LA SPERANZA – Don Enrico Ghezzi

LA SPERANZA

La sensazione che porto dentro di me, sulla chiesa di nostri giorni, afflitta da divisioni e sofferenze per il comportamento di cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi , mi fa pensare  alle facciate delle nostre chiese, delle cattedrali, delle basiliche comprese le più importanti: è  come se si stiano sfaldando a poco a poco; cadono pezzi di pietra antiche, di torrioni, lastre di marmi, cementi ecc., e restano gli scheletri delle nostre bellissime chiese e cattedrali.

Sembra di  aver subito un terremoto, o, come ormai si dice , uno ‘tsumani’. Restano gli scheletri dei nostri templi come quando, nei secoli passati, le nostre città erano state invase dalle orde di popoli che mettevano a ‘fiamme e fuoco’ le più belle basiliche di Roma e delle nostre città. Oggi, lo ‘tsumani’ siamo noi: i nostri templi, simbolo di accoglienza dei popoli, sono logorati  dalle nostre mani,  dalle nostre opere sporche: mi è venuto da pensare all’invito di Gesù a Francesco, nella chiesetta di S. Damiano: ‘vai a ricostruire la mia chiesa’, come poi Giotto dipingerà tra i pannelli della vita del santo, nella Basilica superiore di Assisi.

Chi ci ridarà lo splendore spirituale delle nostre chiese? Chi rifarà le facciate con i suoi splendidi ‘rosoni’ delle nostre basiliche, dall’antico stile romanico o gotico? 

E poi, non credo che la causa principale di tanta decadenza, sia soltanto il problema clericale del ‘sesso’ (omosessualità, pedofilia, violenze ecc), già di per sé dolorosi e drammatici e che spinge un’altra volta, a riflettere   sul  tema del celibato.

Il tema del ‘celibato’, io penso già da molto tempo, nella chiesa si risolve anche abbastanza  facilmente ed evangelicamente (S. Pietro e altri), portando nella chiesa i  ‘cosiddetti’ ‘probati viri’:  uomini sposati, di età matura e saggi genitori, che possono offrire servizi sacerdotali di straordinaria esperienza alla chiesa e alle parrocchie. Senza escludere il ‘celibato’ generoso e volontario. 

Quando questo ‘movimento’ di opinioni sarà vincente nella chiesa, i seminari stessi verranno ripensati: non si potranno più accettare, come spesso avviene oggi, ‘tutti’ quelli che chiedono di essere ammessi al sacerdozio, pur avendo gravi carenze sul piano della maturità affettiva, soltanto perché spinti dalla necessità di avere sacerdoti.

Ma forse, io credo, che  il danno più grave alla chiesa, non viene soltanto  dal problema affettivo e sessuale che sta intaccando il celibato: la crisi è più profonda e tocca la sostanza del vangelo: nella chiesa è scomparsa la ‘povertà evangelica’: sacerdoti, religiosi|e,  e fedeli, hanno smesso di praticare la sequela a Gesù, identificandosi completamente con la società secolare, sempre più desiderosa di danaro, potere, e successi. Spesso i preti-religiosi sono assai più ricchi dei nostri fedeli, per non dire dei poveri.     

La sofferenza della nostra chiesa è soprattutto aver smarrito la ‘sequela’ a Gesù: potere, potenza, ricchezza sono diventati gli strumenti delle nuove evangelizzazioni, in conformità con la trasformazione della società: la trasformazione della ‘sequela’ in costumi  totalmente mondani, ci rende poi incapaci di ‘celibato’ e di testimonianza di un dono totale al vangelo. La crisi cosiddetta del ‘celibato’ , è la conseguenza e non la causa della decadenza della chiesa. Più o meno come la crisi che si viveva al tempo di Francesco, agli albori del Medio Evo. In questo contesto la crisi ‘terrificante’ (come la chiama ormai da tempo il Papa Benedetto XVI), non è soltanto la ‘pedofilia’  e  ‘ l’omosessualità’ esercitata da parte del clero e di religiosi: la crisi investe radici più profonde e va nella direzione della perdita di senso del vangelo.

