattia. Era don Giussani ad aver spinto a questo».


Le sorprese del Signore Continua don Beretta: «Io non appartenevo a Cl, ma ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario, morto giovane in montagna. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi. Ho incontrato monsignor Giussani quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da San Riccardo. Vado in piazza della chiesa e lo vedo arrivare. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Dopo la messa, è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio agio. Poi mi chiede perché non compero la cascina che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso, ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano. È stato questo l’inizio del progetto per un centro di ospitalità e di ristoro, dove si possano anche tenere incontri. Almeno per il primo lotto speriamo di inaugurarlo – e ringrazio soprattutto per questo Antonio Intiglietta, Saverio Valsasnini, Mauro Berti – il prossimo maggio». È sempre molto pratico san Riccardo, e lo sono anche quelli che ne continuano la missione. Gli chiedo: come intitolerebbe questi dieci anni? Don Angelo sospira, mentre guarda l’orologio e cerca di fare accomodare i fedeli: «Le sorprese del Signore…».

 

Sì, bisognerà proprio ripartire da lui, il giovanissimo figlio di San Giovanni di Dio. Perché è proprio ciò che chiede il  glorioso Padre e Fondatore, orgogliosissimo di una tale discendenza.

E’ proprio lui a non vede l’ora che ci si affidi al riformatore Fra Riccardo e che venga lasciato libero di prendere in mano la situazione che si presenta senza apparenti vie d’uscita.

Nella sua spiritualità, troppo poco indagata, vi sono le premesse per una corretta interpretazione della Pentecoste Conciliare. Agli allegri e forse troppo disinvolti passeggeri del treno dell’Ospitalità oggi viene offerta la grande opportunità di ripensare i percorsi ad alto rischio di deragliamento, sui quali sta transitando il convoglio. Essi sono facilmente individuabili perchè ormai evidenti.
Sarebbe grave assistere ad un’ecatombe prima che vi si sia posta mano per porvi rimedio. Ormai tutti sanno che, anche una lunga e bellissima storia d’amore può esaurirsi e collassare, se non viene rianimata per tempo.

Il Concilio ha chiesto agli ordini religiosi di revisionare le Costituzioni per allinearle alle indicazioni espresse dai Padri negli Atti. Per anni tutti sono stati coinvolti in una  consultazione di base. Le giornate di convegno, i viaggi e le tavole rotonde non si contano. Poi gli esegeti ed i teologi hanno dato il tocco finale. Il risultato è davvero encomiabile!

Ho appena preso in mano quelle dei Fatebenefratelli. Bellissime! Forse le migliori che mai siano state scritte nei cinque secoli dell’Ordine. Esse sono una sorgente di citazioni bibliche, i documenti del magistero fungono da tessuto connettivo. A confronto, le precedenti impallidiscono.

Ma… Pur mantenuta nella forma e, nonostante le indicazioni contrarie, forse è saltata la Vita Comune. Che non sia da reinventarecome  Fraternità, più che luogo di “appartamento” per il cibo e il riposo? I laici sono sempre più spesso commensali. Ma basta?

Lex orandi, lex credendi: si crede come si prega.”

Ma si potrebbe aggiungere: si ama come si vive.

E’ impressione diffusa che le riforme abbiano riguardato i testi, non le persone che, un po’ alla volta si son fatte i “vade mecum” personalizzati, ossia degli auto-regolamenti molto permissivi, a misura d’uomo, con i quali una percentuale significativa tutela la sua libertà personale che è sacra. Che, se in essi fosse prevista anche la “libera circolazione delle merci”, sul modello della comunità europea, senza il condizionamento dei disgustosi dazi di povertà e obbedienza, tanto cari al pregresso periodo oscurantista, allora la frittata è fatta.
Meglio buttarla in ridere , se non fosse una tragedia.

A ottant’anni dalla sua morte e superati tutti gli esami canonici sulla santità, a me sembra che stia per esplodere il grande carisma di Fra Riccardo, solo apparentemente “riformatore silenzioso“,  ma già all’opera da tempo.
Se fosse vera l’impressione, i primi ad essere “amorevolmente colpiti” saranno proprio i Fatebenefratelli. Che, se da un lato di lui si sentono quasi defraudati, espropriati, dall’altro troppo poco fanno per rivalutarlo e sdoganarlo dal ruolo di comprimario che sembra aver acquisito nel tempo.