In questi ultimi decenni si è visto usare il vangelo più spesso come una clava di battaglia per temi di puro ordine ‘morale-etico’ che non di annuncio del vangelo della misericordia, dell’amore, della verità, della carità. Si difendono con veemenza  ‘tesi’  tutte vicine alle problematiche della ‘bioetica’, ma non si indica  la ‘grazia’ che ci rende capaci di vivere nel mondo la testimonianza  del vangelo. Le prospettive del vangelo vengono vissute quasi esclusivamente in chiave ‘moralistica’ piuttosto che di impegno  alla testimonianza delle beatitudini. Risulta apparire continuamente la ‘condanna’ al mondo, piuttosto che l’amore al mondo e all’umanità che chiedono di essere amati e compresi attraverso il ‘vangelo’.

Dalla prassi di questa chiesa, da alcuni anni, il mondo si sente escluso, giudicato e condannato, piuttosto che amato e salvato.

Ci si difende, ci si protegge, ci si ritira dentro i bastioni della cittadella invece che andare nel mondo, sull’esempio del Concilio Vati.II, a portare nelle nuove società trasformate, il carisma della carità e della speranza.

In questa ‘difesa’ della cittadella, in molte parti del mondo, la chiesa si è schierata spesso con gli ambienti più conservatori e repressivi del potere civile: trova facilmente accordi con paesi e partiti conservatori, e intrattiene rapporti stretti con personaggi che hanno una morale personale imbruttita dagli egoismi,  potenti e attentissimi, a loro volta, a difendere i ‘valori’  cristiani, per avere favori politici dalla stessa chiesa.

 Non intendeva forse anche a questo,  il card. Ratzinger, quando parlò della famosa ‘sporcizia nella chiesa’?   

Non è quindi soltanto il ’sesso’ il problema principale che affligge e si abbatte sulla chiesa (il dramma  della pedofilia è ora riconosciuto più una malattia che un atto di volontà: è ovvio  che non si può accedere in queste condizioni, al sacerdozio, o, ancora peggio diventare vescovi o cardinali: qui è prevalsa la menzogna!).

 

  Invece, nella chiesa,  è venuto meno Cristo, il vangelo e la sequela: il resto è conseguenza.

 Infatti la novità di questo sconquasso di fiducia tra i fedeli, non è tanto il male o il peccato di qualche singolo sacerdote, ma l’essere coinvolti vescovi e cardinali: come hanno fatto a raggiungere quelle responsabilità nel popolo di Dio? Chi li ha ‘scelti’, con quali ‘criteri’, con quali ‘cordate’,  per quali  simpatie,  sono stati scelti a rappresentare e guidare la chiesa dei nostri fedeli?

 Perché mai, santi sacerdoti,  pastori, uomini di Dio, testimoni di verità e carità non hanno mai potuto essere ordinati vescovi del popolo di Dio? In quale momento, sotto quale pontefice è incominciata la discesa verso il basso, nella scelta dei pastori a servizio delle nostre comunità?  Perché certi privilegi sono stati offerti a persone prive  di carità, di esperienza  e di zelo pastorale?

Vedo che oggi alcuni di questi personaggi, dietro l’impulso dei media, trovano la dignità di ‘dimettersi’: io credo che molti, vescovi e cardinali, esaminando i criteri della loro elezione,  dovrebbero ‘dimettersi’, proprio per fare un servizio  alla chiesa e al popolo di Dio.

Nonostante le critiche a volte aspre, dobbiamo riconoscere al Papa Benedetto XVI, il coraggio e la forza di mettere in discussione i ‘peccati’ della chiesa allontanando le persone più indegne. La chiesa, potrà così  apparire  come uno scheletro, una volta caduti  gli intonaci e i marmi che nascondevano le crepe e le sporcizie: una chiesa che finalmente potrà rimettersi in cammino alla sequela di Cristo, con gioia, entusiasmo, povertà e limpidezza come è stato per tanti servitori della chiesa: basti la memoria di Giovanni XXIII, il Papa buono.

 Allora la chiesa potrà nuovamente rivestirsi di santità ed essere riamata dal popolo: ci farebbe bene una lettura del profeta Osea, sul suo amore verso la donna prostituta, immagine del popolo di Dio e della fedeltà di Dio nel suo amore verso il popolo. 

 Per questo siamo tutti attenti alle nuove nomine di vescovi e cardinali, che saranno il  futuro della chiesa: vogliamo santi e pastori, non banchieri, politici, affaristi, perché questa è la vera radice dei mali che poi influiscono anche sulla educazione alla sessualità dei preti. Se non c’è santità nelle motivazioni del sacerdote e se non  c’è un amore dichiarato verso il popolo, come ha fatto Gesù, non ci può essere fedeltà né al celibato, né restare immuni dalle sue perversioni.

Non si può guarire la malattia, se non si parte dalle cause  del corpo malato. 

Nel Con. Vat. II, subito all’inizio della grande Costituzione sulla Chiesa, si dichiara che lo Spirito Santo  <santifica incessantemente la Chiesa> in modo che (v.4): qui viene posto un principio di santificazione che non ha origine negli uomini, nemmeno in quelli della Chiesa: la Chiesa è opera di Dio, per mezzo di Gesù e animata dallo Spirito Santo; neanche i peccati dei preti o dei cristiani possono eliminare il dono di Dio all’umanità che è la Chiesa. Chi si opponesse a questa regola, resta fuori dalla Chiesa, anche se è una persona religiosa. Per questo il ‘popolo di Dio’ deve vigilare sui pastori se restano fedeli all’azione dello Spirito, avendo il coraggio di denunciare quando questo non avviene. Mi ha sempre fatto impressione la citazione di S. Ireneo nello stesso paragrafo (4)  della Lumen Gentium (4):  Ireneo, vescovo di Lione, morto appena all’inizio del formarsi della Chiesa, nel 202 d. C, parlando sempre dell’anima della Chiesa che è lo Spirito Santo,  dice : Lo Spirito,  < con la forza del vangelo, fa ringiovanire la chiesa (iuvenescere facit Ecclesiam), continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con il suo Sposo>(4).

Sempre la Chiesa ha bisogno di ‘rinnovarsi’, addirittura di ‘ringiovanire’ (e si era soltanto all’inizio della sua storia!),  perché la realtà dell’uomo è fragile e peccatrice: soltanto la sicurezza della presenza dello Spirito ci consola e ci dà speranza. Ma questo rinnovamento del Concilio bisogna volerlo anche oggi:  diversamente subentra la pesantezza del potere, e ritorneremmo nei tempi bui della Chiesa. Proprio per questo viene ancora detto più avanti al numero 8: <La Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, è santa e insieme bisognosa di purificazione  (sancta simul et semper purificanda) (L.G.,8).

Questo sembra il momento di realizzare le profezie del Concilio, troppo presto abbandonate e che ora ci trova nella miseria del nostro peccato; ma da questa situazione di peccato nasce una straordinaria possibilità di risurrezione, di grazia: è il tempo della speranza, è il tempo di rinascere e far sorgere nuovi orizzonti di luce per il mondo intero, come lo fu quel   mattino di Pasqua nel giardino di Gerusalemme.

Dio non abbandona la sua chiesa nelle mani di chi ha rinunciato alla sequela di  Gesù.

Ora i nostri templi, smascherato il ‘male’ , ‘rinnovati’   e ’rigenerati’  dalla santità del nostro popolo   (l’essenza della Chiesa), possono ritornare a risplendere: la chiesa infatti è il progetto trinitario voluto da Dio, come ha ricordato  l’ultimo Concilio  (LG. 2-3-4 ): Dio ha la forza di eliminare le sette e i gruppi di potere che oggi dominano nella chiesa, per ridare ’al popolo di Dio’ la sua autentica ‘soggettività’, perché la chiesa-popolo di Dio’   è  il volto del  ‘suo’ Cristo,  ‘nostra speranza’ (1Tm1,1; Col.1,27; cfr. Rm 5.5).

 

Don Enrico Ghezzi

Via Anicia, 10. Chiesa di S. Maria dell’Orto.

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