AMBULATORIO

SAN RICCARDO PAMPURI

E’ frquentato giorno e notte sul seguente sito:

San Riccardo Pampuri nell’ambulatorio dentistico a Brescia

O santo fratello Riccardo,

figlio del nostro tempo,

povero cuore verginale

solo obbediente a Dio,

votato a Lui per sempre,

meteora di santo

vestito di camice bianco

sull’umile saio,

segno

di vita donata ai fratelli,

ti prende l’amore di Dio per l’uomo

nel Cristo che passa e risana.

Carisma

ti dona lo Spirito Santo:

è tuo il dolore degl’altri

che mescoli a tisica carne,

la tua,

e al Corpo di Cristo.

Ed è comunione.

Hai occhi che vedono Dio

Sul volto dell’Uomo.

Nel dono

è la gioia.

Ed è diaconia.

Tu, giovane medico

chinato a curare

prescrivi ricette di scienza.

Al farmaco credi.

Ma qui non ti fermi:

abbini e trasfondi

per fede

il sangue di Cristo.

Nell’uomo malato,

se inietti la Vita,

recidi i legami profondi del male.

Ed è la missione.

Conosci il Signore,

la Carne risorta.

Il grano che muore

È già nel futuro di pane.

A trentatre anni

Ti fai profezia.

(A. Nocent)

Poni attenzione a questo ragazzo:

è il frate della debolezza,

accolto in convento nonostante la nota sua gracile salute. Chi lo ha ammesso, ha profeticamente intuito che egli aveva qualcosa d’importante da dire e da dare ai suoi fratelli e al mondo intero.

Fra Riccardo Pampuri

Fìssalo ora su questa foto di gruppo:

Lui è il  primo a sinistra. Il dolore è scritto sul suo viso scarno, emaciato. Una pleurite presa sul fronte del Piave, lentamente lo consuma come una candela, fino ad annientarlo.

Cos’ha da dire al mondo un ragazzo “stroncato”, riuscito a metà, seppur con una laurea di successo  in medicina e chirurgia (110 e lode) ?

Cos’ha da dire un serio professionista, medico condotto,  ma che si ritrova, di fatto, impotente e crocifisso da uno stupido male che degenera e non gli dà tregua, fino a schiantarlo a 33 anni?

Fra Riccardo ha posto la sua vita sotto il segno della croce e per questo è diventato sapiente. Di una sapienza che non ha finito di sprigionarsi ancora, là, sulla sua tomba a Trivolzio di Pavia.

Alle lacrime degli innocenti nessuno di noi sa dare consolazione. Fra Riccardo èstato chiamato a parlare con la vita per i sofferenti di questo mondo che si era scrupolosamente preparato a servire al meglio. Il suo quarto voto di ospitalità ha trovato il suo pieno significato, fino a tramutarsi in carisma, proprio prendendo parte alle sofferenze che intendeva combattere e debellare, diventando così un annunciatore credibile della compassione divina. Ciò gli permette di esortarci anche oggi alla compassione umana.

Chi ha lacrime da versare, trova in lui un contenitore. Oggi, il suo ruolo di frate dell’ hospitalitas è di presentarle al trono di Dio.

Elevato agli onori degli altari, posto al centro, ci fa capire che il centro non è la sua persona, ma CRISTO, che egli solo rappresenta. Viene a dirci, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II che lo ha proclamato santo, “mi glorio della mia debolezza”. (2 Cor 12,10)

Nessuno di noi è chiamato a costruire qualcosa per se stesso, non siamo noi a costruire la Chiesa universale: la forza viene da un’altra parte. A noi, l’esortazione dell’Apostolo che fra Riccardo ha preso alla lettera: “Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime.” (2 Cor 12,14)


Inaugurata la prima Odontoclinica Militare.

Èstata inaugurata, alla città militare della Cecchignola, la prima Odontoclinica militare dedicata a “fra Riccardo Pampuri”. La cerimonia di inaugurazione, a cui hanno partecipato tra gli altri il prof. G. Dolci (Presidente del Collegio dei Docenti) ed il dr. G. Renzo (Presidente Commissione Centrale dell’Albo Odontoiatri) si è svolta presso il 16 febbraio presso la Scuola di Sanità e Veterinaria dell’Esercito. L’Odontoclinica militare, che si integra in un panorama già abbastanza nutrito e qualificato di strutture sanitarie militari dedicate all’Odontoiatria, sarà aperta non solo al personale militare ma anche ai familiari e, prossimamente, anche ai civili in generale.

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